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martedì 10 marzo 2009

Piano B

I clima umido e gelido della scorsa settimana è riuscito a mettermi completamente KO, togliendomi, oltre a quello che potrebbe essere definito un livello accettabile di salute, qualunque spinta ad aggiornare il Blog. Fortunatamente però, da un paio di giorni a questa parte, il sole si è degnato di onorarci nuovamente della sua presenza e con il caldo anche le forze sembrano essermi tornate.

Non che si possa dire altrettanto dell'economia mondiale. Su quel versante il cielo rimane plumbeo e pesante, coperto da nuvoloni neri che non annunciano nulla di positivo. La scorsa settimana è stato il continuo precipitare delle borse mondiali a catturare l'attenzione generale. Sembrava quasi di essere tornati ad Ottobre scorso e sebbene l'entità complessiva del crollo sia stata meno marcata di allora è bastata a scatenare accesi dibattiti. Tutti si domandano quanto ancora manchi alla completa capitolazione e relativa fuga degli investitori dai mercati e quanto i vari listini distino realmente dal fondo.

L'osservato speciale, chiamato S&P 500, ha chiuso venerdì a -24,33% rispetto inizio anno, trovando un valore di supporto a 666 (vi lascio immaginare quante battute siano girate su questo fatto) e recuperando quasi il 2,5% nell'ultima mezz'ora. Dato il pessimo andamento di Wall Street nel corso dell'intera settimana, chiudere positivamente l'ultimo giorno di contrattazione aveva un significato particolare. Diversa gente venerdì, durante le ultime ore di contrattazione, aveva invocato l'intervento del PPT, della divina provvidenza, di Cthulhu o di chiunque altro fosse in grado di invertire la discesa dei listini. A quanto pare le loro preghiere sono state ascoltate e gli indici si sono fatti una bella galoppata finale che li ha portati in territorio positivo.

Uno dei pochi segnali incoraggianti in una lunga settimana di agonia.

Quattro giorni fa, sia la BCE che la BOE (la banca centrale inglese) hanno tagliato di 0,5% il tasso di interesse portandolo rispettivamente all'1,5% e allo 0,5%. La BOE ha anche annunciato l'adozione di misure di "quantitative easing", per un ammontare di 75 miliardi di sterline da usare, nel corso dei prossimi 3 mesi, per acquistare bond governativi. Un estremo tentativo di aumentare la liquidità in circolazione. Molti speravano che queste due interventi avrebbero rincuorato le borse spingendole al rialzo. I mercati invece, non hanno dato segno di essersene minimamente accorti.

Anzi, per quel che riguarda l'Inghilterra, Graham Secker, analista strategico alla Morgan & Stanley, ha prospettato un futuro peggiore di quello della grande depressione, prevedendo un crollo dei profitti del 60% - rispetto al picco - durante il biennio 2008-2009, mentre il dato dei primi anni 30 si assestò ad un più contenuto -57%. La scorsa settimana i profitti dello S&P 500 hanno toccato il -61% dal picco, il peggiore risultato dal 1871. Nefasto precedente, dato che il termine "venerdì nero" fa riferimento al 24 settembre 1869 (un venerdì), quando una folla inferocita dette l'assalto agli istituti bancari, come forma estrema di protesta nei confronti dell'improvviso aumento del prezzo dell'oro causato dalle truffaldine manipolazioni di un gruppo di speculatori e minacciò di prelevare i banchieri dai propri uffici per impiccarli lungo le vie delle città. Un avvenimento che fece da apripista alla successiva depressione diffusasi tra 1870 ed il 1873 dall'Europa agli USA e che terminò ufficialmente nella primavera del 1879.

A produrre i risultati negativi dell'ultima settimana di contrattazione hanno contribuito diversi fattori. Le dichiarazioni fatte dai revisori indipendenti sulla dubbia sostenibilità economica della GM, ad esempio, hanno riscosso una certa attenzione, riaprendo prospettive di bancarotta per il gigante del settore auto e gettando i listini nello scompiglio. Un numero crescente di politici Repubblicani ultimamente ha invocato a gran voce che la si faccia finita permettendo alla General Motors di appellarsi al "chapter 11", una "bancarotta riorganizzativa", da cui essi ritengono, l'azienda potrebbe uscire ridimensionata, ma più solida. I Democratici invece si oppongo a questa linea d'azione, convinti che la GM non abbia le risorse per sopravvivere ad un "chapter 11" e che ciò, potrebbe costringere l'azienda a dichiarare fallimento in maniera definitiva.

La situazione della società di Detroit rimane fluida ed incerta, dopo che i vertici hanno negato con insistenza ogni possibilità di bancarotta.

Un altro brutto colpo per il morale degli investitori è arrivato dai pessimi dati sull'occupazione americana, scesa dell'8,1% a Febbraio, il quattordicesimo mese di contrazione consecutivo, con una perdita complessiva pari a 651000 posti di lavoro.

Anche l'FDIC, l'ente USA che si occupa di liquidare le banche fallite (se conoscete l'inglese qua potete vedere un interessante servizio di 60 minutes su come esso operi), ha scaricato una bella secchiata d'acqua ghiacciata addosso a chi, ancora sperava in un lento miglioramento della situazione, annunciando di essere in mutande. Il fondo privato di garanzia a disposizione dell'ente ed a cui tutte le banche sono obbligate a contribuire, versando una piccola percentuale per ogni dollaro depositato presso di esse, è in via di esaurimento. La responsabilità va attribuita all'ondata di fallimenti che negli ultimi mesi ha investito il settore bancario (17 solo quest'anno, qua trovate l'elenco completo). Per ovviare a questo inconveniente l'FIDC è stato costretto a chiedere ad ogni istituto di aumentare la sua quota di contributi, scatenando una piccola insurrezione: il settore bancario non ha voluto saperne. Il denaro è poco, ed una manovra simile impatterebbe in particolar mondo sulle banche minori, prelevando loro dal 50% al 100% dei ricavi incassati nell'ultimo anno.

L'FDIC ha dovuto arrendersi, rinunciando ai suddetti aumenti e come sempre succede in questi casi, non ha avuto altra scelta che andare a batter cassa presso il governo degli Stati Uniti, il quale, ormai abituato a scucire miliardi come se piovesse, senza pensarci su troppo ha gentilmente acconsentito a stanziare, fino al 2010, 500 miliardi di dollari per il fondo dell'FDIC.

L'evento però, che più di ogni altro ha terrorizzato gli analisti è stata la spirale discendente in cui si è trovata imprigionata la General Elettric. A due giorni di distanza da un taglio dei dividendi senza precedenti, se non durante gli anni della grande depressione, il titolo del colosso industriale è sceso sotto i 6 dollari, 11 in meno rispetto ai 17 a cui veniva scambiato solo un paio di mesi fa. A preoccupare gli osservatori è la condizione del ramo finanziario dell'azienda, la GE Capital, arrivato negli ultimi anni a garantire con regolarità, metà dei ricavi dell'intera società e che secondo molti nasconderebbe tra i suoi bilanci miliardi di perdite non dichiarate: dai 21 ai 54 miliardi secondo Nicholas P. Heymann e Matthew Kelley, due analisti alla Sterne Agee.

Giovedì scorso, Keith Sherin, CFO dell'azienda, ha smentito davanti ai microfoni della CNBC - canale televisivo di proprietà della GE stessa - ogni voce riguardo a possibili problemi economici da parte dell'azienda, dichiarando che il denaro cash che essa ha sottomano, ammonterebbe a 45 miliardi di dollari, sufficienti ad affrontare qualunque traversia i mercati possano gettarle addosso. Il titolo è risalito leggermente nei giorni successivi all'uscita della Sherin, superando venerdì i 7 dollari. Eppure, molti continuano a manifestare un certo scetticismo. Troppe volte hanno ascoltato assicurazioni televisive da parte di CEO e CFO sulla condizione di grandi società, poco prima che queste fallissero. I ricordi della Bear, della Lehman, dell'AIG bruciano ancora, come delle ferite aperte.

Tutti attendono che venga fatta un po' di chiarezza sulla situazione finanziaria della GE e confidano in una presentazione che i vertici dell'azienda hanno promesso di fare la settimana del 16 Marzo, per illustrare agli analisti con dati precisi, lo stato di salute del colosso industriale.

Intanto,secondo Karl Denninger, la GE assieme ad altre società tutto sommato sane, come la Berkshire Hathaway, sarebbero sotto attacco da parte degli speculatori. Questi ultimi, sfrutterebbero i CDS per scommettere al ribasso su determinate azioni, aggirando così, ogni controllo e supervisione esistente - i CDS sono degli strumenti non regolati. Un giochino che permetterebbe di colpire un qualunque titolo, scatenando una spirale discendente sul suo valore.

I CDS sono una forma di assicurazione finanziaria. Ufficialmente dovrebbero essere acquistati da qualcuno che ha intenzione di garantirsi contro la possibilità che una certa azienda (o stato), di cui possiede delle obbligazioni, fallisca, lasciandogli in mano dei pezzi di carta senza valore.

In realtà, non è necessario dimostrare di avere delle obbligazioni per potersi assicurare. In sostanza si può scommettere liberamente sulla possibilità che una qualunque azienda fallisca. Se il fallimento si verifica effettivamente, chi ha acquistato i CDS riceverà in pagamento una somma pari a quella per cui si era assicurato. Un po' come se il vostro vicino fosse in grado di assicurarsi contro l'eventualità che casa vostra vada a fuoco, cosa proibita con le assicurazioni tradizionali dato che, beh, non incita esattamente alla conservazione del patrimonio immobiliare (piuttosto alla piromania).

