lunedì 2 marzo 2009

740

E' lunedì mattina e la settimana per il sottoscritto ha deciso di iniziare nel più antipatico dei modi. Alle 4 di oggi per qualche strana ragione (magari un incubo che non ricordo) mi sono svegliato di soprassalto. Ho poi trascorso la decina di minuti seguenti a contare inutilmente le pecore nel disperato tentativo di riprendere sonno. Col passare del tempo mi sono dovuto rassegnare all'evidenza: sarei rimasto sveglio per tutto il resto della giornata (spero di non crollare nel pomeriggio). Già che c'ero, tanto per non annoiarmi in attesa di un orario decente, ho acceso il pc e mi son messo a leggere qualche news economica.

Come spesso capita, sono finito sulla pagina del Telegraph, il quotidiano Inglese e mi sono gettato sull'ultimo articolo di Ambrose Evans-Pritchard, preparandomi alla solita sfilza di previsioni pessimiste da novella Cassandra. Leggendo il pezzo però, mi sono reso conto rapidamente di avere di fronte qualcosa di diverso. Qualcosa che pareva scritto da un individuo in preda al panico. I toni usati nell'articolo risultano anomali anche per uno come Pritchard.

Il giornalista inglese apre il suo discorso, facendo un riassunto dei dati sulla produzione industriale nelle principali economie del mondo:

La produzione industriale sta collassando dappertutto con una velocità mai riscontrata prima. I dati disponibili per i mesi recenti sono, anno su anno: Taiwan (-43%), Ucraina (-34%), Giappone (-30%), Singapore (-29%), Ungheria (-23%), Svezia (-20%), Korea (-19%), Turchia (-18%), Russia (-16%), Spagna (-15%), Polonia (-15%), Brasile (-15%), Italia (-14%), Germania (-12%), Francia (-11%), USA (-10%) e Inghilterra (-9%). La Norvegia invece riporta un sorprendente (+4%). Che cosa bevono da quelle parti?

Cosa bevano in Norvegia onestamente lo ignoro. Un mio amico che lavora la però, mi ha riferito di dibattiti in parlamento che vertevano sul garantire ai cittadini del paese nordico una pensione dignitosa. L'importo di cui si discuteva era pari a 120000 euro l'anno (se state sgranando gli occhi avete avuto la mia stessa reazione). Questo solo per mettere in luce quanto quello della Norvegia costituisca un caso a particolare, perfino nella crisi attuale. I dati per le altre nazioni invece, sono terrificanti. Il declino supera di gran lunga quello riscontrato durante la grande depressione e la scorsa settimana a dare un ulteriore mazzata è stato diffuso il dato sulla contrazione dell'economia americana: -6,2% mentre gli analisti si aspettavano un -5%.

Secondo Pritchard l'unica cosa che fa apparire la situazione meno drammatica rispetto gli anni 30 è l'assenza di file per il cibo nelle grandi città. Una percezione aleatoria che potrebbe ribaltarsi completamente, una volta che gli effetti del crollo del commercio mondiale si riverseranno, verso settembre/ottobre, pienamente sull'economia reale, provocando un ondata di licenziamenti. Per scongiurare il peggio, Pritchard invoca l'intervento della Federal Reserve, che tramite l'acquisto di buoni del tesoro a lunga scadenza obblighi i tassi di interesse dei mutui a calare.

I rendimenti dei buoni del tesoro a lungo termine ed i tassi di interesse applicati ai mutui sono legati tra loro. Se calano i primi, generalmente calano anche i secondi. La FED ha la facoltà di acquistare buoni del tesoro, stampando denaro per l'occasione - in sostanza una forma di monetizzazione del debito. Maggiore risulta essere la domanda di buoni con un determinato termine, maggiore sarà il loro prezzo e meno elevato invece, il rendimento che dovranno promettere per attrarre investitori (e viceversa). Tramite questi acquisti quindi, la FED sarebbe in grado di influenzare i rendimenti verso il basso e di conseguenza ridurre anche l'importo dei mutui.

Questa forma di "quantitative easing" anche detta "opzione nucleare" equivale allo stampare denaro a ruota libera. Una tattica molto pericolosa, che Bernanke ha più volte minacciato di usare (ne ho scritto in passato qui e qui) senza però ricorrervi veramente. Ad ogni annuncio fatto, seguiva un calo dei rendimenti. Gli investitori credendo alle parole pronunciate da Bernanke, compravano buoni del tesoro nella convinzione che in breve tempo il loro valore sarebbe aumentato grazie alla domanda da parte della FED. Domanda che non è mai arrivata.

Bernanke, in sostanza, ha cercato di produrre un calo dei rendimenti solo grazie alle parole e alla esplicita minaccia di utilizzare il potere della FED per eseguire certi acquisti. Alle parole però, non hanno mai fatto seguito i fatti e purtroppo per Ben, esiste un limite a quante volte qualcuno sia in grado di gridare "al lupo, al lupo" conservando una qualche credibilità. Ormai il mercato sembra aver mangiato la foglia. I rendimenti sui buoni a scadenza decennale sono saliti costantemente nelle ultime 8 settimane, salendo dal 2% al 3,04%. Nessuno crede più che il capo della FED darà seguito alle sue parole.

Inoltre, a giudicare dagli ultimi annunci, Bernanke stesso sembra aver abbandonato ogni ipotesi di quantitative easing che implichi l'acquisto di buoni a lungo termine, preferendo acquistare titoli delle due agenzie Fannie Mae e Freddie Mac. Una forma di "quantitative easing" considerata meno dirompente dal mercato.

Per spiegare questo cambio di direzione Pritchard chiama in causa gli stati esteri.

