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mercoledì 24 giugno 2009

Sul rapporto Debito/PIL (seconda parte)

Innanzi tutto mi scuso per essere scomparso di nuovo per un lungo periodo, ma sono stato assorbito da numerosi impegni. In secondo luogo, come sempre in questi casi lancio un avviso: questo post è insensatamente lungo (anche per i miei standard), leggermente ripetitivo, ma spero sufficientemente chiaro. Se non siete degli eroi vi consiglio di leggerlo un pò alla volta.


Il PIL di un stato può essere definito in diversi modi equivalenti tra loro. Sulla relativa pagina della Wikipedia esso viene descritto come:

  • la produzione totale di beni e servizi dell'economia, diminuita dei consumi intermedi ed aumentata delle imposte nette sui prodotti (aggiunte in quanto componenti del prezzo finale pagato dagli acquirenti);
  • la somma dei redditi dei lavoratori e dei profitti delle imprese; nell'attività produttiva si sopportano, infatti, costi per l'acquisto di beni e servizi da consumare o trasformare (i consumi intermedi) e costi per la remunerazione dei fattori produttivi lavoro e capitale; la produzione al netto dei consumi intermedi coincide quindi con la somma delle retribuzioni dei fattori.

Più schematicamente, il valore del PIL viene ricavato sommando tra loro quattro fattori: il consumo privato, gli investimenti lordi, la spesa pubblica e la differenza tra esportazioni ed importazioni.

Nel suo articolo, Brock definisce gli elementi che influenzano la variazione del PIL in una maniera semplice ed intuitiva. Essi sono: la variazione dell'occupazione e la variazione della produttività. In altri termini, il PIL dipende strettamente da quanta gente lavora complessivamente all'interno di uno stato e da quanto, ogni individuo è in grado di produrre.

Questo legame, tra PIL, occupazione e produttività è noto da tempo.Tanto per fare un esempio, il governo australiano nell'IGR (Inter-Generational Report) - un rapporto che cerca di prevedere la traiettoria del PIL e dell'economia sul lungo periodo - tiene conto per i propri calcoli di cinque variabili chiave:

  • Il livello della popolazione con più di 15 anni (la popolazione attiva)
  • Il tasso di partecipazione (quanta gente lavora o cerca attivamente lavoro, rispetto al totale della popolazione attiva)
  • Il tasso di occupazione
  • La media delle ore lavorate
  • La produttività

Nella prima parte di questo articolo misi in evidenza come sia indispensabile aumentare il PIL dell'Italia per poter efficacemente diminuire il rapporto tra il debito pubblico ed il PIL stesso. Agire solo sul lato dell'indebitamento si rivela alla lunga una strategia castrante, destinata a fallire.

Dalle considerazioni di Brock risulta chiaro come siano due le strade che vanno percorse in questo senso: una che possa portare ad un aumento della produttività ed un'altra in grado di condurre ad un incremento dell'occupazione.

La tabella sotto, presa dal World Economic Outlook dell'FMI, riporta l'andamento della produttività, del costo del lavoro per unità prodotta e dei guadagni orari nei principali paesi ad economia avanzata.


Basta dare un occhiata all'andamento della produttività in Italia rispetto agli altri grandi paesi per capire che da tempo in questa nazione, qualcosa non sta andando per il verso giusto. Mentre l'Italia agonizza con una variazione della produttività che ondeggia poco sopra e poco sotto lo zero, la Germania - che non a caso viene usata spesso come esempio - incassa degli incrementi che vanno dal 3% al 7%.

Per quel che concerne il livello di retribuzione oraria, il dato italiano mostra, negli ultimi anni, un aumento più marcato rispetto a quello tedesco. Si tratta però, di un incremento che rimane tutto sommato aderente ai valori medi calcolati dall'FMI. Niente di drammatico insomma. La vera voragine ci si para d'innanzi quando si confronta il costo del lavoro per unità prodotta italiano con quello tedesco: se esso nel 2005 saliva in Italia del 2,2%, in Germania scendeva del 3,1%. Nel 2006 in Italia, esso cresceva del 4% in Germania invece calava del 4,2%. E così via.

In soldoni, da parecchi anni a questa parte, gli stipendi in Italia sono aumentati più velocemente di quando non sia aumentata la produttività e ciò si è riflesso sul costo del lavoro per unità prodotta, facendolo salire in maniera eccessiva. Per ovviare a questo problema, si potrebbe agire dal lato delle retribuzioni riducendole. In un caso simile sarebbe forse più corretto parlare di un aumento dell'efficienza del sistema più che di produttività, dove con efficienza si intende la differenza tra i costi in ingresso e il valore in uscita delle merci. Si tratterebbe probabilmente della soluzione più semplice, ma come ho scritto sopra, la variazione delle retribuzioni non si discosta in maniera significativa dai valori medi dell'FMI. Su di esse bisogna intervenire, ma in maniera limitata (riprenderò il discorso più avanti).

Il versante su cui operare veramente è un altro: la produttività.

Il metodo classico per conseguire un aumento della produttività è attraverso l'innovazione tecnologica. Un miglioramento della tecnologia a disposizione delle aziende consente loro di migliorare gli automatismi, quindi di ridurre la quota di lavoro umano aumentando al contempo la produzione. Inoltre, visto l'alto costo delle tecnologie d'avanguardia, l'innovazione contribuisce in maniera significativa al PIL di un paese attraverso le esportazioni. Diversi studi poi, dimostrerebbero come un ambiente di lavoro confortevole - sedie ergonomiche, climatizzazione degli ambienti ecc - possa aumentare la produttività dei lavoratori in maniera significativa.

Se l'innovazione tecnologica si rivela un elemento così fondamentale, il fatto di sentir sempre ripetere in televisione "la ricerca! dove è finita la ricerca?", non è un buon segnale. L'Italia è un paese che investe pochissimo in ricerca tecnologica. Sia lo stato che - ancora peggio - le aziende private. Siamo un paese che in seguito all'abbandono della lira e all'introduzione dell'euro, ha perso il controllo sulla propria moneta e la possibilità di ricorrere alla svalutazione competitiva. In altri termini, come nazione avremmo dovuto puntare da tempo sulla produzione di beni ad alto contenuto tecnologico, con elevato valore aggiunto e difficilmente replicabili dai paesi emergenti.

Invece ci siamo concentrati su produzioni di basso livello o di livello intermedio mettendoci in competizione con giganti come la Cina. Abbiamo una miriade di piccole e medie imprese che non hanno le dimensioni e le risorse necessarie ad investire in ricerca tecnologica e una classe imprenditoriale che troppo spesso si è rivelata miope ed incolta.

Si tratta di questioni di cui si è sentito spesso dibattere in tv anche se in maniera superficiale.

Brock nel suo articolo avanza alcuni suggerimenti, riferiti al caso USA, su come intervenire per aumentare la produttività:
  • Investimenti statali in infrastrutture in particolar modo sul versante energetico
  • Stimolare l'innovazione tecnologica e il capitalismo di ventura
  • Sostenere l'educazione e l'elitismo
  • Imporre un sistema fiscale che premi l'innovazione ed il successo
  • Incentivare gli investimenti nel settore privato
  • Ridurre la burocrazia

Ho scritto diverse volte cosa penso della spesa in infrastrutture, specialmente nel mezzo di una crisi come quella attuale. Brock giustifica il tutto tirando in ballo il moltiplicatore Keynesiano. Si tratta di un concetto introdotto nel 1931 da Richard F. Khan, secondo il quale un aumento della spesa pubblica produce come effetto un incremento dei consumi che è un multiplo della spesa iniziale. Purtroppo, come ha scritto André Lara Resende, un economista Brasiliano in un recente articolo, è noto da tempo che in una situazione come quella odierna, in cui il tasso di indebitamento della popolazione risulta estremamente elevato, il moltiplicatore Keynesiano non funzioni.

La gente invece di spendere il denaro che gli capita tra le mani lo mette da parte sotto forma di risparmio o lo usa per pagare i propri debiti annullando gli effetti moltiplicativi. Al di là delle considerazioni di Resende è lo stesso concetto di moltiplicatore Keynesiano ad essere da tempo messo in discussione. In questo articolo pubblicato su Forbes vengono presentate alcune delle posizioni classiche sulla diatriba, facendo riferimento al caso degli interventi di stimolo economico operati dal governo USA.

Nel caso italiano non è neppure necessario scomodare Keynes. Brock invoca opere pubbliche che a fronte di un investimento odierno possano portare un giovamento futuro all'economia sotto forma di servizi migliori che facciano risparmiare tempo ed energia andando a migliorare quindi l'efficienza dell'intero sistema. In Italia molte delle opere pubbliche si sono storicamente rivelate delle cattedrali nel deserto. Un inutile spesa che ha creato poco lavoro, nessun valore duraturo ed è andata ad incidere pesantemente sul bilancio statale (qui potete leggere un recente articolo sulla questione).

Non significa che in Italia non vada mai fatta nessuna opera pubblica. Semplicemente in una situazione come quella odierna, potrebbe rivelarsi controproducente spendere in infrastrutture aumentando il Deficit statale, con il rischio di non ricavarne nessun reale vantaggio futuro e minimi vantaggi attuali.

Gli altri punti indicati da Brock li trovo tutti condivisibili e possono essere riassunti con: "incentiviamo l'innovazione".

Premiare il merito, sostenere l'educazione, favorire gli investimenti privati, ridurre la burocrazia e rimodulare l'imposizione fiscale sono tutti interventi che dovrebbero contribuire a fare emergere i migliori, i più colti, indirizzandoli verso la ricerca tecnologica e liberando loro la strada da barriere burocratiche e inutili balzelli fiscali.

L'elitismo è un dato di fatto in ogni società organizzata. Si dice che valga la regola del 80/20 - quello che viene anche chiamato il principio di Pareto dal nome dell'economista italiano (Vilfredo Pareto) che per primo lo formalizzò nel 1848. Secondo Pareto, in ogni società un 20% della popolazione arriva naturalmente a costituire un elite. Questo indipendentemente dal tipo di organizzazione che la società stessa si è data (fascismo, comunismo ecc). Il punto semmai è come questa elite venga selezionata. Se emerge grazie a dei meriti personali e alla manifestazione di indubbie capacità essa costituisce un prezioso asset per la comunità, fermo restando che far parte dell'elite o se vogliamo chiamarla in un altro modo, della "classe dirigente", non può comportare l'essere al di sopra della leggi e delle regole che valgono per il restante 80% della popolazione.