Chi vende dei CDS - in cambio di un premio mensile che ogni acquirente versa - generalmente, per coprirsi contro il rischio che l'azienda in questione fallisca davvero, gioca al ribasso sul titolo di quest'ultima, in modo da trarne un guadagno nel caso il valore dovesse effettivamente calare. Dato che i CDS sono strumenti non regolati, non esiste nessun organo preposto al controllo della solvibilità delle società che li emettono. In soldoni, tramite essi si può scommettere al ribasso su un qualunque titolo senza dover presentare significative garanzie, correndo dei rischi molto limitati e producendo una perversa spirale fatta da: calo del valore delle azioni, diminuzione del capitale disponibile, declassamento del rating, aumento del valore dei CDS per poi cominciare di nuovo da capo con l'acquisto di altri CDS ecc.

Il costo dei CDS sulla GE e sulla Berkshire Hathaway è salito alle stelle nell'ultima settimana, facendo temere che le due grandi aziende possano perdere la propria immacolata tripla A di rating. (proprio oggi Warren Buffet, leggenda della finanza e capo della Berkshire, ha dichiarato che l'economia è crollata giù da un precipizio, paragonando la crisi economica ad una vera e propria guerra che ogni patriottico cittadino americano dovrebbe combattere).

Come se non bastasse, Bloomberg ha rivelato che anche quegli individui che hanno acquistato i CDS come forma di assicurazione, spesso si trovano a sperare che l'azienda di cui detengono le obbligazioni fallisca. Diverse corporation negli ultimi tempi hanno proposto ai propri obbligazionisti di convertire parte del debito esistente in azioni comuni, nel tentativo di aumentare la propria capitalizzazione, trovandosi spesso di fronte ad un netto rifiuto. Normalmente la sopravvivenza di un azienda dovrebbe essere nel pieno interesse di chi ne detiene i bond. Quando si posseggono anche dei CDS invece, risulta spesso più conveniente lasciare che la società fallisca, per poter incassare in pagamento la somma per cui ci si era assicurati.

Si sta facendo un gran chiacchierare quindi, di una realtà che è sempre stata sotto il naso di tutti: i CDS sono un mostro lasciato per troppo tempo libero di scorrazzare in maniera incontrollata per i mercati di mezzo mondo. Ed il mostro non sta preannunciando nulla di buono. Se durante il periodo del fallimento della Lehman e dell'AIG erano 75 le compagnie su cui veniva richiesto il pagamento di un anticipo, come condizione all'emissione dei CDS - per la maggior parte compagnie finanziarie - ora il loro numero è salito a 260.

Quando un'azienda è considerata particolarmente pericolante, oltre al premio mensile, chi vende dei CDS normalmente richiede in pagamento, come quota iniziale fissa, una percentuale della somma per cui ci si vuole assicurare. Per la GE, ad esempio, la scorsa settimana veniva richiesto come anticipo il 17,5%.

Nel grafico sotto si può vedere l'aumento che gli anticipi sui CDS hanno subito negli ultimi 6 mesi, separato per i differenti settori:



Per fortuna sembra che si stia cominciando a discutere seriamente su come gestire e regolare il mostro dei CDS. Al momento 4 aziende stanno stilando delle proposte per lo sviluppo di un efficace sistema di controllo dietro richiesta dei regolatori USA. La mia impressione purtroppo, è che tutto sembri muoversi ancora troppo lentamente considerata la gravità della situazione.

Se gli USA hanno attraversato una brutta settimana, nel resto del mondo le cose non stanno andando particolarmente meglio. Per la prima volta dal dopoguerra in avanti, la banca mondiale ha previsto che l'economia planetaria subirà un arretramento. Il maggior contributo alla contrazione dell'economia lo daranno i paesi emergenti: Asia, America Latina ed Europa dell'est. Per ovviare a questo problema, il presidente della banca mondiale Robert Zoellick, sta premendo affinché i paesi più ricchi mettano da parte lo 0,7% del denaro speso per gli stimoli economici e istituiscano un fondo di solidarietà a favore delle nazioni emergenti.

Zoellick dovrebbe spiegare però, come possa lo 0,7% degli stimoli erogati fino a ora, riuscire a compensare la distruzione - secondo l'Asian Development Bank - di 50 trilioni di dollari di valore sugli assets finanziari, quasi pari al PIL dell'intero pianeta (poco più di 65 trilioni nel 2007), distruzione che vedrebbe proprio Asia ed America Latina tra le principali vittime.

E del resto, anche la definizione di paese ricco sta diventando un impresa elusiva.

In Europa continua l'agonia di numerosi stati: la disoccupazione in Spagna ha toccato quasi il 15%, l'Irlanda come ha scritto un giornalista "è ad una testa spaccata di distanza dalla rivolta", lo spread dei CDS sull'Austria ha toccato i 250 punti base, lo stesso livello di quelli sulla pericolante Grecia, in Germania gli ordinativi delle industrie sono crollati del 42% in Gennaio. L'Unione Europea ha annunciato oggi, attraverso il Comitato per l'occupazione e per la protezione sociale che entro il 2010 si rischiano 6,5 milioni di disoccupati all'interno del territorio UE. Per scongiurare questa eventualità ha consigliato una serie di misure che trovo francamente risibili (leggetevi l'articolo se siete curiosi).

Anche in Italia la situazione si sta aggravando. Tremonti ogni tanto, facendo il giocoliere con le parole, prova a farlo presente: da un lato risulta evidente il suo desiderio di rassicurare la popolazione e dall'altro il tentativo di non raccontare panzane troppo clamorose. A quello ci pensa Berlusconi che riprendendo il ministro dell'economia come si fa con gli studenti disobbedenti, se ne va in giro a dichiarare:

La crisi "esiste" ma "è vissuta sui media in maniera più drammatica di quella che è", e il calo delle borse "è dovuto a una manciata di azioni". E la Rai "è l'unica tv di Stato che attacca il governo in carica".

Penso non ci sia bisogno di commentare questo tipo di affermazioni. Oggi Berlusconi ha affermato:

"Non ci saranno situazioni di miseria, di crisi acuta, il Governo è presente per sostenere i cittadini meno fortunati".

"Il mondo ha conosciuto altre crisi ma anche questa come tutte finiscono. Questa crisi sembra particolarmente grave - ha aggiunto - ma la sua profondità e la sua estensione nel tempo dipendono dai nostri comportamenti"

Per una volta sono perfettamente d'accordo con il presidente del consiglio. La profondità e l'estensione della crisi dipende dai nostri comportamenti ed in particolar modo dalle azioni che i governi dell'intero pianeta portano avanti. In Italia oltre a bearci per il fatto che le nostre banche sono meno esposte rispetto a quelle del resto dell'Unione (resta il grosso ? chiamato Unicredit), viene avanzata ancora una volta la mitologica trovata delle grandi opere. Sono stati annunciati stanziamenti per la costruzione del ponte sullo stretto di Messina, opera di cui si parla da che sono al mondo (ed ho la sgradevole sensazione che quando sarò sottoterra saranno ancora li a discuterne) ed è stato promesso il completamento della Salerno Reggio Calabria per il 2012-13 (se ci credete davvero ho una torre pendente da vendervi).

Quest'anno in tutto dovrebbero venir stanziati 10,8 miliardi per le grandi opere. Se siamo fortunati di esse, ne partiranno due o tre.

Le altre saranno rimandate a data da destinarsi, ma anche se per qualche miracolo partissero subito, come ho ripetuto più volte, si tratta in ogni caso di interventi poco efficaci, che muovono grandi capitali, ma poca manodopera. Come dimostra il Giappone, misure del genere non funzionano durante crisi come quella che stiamo attraversando.

Summers, il padrino di Geithner, dal canto suo ha lanciato oggi dalla casa bianca, un appello al G20, perché si impegni nel rilancio della domanda mondiale. Come questa domanda andrebbe rilanciata non è dato sapere con certezza. Summers sembra invocare il solito e generico aumento di spesa pubblica, come motore in grado di produrre il famigerato aumento della domanda aggregata, ma Jean-Claude Juncker a capo del comitato composto dai ministri delle finanze UE, gli ha già risposto con un deciso: no grazie. Sempre oggi, Geithner il figlioccio di Summers e ministro del tesoro USA, quasi si vergognasse a mostrare il suo viso in pubblico, ha posticipato per l'ennesima volta la presentazione dei dettagli sul piano di intervento per il settore finanziario. In particolar modo, sembrerebbe essere ancora in alto mare la parte che prevede l'istituzione di un organo pubblico/privato per l'acquisto degli assets tossici in pancia alle banche.

Sarà senz'altro colpa mia, ma ancora non ho ben capito come dovrebbero funzionare gli interventi in corso e quelli annunciati o meglio, non mi è chiaro un piccolo passaggio. Per riprendere la vignetta all'inizio di questo post, tutti i progetti fin ad ora presentati - chiamiamoli piano A - possono essere riassunti in 3 fasi distinte collegate tra loro:

  1. Garantire la solvibilità delle banche e del sistema finanziario con tutto il denaro necessario (basta evitare il termine nazionalizzazione) e contemporaneamente spendere un sacco di soldi che non si hanno veramente, in opere pubbliche di discutibile utilità o per sostenere aziende decotte. Il tutto ovviamente indebitando gli Stati (tranne in alcuni rari casi, come quello Cinese)
  2. Poi un miracolo si verifica
  3. Come conseguenza la gente riprende a spendere e consumare, il credito a scorrere e le aziende a produrre ed assumere

Penso che qualcuno dovrebbero chiarire meglio il secondo passaggio. Come si riesca a passare dagli interventi attuali, ad una ripresa dell'economia mi sfugge, così come a sfuggirmi è la strategia che si intende adottare nei confronti degli assets tossici in pancia al sistema bancario. Magari a Geithner riuscirà la quadratura del cerchio, grazie ad un magnifico piano ancora sconosciuto e tutta l'Europa gli andrà dietro facendoci uscire da questo buio tunnel, ma dati i precedenti nutro ben poca fiducia a questo riguardo.