Il giornalista del Telegraph sembra nutrire la convinzione che qualcuno, a cui gli USA sono costretti a rendere conto - come la Cina - abbia dissuaso "gentilmente" gli Stati Uniti dallo stampare denaro con cui acquistare il proprio debito. Pritchard esorta l'America a non chinare la testa di fronte alle minacce di altre nazioni, ricordando come essa detenga ancora un potere egemonico. Potere che dovrebbe usare senza timore, andando per la propria strada - monetizzando cioè il debito - ed intimando in caso di obiezioni, ritorsioni sia di tipo economico sia di tipo militare/strategico.

Al di la di discorsi di tipo militare e ritorsioni varie, la cosa che preoccupa dell'articolo di Pritchard, conoscendo un po' il personaggio, è come neppure lui sembri essere convinto che l'idea di acquistare buoni a lunga scadenza possa servire veramente. Sembra proporla come misura disperata ed estrema unicamente perché non vedrebbe altra via d'uscita.

Della serie: persa per persa, proviamole tutte.

Sono contrario alle forme di monetizzazione del debito, per il semplice motivo che non hanno mai funzionato in passato. Nel caso migliore esse finiscono col rivelarsi inefficaci, nel caso peggiore portano alla distruzione della moneta via iper inflazione o ad antipatiche conseguenze come dislocazioni sul mercato dei buoni del tesoro. Queste sono le ragioni per cui ritengo che Bernanke - salvo minacce che ignoriamo - non si sia ancora sognato di percorre quel tipo di strada.

Nel caso la FED cominciasse veramente a monetizzare, tenete a mente che si tratterebbe dell'ultima spiaggia. Una manovra dettata dalla disperazione con tutta probabilità approvata dai grandi acquirenti esteri di buoni del tesoro (dato che in caso contrario rischieremmo di sentire il botto prodotto dal mercato dei bot USA fin qua).

Il titolo di questo post però, non riguarda il tono spaventato dell'articolo di Pritchard.

Con 740 non intendo riferirmi a qualche modulo fiscale italiano, bensì al livello di supporto dello S&P 500, l'indice principale - perché raggruppa più titoli rispetto al Dow - di Wall Street. Supporto che venerdì pomeriggio è stato infranto. Ero intenzionato a scrivere qualcosa a riguardo nel week-end, ma Alessandro mi ha preceduto. Vi invito quindi a leggere il suo post, sulle considerazioni generali che si possono trarre dal livello che i principali indici di Wall Street hanno toccato in chiusura di settimana.

L'unica cosa che mi sento di aggiungere, riguarda l'importanza del valore di supporto a 740.

Con supporto si intende un punto in cui l'andamento di un indice al ribasso inverte la rotta e prende a salire. Quando invece è l'andamento al rialzo di un indice a fermarsi ed invertire direzione si parla di resistenza. Più un supporto od una resistenza vengono testati senza essere infranti - cioè senza che l'indice continui scendere o salire senza invertire direzione - e più divengono un punto di riferimento fondamentale. Il grafico sotto preso dalla wikipedia inglese illustra in maniera più chiara il concetto:


Quelle che vengono chiamate trend lines e che probabilmente avrete visto spesso, sono linee che uniscono due o più supporti o due o più resistenze.


In linea teorica, ci si potrebbe aspettare che quando un indice si avvicina al livello della trend line di supporto sia vicino ad invertire direzione e cominciare a salire mentre viceversa che in prossimità della trend line di resistenza esso tenderà a scendere. Le due linee in questo senso, formerebbero un intervallo all'interno del quale il valore dell'indice si muoverebbe. Un investitore potrebbe quindi regolare i tempi d'acquisto e di vendita sulla base di queste considerazioni (comprare vicino al supporto e vendere dalle parti delle resistenza). Nella pratica invece, può succedere di tutto all'andamento di un indice. I fattori da tenere in considerazione sono molteplici e vanno al di la di banali discorsi su supporti e resistenze. In un periodo turbolento come questo poi, ogni supporto lascia il tempo che trova. Essi assumono un valore di carattere prettamente psicologico.

Il valore di 740 sullo S&P 500 nello specifico, rappresentava quella barriera che aveva retto al tracollo dei listini durante lo scorso Ottobre/Novembre, ed era arrivato col tempo a simboleggiare un limite che molti speravano si dimostrasse invalicabile. Rueters riportava venerdì:

Sebbene i segnali siano contraddittori, l'indice dello S&P 500 a 740 è estremamente importante, ha detto Larry McMillan, presidente del McMillan Analisys Corp, in una nota ai clienti. "Molti persone lo tengono d'occhio. Se verrà infranto, sembra che si auto avvererà la previsione di una serie di vendite torrenziali che travolgeranno il mercato" ha detto.

In soldoni, sotto 740 - e venerdì lo S&P 500 ha chiuso a 735 - il mercato naviga in acque sconosciute prive di riferimenti solidi. Non significa necessariamente che assisteremo ad un ecatombe in borsa nel corso di questa settimana, ma di certo la possibilità esiste. Secondo Philippe Gijsels analista strategica alla Fortis, ciò che ha impedito fino ad ora, la completa capitolazione dei mercati è stata l'assenza di un evento shockante:

"Dovremmo vedere un indice crollare del 7% o l'8% all'interno di una giornata di contrattazione, con grandi volumi coinvolti e poi proseguire ad un livello piatto durante il resto della giornata, man mano che altri acquirenti arrivano" ha detto Philippe Gijsels, analista strategica alla Fortis di Brussels.