Da questo punto di vista l'Italia è un disastro. Il fatto che esista un fenomeno definito "fuga di cervelli" la dice lunga. Formiamo gente capace nelle più disparate discipline scientifiche, investendo tempo e denaro per poi farle scappare via, spesso controvoglia, verso paesi in cui le loro competenze possano venire sfruttate pienamente.

A ciò si aggiunge un imposizione fiscale che non incentiva le aziende nuove e di dimensioni ridotte, fondate spesso da giovani, ad investire in ricerca. Se siamo pieni di piccole e medie aziende potremmo almeno cercare di incentivare la loro crescita e il loro sviluppo tecnologico. Spesso mi trovo ad affermare: "google non sarebbe mai potuto nascere in Italia". Troppi ostacoli, burocrazia, tasse.

Le strategie che propone Brock per favorire un aumento dell'occupazione sono 5:

  • Forte crescita del PIL
  • Composizione del Deficit
  • Deregolamentazione del mercato del lavoro
  • Gestione del cambio demografico all'interno del mercato del lavoro
  • Politica fiscale

I primi due punti sono una semplice ripetizione di quanto già esposto. Brock afferma che applicare le sue indicazioni sull'aumento della produttività incrementerebbe il PIL e quindi condurrebbe ad una conseguente crescita dell'occupazione dato lo stretto legame tra quest'ultima ed il Prodotto interno lordo di una nazione. Allo stesso tempo rimarca l'importanza di un incremento del deficit tramite la spesa pubblica in infrastrutture per aumentare l'occupazione, argomentazione su cui mi sono già espresso.

Nell'ultimo punto Brock si concentra sulla politica fiscale USA consigliando una riduzione della tassazione sul lavoro e l'introduzione dell'IVA (che non esiste od è minima in gran parte del territorio USA), una forma di tassazione che produrrebbe minori distorsioni sull'efficienza di un economia. Per quel che riguarda l'Italia possiamo vantare un'IVA molto elevata - del 20% per la maggior parte delle merci - ed il più alto carico fiscale sul lavoro di tutta l'Unione Europea. Un altro tormentone dei politici e degli economisti è sempre stata la riduzione della tassazione sul lavoro.

I punti fondamentali suggeriti da Brock sono il terzo ed il quarto. In particolare sul terzo, quello della deregolamentazione del mercato del lavoro è stato fatto un disastro in Italia dalla metà degli anni 90 in avanti.

In un recente documento che potete trovare sul sito dell'FMI, Martin Schindler, compie un impietosa analisi del mercato del lavoro Italiano. Schindler mette in luce quelli che dovrebbero essere i punti fermi di ogni riforma degna di questo nome. Innanzi tutto andrebbero evitate come la peste le riforme abbozzate. Ogni vantaggio che esse possono portare sul breve termine si trasforma alla lunga in un instabilità che pesa sull'intero sistema. In secondo luogo, ad essere fondamentale è l'ordine con cui le riforme vengono attuate più che le riforme in se stesse.

Due punti centrali che ho sempre sollevato quando mi sono trovato ad affrontare l'argomento "mercato del lavoro". A chi mi chiedeva se fossi d'accordo sull'abolizione dell'articolo 18 ho sempre risposto in maniera affermativa, aggiungendo però che se si trattasse di eliminarlo domani mi sarei detto contrario.

Prima vanno compiute altre riforme.

La riforma Treu del 1997 e quella Maroni del 2003, che hanno introdotto e poi modificato ciò che viene definito "flessibilità", hanno avuto un impatto positivo sull'occupazione facendola crescere progressivamente dal 1995 in avanti. Il grafico sotto, basato sui dati dell'OCSE, mostra chiaramente questo andamento:


La linea rossa che rappresenta la disoccupazione precipita, mentre quella marrone del tasso di partecipazione e quella nera del rapporto tra l'occupazione e la popolazione totale salgono in maniera marcata. La maggior parte dell'incremento sul versante occupazionale si è avuto nei lavori a termine e part-time. I lavori a termine sono aumentati dal 1995 al 2007 dal 7,2% al 12,4% mentre quelli part-time sono saliti dal 10,5% ad oltre il 15%. In termini assoluti dice Schindler il numero di lavoratori a termine è più che raddoppiato nel periodo considerato, mentre quelli con un lavoro a tempo indeterminato sono aumentati solo del 7%.

Questo calo della disoccupazione potrebbe essere considerato un dato positivo se non vi fossero di mezzo tutta una serie di problemi. Il primo ancora una volta è quello alla produttività. Nell'immagine sotto potete vedere in forma grafica cosa abbia fatto la produttività in Italia rispetto ai maggiori paesi industrializzati nel periodo 1995-2006:


La produttività è rimasta al palo venendo sopravanzata in maniera significativa dall'aumento della retribuzione oraria.

L'Italia insomma, come scrissi in precedenza ha puntato sull'efficienza più che sulla produttività. La flessibilità incrementa l'efficienza del sistema dando alle aziende la capacità di regolare le proprie necessità di manodopera in maniera dinamica a seconda dell'andamento del mercato. Uno strumento senz'altro comodo per le aziende, ma una crescita della produttività avrebbe bisogno di personale stabile, dall'elevata preparazione, individui quasi indispensabili (termine che farebbe inorridire molti economisti) che possano lavorare in un ambiente accogliente e con strumenti adeguati.

Invece ci siamo ritrovati con eserciti di persone costrette ad tirare avanti con contratti precari, stipendi bassi ed una grande incertezza riguardo il proprio futuro. Il 50% dei disoccupati italiani impiega più di un anno prima di trovare una nuova occupazione. Come si può vedere nell'immagine sotto siamo ai primi posti in Europa su questo versante:


L'aggravante in Italia è che a differenza di gran parte delle altre nazioni, i lavoratori temporanei se licenziati si ritrovano senza rete di salvataggio. Il modello di riferimento di quella che viene chiamata "flex-security" sono quello Danese e quello Olandese. Si dice che il sistema debba essere efficiente quindi flessibile, ma che allo stesso tempo dovrebbe essere equo, cioè dovrebbe fornire una serie di ammortizzatori sociali in grado di sostenere un lavoratore flessibile durante quei periodi in cui si trova privo di lavoro.

Il mercato del lavoro Italiano è piagato da profonde assimetrie.

Il primo versante su cui intervenire dovrebbe essere quello del mercato dei prodotti riducendo il carico di regolamentazioni di cui è gravato. Si parla dell'insieme di pastoie burocratiche che pesano sulle aziende, sui professionisti, che operano come barriera di entrata nei confronti dei soggetti che si affacciano per la prima volta sul mercato e così via. L'OCSE ha sviluppato un indicatore in questo senso che chiama PMR (product market regulation). Per capire meglio cosa si intende quando si parla di mercato dei prodotti riporto sotto il diagramma che riassume le diverse voci usate dall'OCSE per calcolare il PMR:


E' noto che un mercato dei prodotti strettamente regolato è correlato in senso negativo con la crescita dell'occupazione. In altro termini se si vuole migliorare l'occupazione è necessario avere un sistema in cui sia facile fare impresa, non ci si debba scontrare con una burocrazia costosa e oppressiva, vi sia un reale regime di concorrenza ecc. L'immagine sotto, presa dalla documentazione di Schindler, mostra la correlazione tra PMR e occupazione - più è alto il PMR e più è bassa l'occupazione:




I dati in base a cui è stato costruito il grafico sopra sono quelli OCSE del 2003. Ad Aprile di quest'anno l'OCSE ha rilasciato i dati aggiornati sul PMR (Schindler non poteva saperlo avendo pubblicato il suo lavoro a Marzo) da cui si può notare un certo miglioramento nell'indice PMR dell'Italia.




Nonostante l'indubbio progresso, penso sia innegabile che esitano ancora tutta una serie di regolamentazioni e barriere alla concorrenza e all'ingresso che andrebbero demolite. E' vantaggioso intervenire sul mercato dei prodotti perché il costo fiscale diretto di questo genere di operazione è quasi nullo - si tratta essenzialmente di adeguamenti burocratici ed amministrativi - mentre i benefici sarebbero numerosi. Secondo il modello di Blanchard e Giavazzi del 2003 a cui fa riferimento Schindler (se siete particolarmente interessati potete leggere qualcosa di più qua): si avrebbe un aumento della concorrenza con un conseguente incremento dell'occupazione e del livello reale di retribuzione sul medio-lungo periodo a fronte di una temporanea diminuzione di entrambi.

Può sembrare discutibile consigliare una riforma che sul breve termine vada a peggiorare la situazione sul versante occupazionale e retributivo proprio nel mezzo di una crisi come quella attuale. Si tratta però, di uno di quei cambiamenti strutturali i cui benefici si farebbero sentire in maniera permanente ed investirebbero l'intero spettro economico.

Si dice che andrebbero liberate le energie giovani che il paese ha a disposizione. Il problema è che queste energie non trovano un via di sfogo: le grandi aziende trovandosi spesso in regimi di concorrenza limitata, ritengono di frequente più conveniente spendere denaro per ingraziarsi questo o quel politico in vista di possibili commesse ed appalti governativi piuttosto che investirlo per "liberare le energie giovani" confrontandosi su tecnologia e sviluppo. Per i giovani d'altro canto risulta costoso e burocraticamente complicato mettere in piedi una nuova azienda e anche nel caso ci riescano si trovano di frequente a dover fronteggiare ad armi impari una concorrenza che in molti casi può contare su "appoggi" che nulla hanno a che vedere con un libero mercato.

Mi rendo che può sembrare un eccessiva semplificazione della situazione, ma si tratta di problemi realmente esistenti che incidono pesantemente sulla produttività della nazione e sul suo sviluppo futuro. Recentemente il New York Times ha definito l'Italia come un "sistema feudale estremamente avanzato".

La parte più competente delle giovani generazioni trova da un lato un percorso che troppo spesso conduce ad una precarietà di durata indefinita e dall'altro ad una serie di porte sbarrate e grandi difficoltà nell'iniziare un attività da zero, specie se legata al campo della ricerca e della tecnologia. Non sorprende certo che nascano fenomeni come la "fuga di cervelli". In altri paesi si fa di tutto per incentivare l'immigrazione di individui preparati specie in campo tecnologico. In Italia avviene il contrario: sembra che si cerchi in ogni modo di incentivarne l'emigrazione. Un atteggiamento folle.

Un paese che non investe sui giovani e sul futuro è un paese che non avrà un futuro.