Ancora più importante. Quale sarebbe esattamente il piano B?

Se tutte le trovate si rivelassero insufficienti e l'intero pianeta piombasse in una depressione di diversi anni o in una stagnazione decennale simile a quella attraversata dal Giappone (cosa che Roubini sembra ritenere sempre più probabile man mano che il tempo passa) che si fa?

Il Giappone restò a galla a forza di svalutazione ed esportazioni, ma se tutto il mondo è messo nelle medesime condizioni verso chi dovremmo mai esportare?

Se esiste veramente un piano B, temo che esso preveda militari in assetto da combattimento che scorrazzano per le vie delle nostre città (e non mi riferisco alla trovata pubblicitaria dei 3000 uomini messi in campo da questo governo). Nel caso, spero di non essere mai costretto a scoprire per via diretta il contenuto di questo piano (anche se non mi dispiacerebbe mi fosse illustrato a parole).

Nel frattempo, mi limito ad aspettare con pazienza, confidando che esista da qualche parte un ministro del tesoro, un banchiere centrale o un esimio economista che vogliano spiegarmi cosa succede durante il secondo e critico passaggio del piano A, con termini un po' più convincenti rispetto ad un semplice: " e poi un miracolo si verifica".

giovedì 6 novembre 2008

In mutande

E' trascorsa esattamente una settimana da quando ho pubblicato l'ultimo post. Vorrei rassicurare quei lettori che stavano iniziando a preoccuparsi. Non ho deciso di smettere di scrivere e non sono stato arrestato con l'accusa di essere troppo deprimente, atto che fortunatamente non è (ancora) reato. Semplicemente sono stato fuori città fino a Domenica sera, senza la possibilità di accedere ad un computer per il tempo sufficiente a scrivere un qualunque articolo.

Lunedì sono stato troppo impegnato a riprendermi dal viaggio per aggiornare il blog e martedì troppo assorbito dalle elezioni americane (cosa sia successo mercoledì non lo volete sapere).

Martedì dopo l'ingenuo tentativo di seguire in diretta l'andamento delle elezioni in una serata organizzata da Repubblica, deluso dalla pochezza delle argomentazioni dei giornalisti presenti e dal cattivo audio in sala, me ne sono tornato mestamente a casa a seguire in rete la nottata elettorale. Ho resistito eroicamente fino a quasi le 4 del mattino prima di crollare addormentato con in sottofondo la radio della BBC che continuava a trasmettere.

Ad un certo punto ci deve essere stato l'annuncio della vittoria di Obama, perché mi è parso di udire miliardi di voci unirsi in un unico sollevato sospiro che rimbalzando da un angolo all'altro della volta celeste deve aver trovato in qualche modo la via di casa mia e ricordo di aver pensato, ancora immerso nel sonno:

"Grazie al cielo!"

Non fraitendente. L'acqua dei fiumi non si trasformerà improvvisamente in miele, la manna non cadrà dal cielo ogni giorno dispari e gli storpi non guariranno miracolosamente. Gli USA rimangono l'impero che sono sempre stati dalla seconda guerra mondiale in avanti e come tale continueranno a comportarsi. Gli obbiettivi resteranno in linea di massima gli stessi, quella che cambierà sarà la strategia. Stiamo per passare da gente la cui strategia per affermare il controllo Statunitense sul mondo era quella del dominio ad ampio spettro, di guerre contemporanee su diversi fronti il cui obbiettivo era produrre il caos necessario, secondo l'ideologia neocon, ad instaurare regimi filo americani a gente per cui la guerra è una delle ultime soluzioni, non la prima e unica.

Li chiamano i realisti. Quella banda di individui che è ben rappresentata da politici come Zbigniew Brzezinski (consigliere di Obama). Un signore che non ha mai disapprovato gli obbiettivi ultimi della politica di Bush & Co, ma che ha sempre criticato il metodo applicato per raggiungerli affermando che esso avrebbe solo isolato l'America a livello internazionale e ne avrebbe consumato in maniera insensata le risorse, prime fra tutte quelle militari.

Di certo non è il cambiamento che molti vorrebbero, ma fidatevi, è un cambiamento significativo e di cui possiamo tutti rallegrarci.

Più importante è ciò che l'elezione di Obama segnala riguardo la popolazione americana. La voglia di cambiamento che si è imposta con prepotenza indica il riconoscimento del fallimento delle politiche passate, specialmente in campo economico. Il vecchio spettro del socialismo sembra essersi dileguato. Gli attacchi che Mc Cain continuava a scagliare come un disco rotto nei confronti di Obama accusandolo di essere uno che vuole "ridistibuire la ricchezza" non hanno fatto presa. Gli USA sono sempre stati uno stato socialista. Quella che incarnavano era la peggiore delle forme possibili di socialismo anche se sembravano non rendersene conto. Invece che prendere la ricchezza dalla collettività e ridistribuirla ai più poveri e deboli, la regalavano ai più ricchi, quelli già protetti in virtù della loro condizione economica.

Tutto si basava sulla teoria che i ricchi fossero gli intraprendenti, che fossero quegli imprenditori che avrebbero creato attività, innovato la tecnologia, assunto personale e che il denaro regalato ad essi sarebbe scivolato moltiplicato verso il basso. Un interessante leggenda nata dalle ceneri della stagflazione degli anni 70 e sostenuta dalle bolle degli anni 90 e 2000. Ora l'ideologia che è stata per 30 anni il cardine dell'economia USA è andata farsi benedire, spazzata via più che dai crolli in borsa, dallo spudorato aiuto economico che uno stato abitato da gente sempre più povera e indebitata, ha deciso di concedere ai banchieri, ai grandi industriali, ai fondi di investimento senza nulla chiedere in cambio. Ci voleva un evento del genere per far crollare il velo della menzogna e mostrare la falsità del Supply-side.

Il problema di Obama sarà quello di trovarsi a dover gestire un paese che ondeggia attorno bancarotta. Numerosi voci stanno spingendo nella direzione di un nuovo pacchetto di stimolo per le famiglie. L'effetto dell'ultimo pacchetto da 160 miliardi di dollari sotto forma di assegno personale (600 dollari a persona o 1200 a famiglia) si esaurì la scorsa estate anche se i vantaggi in termini economici furono estremamente limitati dato che la maggior parte della gente usò i 600 dollari per ripagare parte dei propri debiti piuttosto che per consumare.

Ora Martin Feldstein professore ad Harvard, che fu membro della vecchia amministrazione Regan, suggerisce che sarebbe necessario uno nuovo pacchetto di stimolo ben più ingente del precedente. Feldstein sul Washington Post afferma che sarebbe necessario un intervento di almeno 300 miliardi di dollari. Arthur Levitt ex capo della SEC consultato da alcuni leader democratici, gli ha fatto eco invocando l'impiego di una somma superiore ai 300 miliardi di dollari. Roubini ha poi rilanciato, davanti al comitato economico del congresso, indicando in 400 miliardi l'entità dell'intervento pubblico necessario a sostenere l'economia reale. Si sono poi uniti alla festa gli economisti della Goldman Sachs portando l'importo alla stratosferica cifra di 500 miliardi di dollari.

A tutti questi ha risposto Nancy Pelosi, democratica e presidente della Camera, in maniera simile a quella con cui io ho sempre risposto alle ricette Keynesiane avanzate da Roubini:

"Con che soldi di grazia?"

La Pelosi intervistata dalla KGO una radio di San Francisco ha dichiarato:

"Molti economisti ci hanno detto che abbiamo bisogno di un piano da 300 miliardi'. "Non ce lo possiamo semplicemente permettere" ha aggiunto "stiamo ragionando su qualcosa che sia dalle parti del centinaio di miliardi.''

Un ammissione interessante. Cheney disse qualche anno fa che il deficit come avrebbe dimostrato a suo dire Regan, non conta nulla, cioè che gli USA sarebbero in grado di spendere tutti i soldi che vogliono fregandosene altamente dei propri debiti. Ora la Pelosi sembra contraddire questa ennesima fantasia a cui alcuni politici realmente credevano e ci fa sapere che gli Stati Uniti sono in mutande. Hanno impegnato troppi soldi nei vari salvataggi del sistema finanziario e non gli rimane più nulla da impegnare in politiche Keynesiane.

Secondo un articolo su Marketwatch il tesoro americano potrebbe essere costretto a vendere 1 trilione di buoni del tesoro per finanziare i vari interventi effettuati. Un aumento del 38% rispetto ai 724 miliardi dello scorso anno. Peccato che la stima di 1 trilione sia stata fatta prima della nazionalizzazione della Fannie Mae e della Freddie Mac. Conteggiando tutto quello che è successo da allora in poi è probabile che la somma finale, sarà più vicina ai 2 trilioni che non ad uno.

E come pensano di cavarsela gli USA?