"Quello che invece stiamo vivendo è la tortura cinese della goccia d'acqua, senza che vi sia un vero repulisti. I governi e le banche centrali tendono ad osservare i mercati e dare solo brevi lampi di speranza, non abbastanza per riportare i mercati in alto, ma sufficienti ad impedire che essi crollino"

Quindi, perché i mercati capitolino, dovrebbero essere colpiti da un grande e negativo evento, e sarebbe poi necessario un miglioramento generale della situazione perché si verifichi un successivo recupero.

"Avremmo bisogno di assistere ad un evento che mandi in shock tutti quanti -- il fallimento di una grande banca USA, o di un paese dell'Europa" ha detto Mark Bon, fund manager al Canada Life.

Vedremo se questa settimana, il semplice cedimento del supporto a 740 sullo S&P sarà sufficiente a far capitolare i mercati o se dovremo aspettare un evento traumatico in futuro. Qualunque sia il caso, non riesco a immaginare nel breve periodo un significativo recupero dei listini.

mercoledì 25 febbraio 2009

L'alba delle banche viventi (?)

Ieri in un discorso tenuto davanti al comitato bancario del senato USA, a cui doveva riferire i suoi progetti per il settore bancario, il vecchio Ben ha detto:

Il tesoro comprerà azioni privilegiate delle 19 maggiori banche USA se gli stress test determineranno che esse hanno bisogno di maggiori capitali per affrontare una recessione che si è rivelata peggiore delle previsioni, ha detto Bernanke ai politici di Washington oggi. Le azioni privilegiate saranno convertite in azioni normali solo se delle perdite straordinarie si materializzeranno, ha detto.

"Non vedo nessuna ragione di distruggere il valore di un istituto o di produrre le grandi incertezze legali che farebbero seguito alla nazionalizzazione formale di una banca quando questo non è necessario" ha detto Bernanke ad una seduta del Comitato Bancario del senato.

Le azioni privilegiate sono una specie di ibrido tra obbligazioni e azioni comuni. Generalmente non garantisco poteri di voto, ma prevedono il pagamento di un dividendo prefissato, concordato tra l'azienda e chi ne compra le azioni in questione (simile al rendimento delle obbligazioni per intenderci) ed in caso di liquidazione della società chi possiede questo tipo di azioni ha la precedenza nei pagamenti rispetto agli azionisti comuni (ma viene dopo gli obbligazionisti).

Per queste ragioni molti governi utilizzano questo strumento quando devono ricapitalizzare le banche. Gli istituti formalmente rimangono sotto controllo privato, inoltre il valore delle azioni comuni non ne risulta diluito (per la gioia degli azionisti). Allo stesso tempo lo stato può raccontare in giro di non aver semplicemente regalato del denaro senza ottenere nulla in cambio (dato che gli viene pagato un dividendo) ed in caso di necessità, previo accordo tra le parti, le azioni privilegiate possono essere convertite in azioni comuni.

Potrei dire molte cose sulle dichiarazioni di Bernanke e nessuna particolarmente carina, ma in questo caso preferisco lasciar parlare il premio Nobel Paul Krugman che ha riassunto bene in un articolo intitolato mysterious plans, l'impressione che i programmi di Ben hanno lasciato a molti (me compreso):

Sto cercando di essere aperto nei confronti dei vari piani, o voci di piani per aiutare le banche; ma continuo a non essere in grado di capire o quali siano i piani o perché si pensi che essi possano funzionare. E non credo che sia colpa mia.

A quanto pare, l'ultimo prevede la conversione delle azioni privilegiate in mano al governo in azioni comuni, forse. James Kwak ha una buona spiegazione di tutta questa faccenda. E non è chiaro che cosa si riuscirà ad ottenere seguendo questa via...

... Quello che il tesoro ora sembra proporre è di convertire alcune delle azioni verdi in azioni blu (si riferisce a uno schema presente nel suo articolo ndr) - convertire le privilegiate in comuni. E' vero che le azioni privilegiate hanno alcune qualità tipiche del debito - richiedono il pagamento di dividendi, ecc.. Ma davvero qualcuno pensa che la ragione per cui le banche sono malandate è che si trovano le mani legate dagli obblighi nei confronti degli azionisti privilegiati, piuttosto che dall'avere semplicemente troppo debito?

Davvero non capisco. La sconfortante sensazione che il piano dell'amministrazione sia quello di far continuare l'orchestra a suonare e sperare che nel frattempo l'iceberg si sciolga da solo, diventa sempre più forte.

Quello di cui parla Krugman non può far a meno di evocare le richieste avanzate dall'AIG negli ultimi giorni. Lunedì l'ex gigante mondiale delle assicurazioni, per l'80% in mano al governo USA, ha annunciato una perdita trimestrale di 60 miliardi di dollari. La più grande in un solo quarto, della storia della Stati Uniti. Questo dopo che l'AIG aveva ciucciato 150 miliardi di dollari al contribuente americano sotto varie forme. Dove siano andati a finire questi 60 miliardi non è dato sapere. Alcuni chiamano in causa perdite su prodotti che dipendono dal mercato immobiliare non residenziale, Bloomberg (prima di togliere quella parte dall'articolo) parlava di 18,7 miliardi in swap la cui quota più consistente sarebbe stata pagata a Societe Generale SA, Goldman Sachs Group Inc, Deutsche Bank AG, Calyon Securities e Merrill Lynch & Co.

Dovunque siano finiti i soldi, l'AIG, inarrestabile come ogni zombie che si rispetti, è tornata affamata di denaro dal governo americano. La promessa che fece a settembre di vendere pezzi dell'azienda per ripagare lo stato dei soldi ricevuti è stata a quanto pare dimenticata. Non che siano in molti a sorprendersi di ciò. L'unica cosa sorprendente sono le attuali richieste dell'AIG. Questa vorrebbe cortesemente che lo stato acconsentisse alla conversione delle sue quote privilegiate in azioni comuni. Si parla di 40 miliardi di dollari.