Ritengo quindi un imperativo intervenire sul lato della regolamentazione del mercato dei prodotti, incentivando competizione e merito. Bizzarramente su questo versante ha fatto più la sinistra coi vari governi Prodi (si può poi discutere sul modo) che non un Berlusconi che a parole aveva fatto della riduzione delle pastoie burocratiche e di certe liberalizzazioni un suo cavallo di battaglia.

Un mercato con più concorrenza, maggiore vitalità che sia più agile e flessibile ha anche necessità di una forza lavoro altrettanto flessibile. Aver reso i lavoratori flessibili all'interno di un mercato rigido ha creato dei vantaggi marginali, generando al contempo un instabilità sociale che non ha influito positivamente sulla produttività. Questo è un esempio di quanto sia importante l'ordine con cui vengono eseguite le riforme.

La seconda cosa da fare dopo aver agito sul PMR dovrebbe essere estendere a tutti i lavoratori un sistema di protezione sociale. Si tratta di un intervento necessario su una delle più gravi assimetrie del mercato del lavoro italiano. Alcuni lavoratori hanno garanzie e protezioni mentre un altro nutrito gruppo è lasciato a se stesso o meglio alle rispettive famiglie. Sembra quasi che lo stato italiano si sia detto ad un certo punto: "nel corso degli anni le famiglie hanno accumulato una bella fetta di ricchezza vivendo al di sopra delle proprie possibilità cosa in parte riflessa dall'alto indebitamento dello stato, che siano esse a mantenere i propri figli precari".

Qualunque sia stata la motivazione, mi preme far presente che si tratta di una scelta politica più che economica. La maggior parte dei paesi con cui normalmente ci confontiamo - quelli definiti ad economia avanzata per intenderci - hanno sussidi e forme di assistenza economica che investono indifferentemente tutti i lavoratori. Questo garantisce ad una persona di poter sopravvivere per un certo periodo anche senza un occupazione e smorza l'instabilità che un sistema flessibile inevitabilmente genera.

L'attuale governo ha una posizione che definirei schizofrenica a riguardo. Brunetta diceva a Marzo:

«E' vero. Il ministro Sacconi e io abbiamo fornito ai colleghi alcuni dati. Che confermano una mia convinzione: il mercato del lavoro italiano, al di là delle sue contraddizioni, è mirabile, funzionale, efficiente, flessibile, reattivo, intelligente, e a modo suo equo. Molto "italian", ma con più luci che ombre. Con tanta gente che rischia e troppi privilegi, d'accordo. Ma, per come è andato costruendosi nel dopoguerra, con un insieme di pesi e contrappesi, sotto l'influenza di forze imprenditoriali e sindacali, istituzioni, territori, culture, è il più efficace d'Europa. Relazioni industriali e ammortizzatori sociali compresi. Marco Biagi diceva che era il peggior mercato del lavoro».

Francamente mi trovo d'accordo con il povero Marco Biagi un signore che non smise mai in fase di scrittura della legge 30, attribuita postuma allo stesso Biagi, di insistere sull'istituzione di un sistema di ammortizzatori sociali per i lavoratori flessibili.

A Maggio Brunetta sembrava aver cambiato in parte idea. Sulla crisi affermava:

«Paradossalmente ha reso più ricchi trenta milioni di italiani: tutti i lavoratori dipendenti e pensionati con i redditi saliti automaticamente del quattro per cento, mentre l’inflazione è al due. Il loro potere d’acquisto, dunque, è aumentato». E assicura: «Cambieremo questo Welfare scassato, che costa tanto e protegge solo i pensionati, poco i giovani e pochissimo le famiglie»

Sui costi che comporterebbe l'eventuale passaggio dal sistema attuale ad uno con una forma di protezione universale scrisse un articolo Tito Boeri qualche mese fa, che vi invito a leggere nella sua interezza. Dice Boeri:

A regime con la disoccupazione costante, sarebbe pertanto necessario reperire circa 15,5 miliardi di euro, 8 in più di quelli oggi assorbiti dai vari tipi di sussidi di disoccupazione ordinari e a requisiti ridotti e dalle indennità di mobilità, che verrebbero assorbite e rese più generose con il sussidio unico. Se il sussidio unico sostituisse anche la Cig straordinaria, il costo netto aggiuntivo si ridurrebbe a 6,5 miliardi.

Il sussidio potrebbe essere interamente finanziato con un contributo pari al 3,3 per cento della retribuzione, rispetto ai contributi oggi tra l’1,6 e il 2,4 per cento per i sussidi ordinari e all’1,2 per cento destinato a Cig straordinaria e indennità di mobilità. I nostri calcoli ipotizzano che tutti i posti di lavoro, esclusi 3 milioni di lavoratori autonomi (veri) finanzino il sussidio ordinario. Con una retribuzione media di 20mila euro lordi.

L'ipotesi di Boeri prevede quindi un aumento della contribuzione dei lavoratori. Un suggerimento ardito da fare nel paese dell'Unione Europa che può vantare il più alto carico di tassazione sul lavoro. Tasse che andrebbero invece ridotte. Su questo versante un intervento statale sarebbe necessario. Nonostante tutto, reputo un sistema universale e ben congeniato di ammortizzatori sociali essere talmente fondamentale ed il relativo aumento di spesa sufficientemente limitato da appoggiare il suggerimento di Boeri. L'unico appunto che mi sento di fargli riguarda lo stress test a cui ha sottoposto il suo modello. Esso prevede un livello di disoccupazione pari al 10%, ma se dovessimo prendere per buone le stime dell'FMI il prossimo anno in Italia la disoccupazione toccherà il 10,5%.

Una volta che il mercato sia diventato più snello e flessibile e che i lavoratori abbiano ottenuto una protezione universale può venire eliminato tranquillamente l'articolo 18. Esso risulterebbe solo il retaggio anacronistico di un epoca passata, il privilegio di una classe ristretta di lavoratori.

L'ultimo importante punto su cui pone l'attenzione Schindler riguarda la contrattazione delle retribuzioni. In Italia il sistema sarebbe troppo rigido rappresentando un peso ed un costo in termini di efficienza delle aziende. Per Schindler la capacità di contrattazione delle aziende andrebbe aumentata. Normalmente i sindacati ed i lavoratori non vedono di buon occhio, per ovvie ragioni, operazioni di questo genere. In fondo per le aziende, si tratterebbe di ottenere la capacità di moderare gli incrementi degli stipendi a seconda delle proprie necessità. Come compensazione, in un caso simile lo stato dovrebbe ridurre la tassazione sul lavoro dipendente in modo da incentivare i lavoratori ad accettare questo cambiamento. Chiedere un sacrificio in cambio di nulla secondo Schindler crea inutili tensioni e spinge i sindacati ad un netto rifiuto. Questo genere di accordi andrebbe concordato tra le parti.

Come esempi riusciti di simili operazioni Schindler cita il caso Belga, quello Irlandese e l'accordo Olandese di Wassenaar del 1982.

Il grafico sotto mostra la relazione tra la riduzione della disoccupazione ed un intervento sia dal lato della contrattazione che sul versante della tassazione sul lavoro:



Secondo il modello di Schindler il caso migliore dal punto di vista occupazionale si avrebbe con una larga riduzione fiscale associata ad un moderazione degli stipendi in fase contrattuale, mentre il caso peggiore verrebbe dato da una media riduzione fiscale senza moderazione delle retribuzioni.

Il grafico sotto invece mette in relazione il costo per le casse statali degli interventi di riduzione fiscale - per i 4 casi presi in esame da Schindler - con l'aumento di introiti sotto forma di tasse che si avrebbe in seguito all'aumento dell'occupazione. In soldoni quanto costerebbe allo stato ognuno dei 4 casi in esame:



Si può notare come il caso migliore si verifichi con una media riduzione fiscale ed una concorrente moderazione degli stipendi. A fronte di un tasso di disoccupazione che calerebbe di circa il 3% si avrebbe, dopo circa un anno e mezzo, un leggero aumento degli incassi fiscali rispetto al livello pre-riforma.

Queste 3 riforme: riduzione del PMR, estensioni a tutti i lavoratori degli ammortizzatori fiscali, aumento della capacità di contrattazione delle aziende combinata con una riduzione della tassazione sul lavoro sono le 3 riforme fondamentali da fare riguardo al mercato del lavoro. Non necessariamente le uniche. E' comprensibile che quando si tratti questo argomento i lavoratori comincino a preoccuparsi visto come sono state affrontate questioni simili in passato.

A questo proposito può essere utile tenere a mente le indicazioni di Schindler su come dovrebbe agire un paese serio:

  • Cercare di rendere il sistema più concorrenziale e produttivo
  • Valutare con attenzione l'ordine in cui fare le riforme evitando come la peste riforme abbozzate
  • Evitare di creare precarietà, insicurezza ed instabilità sociale
  • Non chiedere qualcosa in cambio di nulla

L'ultimo punto sollevato da Brock riguarda la "Gestione del cambio demografico all'interno del mercato del lavoro", in altri termini come affrontare l'invecchiamento della popolazione con il conseguente aumento della spesa per le pensioni.

Brock arriva a dire che molti della generazione del baby boom, a causa della crisi economica che ha falcidiato i fondi pensione, saranno costretti ad andare in pensione a 75 anni. Gli USA si troveranno di fronte ad un esercito di vecchietti disperati che si accalcherà davanti agli uffici di collocamento.

La questione è molto seria e non solo negli USA. Come hanno riportato qualche giorno fa tutti i quotidiani, l'OCSE ha bacchettato l'Italia. Il nostro paese per le pensioni ha speso nel 2005 il 14% del suo PIL, circa il 30% della spesa pubblica complessiva. Il doppio della media dei paesi OCSE. Nel decennio 1995-2005 la spesa previdenziale è aumentata del 23%. Solo paesi quali Giappone, Corea, Portogallo e Turchia, secondo l'Ocse, hanno avuto aumenti simili (o superiori). Onestamente non mi pare che dal 2005 in avanti la situazione sia drammaticamente migliorata. Nella tabella sotto, presa dalla relazione unificata sull'economia e la finanza pubblica, si può verificare, nella riga in fondo, la variazione % delle uscite degli enti previdenziali.



Esse sono aumentate del 6,9% tra il 2006 ed il 2007, del 3,6% tra il 2007 ed il 2008 e si prevede tra il 2008 ed il 2009, un aumento del 5,9%. La spesa previdenziale cresce troppo velocemente rispetto all'aumento del nostro PIL. Per ovviare a questo non esistono ricette magiche. O si aumenta la popolazione attiva, o si riducono gli importi erogati dagli enti previdenziali o si aumenta in maniera significativa il solito PIL.