Secondo un articolo su Bloomberg supplicando le altre nazioni perché comprino buoni del tesoro americani:

"Il ministro del tesoro americano sta cercando di convincere altri stati, compresi Cina e Giappone, a comprare i suoi buoni del tesoro" ha detto Shen Jianguang, un economista residente ad Hong Kong membro della China International Capital Corp il più grande sotto scrittore di azioni della nazione. "Questa è la prima volta che un paese sviluppato ha bisogno di aiuto da parte dei paesi in via di sviluppo per uscire da una crisi."

Jennifer Zuccarelli la portavoce del tesoro americano ha declinato qualunque commento riguardo alle dichiarazioni di Jianguang.

Il problema però rimane. Come convincere i paesi esteri ad investire massicciamente in buoni del tesoro americano mantenendo contemporaneamente bassi i loro rendimenti?

Uno dei maggiori problemi è che i paesi in questione avranno bisogno di denaro per sostenere la propria di economia nel mezzo della recessione che sta investendo tutto il mondo. Dopo il recente e assurdo taglio del tasso di interesse ad esempio, il Giappone ha deciso di imbastire anch'esso un pacchetto di stimolo da 260 miliardi di dollari, sotto forma di assegno da 600 dollari per famiglia, sgravi fiscali e la garanzia per i prestiti concessi alle piccole aziende. Se il Giappone sta impegnando le sue finanze in politiche Keynesiane in Cina sempre più gente storce il naso di fronte alle continue richieste di denaro che il loro maggior debitore continua ad avanzare.

Secondo Roubini la Cina sarebbe in rotta di collisione con un "hard landing" (un atterraggio duro). Roubini stima che circa l'80% del PIL del paese orientale dipenda dall'export e dagli investimenti che sulla produzione di merci per l'export vanno a scaricarsi. Dato il calo della domanda internazionale di merci la Cina rischia di arrestare la sua crescita portandola dal 9% attuale al 5%-6%. Tenete conto che vista la dinamica demografica ed economica del paese una crescita intorno al 5%-6%, che per noi sarebbe favolosa, per la Cina significa recessione. Sotto il 5% ... beh, si entra nella zona in cui la tenuta del paese stesso comincia ad essere in discussione.

Se Roubini avesse ragione non sarà affatto scontato che gli USA riusciranno a trovare abbastanza denaro sul mercato per coprire il loro fabbisogno. Di certo non se continueranno ad avanzare proposte dementi come quella illustrata da Paul Jackson, che rivela come il tesoro si proponga di spendere 441 miliardi di dollari sostituendosi per 3 anni come pagatore a quei cittadini che hanno dichiarato default sul mutuo per la prima casa. L'intervento si basa sulla previsione che entro 5 anni il mercato della casa migliorerà e che le persone che si servono di questi sussidi saranno un grado oltre che di pagare il proprio mutuo, di restituire i soldi che il governo gli ha elergito in quei 3 anni.

In sostanza il governo per 3 anni pagherebbe l'affitto a gente che non si può più permettere il mutuo nella speranza che il mercato della casa migliori. Come fa giustamente notare Jackson, a questo punto tanto vale che tutti dichiarino default, si facciano pagare 3 anni di affitto risparmiando soldi e una volta terminato il periodo di sussidio salutino con un bel marameo il tesoro USA dichiarando fallimento.

Quando sento cose del genere comincio a sperare che arrivino i Visitor e si divorino i genii che partoriscono certe trovate.

Oggi la banca centrale inglese ha tagliato il tasso di interesse dell'1,5% portandolo al 3% il livello più basso dal 1955. La BCE lo ha tagliato dello 0,5% potandolo al 3,25%. Le borse Europe sembrano non essersene accorte per il momento e restano pesantemente in rosso.

Francamente hanno ottimi motivi per esserlo. Praticamente ogni brandello di news che leggo è negativo. Fare un elenco sarebbe improponibile, mi limiterò a segnalare un paio di notizie.

Gli ordinativi delle fabbriche tedesche a settembre sono precipitati dell'8% dal mese precedente. Scomponendo il dato si vede che gli ordinativi domestici sono calati del 4,3% mentre quelli esteri dell'11,4%. Il calo riflette una condizione generale Europa estremamente preoccupante. I paesi dell'est verso cui si dirigeva buona parte dell'export tedesco sono al collasso. Se anche la locomotiva d'Europa si sta bloccando vi lascio immaginare come possano stare gli altri stati Europei (se ne riparlerà in un prossimo post).

Il dato sui cittadini USA che richiedono l'assegno di disoccupazione ha toccato il valore massimo da 25 anni aumentando di 122000 unità e molti si aspettano che i prossimi dati sul tasso di disoccupazione saranno i peggiori da cinque anni a questa parte.

I capi della GM dicono che i prossimi 100 giorni saranno critici per il futuro della casa automibilistica e premono a Washington per avere aiuto economico, facendo presente quali conseguenze devastanti produrrebbe il fallimento della GM. Di certo sarebbe la festa dei CDS, che sono stati emessi per un ammontare di 1000 miliardi sulla azienda di Detroit. Chi aveva emesso cds sulla Glitnir una delle banche islandesi fallite, ha dovuto pagare il 100% del valore che aveva assicurato e fra un po' dovranno essere effettuate le transazioni sui CDS della Kaupthing la più grande banca islandese, ma già si annunciano come un bagno di sangue.

La vendita di obbligazioni basate sui debiti delle carte di credito (debito re-impacchettato e rivenduto come accadeva coi mutui) ad ottobre si è letteralmente azzerato gettando nella disperazione le grande aziende come Visa e American Express che adesso sono costrette a tenersi in pancia i debiti (non sia mai) invece di rivenderli sul mercato. Il risultato è che improvvisamente la stanno smettendo di tirare dietro a chiunque carte di credito e di concedere prestiti a destra e manca. Le varie aziende del settore si sono ritrovate di colpo obbligate a mettere sempre più capitale da parte in previsione di perdite future derivanti da mancati pagamenti. A ciò si unisce la drastica diminuzione dei consumi sopratutto sui beni con costo superiore ai 1000 dollari e quindi una riduzione nell'utilizzo delle carte di credito.

Dulcis in fundo Richard Fisher il capo della Federal Reserve di Dallas ha dichiarato che entro l'inzio del prossimo anno gli asset presenti nel bilancio della FED potrebbero arrivare alla cifra assurda di 3 trilioni di dollari salendo dagli attuali 1,97 trilioni, un aumento in circa 7 settimane di più di un trilione. Oltre due terzi degli assets che la FED ha nel suo bilancio sono pura e semplice spazzatura, come i cdo, che la FED ha avuto in garanzia dalle banche in cambio di denaro vero e di buoni del tesoro.

Lance Lewis su Minaville si chiede come abbia intenzione di fare la FED ad espandere il suo bilancio di un trilione in così breve tempo e se deciderà di farlo comprando direttamente buoni del tesoro o stampando semplicemente il denaro necessario. Ovviamente se dovranno scegliere percorreranno la prima strada, che, anche se meno inflazionaria rispetto la seconda, risulta essere anch'essa una forma di monetizzazione del debito.

Obama una volta insediatosi alla casa bianca al posto dello stupido ubriacone che la occupa attualmente, avrà il difficilissimo compito di gestire un paese sempre più alla canna del gas con un deficit spaventoso e pochi margini per finanziarsi sul mercato tramite l'emissione di nuovo debito.

Non posso che augurare tutta la fortuna di questo mondo al nuovo presidente di quello stato in mutande chiamato USA.

Il cielo sa di quanta ne avrà bisogno.

venerdì 17 ottobre 2008

Un po' di notizie sparse


Il primo ministro giapponese ieri mattina si è svegliato, ha dato un occhiata all'indice della borsa di Tokyo e di fronte alla linea del Nikkei che precipitava nel vuoto, ha deciso che era il caso di recuperare un microfono e comunicare al mondo intero che la colpa del cattivo andamento in borsa era da attribuire alle inadeguate misure adottate dal governo americano per combattere la crisi economica.

Secondo Taro Aso il piano da 700 miliardi di Paulson è una risposta insufficiente ai problemi del mercato e questo avrebbe finito con l'alimentare il clima di sfiducia presente tra gli operatori aggravando il crollo dei listini. Il New York Times dopo essersi fatto un po' di conti ha dovuto rivedere il costo totale del pacchetto di assistenza all'economia americana il quale sarebbe arrivato a toccare i 2,25 trilioni di dollari. Oltre ai 250 miliardi di dollari usati per ricapitalizzare le banche vanno aggiunti 1,5 miliardi per garantire il nuovo debito emesso dagli istituti e 500 miliardi per garantire i depositi delle aziende.

Il tutto senza contare tutti gli interventi della Federal Reserve: le 4 facility, il prestito per salvare l'AIG, quello per la Bear Sterns ecc.

Per quanto ingenerosa sia l'accusa del primo ministro giapponese evidentemente la cifra non è sufficiente. Barry Ritholtz, analista e commentatore economico, che fino a qualche giorno fa sul suo blog prevedeva alla fine dei giochi una spesa totale da parte del governo prossima ai 3 miliardi, ha dovuto rivedere le sue stime portandole tra i 4 e i 6 trilioni.