Il tesoro degli Stati Uniti si trova quindi, in un'antipatica situazione. Non può aumentare la sua quota di azioni comuni, perché oltrepasserebbe quel limite dell'80% di proprietà che si è autoimposto per mantenere in piedi la farsa della non nazionalizzazione. Contemporaneamente, per qualche misteriosa ragione - probabilmente legata alla massa di cds che l'AIG ha emesso negli ultimi anni - il governo USA sembra essere intenzionato a fare di tutto perché la moribonda azienda non fallisca. Tra AIG, governo e agenzie di rating sono in corso fitte discussioni per trovare una soluzione che le permetta di rimanere in vita senza subire un ulteriore taglio del rating - evento che la costringerebbe a recuperare altri capitali a garanzia della propria solvibilità.

A quanto pare, la vicenda dell'AIG ha fornito a Bernanke l'infelice idea che acquistare azioni privilegiate - in quantità indefinita - sia lo strumento migliore per ricapitalizzare il settore bancario. Devo concludere che Ben sia un grande fan di Romero visto che sta cercando in tutti i modi di creare un esercito di zombie. Cosa si aspetti di ottenere continuando a fornire denaro alle banche, senza fare chiarezza una volta per tutte sulla loro condizione e senza che ne vengano efficacemente ripuliti i bilanci, mi sfugge. E' come se stesse gridando a pieni polmoni: "lost decade, arriviamo!".

Non dobbiamo preoccuparci però. Il capo della FED ieri ha anche lanciato alcune rassicurazioni al mercato:

Però, ha detto (Bernanke ndr), presumendo che gli interventi economici prendano piede "c'è la ragionevole prospettiva che l'attuale recessione finirà nel 2009 e che il 2010 sarà l'anno della ripresa."

Questo detto dallo stesso individuo che più di un anno fa andava in giro a raccontare:

"In questo momento . . .l'impatto sull'economia in generale e sui mercati finanziari dei problemi nel mercato dei subprime sembra, probabilmente, essere contenuto"

Ora si che mi sento più tranquillo.

A onor del vero, Bernanke ha anche aggiunto che la ripresa del 2010 sarà limitata e che prima di 2-3 anni l'economia non ripartirà in maniera sostenuta.

Wall Street a quanto pare sembra ancora credere al capo della FED. In seguito al suo discorso, ieri gli indici sono saliti in maniera netta, guadagnando tra il 3% ed il 4%. Agli azionisti fa di certo piacere sapere che le banche non verranno nazionalizzate e che il governo continuerà ad elargire aiuti senza che questo implichi per loro la perdita delle proprie prerogative. Chi invece aveva delle scommesse al ribasso, aperte nei confronti dei maggiori istituti bancari, si è trovato costretto ad acquistare azioni per chiudere la propria posizione (un classico short squeeze), nel timore che le dichiarazioni di Ben producessero un aumento dei valori azionari.

In un sol colpo il vecchio Ben è riuscito a far ignorare al mercato i dati sul valore degli immobili, sceso a dicembre del -18,7% rispetto allo scorso anno, un minimo storico ed il dato sulla fiducia dei consumatori, anch'esso sceso ai minimi storici, assestandosi a 25 punti mentre gli analisti si attendevano un livello di 35. Sotto potete vedere in forma grafica l'andamento di entrambi gli indici:






Ha quasi del paradossale che la proposta di Bernanke, di zombificare a tempo indefinito l'intero settore bancario, sembri essere accolta da tanta euforia. Spero si tratti di un semplice rimbalzo tecnico. Se qualcuno ritiene davvero che percorrere la via giapponese sia una buona idea, non so che dire. Verrebbe quasi voglia di bere per dimenticare. In Italia almeno, dove ancora sembra essere di moda. Negli USA invece, il consumo di alcool ha subito un crollo senza precedenti - come si può notare osservando la linea rossa nel grafico riportato sotto:



Forse gli americani han deciso di ricorrere direttamente a qualcosa di più forte. O forse preferiscono tenersi lucidi, caso mai venissero assaliti da un banchiere zombificato alla vorace ricerca di denaro. In casi simili bisogna avere i riflessi pronti: usare come esca il proprio portafoglio, lanciarlo lontano e mentre il banchiere ci si avventa sopra, scappare in tutta fretta cercando di portarsi dietro più risparmi possibile.

Oggi dovrebbe parlare Geithner e vedremo che altri grandi sorprese ci riserverà. Anche Bernake dovrebbe tornare alla sbarra, ma da quel che ha detto ieri, il capo della FED sembra essere intenzionato a regalarci un film dell'orrore. Qualcosa che non potrà essere definito recessione o depressione. Qualcosa che i giapponesi conoscono bene e che in passato ho definito come: "una lunga e agonizzante Decessione".

Spero abbiate tutti molta pazienza. Questo film pare destinato a durare ancora a lungo.

lunedì 23 febbraio 2009

Caos calmo

L'attenzione del mondo economico USA la scorsa settimana è stata monopolizzata da due avvenimenti di natura differente.

Il primo è stato lo sfogo in diretta televisiva di Rick Santelli sulla CNBC, che molti hanno già ribattezzato come: "lo sfogo dell'anno". Santelli dalla borsa di Chicago, si è lanciato in una serie di vivaci analisi sul piano preannunciato dall'amministrazione Obama, volto ad aiutare i mutuatari in difficoltà, mettendo in risalto come esso si riduca in definitiva, ad un prelievo forzoso di denaro dalle tasche di persone responsabili, che non si sono lanciate in arditi investimenti duranti gli anni della bolla immobiliare, per consegnarli nelle mani di individui che non si sono dimostrati altrettanto prudenti e giudiziosi.