Aumentare la popolazione attiva significa da un lato mandare la gente in pensione più tardi, da un altro aumentare il tasso di popolazione attiva giovane tramite l'immigrazione. Questo con buona pace di chi è insofferente nei confronti degli immigrati. Al di là delle modalità di immigrazione e di altri aspetti economici del fenomeno che si possono discutere e meriterebbero un post a se stante, il numero di immigrati in Italia non farà che aumentare in futuro. Se la gente non è stata "prodotta" in passato e non viene più "prodotta" ad un tasso sufficente, essa va importata. Detta in maniera cruda, la scelta è tra l'immigrazione ed il fallimento. Nessun partito politico qualunque cosa possa dichiarare in pubblico, sceglierà mai la seconda opzione.

Purtroppo non basta aumentare la popolazione attiva, bisogna incrementare anche il tasso di partecipazione, cioè la quantità di gente che possiede un lavoro o lo cerca attivamente - avendo la ragionevole aspettativa di trovarlo prima o poi - rispetto al totale della popolazione attiva. Vanno quindi aumentati anche i posti di lavoro. Ciò ci riporta ancora una volta all'incremento del PIL e alle riforme sopra esposte sul mercato del lavoro e sull'aumento della produttività.

Penso che a giochi fatti adotteremo tutte e 3 le possibili alternative per quel che riguarda il sistema previdenziale, arrivando anche a tagliare le pensioni.

Riassumendo:

Aumentare il PIL per come funziona il sistema economico è imperativo per arrivare ad un miglioramento dei conti statali e della situazione economica generale, più importante di quanto potrebbe rivelarsi un qualsiasi taglio della spesa pubblica.

Riuscire a produrre un aumento del PIL - o quanto meno un diminuzione meno drastica - nel mezzo di una crisi economica terribile come quella attuale non è ne banale ne scontato:

  • Vanno evitate le spese per opere pubbliche di dubbia utilità che a fronte di un temporaneo e limitato miglioramento sul versante occupazionale aggravino il deficit statale
  • Va diminuito il PMR, facilitando il sorgere di nuove aziende, alleggerendo il carico burocratico, eliminando una serie di barriere all'ingresso e nei confronti degli investimenti. A fronte di un costo sul breve termine si avrebbero dei benefici permanenti e duraturi
  • Vanno incentivati gli investimenti privati in tecnologia ed il capitalismo di ventura come consiglia Brock, tramite delle agevolazioni fiscali
  • Vanno tagliate le spese inutili. I tagli vanno fatti ed in Italia ci sarebbero tantissime spese superflue da tagliare. Purtroppo in questo paese i tagli vengono fatti troppo spesso in maniera indiscriminata, tagliando insieme all'erba cattiva anche quel che c'è di buono. Molte spese improduttive invece, come quelle di un apparato politico mastodontico che si porta dietro clientele, consulenze, auto blu e tutto un insieme di costi che sommati genera una cifra consistente, non vengono (stranamente) mai toccate.
  • Va riformato il mercato del lavoro estendendo a tutti i lavoratori gli ammortizzatori sociali, riducendo la tassazione sul lavoro e aumentando la capacità di contrattazione sulle retribuzioni da parte delle aziende. La riduzione fiscale sui lavoratori dovrebbe superare l'aumento dovuto alla creazione di un sussidio universale di disoccupazione. A fronte di una diminuzione delle entrate fiscali sul breve termine si avrebbe sul medio periodo un incremento degli occupati e delle entrate.
  • Bisogna intervenire sulla spesa previdenziale, aumentando l'età pensionabile e tagliando la spesa previdenziale. Non è piacevole da suggerire, ma ormai la questione non riguarda più quel che ci piacerebbe, ma quello che possiamo realisticamente permetterci ed una spesa simile, con certi tassi di incremento, non possiamo più permettercela.

Questi sono alcuni suggerimenti, se vogliamo banali - ho semplicemente cercato di spiegare un minimo la logica economica che vi sta dietro - su interventi che ritengo andrebbero fatti. Sono considerazioni di tipo qualitativo. Non ho i mezzi e neppure le capacità (e se li avessi non avrei tempo sufficiente a disposizione) per poter dire quanto, quantitativamente parlando, potrebbe costare questa o quella riforma e che ritorno futuro potrebbe generare. Posso giusto appellarmi in linea generale ai calcoli di gente più competente di me (Schindler o Boeri ad esempio) o ai dati dell'OCSE e del Tesoro.

Naturalmente anche applicando tutte le indicazioni sopra elencate non è detto che le condizioni di questo paese migliorerebbero in maniera apprezzabile. La crisi che stiamo attraversando è qualcosa di inedito le cui ripercussioni sono difficili da prevedere.

Mi rendo anche conto che dire: "bisognerebbe fare questo e quello" è molto facile, metterlo in pratica complicatissimo. Escludendo però, una riunione generale dei principali soggetti economici del mondo, volta ad una riscrittura completa e concordata (niente a che vedere con la farsa dell'ultimo G20) del sistema economico mondiale, non vedo molti altri interventi che l'Italia nel suo piccolo possa compiere (ogni suggerimento od obiezione a riguardo è ben accetta).

martedì 12 maggio 2009

Fantasilandia

C'era un telefilm, trasmesso negli anni ottanta, che verteva su una strana isola in grado di esaudire qualsiasi desiderio. Ogni singolo episodio un gruppo di turisti si recava in questo sperduto luogo di villeggiatura a bordo di un piccolo aeroplano. Una volta sbarcati venivano accolti dal misterioso e distinto Mr Roarke che sfruttando le misteriose caratteristiche dell'isola era in grado di concedere ai suoi ospiti, per il tempo di un episodio, la possibilità di realizzare ogni loro segreta fantasia: potevano diventare quello che avevano sempre desiderato, vivere in qualunque periodo storico ed in qualsiasi luogo, fosse esso realmente esistente o meno.

I villeggianti trascorrevano un breve periodo cullandosi felici all'interno di un esistenza irreale ritagliata su misura. Terminata la vacanza però, la realtà, implacabile tornava a fare capolino, dissolvendo ogni fantasia costringendo i turisti a tornare al mondo reale, portandosi dietro, se erano stati fortunati, qualche importante lezione di vita.

La situazione dell'economia mondiale sembra ricordare perfettamente un episodio di Fantasilandia.

Obama, Berlusconi, Tremonti, Geithner, tanto per fare qualche nome, sono concordi nell'affermare che il peggio sia passato e la ripresa economica sia dietro l'angolo. Il comitato monetario della banca centrale inglese ha recentemente dichiarato di aspettarsi una ripresa a V dell'economia, cioè una risalita che sia altrettanto rapida di quanto sia stato il tracollo e ieri ci si è messo pure il capo della BCE a spargere ottimismo ai quattro venti:

Ci stiamo avvicinando, per quanto riguarda la crescita, ad un punto di svolta. - ha detto Trichet ,a margine della riunione dei banchieri centrali del G10 presso la sede della banca dei regolamenti internazionali - In ogni caso stiamo osservando una frenata della caduta del Pil, ed in alcuni casi si vede già una ripresa".

Le motivazioni a supporto di questa presa di posizione sono molteplici primo tra tutti il rialzo delle borse, in particolar modo di quella americana che ha registrato un +40% rispetto ai minimi toccati a Marzo. Un altro fattore che sta facendo sperare sia politici che gli economisti è il recente aumento degli ordinativi dell'industria. Uno per tutti in Europa il dato tedesco:

Nel mese di marzo, gli ordinativi dell'industria manifatturiera tedesca sono saliti del 3,3% su base mensile destagionalizzata. Il dato e' sopra il consensus degli economisti (+0,5%). Si tratta anche del primo segno positivo dallo scorso agosto 2008 (+2,6%). Positivi sia gli ordini dal canale domestico (+1,1%) e sia quelli dal canale estero (+5,6%). Lo comunica l'ufficio statistico federale.

L'effetto di questo aumento si starebbe facendo sentire anche in Italia, almeno secondo Scajola. Il ministro attività produttive ha affermato che i dati sull'export italiano indicherebbero un aumento degli ordini dall'estero del 3,5% per il mese di Marzo. Diceva il 27 Aprile Scajola:

I provvedimenti del governo sono stati utili. E' il commento del ministro delle Attività' produttive Claudio Scajola a Torino per l'assemblea dell'Api (Associazione piccole industrie locali). ''Gia' i dati di marzo e poi i dati di aprile - ha detto Scajola - stanno facendo notare in maniera chiara che c'e' un'inversione di tendenza. I dati complessivi sul trimestre sono ancora negativi - ha aggiunto - ma quelli sull'auto in modo particolare a marzo e quelli complessivi sull'export e sul comparto industriale danno un segnale di lieve ripresa che fa pensare che i provvedimenti del governo siano stati utili e che la congiuntura negativa internazionale stia volgendo alla fine. E cosi' ci auguriamo''.
I dati economici rilasciati ieri invece, rivelano una realtà meno rosea:

Anche l'Istat definisce un "calo eccessivamente elevato" quello registrato dalla produzione industriale, che a marzo è arretrata rispetto al mese precedente del 4,6% e nel primo trimestre 2009 ha perso il 9,8% rispetto al trimestre precedente. Robusto anche il calo tendenziale: rispetto allo stesso mese dell'anno precedente, rileva infatti l'Istat, la produzione è calata del 23,8% (si tratta di un dato corretto, dato che ci sono stati 22 giorni lavorativi contro i 20 di marzo 2008; -18,2% è invece il dato grezzo).

Come già per il dato di febbraio, il dato tendenziale corretto è ancora il più basso mai toccato nelle serie storiche dell'Istat (dal 1990, con il primo dato annuo a gennaio 1991).

E il prossimo mese, secondo le previsioni di Confindustria, non andrà meglio: il Centro Studi per aprile stima una flessione del 23,1%, in linea con il trend di marzo 2008 (-23,8%). Su base mensile, in aprile, Confindustria calcola un rimbalzo della produzione industriale dell'1,5% su marzo. I dati grezzi indicano una variazione ad aprile del 23,2% su base annua.

Sebbene gli ultimi dati sull'economia reale non segnalino nulla di positivo la speranza di aver finalmente oltrepassato la fase di maggiore sofferenza non si è spenta. Una serie di indicatori economici ha mostrato un miglioramento nelle ultime settimane e ha fatto evocare una ripresa che potrebbe partire dagli Stati Uniti, l'epicentro di questa crisi.