Il Libor oggi è sceso al 4,42% dal 4,5% di ieri ed il TED si è fortunatamente sgonfiato scendendo a 399 punti, ma contemporaneamente il Libor-OIS che viene usato come un indicatore della liquidità del mercato è salito leggermente. La situazione dal punto di vista del credito sebbene stia migliorando rimane ancora precaria. Un articolo su Reuters ci fa sapere che la scorsa settimana le banche hanno preso in prestito 437,53 miliardi al giorno dalla Federal Reserve, una cosa mai vista. Sono sempre di più gli analisti che si lamentano, facendo presente che fino quando la FED continuerà ad elargire tutta quella liquidità i vari istituti non avranno nessun incentivo che li spinga a prestarsi i soldi tra loro, facendo così ripartire il circuito interbancario.

La condizione generale sui mercati resta tesa. Le borse un giorno precipitano all'inferno e quello dopo risalgono timidamente. Gli ultimi dati sull'economia americana sono pessimi. La produzione industriale è crollata del'2,8%, il più ingente calo dal 1974. Quello però che preoccupa maggiormente è l'indice del Baltico che anche ieri ha perso il 10,7%. Nella cartina sotto si nota immediatamente il crollo traumatico che l'indice ha subito da questa estate in avanti


Se andate qui potete trovare tutta una serie di grafici comparativi sull'indice del baltico.

La ragione dell'accelerazione nel crollo verticale dell'indice secondo il Financial Times è da attribuire alla famosa questione delle lettere di credito. Dato che nessuna banca accetta più le lettere di credito emesse da altri istituti, gli spedizionieri si ritrovano senza i soldi necessari ad inviare le merci. Un altro articolo sempre sul Financial Times rivela che interi carichi di grano sono fermi nei porti americani, in attesa di essere acquistati da importatori che non riescono più ad ottenere lettere di credito con cui pagare. Se la situazione non si sblocca in fretta le conseguenze potrebbero diventare estremamente antipatiche.

Sempre il Financial Times dice che l'intera Europa dell'est è in bolletta. Dopo che sono stati congelati i conti correnti in una banca Russa di media grandezza, la Globex, che lo scorso mese si è vista ridurre i depositi del 13%, tutte le banche del paese si sono ritrovate assalite da gente intenzionata a ritirare i proprio soldi. Il governo russo ha messo a punto un piano da 200 miliardi di dollari in aiuti al sistema bancario nel tentativo di calmare la situazione. Anche Lettonia e l'Estonia sono entrate in recessione mentre la crescita in Kazakistan si è fermata quasi completamente a causa del diminuire del prezzo del petrolio di cui è grande esportatore. I cds sull'Ucraina hanno toccato nuovi vertici arrivando a 1900. Solo due giorni fa erano a 1596. Il paese è sull'orlo del fallimento e come nel caso dell'Ungheria, la cui moneta il fiorino ungherese sta agonizzando, sembra che potrebbe intervenire l'FMI tramite un prestito di 14 miliardi di dollari.

Nel frattempo pare che il fallimento delle banche islandesi potrebbe scatenare l'ennesimo casino sul mercato dei derivati. Questa volta il problema sono i cdo sintetici. I cdo (collateral debt obbligation) sono sostanzialmente debiti, in genere mutui, fatti a pezzettini e mischiati assieme ad altri pezzetti di debiti simili. Questi coriandoli di debiti venivano poi presi ed impacchettati in obbligazioni per essere venduti come investimento. Finché la gente, i cui mutui venivano re-impacchettati in questa maniera, continuava a pagare la propria rata i cdo garantivano dei rendimenti.

I cdo come ogni altra obbligazione potevano poi essere assicurati comperando dei cds (credit default swap). I cds sono delle vere e proprie assicurazioni finanziarie. Chi li compra normalmente si assicura per una certa cifra contro la possibilità che le obbligazioni che detiene non gli vengano pagate, cioè dall'eventualità che chi ha emesso quelle obbligazioni fallisca. L'assicurato pagherà un premio mensile all'assicuratore il cui importo dipenderà da quanto viene ritenuto probabile che questo fallimento si verifichi. Per questa loro caratteristica i cds vengono usati come barometro per stabilire la solidità di un soggetto economico (più costano i cds più un dato soggetto è a rischio di fallimento) e possono anche diventare un potente strumento di speculazione. Per ogni obbligazione in circolazione si stima esistano fino a 10 cds, dato che non è obbligatorio presentare fisicamente un obbligazione nel momento in cui si comprano dei cds. In sostanza fino a 9 persone usano questi strumenti per speculare invece che per assicurarsi. In aggiunta a ciò gli assicuratori, hanno emesso cds per delle cifre che non sono minimamente in grado di ripagare. Fino a che la bolla immobiliare si espandeva sembrava che nessuno potesse fallire, quindi perché preoccuparsi? Per queste ragioni i cds vengono considerati una vera e propria bomba ad orologeria.

Questi due tipi di derivati, cdo e cds presentano diversi problemi e sono alla base della crisi attuale. Intanto non sono regolati. Sono quelli che si definiscono otc (over the counter) cioè strumenti scambiati tra le singole parti al di fuori del mercato. Non si sa esattamente quanti ce ne siano (anche se esistono delle stime) o chi li abbia in mano. Un altro grande problema e che rendono complicatissimo stabilire chi si sta accollando per ultimo il rischio. Il rischio alla fin fine è quello che il debito non venga ripagato. Quando una persona va in banca a chiedere dei soldi in prestito, la banca crea il denaro necessario li per li. E' denaro nuovo che prima non esisteva. Contemporaneamente si crea un debito pari allo stesso importo più un certo interesse, che chi prende questo denaro dovrà ripagare.

Il rischio originario del sistema è tutto li.

E' il rischio che alla fine qualcuno non ripaghi quel debito nei confronti della banca e che essa perciò subisca un equivalente perdita.

Una volta era facile sapere che si accollava questo rischio. Erano le banche. Quando un governo doveva intervenire o voleva avere un idea del rischio generale del sistema bastava che si rivolgesse al sistema bancario.

Con i cdo il rischio è stato sparpagliato e rivenduto a degli investitori. Con i cds il rischio venne scaricato invece sugli assicuratori. Quando scoppiò la crisi dei subprime che erano solo l'anello più debole di tutta la catena folle del debito che ha alimentato l'ultima bolla speculativa, si scoprì che era quasi impossibile risalire al rischio. L'identità di chi stringeva tra le dita il cerino spento si poteva scoprire solo quando qualcuno falliva e si era costretti a ripercorrere l'intera catena di debiti rivenduti e assicurati. Diventava quindi difficile capire chi salvare o anche solo intervenire dato che il rischio era finito in mano a soggetti (fondi di investimento, banche di investimento ecc) nei confronti dei quali governo e banca centrale non avevano giurisdizione.

La cosa non era ancora abbastanza folle evidentemente, dato che un bel giorno qualcuno seduto dentro un ufficio di una banca propose con entusiasmo: "Che ne dite se prendiamo dei cds li spezzettiamo e li impacchettiamo sotto forma di cdo? I rendimenti di queste nuove obbligazioni verrebbero sostenuti da tutti quelli che pagano il premio assicurativo".

In un mondo normale a questo punto la neuro, in assetto da combattimento, avrebbe fatto irruzione nella suddetta banca e avrebbe trascinato via questo individuo, mentre esso dibattendosi disperatamente gridava: "Voi non capite! Si chiamano innovazioni finanziarie!"

In quello che era il mondo fino a poco tempo fa invece, l'idea fu ritenuta valida ed i cdo di cds vennero chiamati cdo sintetici. Pensate che cosa straordinaria. Io avrei potuto comprare dei cdo ritenendoli un buon investimento e per sicurezza avrei potuto assicurarli tramite dei cds. Poi con qualche soldo avanzato avrei potuto scegliere di comprare dei cdo sintetici come ulteriore investimento e diventare senza saperlo l'assicuratore di me stesso.

E c'è pure gente che è rimasta genuinamente sorpresa quando tutta questa baracca crollò lo scorso anno.

Secondo Bloomberg il fallimento delle banche islandesi, unito a quello della Lehman e della Washington Mutual rappresenterebbero un "sostanziale" rischio per chi detiene questi cdo sintetici. Quanto sostanziale non lo dice, anche perché come già detto, lo si può scoprire solo quando si arriva all'ultimo anello della catena, quello costretto ad aprire il portafoglio e a pagare, ma la situazione potrebbe rivelarsi estremamente seria.

Sempre a proposito di assicuratori le maggiori aziende del settore stanno lavorando ad un piano da presentare al tesoro americano per poter scaricare tutta una serie di asset nel famoso TARP. In sostanza stan cercando un modo per poter scaricare nel TARP i cdo che hanno assicurato in modo da poter cancellare i relativi cds (cds che tanto non sono realmente in grado di pagare). Dopo le finanziarie che elargivano prestiti per comperare automobili a destra e a manca (come la GMAC il braccio finanziario della GM che si dice sia prossima al fallimento) adesso pure gli assicuratori fanno la fila per poter scaricare spazzatura nel TARP. Mi chiedo quanto potrà durare il TARP una volta aperto prima di esaurire tutti i 450 miliardi a disposizione (250 li hanno usati per ricapitalizzare le banche).

Come se non bastassero gli assicuratori ancora in vita se pur moribondi, anche quelli morti da un po', come l'AIG, non la smettono di ciucciare denaro dal governo. All'inizio la FED nazionalizzò l'AIG al costo di 85 miliardi. Non bastarono. Poco tempo fa ha dovuto allungarle altri 38 miliardi. Adesso l'AIG, dopo aver consumato due terzi dei 122,8 miliardi ottenuti dalla
FED chiede di poter avere accesso anche alla facility messa in piedi da essa per comperare commercial paper.