Alla fine del suo sfogo Santelli, ha annunciato l'intenzione di organizzare un "tea party" a Chicago durante l'estate. Un incitamento esplicito alla ribellione contro il governo.

Quando un americano parla di "tea party", non si riferisce a una qualche sagra paesana con degustazione di té inclusa, ma al Boston Tea Party del 1773, durante il quale, come atto estremo di ribellione nei confronti della corona Inglese, la popolazione esasperata dette l'assalto alle navi della compagnie delle Indie, scaricando in mare il carico di té che trasportavano.

L'esplosione in diretta di Santelli ha fatto il giro di blog e social network, entrando con prepotenza anche nel circuito mediatico tradizionale. Tanto è stato l'eco che essa ha prodotto, da costringere addirittura il portavoce della casa bianca Robert Gibbs a controbattere a riguardo. Gibbs lo ha fatto, screditando Santelli: consigliandogli di bersi un buon decaffeinato e affermando come risultasse evidente, dalle frasi da esso pronunciate la sua ignoranza riguardo alla legge in questione.

In realtà Santelli ha perfettamente ragione. Anche se qualcuno può ritenere una misura indispensabile aiutare con denaro pubblico quelli che hanno sottoscritto mutui che non riescono più a pagare, la natura dell'operazione non cambia. Si tratta di una gigantesca redistribuzione di denaro prelevato a gente giudiziosa - che andrebbe invece ricompensata per la sua accortezza - e regalato a quelle cicale che hanno preferito rischiare, spesso mentendo sulla propria condizione finanziaria, per comperare case al di là della loro portata.

L'altro evento di una certa rilevanza è stata la vicenda che ha coinvolto Allen Stanford, un miliardario Texano appassionato di cricket accusato dalla SEC di aver organizzato un gigantesco schema di Ponzi da 8 miliardi di dollari. Stanford la scorsa settimana è letteralmente scomparso, costringendo gli ufficiali giudiziari a girare su e giù per il territorio Statunitense per riuscire a notificargli le accuse. Alla fine è stato beccato in Virginia, ma tutto si è risolto senza alcun arresto, fatto che ha lasciato perplessa diversa gente. Ad infittire il mistero, si è aggiunta una voce che attribuirebbe a Stanford contatti diretti con i signori della droga messicani e la scoperta che le autorità finanziarie tenessero sott'occhio da diverso tempo il miliardario Texano, ma che al momento di intervenire siano state bloccate da un altra agenzia governativa USA.

Dennis Kuchinich, parlamentare USA e candidato alle scorse primarie per i democratici, ha deciso di andare a fondo sulla vicenda, chiedendo esplicitamente alla SEC di rivelare il nome dell'agenzia che si sarebbe frapposta tra lei e Stanford. Tutta la vicenda sembra assumere sfumature cinematografiche: un miliardario, un gigantesco schema di Ponzi, signori della droga messicani, agenzie governative (CIA? FBI?) che agiscono con degli evidenti secondi fini. Non sarei sorpreso di leggere una mattina sui quotidiani che Stanford è stato trovato a penzolare da una corda, sotto il ponte dei frati neri.

Questi due avvenimenti, mediaticamente molto gustosi, hanno fatto passare in secondo piano il conflitto in atto tra Stati Uniti e Svizzera, che vede come oggetto del contendere l'UBS. Quest'ultima mercoledì scorso, aveva scelto di assecondare le richieste dell'IRS (l'agenzia delle entrate USA), richieste che prevedono il pagamento, da parte dell'UBS, di 780 milioni di dollari di multa e la consegna alle autorità competenti dei nomi di 250 clienti di nazionalità americana, accusati di aver utilizzato la banca elvetica per evadere le tasse. A mettere i bastoni tra le ruote a quest'accordo sono intervenute le autorità Svizzere, preoccupate per le ripercussioni che la violazione del segreto bancario potrebbe avere sulla principale industria del paese. L'UBS si trova ora in una terribile situazione. Può decidere di infrangere la legge USA rifiutandosi di consegnare i nomi richiesti all'IRS e rischiando così, il ritiro della licenza per operare sul territorio americano o può decidere di violare le leggi Svizzere accentandone le inevitabili ripercussioni.

I rappresentanti del colosso bancario sono arrivati a minacciare/supplicare le autorità americane dicendo: se insistete su questa linea saremo costretti a chiudere i battenti.

Nel frattempo il partito di maggioranza Svizzero, l'SVP ha già minacciato una serie di ritorsioni nei confronti degli USA, in caso rifiutino di bloccare la loro crociata anti evasori. Alcune delle proposte prevedono: il ritiro delle riserve auree depositate in america, il blocco di ogni fondo proveniente dagli USA, il rifiuto di rappresentare gli Stati Uniti in quelle nazioni in cui essi non hanno una sede diplomatica al contrario della Svizzera (come accade a volte).

Personalmente spero che la spunti l'IRS ed i nomi vengano resi pubblici. Del resto, la pretesa Svizzera di proteggere gli evas... pardon, i propri clienti, non si inquadra particolarmente bene neppure con le dichiarazioni uscite a Berlino, dalla riunione preparatoria del G20 ed in particolar modo con quelle del ministro delle finanze inglese Allister Darling:

Il ministro delle Finanze britannico Alistair Darling, ha attaccato il segreto bancario degli istituti svizzeri, sottolineando che non si può più tollerare l'evasione fiscale, in un intervento pubblicato oggi dall'edizione domenicale di The Observer.