Gli ultimi dati del dipartimento del lavoro statunitense hanno rivelato una perdita di posti di lavoro nel mese di Aprile, pari alle 539000 unità, contro un calo di 663000 del mese di Marzo. Un diagramma contenuto nel rapporto dell'ADP di Aprile, che riporta il dato della disoccupazione USA depurato dal settore agricolo (e di altri settori minori come quello delle organizzazioni no profit e dei generici dipendenti governativi) mostra graficamente ed in maniera più chiara questa inversione di tendenza:


Una perdita di 491000 posti di lavoro ad Aprile contro 741000 del mese precedente secondo i dati dell'ADP, o se si preferisce usare quelli complessivi del BLS di 539000 contro 663000, rappresenta un segnale positivo che è stato accolto con un certo ottimismo. Sebbene la disoccupazione abbia continuato ad aumentare arrivando a toccare l'8,9% ad Aprile, contro l'8,5% di Marzo, il tasso di questo peggioramento mostra un evidente rallentamento, le cui cause vengono individuate da molti in un miglioramento generale dell'economia.

Altri dati vanno nella stessa direzione. Ad esempio quello sui nuovi ordinativi di beni durevoli, calati negli USA dello 0,8% a Marzo, una contrazione inferiore alle aspettative del mercato, secondo le statistiche del dipartimento al Commercio. Anche l'indice di fiducia dei consumatori americani corrobora le dichiarazioni ottimiste di politici e banchieri centrali. Secondo il Conference Board degli Stati Uniti, l'indice è salito ad Aprile a 39,2 punti, 12,3 punti in più rispetto ai 26,9 toccati a Marzo. Gli analisti si aspettavano che si assestasse a 29 punti.

E l'elenco di dati che rivelano un miglioramento generale potrebbe continuare ancora a lungo.

Ciò detto, l'euforia che trapela dalle dichiarazioni dall'establishment economico e politico mondiale mi sembra eccessiva oltre che prematura.

Per quel che riguarda il rialzo dei listini, a partire da quelli USA, nulla mi toglie dalla testa che ci troviamo di fronte ad un classico "sucker rally". Un rialzo temporaneo all'interno di un andamento generale al ribasso, rialzo che di solito attira una frotta di investitori, richiamati dalla prospettiva di facili guadagni i quali generalmente finiscono con l'incassare pesanti perdite non appena il rally si esaurisce.

Le voci che parlano di "sucker rally" sono poche, ma risaltano con forza tra il coro di analisti che grida: "comprate il peggio è passato!" (la CNBC USA è il perfetto esempio di questo atteggiamento). Due che considero tra le più autorevoli sono quella di David Rosenberg e di Ambrose Evans-Pritchard.

Anche Tyler Durden, pseudonimo del gruppo di individui che gestisce il blog zerohedge, ha più volte messo in guardia sulla situazione dei mercati. Qualche giorno fa ha descritto, su seekingalpha, un anomalia che riguarda la borsa Newyorkese. Tyler ha riportato due grafici sul volume del NYSE (New York Stock Exchange) e li ha confrontati: il primo riguarda quel periodo del 2003 che vide l'inizio della scorsa ripresa economica, il secondo il recente rally:




La linea nera, che indica gli alti ed i bassi dell'indice, ha nel primo grafico un andamento fortemente fluttuante, segno di una vivace attività di acquisti e di vendite. Nel secondo grafico invece, siamo di fronte ad una linea che dal 9 Marzo in avanti è pressoché piatta.

Una delle spiegazioni più popolari (anche se non certo mainstream) che si tende a fornire per questo strano andamento è molto semplice: il mercato sarebbe "manipolato".

Pochi grandi soggetti starebbero sostenendo in maniera coordinata il mercato facendo salire le borse. L'impulso lo avrebbero dato i risultati positivi (almeno sulla carta) del comparto finanziario e delle grandi banche, sull'onda della modifica delle regole di "mark to market" e grazie ai vari "aggiustamenti" dei bilanci. Il rialzo delle borse avrebbe scatenato un gigantesco "short squeeze" distruggendo tutti quelli che ancora avevano delle posizioni al ribasso, obbligandoli ad acquistare i titoli necessari a coprire le suddette posizioni (è il caso di Mike Morgan ad esempio, che ha gettato la spugna rinunciando ad operare in borsa per conto terzi accusando il mercato di essersi trasformato da irrazionale a "criminale").

Ricostruzione che si sposa bene con alcuni dati che Pritchard fornisce. I titoli su cui erano aperte le più numerose posizioni short (al ribasso) hanno avuto un rialzo del 70%. Quelli ritenuti maggiormente solidi invece sono saliti solo del 21%. Teun Draaisma della Morgan Stanley, definito guru per quel che riguardo il mercato azionario, si dice convinto che il rialzo degli ultimi mesi sia destinato a terminare presto, facendo notare che nessuno degli indicatori che utilizza per individuare i trend futuri sia tornato in territorio positivo.

Un altro segnale che dovrebbe suscitare diffidenza è l'eccessiva euforia degli analisti. Secondo il Barron's Big Money Poll, un sondaggio condotto due volte l'anno in primavera ed autunno, il 59% dei gestori di investimento intervistati sono "bullish" cioè vede un rialzo futuro del mercato, mentre solo il 13% di essi ha una visione pessimista. Draaisma fa notare come il crollo del mercato immobiliare USA abbia storicamente impiegato 42 mesi per completare il proprio declino, mentre attualmente siamo solo a 26 mesi dall'inizio della crisi del settore.

Anche i fondamentali economici rimangono pessimi. Sebbene vi siano timidi segnali di miglioramento i dati non vanno fraintesi. Un aumento degli ordinativi era prevedibile una volta che buona parte degli inventari delle aziende fosse stato smaltito come è effettivamente avvenuto nei primi mesi di quest'anno. Non ci troviamo necessariamente di fronte ad un significativo segnale di ripresa. Anche se la contrazione di un indicatore economico del 20% (ad esempio) è senz'altro meglio rispetto ad una discesa del 30%, sempre di un calo stiamo parlando. Il tasso di disoccupazione è in aumento da 16 mesi consecutivi, il PIL degli Stati Uniti è sceso del 6,1% nel primo quarto contro il 6,3% del quarto precedente, superando di gran lunga le aspettative degli analisti che prevedevano un -4,7%. Senza una reale ripresa del PIL è difficile immaginare un vera e sostenibile ripresa dei mercati o per dirla con le parole di Rosenberg:

Pensiamo sia ironico che vi sia una pluralità di portfolio managers così "bullish" quando la loro previsione collettiva di crescita, pari al 2%, rappresenterebbe la seconda più debole ripresa mai registrata, metà della quale è tipica di un auto-sostenuto bull market e ben al di sotto del tasso di crescita medio storicamente registrato, pari a circa il 3%.

Se come tutto fa presagire, i recenti rialzi di borsa configurano un "sucker rally" i listini nel prossimo futuro subiranno un calo che potrebbe trasformarsi in tracollo dato il contenuto volume degli scambi. Quando un evento del genere possa verificarsi è difficile da dire. Se dovessi buttarmi annusando l'aria (e dico annusando l'aria, perché con tutta la buona volontà in un mercato come quello attuale l'analisi tecnica dei mercati e dei fondamentali può fornire indicazioni fino ad un certo punto) direi a breve, probabilmente verso luglio-agosto, quando la soglia di attenzione della gente tende ad abbassarsi.

Russell Napier, uno storico esperto dei mercati "bear" ed autore del libro "Anatomy of the Bear", dice su ftalphaville che l'attuale fase di stabilizzazione probabilmente durerà per un paio di anni, dato che il pericolo di deflazione sembra essere ormai scongiurato, ma avverte che il fondo non è ancora stato toccato. Esso verrà raggiunto quando i rendimenti sui buoni del tesoro a 10 anni arriveranno a toccare il 6% valore a cui storicamente tende a collassare il mercato azionario.

Non sono d'accordo con l'analisi delle tempistiche di Napier, ma su una cosa ha perfettamente ragione. Il rendimento dei buoni del tesoro USA e la dinamica degli acquisti diretti eseguiti dalla FED, contrapposti a quelli effettuati dai compratori storici come la Cina, è un fattore da seguire con attenzione. Un 6% di rendimento sarebbe come gridare a pieni polmoni "dislocazione". La banca centrale cinese nel suo ultimo rapporto trimestrale si è lamentata per il rischio di inflazione globale che le coordinate operazioni di "quantitative easing" da parte delle maggiori banche centrali potrebbero scatenare. La preoccupazione dei cinesi è di vedere una progressiva erosione del valore delle proprie riserve. Un vecchio tormentone ormai. Il premier cinese si era già pubblicamente lamentato in Marzo a questo riguardo.

Sono pochi a ritenere che i cinesi possano cominciare a vendere assets denominati in dollari. Quello che preoccupa realmente è il tenore dei futuri acquisti di buoni del tesoro. Ogni mese la Cina accumula 40 miliardi di dollari che in qualche maniera deve essere investita. La strategia del paese asiatico sembra essersi modificata negli ultimi mesi. La Cina si è lanciata con veemenza nell'acquisto dei diritti di accesso ad alcune materie prime: petrolio, metalli, acqua.

Inoltre sul fronte interno, la Cina sta cercando di sostenere in ogni modo la propria crescita economica.

Negli ultimi tempi il comparto manifatturiero cinese si è leggermente ripreso. Gli ultimi dati sul PIL evidenziano un aumento del 6,1% per il primo trimestre dell'anno se paragonato allo stesso trimestre dell'anno precedente. Un dato che sarebbe di per se preoccupate per una nazione che ha sempre dichiarato di necessitare di un 8% almeno di crescita - per assorbire l'offerta di manodopera proveniente dalle campagne e il flusso di neo laureati - seppure non drammatico. Purtroppo la maggior parte degli economisti arriva ad ammettere che circa il 4% di quel dato sia dovuto agli interventi di stimolo economico operati dal governo e che un altro 2-3% sia pressoché inesistente, un esagerazione nata dal desiderio dei burocrati statali di soddisfare le aspettative del governo centrale.

In sostanza, senza considerare gli interventi statali, la crescita cinese sarebbe praticamente azzerata. Interventi che in gran parte si sono materializzati sotto forma di credito alle imprese e di dictat emanati dal governo per impedire alle aziende di licenziare la manodopera in eccesso. Inizialmente la cifra che lo stato cinese promise di estendere alle aziende mediante il sistema bancario (sotto forma di credito) doveva essere per l'anno in corso di 732 miliardi di dollari. Solo nei primi tre mesi di quest'anno le 3 principali banche cinesi hanno concesso prestiti per un ammontare di 670 miliardi di dollari, gran parte dei quali sono stati elargiti a grosse aziende statali, nell'ambito dell'annunciato intervento di stimolo economico di 586 miliardi di dollari.