Tutta questa fame di denaro da parte dell'AIG fa pensare che la situazione sul mercato dei cds a seguito dei vari fallimenti bancari sia tutt'altro che rosea, nel qual caso l'AIG stessa potrebbe rivelarsi un vero e proprio pozzo senza fondo dal costo imprecisato.

Warren Buffet oggi ha dichiarato che è venuto il momento acquistare azioni perché il loro prezzo sarebbe basso. Molti ironicamente, riferendosi all'investimento fatto da Buffet nella Goldman Sachs, ribattono che riuscendo ad ottenere i suoi stessi termini sarebbero ben felici di investire. La mossa di Buffet sembra un insolito (dato il personaggio) tentativo di ripristinare un po' di fiducia sul mercato. Di solito se è venuto veramente il momento di comprare non lo vai a gridare in giro. Se hai il denaro di Buffet (l'uomo più ricco del mondo) cerchi di investirlo il più silenziosamente possibile.

Se la fiducia degli operatore di borsa stenta a tornare anche quella dei consumatori cola a picco. L'indice che la misura si è assestato ad un misero 57,5 contro un valore di 65 che si aspettavano gli analisti. Il dato si riflette nell'inflazione in calo e nell'aumento delle attività commerciali e di vendita che chiudono i battenti scatenando il panico tra gli esportatori indiani.

Oggi le borse Europee sono risalite è si sono riviste foto con trader sorridenti sui quotidiani online. Wall street ha chiuso in negativo anche se di poco. Se lo schema degli ultimi giorni sarà rispettato anche le borse Europee e Asiatiche lunedì perderanno costringendo i giornali a rispolverare le foto di ieri.

Staremo a vedere.

martedì 14 ottobre 2008

Happy days are here again!

Da due giorni i listini sono impegnati in una frenetica cavalcata al rialzo. Bottiglie di champagne vengono stappate negli uffici dei trader e finalmente si rivedono facce sorridenti e rilassate tra gli operatori di borsa.

Tutto bene, sono tornati i giorni felici.

Purtroppo non riesco ad unirmi al coro di voci festanti. Non tanto perchè titoli di giornale come: "il maggior rialzo a Wall Street dagli anni 30" mi portino istintivamente a fare gli scongiuri, quanto per una personale disapprovazione nei confronti delle misure di emergenza adottate dagli stati.

Dissi nell'ultimo articolo che sarebbero state usate armi da fantascienza fino eventualmente a giungere alla nazionalizzazione coatta del sistema bancario. E' evidente che gli stati abbiano cercato in ogni maniera di evitare di nazionalizzare le banche. Sembra che preferiscano di gran lunga garantire tutto! Depositi, obbligazioni, prestiti interbancari. Quello che mi disturba di questa linea d'azione è la sua estrema pericolosità. Gli stati stanno letteralmente giocando col fuoco. Se tutto va bene e la gente torna a fidarsi del sistema, bene. Se qualche parte della baracca cede si rischia una reazione a catena in grado di travolgere gli stati stessi.

Il problema è che non abbiamo le spalle abbastanza grosse per proteggere tutti.

La sola Europa si è impegnata, in una serie di piani di aiuto che coinvolgono alcune delle nazioni maggiori e che costeranno in totale 2,3 trilioni di dollari. Considerando che ci sono circa 500 milioni di cittadini nell'Unione Europea, si parla approssivamente di 4600 dollari a testa (3370 euro), bimbi compresi.

L'Inghilterra ha deciso di nazionalizzare alcune delle sue maggiori banche, la Royal Bank of Scotland e l'HBOS sborsando 88 miliardi di dollari ed ha promesso di garantire i prestiti interbancari per 438 miliardi di euro. Dietro alla nazionalizzazione delle due banche inglesi sembra esserci l'intenzione di riportare il livello dei prestiti per mutui e alle piccole aziende emessi dalle banche, a quello del 2007. Il governo inglese sta quindi cercando di reinflazionare il mercato immobiliare usando i soldi del contribuente. La Germania, che fino a poco più di una settimana rassicurava tutti sulla propria salute affermando che ad essere in condizione precaria fossero solo le banche americane, ha annunciato un piano da 681 miliardi di dollari: 400 miliardi di euro per garantire i prestiti delle banche, 80 per ricapitalizzare le banche stesse e 20 per coprire eventuali perdite. La Francia sborserà 491 miliardi di dollari quasi tutti a garanzia dei prestiti interbancari, il Portogallo 27 (il 12% del PIL), l'Olanda 273, la Spagna 135 e l'Austria 116.

Noi in Italia abbiamo partecipato mettendoci tante paroline rassicuranti del tipo: "non permetteremo che nessuna banca fallisca". Soldi zero per ora.

Alla fine dei conti l'intero sistema dei prestiti interbancari è stato nazional.... pardon, garantito.

La Fed, nel frattempo ha deciso di permettere alle banche centrali Europee di emettere un illimitato ammontare di dollari. Esistono normalmente delle swap line, cioè dei canali tramite i quali le banche centrali in Europa ed in altri paesi del mondo possono emettere e prestare dollari alle proprie banche. La quantità di dollari che possono mettere in circolazione in questo modo è normalmente limitata. Il fatto che la FED abbia rimosso qualunque limite oltre ad essere senza precedenti è il chiaro sintomo di una corsa al dollaro. Di fatto i grandi soggetti del mercato Europeo stanno facendo incetta di valuta americana per ripagare i propri debiti denominati in dollari.

Per dimostrare poi che ormai gli USA andrebbero chiamati USSA (United Socialist States of America) il tesoro americano ha imposto la ricapitalizzazione coatta di 9 tra le maggiori banche del paese. Queste ultime non hanno avuto voce in capitolo riguardo all'operazione. In sostanza non potuto rifiutare di essere ricapitalizzate. E' l'ennesimo trucchetto: dato che sarebbe stata un ammissione di debolezza se le banche fossero andate in ordine sparso a chiedere soldi al governo, Hank Paulson ha deciso di portare il governo dalle banche le quali hanno accettato ben volentieri i soldi che Hank offriva loro. Citigroup e JP Morgan si beccheranno 25 miliardi, la stessa cifra andrà anche a Bank of America e Merrill Lynch, la Goldman Sachs e la Morgan Stanley si dovranno accontentare di 10 miliardi a testa, mentre a Bank of New York e State Street andranno solo 6 miliardi. Quanti soldi prenderà la Wells Fargo non è ancora chiaro. In cambio di tutto questo denaro il tesoro USA riceverà delle azioni privilegiate.

Di certo è meglio usare i 700 miliardi messi gentilmente a disposizione con il TARP, dal congresso americano in questa maniera, piuttosto che utilizzarli per comprare della cartaccia senza valore. Purtroppo al contrario di quel che fece negli anni 90 la Svezia per uscire da una crisi scatenatasi a seguito dello scoppio di una bolla immobiliare, una ricapitalizzazione del genere appare come un tentativo indiscriminato di salvare tutti, senza nessuna punizione per il managment che ha prodotto questa situazione o per i proprietari (gli azionisti) delle banche in questione.

Anche l'Australia e la Nuova Zelanda si sono unite alle varie manovre di salvataggio arrivando a garantire per intero i depositi delle rispettive banche e nel caso dell'Australia garantendo anche i prestiti degli istituti che operano sul mercato internazionale.

I mercati hanno reagito positivamente di fronte alla sbarramento di fuoco messo in piedi dai maggiori paesi del pianeta. In tutto il mondo si sono avuti rialzi percentuali in doppia cifra. La cosa era prevedibile. L'Euforia sui listini durerà ancora per un po', poi probabilmente gli indici scenderanno sotto ai livelli toccati nell'ultima settimana. Questo per una ragione molto banale: i profitti.

Anche se il sistema finanziario globale riuscirà a sopravvivere resta sempre il problema degli individui. La gente è povera, indebitata e sempre meno incline a consumare. Gli stati che non sono pozzi senza fondo dovranno inevitabilmente tagliare servizi e programmi sociali per finanziare il salvataggio delle banche. I cittadini si ritroveranno stretti in una morsa fatta da stipendi stagnati, aumento della disoccupazione, riduzione del credito a disposizione e tagli dei servizi statali. Riduranno quindi i loro consumi andando ad incidere pesantemente sui profitti delle aziende e un azienda che non fa profitti è un azienda in cui non vale la pena investire.

E' proprio nei confronti di questo problema che il solito Roubini mette in guardia nel suo ultimo articolo. Afferma inanzi tutto che non siamo ancora usciti dal tunnel e argomenta riassumendo in sostanza quello che ho già scritto in questo articolo: il mercato scenderà ancora prima di tornare a stabilizzarsi, i profitti delle aziende caleranno nettamente, è in atto un grande corsa alla riduzione del proprio debito da parte delle aziende (di qua l'incetta di dollari che sta avvenendo) ed i cds sono ancora lì a minacciare una possibile esplosione sistemica che potrebbe verificarsi come conseguenza del fallimento di qualche grande soggetto finanziario (un fondo d'investimento o un assicuratore).

Per ovviare al rischio di una perdurante stagnazione economica e per sostenere i profitti delle aziende, Roubini suggerisce una massiccia dose di intervento pubblico. Sconti fiscali alle famiglie, pacchetti di stimolo sotto forma di assegni individuali da recapitare ad ogni cittadino (come il piano da 150 miliardi adottato nella prima metà di quest'anno negli USA) e un aumento consistente di spesa pubblica per opere infrastrutturali.

Keynesismo all'ennesima potenza.