Darling ha sottolineato che le autorità elvetiche dovrebbero riformare le leggi fiscali e bancarie del paese per allinearsi a quelle in vigore in Europa. "Penso sia importante che ci sia la trasparenza. Nessuno sa cosa accade. Non va bene, infatti la metà dei problemi derivano dal fatto che non si sa cosa succede", ha dichiarato il ministro, citato dal quotidiano.

"E' una delle cose che la Svizzera deve regolamentare. Se intende fare parte della comunità internazionale, dovrà essere aperta", ha proseguito. "Il segreto che premette alle persone di proteggere la loro fortuna senza pagare tasse come dovrebbero, non si può più tollerare", ha insistito Darling.


I Leader del G20 se la sono anche presa con gli Hedge Funds ed i paradisi fiscali affermando di avere allo studio delle proposte per la loro regolamentazione.

Sarebbe anche ora.

Sono curioso di vedere come la prenderanno gli inglesi, che han fatto della city di Londra il veicolo preferenziale di certe entità (come gli Hedge Funds), anche grazie ad una serie di paradisi fiscali che ricadono sotto il controllo della corona (Cayman ed Isole Vergini ad esempio).

Un argomento che a Berlino non è stato affrontato neppure superficialmente - se si esclude un generico appello a raddoppiare i fondi a disposizione dell'FMI - rimane la situazione dell'est Europa. Il governo della Lettonia è appena crollato come diretta conseguenza della precaria situazione finanziaria del paese. La moneta polacca ha dato qualche segno di ripresa dopo che la banca centrale del paese ha comunicato di essere intenzionata ad intervenire sul tasso di interesse (mercoledì probabilmente). La Goldman Sachs ha dichiarato di aver chiuso le posizioni ribassiste sulla moneta polacca e ceca, in un annuncio che tradotto suona come: "Ci aspettiamo che la situazione dell'est Europa continuerà a peggiorare, ma gli interventi attuali e futuri, scombineranno le carte in gioco. Dato che scommettere al ribasso non è più come sparare ad un cadavere, ce ne chiamiamo fuori".

Grande volatilità quindi, ma pochi vedono all'orizzonte una vera stabilizzazione del blocco est.

In tutto questo casino, la BCE sembra letteralmente non sapere che pesci prendere. Trinchet ha fatto capire in diverse maniere di non essere intenzionato ad agire ulteriormente sui tassi. Serie misure di "quantitative easing" allo stesso tempo, non sono facili da adottare in ambito Europeo. Come ha detto Yves Mersch, membro del consiglio della BCE alla fine di Gennaio, la banca centrale Europea potrebbe anche pensare di comperare bond dei singoli stati: "ma di quali esattamente?". Un altro membro del consiglio, George Provopoulos, il 16 Febbraio ha rivelato come nessuno all'interno della BCE avesse, a quella data, discusso della possibilità di acquistare i bond sul mercato secondario (quindi non direttamente dagli stati), cosa che secondo molti sarebbe nelle piene facoltà della banca centrale Europea.

Juergen Micheles, capo economista alla Citigroup di Londra ha riassunto bene la situazione alla BCE dicendo: "Il problema è che essi stessi non sanno esattamente cosa dovranno fare in futuro".

A quanto pare, oltre alle autorità politiche anche quelle economiche della UE non sanno bene come comportarsi. Al momento, del resto, gran parte dell'attenzione dei singoli stati rischia di venir pienamente assorbita dai problemi interni. La Germania ha da poco approvato una legge che consente la nazionalizzazione delle banche, il tutto in vista di una probabile nazionalizzazione della Hypo. In Inghilterra Gordon Brown starebbe per tentare il tutto per tutto secondo il Telegraph. Martedì il primo ministro Inglese dovrebbe annunciare l'istituzione di una "bad bank" da 500 miliardi di sterline che si faccia carico della spazzatura in pancia alle banche. Il futuro di Brown e del suo partito sono già compromessi. L'eventuale fallimento di questa ennesima scommessa rischierebbe di essere il colpo di grazia, consacrando la fine di entrambi e lasciando un unica via percorribile all'Inghilterra: la completa nazionalizzazione degli istituti bancari.

Nazionalizzazione che si rivelerebbe estremamente costosa. Alcuni analisti governativi hanno da poco riclassificato la RBS e la Lloyd come corporation pubbliche, facendo di fatto aumentare il debito pubblico del paese di 1,5 trilioni di sterline, portandolo di colpo, al non trascurabile livello del 150% rispetto al PIL. Verrebbe quasi voglia di aspettare i politici inglesi fuori dal parlamento e gridargli battendo la stecca: "chi è il PIGS adesso?". Facili rivalse a parte, risulta chiara la ragione dietro la quasi unanime repulsione che i politici, specialmente quelli anglosassoni, nutrono nei confronti del termine nazionalizzazione mentre ogni economista degno di nota la invoca a gran voce (Krugman, Roubini, Stiglitz, Wolf, Rogoff ecc).

Chi mai, vorrebbe trovarsi costretto a spiegare un improvviso raddoppio del debito pubblico alla popolazione.