Resterebbero quindi, meno di 100 miliardi di dollari ancora da concedere. Fatto che ha generato profonda inquietudine tra gli analisti. La recente tenuta dell'economia cinese è in gran parte da attribuire a questa inondazione di credito. Se essa dovesse arrestarsi le conseguenze potrebbero essere profondamente antipatiche. Lo stato cinese è dovuto correre ai ripari ed ha recentemente annunciato l'intenzione di espandere ulteriormente la disponibilità di credito per l'anno in corso. Si dice che il nuovo obiettivo oscilli tra 1,1 e 1,3 trilioni di dollari.

La Cina quindi, come gran parte del pianeta, continua a seguire la politica del prender tempo, sostenendo la domanda aggregata sul fronte interno grazie ad interventi statali ed estendendo credito ad aziende e privati tramite le sue banche, nella speranza che quanto prima l'economia mondiale riparta salvando tutti quanti.

Se ciò non dovesse verificarsi il rischio per le banche cinesi schizzerebbe alle stelle. I prestiti fatti ad aziende non profittevoli, incapaci di licenziare e razionalizzare le proprie operazioni sono prestiti a rischio. Nel caso una significativa quantità di essi non venisse restituita le perdite andrebbero a gravare sulle spalle di uno stato che si ritroverebbe ad aver già impiegato buona parte delle sue risorse. Quante ne avanzerebbero per sostenere gli USA tramite l'acquisto di nuovi buoni del tesoro, resterebbe da vedere.

Gli ultimi dati disponibili sulle vendite di buoni USA, hanno rivelato una significativa perdita di appetito da parte del paese orientale.

Questo fatto sta facendo aumentare la pressione su Bernanke e sulla banca centrale USA costringendo quest'ultima ad aumentare i propri acquisti di buoni del tesoro nel tentativo di contenerne i rendimenti. Nonostante le operazioni di "quantitative easing" portate avanti dalla FED, i rendimenti dei buoni a 10 anni sono saliti di 55 punti dal 15 Aprile (il massimo negli ultimi 6 mesi) sfondando la resistenza al 3%.

Per finire, continuano ad incombere sull'economia i problemi legati al comparto bancario.

Lo stress test a cui sono stati sottoposti i 19 maggiori istituti americani sotto indicazioni del tesoro USA, si è rivelato l'ennesima farsa. Molte delle condizioni economiche considerate nel caso dello scenario più sfavorevole, sono già state superate dalla realtà. Inoltre quando mai si è sentito dire che il risultato di un test decisivo come questo, sia stato oggetto di "contrattazione" con i soggetti sottoposti al test stesso?

D'altro canto, la situazione delle banche Europee, secondo l'FMI sarebbe perfino peggiore rispetto a quella delle loro colleghe americane. Il Fondo stima che le banche dell'area Euro dovranno registrare da qui alla fine del 2010, 750 miliardi di dollari di perdite sugli assets tossici in loro possesso, contro i 550 miliardi di perdite stimati per le banche statunitensi.

Guardandomi intorno insomma, non mi pare che alcun governo abbia, fino ad ora, adottato qualche efficace soluzione che vada realmente ad incidere su quei problemi che sono alla base della crisi economica attuale. Pritchard afferma con gioia, che il taglio globale del tasso di interesse a zero e l'adozione del quantitative easing da parte delle principali banche centrali del pianeta (ha da poco iniziato anche la BCE) ci salverà dal disastro.

Spero che abbia ragione.

La mia impressione purtroppo, è che una serie di politici, economisti e banchieri stia compiendo in maniera coordinata un enorme sforzo volto a dipingere uno scenario da favola, per convincerci dell'effettiva esistenza di un mondo che è un semplice parto della loro fantasia, un luogo in cui la ripresa economica ci aspetta amichevolmente dietro l'angolo con le braccia spalancate. Un illusione che potrà durare poco, lo spazio di una vacanza, prima che Tatoo venga gentilmente a riportarci alla realtà.

lunedì 6 aprile 2009

G20: Un bilancio

Il G20 è stato presentato dalla stampa di mezzo mondo come un grande successo diplomatico ed economico in grado riportare il pianeta sulla via della crescita e dello sviluppo.

I 29 punti del comunicato conclusivo se letti nella loro interezza mostrano invece una realtà ben diversa.

Di tutte le decisioni prese al G20 le più significative riguardano i fondi internazionali stanziati per combattere la crisi economica. Per capire esattamente di quanti fondi si tratti e di chi li dovrebbe sborsare, riporto sotto uno schema molto chiaro pubblicato dal Financial TImes:



Una delle prime cosa che balza agli occhi riguarda il favoleggiato stimolo fiscale congiunto che dovrebbe raggiungere i 5 trilioni di dollari entro la fine del 2010: esso è solo un ologramma. Nei suddetti 5 trilioni sono stati conteggiati tutti gli interventi fatti dai vari paesi nel corso degli ultimi due anni oltri a dei supposti, ma non meglio specificati, interventi futuri.

Per arrivare a determinare la cifra di 5 trilioni sono state prese le proiezioni dell'FMI sull'aumento del deficit fiscale nei paesi del G20 - considerando un periodo che va dal 2007 al 2010 - e li si è divisi per il PIL previsto nel 2010. Come risultato di questa operazione sono saltati fuori i famosi 5 trilioni.

In quest'ottica, le dichiarazioni entusiaste su un coordinato stimolo globale, definito nel comunicato conclusivo del G20, come il più imponente della storia, sono fortemente ambigue. Sembrano pensate appositamente per dare ad intendere che vi sia stato, durante il meeting di Londra, un impegno solenne ad aprire il portafoglio per stimolare fiscalmente l'economia planetaria. In realtà si è trattato semplicemente di alcuni generici auspici. Tutto per la gioia di paesi come Francia e Germania che di ulteriori interventi, al momento, non sembra proprio vogliano sentir parlare.

Il denaro concretamente messo a disposizione per stimoli fiscali dal G20 è pari a zero.

Un altro capitolo fondamentale riguarda l'aumento dei fondi messi a disposizione dell'FMI. Ad esso sono stati promessi 1,1 trilioni di dollari complessivi. Una cifra che appare di certo consistente.

Va detto innanzitutto che ho sempre ritenuto inevitabile un aumento dei suddetti fondi. Osservando il diagramma riportato sotto si capisce immediatamente perché.


L'organismo preposto all'erogazione di prestiti alle nazioni in difficoltà è sempre stato, dal termine della seconda guerra mondiale in avanti, l'FMI. I paesi emergenti si trovano ad attraversare un periodo di stenti a causa della stretta creditizia globale e del ridotto accesso al finanziamento privato - conseguenza di una fuga di massa dei capitali. Il 74% dei prestiti ricevuti dalle nazioni emergenti, stimati complessivamente in 4,9 trilioni di dollari, è stata erogata dalle banche della vecchia Europa. Come si vede nello schema riportato sopra, esse sono particolarmente esposte nei confronti dei paesi dell'est.

Quei paesi vanno salvati in qualche maniera. Non tanto per una qualche forma di generosità, ma principalmente per impedire che il sistema bancario dei grandi paesi dell'Europa dell'ovest collassi su se stesso.

A questo scopo sono stati aumentati i soldi a disposizione del Fondo monetario internazionale.

250 miliardi di dollari erano già stati messi a disposizione: 100 dal Giappone e altri 100 dall'Unione Europea (i restanti 50 non ho ancora capito da dove dovrebbero arrivare anche se Brown ha citato la Cina tra i fornitori di denaro). Il G20 ha inoltre promesso di fornire ulteriori 250 miliardi sotto forma di NAB (New Arrangements to Borrow). I NAB sono un tipo di finanziamento straordinario a cui l'FMI è in grado di ricorrere chiedendo fondi, sotto forma di prestito, a 26 dei paesi membri. Vennero introdotti come forma di finanziamento nel 1998 dopo che la crisi messicana del 1994 e quella asiatica del 1997 ne evidenziarono la necessità.

Dei 500 miliardi presenti nel comunicato del G20 insomma, 250 erano già stati concessi mentre gli altri sono sostanzialmente solo una promessa (al momento).

Altri 100 miliardi sono stati garantiti all'FMI, attraverso il sistema delle Multilateral Development Banks la cui missione principale è quella di fornire prestiti a lungo termine e basso interesse ai paesi del terzo mondo.

In questo caso di tratta di qualcosa di più concreto rispetto ad una semplice promessa futura.

Lo stesso si può dire del capitolo più interessante tra tutti i finanziamenti promessi dal G20: l'emissione di 250 miliardi di dollari sotto forma di SDRs. Gli SDRs sono pezzi di carta che l'FMI è in grado di stampare dietro concessione dei paesi membri. Si tratta di un specie di valuta sovranazionale che garantisce la possibilità a chi la riceve di poterla convertire in una delle valute del paniere di riferimento - yen, dollari, euro e sterline. 250 miliardi di dollari in SDRs possono teoricamente, essere convertiti con 250 miliardi di dollari o l'equivalente in euro, yen, sterline. Soldi stampati ma che in definitiva, equivalgono a denaro vero. Una forma di quantitative easing su scala globale.

Anche in questo caso si tratta di prestiti che il fondo può concedere ad una nazione richiedente.

Gli ultimi 250 miliardi sono stati promessi dal G20 per il finanziamento degli scambi commerciali. La cifra dovrebbe essere erogata attraverso agenzie di credito all'export, agenzie di investimento e attraverso la Banca Mondiale. Il crollo del finanziamento degli scambi commerciali, scatenatosi nell'ultimo anno si è riflesso pesantemente sul livello generale di attività economica. Come mostra l'indice del baltico riportato sotto - un indicatore del livello degli scambi via mare - vi è stato un tracollo degli scambi dall'estate del 2008 in avanti.





Il crollo è in parte dovuto al prosciugarsi del credito concesso dagli istituti alle società di trasporto marittimo e quelle che si occupano di import/export. Senza credito le merci non vengono spedite, dato che chi vende ha normalmente bisogno di una garanzia di pagamento fornita dal sistema bancario sotto forma di una "lettera di credito". Molti carichi hanno quindi finito col rimanere nei porti ad invecchiare.

L'indice del baltico è leggermente risalito all'inizio di quest'anno, ma ultimamente ha ricominciato la sua discesa. Mantenere una linea di credito disponibile per finanziare gli scambi è fondamentale per sostenere la produzione. Per questa ragione i 250 miliardi promessi dal G20 sono stati accolti con profondo entusiasmo. Molti sono arrivati ad affermare che senza di essi il meeting si sarebbe risolto in un nulla di fatto.