E dire che fino ad un anno fa Keynes era solo una parolaccia in america.

Il problema in tutto ciò rimane il denaro. Abbiamo abbastanza soldi per salvare l'intero sistema bancario e contemporaneamente stimolare i consumi interni a suon di riduzioni fiscali e maggiore spesa pubblica?

In Italia sicuramente no, anche se ci può rassicurare il fatto che il leverage medio delle banche italiane sia di 1:12, quindi entro paramentri storici di relativa stabilità. Lo stato difficilmente sarà costretto ad intervenire in maniera pesante sul mercato bancario.

Dubito però che anche gli USSA o la Gran Bretagna abbiano il denaro sufficiente a sobbarcarsi gli oneri indicati da Roubini.

Facendo un veloce giro del pianeta si scopre che il Pakistan è vicino al fallimento. Il suo debito pubblico ha un rating pari a CCC+ più o meno equivalente a quello della cartaigenica del vostro bagno (e non voglio neppure provare ad infilarmi nei problemi di carattere politico). L'Argentina e l'Ucraina e il Kazakistan rischiano la medesima sorte. I cds a 5 anni "prezzano" un 80% di probabilità che l'Ucraina fallisca. Una crisi in Ucraina un paese diviso in due, con una parte filo americana e l'altra filo Russa potrebbe avere ripercussioni drammatiche. Le economie dei paesi del BRIC (Brasile, Russia, India, Cina) sono in violenta contrazione e cosa che mi preoccupa maggiormente l'Ungheria, la Bulgaria e la Romania sono mezze fallite.

Anche se si tratta di stati piccoli che succede esattamente se un paese Europeo fallisce? Lo salviamo? Lo facciamo uscire dall'Europa?

La scorsa settimana girava insistente la voce che l'Ungheria fosse sul punto di dichiarare default su alcuni buoni del tesoro, dato che il mercato per i bot Ungheresi arrivò praticamente ad azzerarsi: nessuno li voleva più acquistare. A salvare l'Ungheria non è intervenuta l'Europa è dovuto intervenire l'FMI. Quando c'è da salvare uno dei suoi membri o anche un suo vicino, come nel caso dell'Islanda, l'Europa non sembra essere particolarmente zelante nell'intervenire. Il problema è che se cede un paese dell'Unione, ancorché piccolo, è la stessa integrità dell'Unione Europea a venire intaccata.

Ci troviamo quindi nell'assurda posizione di dover garantire l'intero sistema bancario, gli stati più pericolanti e se dobbiamo dare retta a Roubini anche l'economia reale a suon di spesa pubblica. Il gioco è estremamente rischioso. Non abbiamo le risorse per farlo. Il crollo dello stato sbagliato potrebbe innescare una reazione a catena in grado di far saltare tutta la baracca. Il default dell'Ungheria avrebbe potuto scatenare il fallimento della Bulgaria e della Romania. A quel punto il problema sarebbe diventata l'Austria, le cui banche sono pesantemente esposte nei confronti dei 3 paesi dell'est Europa, e da li l'infezione si sarebbe diffusa in tutti i paesi esposti nei confronti di quest'ultima.

Se abbiamo a disposizione risorse limitate invece che sparpagliarle ai quattro venti per salvare tutti e tutto sarebbe meglio concentrarle dove sono realmente necessarie. Sostenere le banche indispensabili, operare con la spesa pubblica, ma in maniera limitata e tenerci da parte abbastanza denaro per poter eventualmente aiutare gli altri paesi dell'Unione Europea dato che se salta l'Unione saltiamo tutti.

La strada che abbiamo scelto di percorrere invece è differente: o tutto o niente.

Con il rischio concreto che sia niente.

venerdì 10 ottobre 2008

Il cielo sta crollando


Contemplate il grafico qua sopra e abbiate paura. Abbiate tanta, tanta paura. Quella linea che schizza in alto con una rapidità spaventosa rappresenta il TED. Per chi non lo sapesse il TED misura la differenza tra il tasso interbancario a 3 mesi ed i buoni del tesoro sempre a 3 mesi. Più questa differenza è elevata più la situazione è critica. Il fatto che quella linea blu abbia un andamento parabolico verso l'alto è male, molto molto male. Significa che le banche non si prestano più denaro. Se ieri avevo detto che l'economia era come intrappolata in un blocco di ghiaccio oggi mi devo ricredere. Sono stato troppo ottimista.

Il mercato interbancario non è semplicemente bloccato. Si sta disintegrando. Il libor è salito ancora, oggi ha toccato il 4,82%. Le banche stanno erigendo dei firewall attorno a loro. Si dice che le banche Giapponesi abbiano del tutto smesso di prestare soldi a quelle Europee ed Americane e corre voce che la Goldman Sachs e/o la Morgan Stanley verranno nazionalizzate nel week end. Il panico si respira a pieni polmoni e ci sono tutte le ragioni per abbandonarsi ad esso.

Se per caso pensate ancora che la situazione non sia critica sentite questa: le banche non accettano più le lettere di credito. Molti di voi si staranno chiedendo di che cavolo parlo. Per farla breve le lettere di credito sono delle assicurazioni di pagamento emesse da un banca. Se io voglio fare affari e spedire per esempio, un carico di roba ad un cinese posso chiedere che mi venga presentata da esso una lettera di credito emessa da una banca. Questa lettera mi assicura che il pagamento del carico verrà effettuato. Se le banche non accettano più come valide le lettere di credito emesse dalle loro colleghe tutto si blocca, e con tutto intendo robetta tipo spedizioni di navi cariche di grano. Sul blog di Yves Smith un investitore ben addentro al sistema dice:

In definitiva, se ogni controparte non è affidabile allora non esiste più un mercato e non esiste più un economia. Ho parlato con mio amico questo pomeriggio, il cui padre è nel campo del business delle spedizioni da sempre. Rating immaccolato e bilancio solido come una roccia. Ha detto che se prendesse la sua lettera di credito della PNB Paribas e la portasse alla Citi (Citigroup) oggi, per avere del fondi a breve termine per la sua nave, non gli verrebbero concessi. Questo significa che non è in grado di spedire la merce, quindi entro due settimane, la mancanza fisica delle merci salirà alle stelle. LE BANCHE CENTRALI NON POSSONO PERMETTERE CHE CIÒ ACCADA O NON AVREMMO PIÙ UN ECONOMIA, OLTRE CHE UN MERCATO DEL CREDITO.
Il maiuscolo non è mio era nel messaggio originale. E' ovvio che le banche centrali non possono permettere che avvenga una cosa del genere. Faranno di tutto per impedirlo, ma attenzione: questa settimana son già state usate le armi nucleari. Han fatto di tutto: tagli folli dei tassi, mostruose iniezioni di liquidità nel sistema, semi-nazionalizzazioni di intere banche e non è servito a niente. Quello che il mercato sta capendo perfettamente è che le banche centrali ed i governi sembrano non avere le spalle abbastanza grosse per risolvere questa situazione. Il libor non si è abbassato in seguito ai tagli. Bernanke aveva una paura folle che i mutui e i debiti delle aziende che sono in gran parte agganciati al suo valore salissero (molti debiti resetteranno tra breve) strangolando ancora di più il sistema. Questa è stata una delle ragioni dietro al taglio di massa degli ultimi due giorni.

Non è servito. La prossima mossa che sta contemplando la FED è di garantire i debiti delle banche. In sostanza le obbligazioni. La paura è che il fallimento di una banca inneschi la miccia dei cds. Tenete conto che per ogni obbligazione in circolazione sono stati emessi fino a 10 cds, dato che fino a che la bolla tirava e nessuno falliva, sembrava brutto rifiutare la vendita di cds a chi non possedeva fisicamente un obbligazione (in sostanza uno che speculava piuttosto che assicurarsi veramente). La Lehman con un capitale di 128 miliardi si stima abbia sulla testa almeno 400 miliardi di cds il cui valore sarà stabilito oggi alle 10 (ora americana), ma che già si preannuncia come un vero e proprio massacro. Negli ultimi giorni tutta una serie di grossi soggetti hanno dovuto accumulare ingenti quantità di denaro prevedendo di dover pagare grosse cifre per i cds emessi sulla Lehman. Anzi, si mormormora che il crollo a Wall Street di ieri sia stato innescato da un fondo di investimento che per recuperare capitali ha dovuto svendere a dei prezzi da film horror. Meglio quindi garantire le obbligazioni bancarie che stare ad aspettare che le banche falliscano e che cifre 10 volte superiori al valore delle suddette obbligazioni non vengano pagate.

Rimane però il problema delle aziende. La General Motors ad esempio è sull'orlo della bancarotta. Il titolo vale meno di 5 dollari ad azione e sul suo fallimento sono stati emessi cds per il valore di 1 trilione. Pensate che chi ha emesso questi cds abbia una cifra del genere o che sia in grado di recuperarla in un mercato simile? Cosa vogliamo fare? Garantire anche il debito della GM?

E con la Ford che non sta certo in condizioni migliori che si fa? Dove ci fermiamo e fin dove siamo in grado di arrivare?

Non so cosa proveranno a fare gli omini del G7. Il primo ministro inglese suggerisce di arrivare a garantire i prestiti interbancari. A questo punto facciamo probabilmente prima a nazionalizzare l'intero sistema bancario internazionale. Paulson ha detto che valuterà l'idea di Brown, anche se è evidente che non gli piaccia affatto. Qualunque cosa si inventino tenete però conto che sarà l'ultima spiaggia. Se non funzionerà non rimarrà che la nazionalizzazione coatta del sistema bancario o il collasso completo e dato che le armi nucleari le hanno già usate senza successo non resta loro che provare quelle da film fantascienza, l'equivalente delle nova bomb, dei missili gravitazionali, dei siluri fotonici.