Un altro signore che parla esplicitamente di nazionalizzazione è Paul Volcker. Consigliere economico di Obama, Volcker a cui ha fatto eco Soros, ha ventilato la scorsa settimana la possibilità che la crisi attuale si riveli peggiore della Grande Depressione. Una delle misure che Volcker vorrebbe imporre, prevede la separazione delle banche a seconda delle funzioni. In altri termini secondo Volcker, le banche dovrebbero fare le banche: prestare denaro alle aziende, erogare muti, ecc, invece di lanciarsi in speculazioni con misteriosi strumenti finanziari. Se ne avessero nonostante tutto l'intenzione dovrebbero obbligatoriamente spezzarsi in due istituti distinti: uno che faccia la banca commerciale ed un altro in grado di speculare liberamente senza poter contare su un eventuale supporto governativo in caso di problemi. In sostanza Volker invocherebbe la re-istituzione del Glass Steagall act, una legge degli anni 30 che prevedeva misure simili e che fu abolita verso la fine degli anni 90 da un tale Larry Summers (capo del National Economic Council e padrino di Geithner l'attuale ministro del tesoro).

Purtroppo le idee di Volcker risultano essere in minoranza all'interno dell'amministrazione Obama. Geithner e Summers la fanno da padroni e per non smentire il loro passato di banchieri e lobbisti, stanno facendo di tutto per salvare i loro vecchi amichetti e marginalizzare Volcker. Chris Dodd, senatore USA e capo del comitato del senato su banche, edilizia e questioni urbane ha dichiarato qualche giorno fa che la nazionalizzazione di alcune banche potrebbe essere inevitabile per un breve periodo. Il governo USA è dovuto subito correre ai ripari smentendo indirettamente Dodd e affermando che: "mantenere le banche private sia la corretta via da seguire".

A questo proposito vi consiglio di leggere un interessante post di Yves Smith, la quale alla fine di un lungo ragionamento arriva a concludere: la nazionalizzazione delle banche è il minore dei mali. Operazioni come quella della "bad bank" di Gordon Brown sono molto costose, non fanno chiarezza sui bilanci degli istituti e garantisco poco controllo sull'utilizzo che il sistema bancario farà del denaro ricevuto. Anche se in seguito ad una nazionalizzazione, gli stati vedrebbero temporaneamente schizzare alle stelle il proprio debito, tramite essa, si potrebbero ripulire i bilanci velocemente, gettare luce sulla condizione delle varie banche ed avere la garanzia che il denaro pubblico non finisca completamente risucchiato dai quei giganteschi buchi neri che alcune di esse sono diventate .

Rapidità di azione e chiarezza è quello di cui il mercato avrebbe bisogno.

Invece continuiamo a mantenere in vita degli zombie senza intervenire con decisione sul problema. Un ottimo esempio è la Citi. A quanto pare il moribondo colosso, sta discutendo con i politici, riguardo la possibilità che il governo, in un disperato tentativo di ricapitalizzare l'istituto, arrivi a farsi carico del 40% delle sue quote azionarie. Il tutto dovrebbe avvenire attraverso la conversione delle azioni privilegiate in azioni normali, in concomitanza con un aumento di capitale da parte di Citi, attraverso un offerta pubblica di azioni, fermo restando una quota pari al 40% in mano del governo. Si tratterebbe quindi di una semi nazionalizzazione, un ennesima farsa che spero verrà rigettata da Obama.

Che le nazionalizzassero una volta per tutte e la facessero finita.

Mentre i politici tentennano incerti sul da farsi, l'economia non sta certo ferma ad aspettarli.

Mario Draghi ha lanciato un suo personale avvertimento:

Le ripercussioni sull'occupazione non si sono ancora pienamente manifestate; gli indicatori disponibili per i mesi più recenti prefigureranno un netto deterioramento". "La caduta della domanda può colpire con particolare intensità le fasce deboli e meno protette, i lavoratori precari, i giovani, le famiglie a basso reddito".

Sull'allarme del numero uno di Bankitalia arriva a distanza la replica di Tremonti. Che in una conferenza all'Aspen dice che "il governo ha da tempo gestito nei termini che poteva e doveva problema: pochi giorni fa abbiamo siglato con le Regioni un importante accordo sugli ammortizzatori sociali, siamo convinti di aver visto per tempo i fenomeni e di averli gestiti nel modo migliore".

Anche Draghi se ne è accorto finalmente. Come dicevo nelle previsioni di inizio anno, a settembre ed ottobre cominceremo a renderci conto veramente di quanto sia pesante la crisi. Tremonti dal canto suo ostenta sicurezza, forte anche dell'approvazione da parte della commissione Europea dei suoi "Tremonti bond". Si tratta di 10 miliardi di euro che lo stato è disposto a concedere alle banche italiane, ricevendone in cambio dei bond il cui rendimento varierebbe a secondo della durata di questi ultimi. Gli indiziati principali allo sfruttamento di questa opzione sono ovviamente Unicredit ed Intesa. Specialmente la prima, vista l'alta esposizione che vanta nei confronti dei paesi dell'est Europa. Interrogato a riguardo, Alessandro Profumo il capo dell'Unicredit, ha detto:

I 'Tremonti bond' "sono un'opportunità". Ad affermarlo, all'indomani del via libera della Commissione Europea, è l'amministratore delegato di Unicredit Alessandro Profumo. "Per il governo è un bell'investimento. Per noi - ha commentato Profumo, a margine del Forex - sono un'assicurazione. Non vanno però visti come un'attività 'salvabanche' ma servono a dare capitali per far crescere gli impieghi".

Alla domanda se Unicredit intenda utilizzare questi strumenti, Profumo ha replicato: "Dobbiamo guardare alla composizione del nostro gruppo. Abbiamo una parte significativa dei rischi di gruppo su Bank Austria. Dobbiamo valutare l'intervento dell'Austria e poi dove c'è un rischio percepito...".

Tanti giri di parole, ma salvo miracoli, l'Unicredit finirà col ricorrere a questi bond.