Al momento però, il denaro effettivamente messo a disposizione dai 20 grandi per il "trade financing" ammonta ad una cifra compresa tra i 3 ed i 4 miliardi di dollari. Dei 250 miliardi promessi come rivela il Financial Times, solo 25 verrebbero da fondi nuovi. La somma rimanente giungerebbe da un semplice ri-allocamento di fondi già presenti nei budget governativi. Inoltre si tratta di denaro che sarà (?) erogato nel corso dei prossimi due anni, quindi senza che vi sia un reale impatto sull'anno in corso.

Per riassumere: del favoleggiato 1,1 trilione di dollari fornito all'FMI, ben poco denaro è stato realmente erogato. Per la maggior parte si è trattato di spostamenti di fondi da una parte all'altra, di promesse o di semplice stampar di moneta.

Intendiamoci. Sono convinto che parte delle promesse fatte verrà concretamente mantenuta, non foss'altro per salvare le banche Europee invischiate nelle economie emergenti. Allo stato attuale però, va preso atto che ci si trova di fronte ad una grande mole di annunci con poca sostanza alla base.

Fondi a parte il resto è stato un cumulo di nulla.

Vi è stato l'impegno a non adottare misure protezioniste e a non svalutare le valute in maniera competitiva. Come tutto ciò si possa sposare con il taglio del tasso di interesse a zero da parte di mezzo mondo e con il quantitative easing globale, due pratiche che hanno fatto crollare ad esempio il valore della sterlina, non è chiaro. Viene anche richiesto, ai paesi che hanno sottoscritto il comunicato conclusivo del G20, di rivolgersi al WTO nel caso qualche nazione adottasse ugualmente misure protezioniste. Esattamente quello che accade tutt'oggi.

Si è trattato insomma, del classico impegno a parole che nulla ha aggiunto e nulla ha tolto.

I paesi del G20 hanno anche deciso di implementare l'FSB (Financial Stability Board) un organismo che dovrebbe sostituire l'FSF (Financial Stability Forum) presieduto da Mario Draghi. All'FSB verrebbero concessi ampli poteri mettendolo in condizione di intraprendere azioni sanzionatorie nei confronti dei paesi che "non collaborano" e dei paradisi fiscali, di regolamentare le forme di compensazione per i vertici delle grandi corporation (con particolare riferimento alle banche), di supervisionare i livelli di capitalizzazione degli istituti di credito impedendo il prodursi di eccessivi livelli di leverage, di regolare le società che rappresentano un rischio sistemico - hedge funds in primis - e l'operato delle agenzie di rating.

Nel tempo libero dovrebbe fare anche un altra cosa:

spingere chi determina le regole standard per i bilanci a lavorare assieme ai regolatori e ai supervisori per un miglioramento degli standard di valutazione in modo da arrivare a stabilire un insieme di regole globali di bilancio che siano di alta qualità

E tanto per dimostrare la determinazione a rispettare gli impegni del G20, non appena il mark to market è stato (di fatto) sospeso negli USA, i ministri delle finanze UE, a partire da Tremonti (ma non solo), hanno cominciato a esercitare pressioni sullo IASB (International Accounting Standards Board) perché anche vecchio continente, seguendo l'esempio statunitense, arrivi a consentire alle proprie società di essere "creative" durante la compilazione dei bilanci.

L'argomentazione principale avanzata a supporto di un cambiamento delle regole è stata: "se lo fanno gli USA e noi no, poi le nostre aziende si trovano in svantaggio".

Non fa una piega.

Con questo ragionamento ci siamo giocati l'intera economia del pianeta, inseguendo le trovate malate di un gruppo di apprendisti stregoni che nessuno ha bloccato mentre trasformavano le nostre economie in un gigantesco schema di ponzi. Finché essi facevano soldi, tutto bene. Il resto del mondo si è uniformato al modello imposto postulando - tra le altre cose - che in caso contrario si sarebbe trovato in una condizione di svantaggio competitivo.

A questo punto perché non arriviamo a pagare i lavoratori europei 100 dollari al mese come quelli cinesi e la facciamo finita una volta per tutte?

Quello delle regole di bilancio è solo un esempio del nulla che ruota intorno alla creazione del famigerato FSB.

Al vertice di Londra è stato concesso un contentino a Francia e Germania. Il G20 si è impegnato a combattere i paradisi fiscali, terreno di scontro tra i due paesi Europei e la Cina. Quest'ultima era inizialmente preoccupata dalla possibilità che Macao ed Hong kong rientrassero nella lista nera dei paradisi fiscali. Alla fine la Cina si è arresa, arrivando a promettere che le due regioni regioni si conformeranno alle regole internazionali entro un anno ed assicurando così, la cancellazione di entrambe dalla lista nera pubblicata dall'OCSE a fine meeting.

Anche ad altri 35 paradisi fiscali è stato dato un anno di tempo per adeguarsi alle regole internazionali. Se non dovessero provvedere a riguardo "i membri dell' Ocse decideranno sanzioni, che non sono state ancora studiate, ma che dovrebbero prevedere la sospensione di tutti gli aiuti economici".

Mi auguro che le sanzioni non si limiteranno alla sospensione degli aiuti economici. Si tratterebbe di una grande farsa. I paradisi fiscali generalmente non hanno, per ovvie ragioni, grande necessità di aiuti.

La lotta ai paradisi fiscali, la supervisione delle agenzie di rating e degli hedge funds, il controllo sugli stipendi dei manager. Si tratta di una moltitudine di annunci che sembra rivolta ad una popolazione livida nei confronti di banchieri e finanzieri. Una popolazione che pretende un cambiamento reale e questo cambiamento e stato consegnato sotto forme di tante parole generiche vergate su un pezzo di carta.

Tutto è stato demandato all'inesistente FSB.

Se mai l'FSB verrà fatto e se avrà davvero questi incredibili poteri se ne riparlerà.

Per il momento, a questo riguardo, ci sono state consegnate solo tante "parole parole parole".

martedì 31 marzo 2009

Il G-nulla

Le previsioni meteo preannunciano un simpatica settimana fatta di pioggia e vento. Una volta si sarebbe liquidato il tutto appellandosi a qualche vecchio detto tipo: "Marzo pazzerello...". Verrebbe quasi da augurarsi che le cose fossero così semplici. Purtroppo, l'andamento climatico attuale sembra indicare qualcosa di più costante di una semplice pazzia transitoria. Se i miei amici dall'Olanda e dalla Finlandia arrivano a sfottermi perché li splende il sole - anche se fa leggermente più freddo – qualche cosa deve essere cambiata.

Ogni peggioramento climatico, in ogni caso, impallidisce di fronte ai cambiamenti avvenuti in ambito economico ed allo stesso modo il mio personale disgusto nei confronti dell'incessante pioggia, sembra sparire se paragonato alla repulsione che nutro verso certe banche e certi banchieri.

L'inchiostro versato per redigere il piano di Geithner non si è ancora asciugato che già Citigroup e Bank of America hanno iniziato a sfruttare uno dei numerosi stratagemmi che esso mette gentilmente a loro disposizione. Entrambe le banche si sono date alla caccia di spazzatura - CDO nello specifico - arrivando a contendersela per cifre superiori al prezzo di mercato, prezzo che attualmente si aggira sui 30 centesimi per ogni dollaro di valore facciale (a prezzi ragionevoli un mercato esiste anche per la spazzatura sebbene Geithner & Co dicano il contrario). La strategia fa perno sulla convinzione che in futuro i due colossi bancari riusciranno a scaricare sulle spalle del contribuente, tramite PPIP (Public-Private Investment Program), la suddetta spazzatura a una cifra superiore rispetto a quella d'acquisto.

Un bel guadagno netto per le banche che servirà magari a ricapitalizzarle in parte, ma non è certamente quello che il ministro del tesoro USA, almeno a parole, intendeva ottenere tramite il suo piano.

Si avvicina inoltre la chiusura del primo quarto. Evento che potrebbe anche riservare alcune sorprese.

I CEO dei principali istituti bancari statunitensi, Jamie Dimon della JP Morgan, Ken Lewis di Bank of America insieme a Vikram Pandit presidente della Citigroup rivelarono poco tempo fa che le banche da essi gestite, durante i primi due mesi dell'anno avevano incassato dei profitti. La notizia aveva fatto intravedere la luce a più di un investitore e aveva rilanciato i valori azionari del settore finanziario. Un ritorno all'attivo poteva essere il segnale che una lenta ripresa dell'economia fosse in atto. Musica per le orecchie di chi investe in borsa.

A gelare le aspettative ci hanno pensato gli stessi 3 individui, dichiarando lo scorso venerdì in maniera sincronizzata (neanche si mettessero d'accordo), che durante il mese di Marzo vi sarebbe stato un aggravamento del mercato, con relativo calo dei ricavi.

Mentre tutti si chiedevano perplessi a che gioco stessero giocando i suddetti CEO, un post sul blog di Zero Hedge ha gettato un po' di luce sulla natura dei profitti incassati da Citi, JP Morgan e BofA durante Gennaio e Febbraio. A quanto pare, essi sarebbero merito esclusivo dell'AIG che chiudendo una serie di posizioni ancora aperte su strumenti derivati (CDS) avrebbe incassato consapevolmente ingenti perdite - facendo affidamento sul supporto statale per tappare eventuali buchi - a favore di una serie di banche che hanno potuto così, favoleggiare in giro su un imprevisto ritorno dei profitti.

Non è certo una sorpresa scoprire che l'AIG venga usata per incanalare denaro verso le banche di mezzo mondo - Goldman Sachs in testa. A tutta la blogsfera del settore economico non è sfuggito il gioco di offuscamento portato avanti dall'amministrazione USA, volto a suscitare l'indignazione della popolazione nei confronti dei 160 milioni di bonus intascati dai manager dell'ex colosso assicurativo e facendo allo stesso tempo, passare sotto silenzio i regali miliardari fatti dal governo USA, attraverso l'AIG stessa alle principali banche. Il fatto che Obama, Geithner e perfino Bernanke, siano un giorno si e uno no in televisione la dice lunga sulla strategia mediatica che l'amministrazione del presidente americano sta adottando.

Sembra quasi cercare di convincere e rassicurare la gente a parole, più che con azioni concrete.

Concretezza di cui si sente forte necessità e che personalmente spero di vedere materializzarsi al G20.