Tornando infine agli Stati Uniti, Hilary Clinton, nuovo ministro degli esteri ha effettuato la scorsa settimana la sua prima visita di stato, scegliendo come meta la Cina. Dopo una lunga chiacchierata con i politici del paese, interrogata da un giornalista riguardo all'acquisto da parte del paese asiatico dei buoni del tesoro americani, la Clinton è arrivata quasi a supplicare i Cinesi di continuare a farne incetta. I politici del paese avevano già detto pubblicamente di non aver intenzione di modificare la propria politica a riguardo, ma è proprio essa ad essere diventata un problema per gli USA. La Cina negli ultimi tempi sembra avere un solo obiettivo per quel che riguarda i suoi investimenti in pezzi di carta: la sicurezza. Il paese asiatico ha progressivamente snobbato tutti i prodotti percepiti come rischiosi, per concentrarsi sul debito a breve scadenza degli Stati Uniti. A farne le spese è stato il debito USA a lungo termine e le securities delle due GSEs: Fannie Mae e Freddie Mac. Queste ultime in particolare soffrirebbero per una fuga di massa degli investitori.

Come ha detto Hideo Shimomura, capo degli investimenti a Tokyo per la Mitsubishi UFJ Asset Management Co, il rischio che si correrebbe investendo nelle GSEs, sarebbe troppo grande senza un esplicita garanzia del governo americano. In sostanza il mercato, a partire dalla Cina, sta premendo per una nazionalizzazione chiara delle GSEs. Non si fiderebbe più delle mezze misure. Vedremo come reagiranno gli USA. Nel caso si verificasse formalmente (informalmente lo sono già) la nazionalizzazione di Fannie e Freddie, si tratterebbe del più grande evento di questo genere mai verificatosi dal dopoguerra in avanti (per quel che ne so almeno).

Per il momento quindi, la Cina resterebbe intenzionata a sostenere il debito pubblico USA e del resto come ebbe a dire un economista cinese ad un conferenza negli Stati Uniti: vi odiamo, ma non abbiamo altra scelta. Il cambio nella composizione degli acquisti però, evidenzia una netta mancanza di fiducia da parte cinese sul futuro dell'economia americana.

Oltre ad evitare prodotti rischiosi, la Cina sta anche cercando di garantirsi una fornitura costante di materie prime per il prossimo futuro. La Chinalco, il colosso dell'alluminio Cinese, ha acquistato l'australiana Rio Tinto, terza compagnia mineraria mondiale e sembra che la China Investment Corporation e la China Shenhua Energy vogliano fare la stesso con un altra azienda mineraria del paese, la Fortescue Metals. Questa aggressività nelle acquisizioni ha suscitato diverse proteste tra la popolazione australiana, ma di fronte al crollo della domanda mondiale di materie prime, le aziende in questione, sembrano avere poche opzioni a disposizione oltre quella di vendersi al maggiore offerente.

Il colpo grosso però, il paese orientale lo ha fatto sottoscrivendo con la Russia un accordo da 25 miliardi di dollari in cambio di una costante fornitura di petrolio. Un matrimonio quasi inevitabile per ragioni economiche e di vicinanza geografica. Come ha scritto il financial times: "La Cina ha quello che la Russia vuole: masse di dollari. La Russia ha quello che la Cina vuole: l'energia". Un accordo simile per 10 miliardi di dollari è stato sottoscritto anche con la brasiliana Petrobras.

In definitiva, i cinesi stanno facendo shopping a basso costo in giro per il pianeta, mentre gli Usa sono impegnati a regalare denaro a quegli zombie dei propri istituti, supplicando contemporaneamente - tramite un politico che porta lo stesso cognome di un tizio che con la Cina faceva la voce grossa - il paese orientale perché continui ad acquistare buoni del tesoro statunitensi.

"Karma is a bitch!" direbbero in inglese.

Non che la Cina stia bene, per carità. Tutt'altro, ma i cinesi almeno hanno a disposizione del denaro vero e lo stanno usando con un minimo di giudizio.

Intanto negli ultimi giorni, alcuni analisti sembrano aver tratto conforto dal fatto che l'est Europa non sia ancora collassato e dal dato positivo sull'inflazione americana - +0,4% nell'ultimo mese - che di positivo non ha nulla in realtà (i dati sulle materie prime e sui semilavorati indicano deflazione. In sostanza le aziende stanno aumentando il prezzo finale dei prodotti nel tentativo di incrementare i propri margini, l'esatto contrario di quel che succedeva la scorsa estate mentre l'inflazione galoppava), come se ritenessero che l'assenza di un significativo collasso sia la dimostrazione della resistenza del sistema economico e dell'efficacia di certi interventi governativi.

A me sembra invece, che le cose si stiano muovendo e molto più rapidamente di quanto non appaia a prima vista. Gli eventi delle ultime settimane assomigliano a tante "piccole" scosse telluriche e dubito siano di assestamento. L'impressione è di un grande caos. Calmo in superficie, perché privo di un evento traumatico in grado di catalizzarlo, ma che sotto sotto cova qualcosa di poco simpatico. In mezzo ad esso si muovono politici ed economisti che sembrano non comprendere, quanto questa apparente calma possa essere ingannevole e fuorviante.

Si danno appuntamento per decidere il da farsi con comodo, ad Aprile durante il G20, con il rischio che finisca come l'ultimo G20 che venne ribattezzato: "la riunione che stabilì un'altra riunione". Quando agiscono invece, adottano delle misure che non posso che definire insufficienti, come la "bad bank" di Gordon Brown.

Mi auguro seriamente che questo caos sia molto più calmo di quel che penso e che tutto il tempo che sembrano perdere i suddetti politici porti loro consiglio.

In caso contrario...beh, meglio non pensarci.