Come si può intuire dal titolo di questo post, le mie speranze e le mie previsioni non coincidono assolutamente. Willem Buiter in un recente articolo intitolato: "G20, non aspettatevi nulla, sperate per il meglio e preparatevi per il peggio" avanza una serie di suggerimenti che il G20 farebbe bene a prendere in esame.

Buiter chiede un impegno deciso al mantenimento di liberi scambi internazionali senza che siano imposte restrizioni di alcun genere, consiglia di aumentare di 10 volte i fondi a disposizione dell'FMI tramite l'emissione di SDRs e sopratutto si augura che venga finalmente riconosciuto da tutti il collasso di quel sistema finanziario globale che è cresciuto in maniera abnorme dal 1980 in avanti. Un sistema che non può essere riparato con dei cerotti applicati in maniera grossolana, ma che avrebbe bisogno di riforme profonde e globali.

Buiter avanza alcune idee sul tipo di riforme da adottare. Tutte abbastanza ragionevoli ed ovvie se vogliamo. Così ovvie che verrebbe da sperare fossero all'ordine del giorno del G20.

Eppure, non sembra essere solo Buiter a sentire una pungente puzza di nulla provenire dalla riunione di Londra (i cui lavori partiranno domani). Anche il presidente francese Sarkozy sembra possedere un olfatto sufficientemente allenato:


Se il G20 sara' di basso profilo, mi alzo e me ne vado". La minaccia arriva dal presidente francese Nicolas Sarkozy che secondo alcuni quotidiani inglesi sarebbe pronto anche a boicottare il G20 che iniziera' domani a Londra se non si raggiungeranno obiettivi precisi.
"La Francia - spiega una fonte vicina all'Eliseo - non accettera' un G20 con tante parole e pochi fatti"

Anche il primo ministro inglese, Gordon Brown, nei giorni scorsi aveva subdorando un vertice inconcludente arrivando a suggerire che venisse messo in agenda un ulteriore incontro del G20 durante l'anno in corso. La sfiducia di Brown, nasce forse dall'aver visto trapelare la sua bozza per il comunicato finale del G20, bozza che Brown stesso, auspicava sarebbe stata successivamente firmata da tutti partecipanti alla chiusura dei lavori. Nel documento in questione è contenuto l'impegno a contribuire al rilancio dell'economia globale tramite uno stimolo fiscale congiunto di 2 trilioni di dollari. Una misura che sembra inquadrarsi pienamente con il proposito, che secondo alcuni nutrirebbe Brown, di annunciare il 22 Aprile un ennesimo pacchetto di stimolo per l'economia Britannica. Stimolo a cui si era in precedenza opposto Mervin King il capo della banca centrale inglese quando affermò che le finanze del paese non consentissero più interventi simili.

Della stessa opinione di King sono sempre state anche Germania e Francia. Entrambi i paesi si sono numerose volte opposti a degli interventi di stimolo coordinati. Non si capisce bene come Brown pensi o pensasse, di riuscire a convincere le due nazioni a contribuire ai sopra citati, 2 trilioni di dollari.

Qualunque strada abbiano in mente di percorrere il leader dei G20 sarà il caso che si sbrighino ad imboccarla.

L'economia non sta certo ad aspettarli e continua il suo inesorabile deterioramento. I dati provenienti dai paesi esportatori sono un incubo. La contrazione delle esportazioni Giapponesi ha toccato un senza precedenti -49% a Febbraio rispetto l'anno precedente, gli ordinativi esteri dell'industria Tedesca son crollati del 37%. Secondo l'OCSE in Italia quest'anno l'export crollerà del 15,9% ed il PIL del 4,3% alla faccia delle nostro governo che solo un mesetto fa si lamentava con confidustria per una previsione sul PIL di -2,5% (poi riveduta qualche giorno fa e portata al -3,5%). La disoccupazione italiana toccherà, secondo le previsioni OCSE, il 9,7% nel 2009 ed i consumi dei privati segneranno un -3%. Il governo Spagnolo ha appena salvato la sua prima banca, la Cassa di Risparmio di Castilla-La Mancha, concedendole un finanziamento di 9 miliardi. Sebbene si tratti di un istituto di dimensioni ridotte il precedente e tutt'altro che rassicurante. Il rating dell'Irlanda ieri è stato tagliato dalla Standard & Poors, scendendo da AAA ad AA+ e si prevede che il PIL dell'ex tigre celtica subirà una contrazione del 6,5% nel corso dell'anno.

Come era prevedibile si stanno verificando le prime rivolte anche all'intero di alcuni dei paesi dell'area euro ritenuti più stabili:


A Grenoble il direttore del personale e altri tre manager della “Caterpillar” sono stati sequestrati e tenuti prigionieri dagli operai dell’azienda. La multinazionale americana vuole licenziare 733 persone su 2.500 addetti, perché le vendite sono calate del 55%. Ovviamente, il licenziamento del personale è la prima e più facile soluzione alla crisi.
I sequestratori non sono delinquenti o terroristi. Benoit Nicolas, delegato sindacale della Cgt, la più grande organizzazione dei lavoratori francesi, equivalente della nostra Cgil, ha dichiarato che li tratterranno finché non si sarà aperta una trattativa.


Oltre ai manager in procinto di “razionalizzare” le attività delle aziende , un altro ambito bersaglio per la popolazione frustata, sembrano essere diventati i banchieri. Fred Goodwin ex capo della Royal Bank of Scotland, posizione che ha lasciato intascandosi una liquidazione milionaria dopo aver condotto l'istituto al fallimento e aver costretto il governo di sua maestà a una nazionalizzazione frettolosa, si è visto assaltare l'abitazione da un gruppo di cittadini inferociti che dopo aver infierito a suon di sassi contro le vetrate dell'edificio hanno terminato il proprio sfogo facendo a pezzi l'automobile di Goodwin. Dopo questo avvenimento ed in vista di eventuali proteste per il G20 è stato suggerito a tutti i dipendenti dell'RBS di recarsi a lavoro in abiti dimessi, in modo che non corressero il rischio di essere scambiati per dei banchieri.

Ai manager delle principali banche svizzere invece è stato imposto di non abbandonare il paese elvetico, neppure per viaggi di lavoro. Il timore è che una volta sbarcati all'estero essi possano essere prelevati dalle autorità locali e interrogati successivamente in merito a possibili evasioni fiscali agevolate dagli istituti per cui lavorano. Il precedente screzio tra USA e UBS e le ripetute minacce lanciate dall'Europa contro i paradisi fiscali stanno lasciando il segno. Tra le mete proibite vi sono USA, Germania e Francia.

Si sente insomma, un vago odore da 1870, anno in cui i banchieri vennero inseguiti e cacciati da una popolazione che ne pretendeva l'impiccagione.

E se troppi stati, non sembrano aver ancora deciso di intervenire in maniera netta in ambito economico, le principali banche centrali si sono dimostrate ben più attive. Alla festa chiamata QE, stanno per unirsi anche due delle ultime superstiti: la banca centrale Europea e quella Canadese.

La BCE preoccupata dagli ultimi dati sull'economia ha fatto capire, tramite il suo vice presidente Lucas Papademos, che potrebbe lanciarsi in misure di quantitative easing arrivando ad acquistare sul mercato secondario bond di diverse società (quali non è dato sapere). Ad essa ha fatto eco la banca centrale canadese ventilando anch'essa il ricorso al QE. Sembra che dopo lo zirp (tasso di interesse 0) globale stiamo finalmente arrivando al quantitative easing globale.

Le banche centrali dunque, si stanno tutte muovendo e nella medesima direzione.

Purtroppo quella odierna non è una crisi che possa essere risolta per via monetaria o indebitando gli stati in modo che l'aumento della spesa pubblica vada a compensare il calo della domanda aggregata.

Durante il G20, le principali nazioni del pianeta hanno la possibilità di gettare le basi per un sistema economico che sia un minimo più ragionevole di quello attuale, abbandonando una volta per tutte l'illusione che la situazione possa in breve tempo tornare ad essere quella di 2 anni fa. Il che significa anche cominciare a ridefinire i ruoli consumatore/produttore degli USA e della Cina.

Un buon primo passo potrebbe essere quello di sistemare una volta per tutte il sistema bancario arrivando a creare banche più piccole e meglio regolamentate in modo che non rappresentino un significativo rischio sistemico. Tornando a separare le funzioni delle banche di investimento da quelle delle banche commerciali. Ricapitalizzando gli istituti in maniera decente, facendo pagare il prezzo a chi se lo merita - azionisti e obbligazionisti. Sistemando una volta per tutte l'infernale mercato dei derivati OTC, in particolar modo quello dei CDS.

Purtroppo non penso che succederà nulla di tutto ciò a Londra. Come Simon Johnson, ex capo economista dell'FMI ha scritto su The Atlantic in uno splendido articolo, gli USA sono prigionieri di un oligarchia composta da banchieri e finanzieri. Ogni intervento del governo andrà a vantaggio di questi ultimi indipendentemente da quale possa essere l'interesse generale. Un film che Johnson ha visto più volte durante la sua permanenza all'FMI. Di solito gli interpreti, erano paesi in via di sviluppo o nazioni con dei deficit democratici come Russia ed Argentina. Durante ognuno di questi casi, gli USA erano lì, a premere perché le oligarchie venissero scavalcate e sacrificate, in modo che si potessero applicare con efficacia quelle riforme necessarie ad una ripresa del paese.

Risulta ironico constatare come siano proprio gli USA ora, a comportarsi come quelle nazioni che hanno passato intere decadi a criticare.

E' evidente che Geithner non voglia danneggiare l'oligarchia bancaria ne rischiare di far pagare il giusto prezzo agli obbligazionisti delle banche, tra cui una miriade di fondi pensione già traballanti. Il ministro del tesoro USA ha recentemente dichiarato che i naked CDS (cds emessi senza che sia dimostrata da parte dell'acquirente la reale intenzione di assicurare un obbligazione) non andrebbero proibiti.

Ad onor del vero, Geithner ha quantomeno ammesso che andrebbe controllata la solvibilità di chi emette CDS, in modo da ridurre il rischio che essi vengano venduti in quantità industriale, da società che non potranno mai pagarli in caso di problemi. L'intenzione di fondo però resta immutata: non essere troppo duri nei confronti dell'establishment finanziario.

Una scelta che trovo scellerata.

Finché non si deciderà che è venuta l'ora che certe oligarchie paghino per le proprie colpe non usciremo veramente dal casino in cui ci troviamo immersi. Quest'ora non sembra essere ancor giunta. Per questa ragione sono pronto a scommettere che il G20 di domani si rivelerà ancora una volta, una riunione fatta di nulla.