Fate quindi molta attenzione a come reagirà al mercato e considerate che in caso di reazione negativa quella sarà l'ultima occassione che avrete per fari prendere dal panico. Io ho già cominciato da un po'. E se qualcuno nonostante tutto ancora non è spaventato si vada a leggere l'ultimo post di Roubini. Usando il suo tono asciutto e accademico tipico del professore universitario dice cose ancora più terribili di quelle che potrei dire io. Correttamente avverte che siamo sull'orlo di una Depressione mondiale, al contrario del buffone a capo dell'FMI che parla di rischio di recessione mondiale.

Cu Cu! C'è nessuno in casa? Siamo in recessione dal quarto quarto dello scorso anno, se non da prima. La vogliamo smettere di usare degli eufemismi?

Il rischio qua è quello del collasso completo. Roubini fornisce anche una serie di passi da intraprendere per impedire che si verifichi. Essi di fatto sono le armi da telefilm di fantascienza di cui parlavo prima:

Un taglio dei tassi di un punto e mezzo

Un aumento della spesa pubblica in infrastrutture e un altro pacchetto di stimolo sotto forma di assegno da consegnare ad ogni cittadino

Il blocco degli sfratti e una rapida riduzione dell'indebitamento delle famiglie (come non lo dice esattamente)

Una completa garanzia dei depositi ed una nazionalizzazione degli istituti indispensabili

La fornitura di una continua linea di credito aperta agli istituti solventi

La continua fornitura di credito alle aziende in buona salute in modo da tenere in moto il comparto produttivo

Un accordo tra le nazioni debitrici e quelle con un surplus in modo che queste ultime continuino a comperare debito dalle prime ed si impegnino a non chiederene la liquidazione

Questo è un veloce riassunto, ma vi consiglio di leggervi l'intero articolo. Non son convinto che i passi suggeriti da Roubini potrebbero funzionare realmente, specialmente l'ultimo. Non mi sembra affatto facile nella situazione attuale, convincere ad esempio la Cina che sia nel suo interesse non vendere il debito pubblico americano e anzi continuare a fornire soldi agli Stati Uniti.

In ogni caso, quello che vi consiglio ancora una volta è di tenere gli occhi ben aperti. Se la prossima settimana la situazione non comincerà a stabilizzarsi rischieremo il collasso completo, nel qual caso vi auguro di avere una bella scorta di cibo in casa.

Vi servirà.

giovedì 9 ottobre 2008

Intrappolati nel ghiaccio

Osservando ieri l'andamento delle borse mondiali, affermai che se anche Wall Street avesse accennato a franare come l'Europa e l'Asia, le banche centrali sarebbero intervenute tagliando i tassi di interesse. Le autorità monetarie internazionali han pensato bene di non aspettare e hanno agito con decisione, nella speranza di prevenire almeno il crollo della borsa di New York, obiettivo raggiunto anche se solo in parte.

Quello che non mi aspettavo di vedere però, era un taglio dei tassi così coordinato e diffuso.

Europa, Stati Uniti, Svizzera, Svezia, Canada, Cina sono tutte intervenute chi più chi meno, chi in accordo con gli altri paesi chi seguendone semplicemente l'esempio. Il Giappone ha dato il suo appoggio morale, ma avendo il tasso fermo allo 0,5% ha pensato bene di non imitare gli USA e l'UE ed ha evitato il taglio di mezzo punto. Poi stamattina sono intervenute le banche centrali asiatiche :Honk Kong, Korea, Taiwan si sono unite ai tagli operati dal resto del mondo.

Le borse hanno gradito l'operazione e con gradito intendo: non sono precipitate come ieri. Hanno invece ondeggiato su è giù, come un animale ferito da una tagliola che si dibatte nel disperato tentativo di liberarsi. Al suono di chiusura l'agonia in Europa è terminata con perdite che vanno dall'1.12% di Londra al -4.52% della borsa Svizzera. Mentre scrivo anche Wall Street è in territorio negativo anche se di poco.

Il più distribuito taglio dei tassi che abbia visto, per il momento si è dimostrato assolutamente inefficace. Non è riuscito a ripristinare la fiducia sui mercati ed ancora peggio, non è riuscito a sbloccare la liquidità.

Il tasso interbancario sembra non essersi neppure accorto che un taglio ci sia stato. Il Libor a tre mesi è salito di 29 punti base raggiungendo il valore più alto dall'inizio dell'anno 4,75%, lo spread Libor-OIS, un indicatore di scarsità del denaro si è allargato di 350 punti base ed il TED è aumentato di 412 punti base. In sostanza la propensione delle banche a prestare denaro è peggiorata invece che migliorare. Domani dovrà essere stabilito il valore dei cds sulla Lehman tramite asta, e molti grandi soggetti si tengono stretto il denaro in vista di perdite e pagamenti da fare. Lunedì poi sarà la volta dei cds sulla Fannie Mae e sulla Freddie Mac.

Sono entrambi fattori che contribuiscono a risucchiare denaro dal sistema e probabilmente, una volta scomparsi la liquidità si sbloccherà un minimo. Anche tenendone conto però, devo ammettere di essere rimasto stupefatto davanti all'indifferenza del mercato nei confronti di un taglio mondiale del tasso di interesse.

La situazione è talmente compromessa che anche il mercato dei repo è saltato. I repo non sono che accordi tra due soggetti, spesso banche, in cui uno dei due chiede soldi all'altro cedendogli in cambio delle securities di alto livello, come ad esempio buoni dei tesori, ed impegnandosi a ricomprare le securities stesse in futuro, ad un prezzo concordato in anticipo. I repo sono un tipico strumento di finanziamento a breve termine a disposizione delle banche. Se anche i buoni del tesoro non vengono più accettati dagli istituti come garanzia cosa ci rimane?

Tutto questo contribuisce a distruggere una delle funzioni basilari delle banche, quella di finanziarsi a breve termine ed investire, essenzialmente fare prestiti, a lungo termine.

Da Bloomberg :

"Gli spreads sul Libor sono ancora ingenti, il che suggerisce che le banche offshore non intendo prendere ulteriore rischi prestando denaro alle altre banche" ha detto Cezar Bayonito, un trader sulla liquidità alla Allied Banking Corp. nelle Filippine. "I tagli dei tassi di interesse saranno di ben poco aiuto nel breve termine perché il problema è la fiducia, non il livello dei tassi"

Esattamente quello di cui parlavo ieri.

E' inutile tagliare i tassi di interesse se non si risolve il problema alla radice. Nell'attuale situazione l'effetto si ridurrebbe al cercare di "spingere una stringa": fornire liquidità a basso costo che per mancanza di fiducia tanto, nessuno fa circolare. Per certi versi è un bene che il taglio dei tassi non abbia avuto un effetto significativo, perché questo ci costringerà almeno ad occuparci dei veri problemi.

Non dobbiamo mai dimenticare che la situazione attuale è stata creata da tassi di interesse tenuti artificialmente troppo bassi da Alan Greespan, nel tentativo di non far crollare l'economia dopo che si verificò lo scoppio della bolla della new economy nel 2001. Tutto quel credito a basso costo generò un bolla ancora più grande, quella immobiliare, basata sui debiti. Debiti che ora è venuto il triste momento di pagare e saranno gli stati a doverlo fare, perchè sono rimasti gli unici con le risorse necessarie.

Se il taglio dei tassi avesse generato un ennesima ondata di euforia, magari per un po' le cose sarebbero parse migliorare, ma alla lunga il prezzo da pagare sarebbe stato più alto.

Non si risolve un problema creato da un eccesso di credito, creando ancora più credito. Non si cura un drogato somministrandogli dosi sempre maggiori di droga.

E' un concetto elementare.

Il taglio dei tassi può avere comunque un effetto psicologico positivo e può contribuire a ridare un minimo di fiducia. Anche se non posso dichiararmi un fan della manovra coordinata di ieri, la preferisco ad un crollo completo del sistema. L'importante è che nel frattempo si intervenga per sistemare la situazione.

Il tesoro americano sembra che abbia visto la luce, forse indicatagli dalle stesse misure adottate in Gran Bretagna, ed ha annunciato l'intenzione di usare il TARP, il mega fondo da 700 miliardi imbastito da Hank Paulson, per comprare direttamente azioni privilegiate dalle banche stesse. Il piano di salvataggio del sistema bancario fornisce anche quella possibilità al ministro del tesoro. In realtà se provaste a leggerlo un po' il famoso piano (cosa che vi sconsiglio se tenete alla vostra sanità mentale), vi rendereste conto che esso garantisce al tesoro americano la capacità di fare pressoché tutto quello che gli possa passare per la testa.

Di sicuro usare 700 miliardi per comprare azioni delle banche ricapitalizzandole è molto più sensato che comprare spazzatura senza più valore. Un passettino alla volta ci si sta avvicinando alla soluzione Svedese, che per quanto drastica, rimane l'esempio più riuscito di risoluzione di una crisi bancaria simile all'attuale. Per il momento l'acquisto di azioni privilegiate si configura come una semi-nazionalizzazione. La Svezia invece nazionalizzò del tutto le banche, azzerò il valore delle azioni comuni e licenziò in tronco il managment. In 3 anni riuscì a risollevarsi dalla crisi.

Forse ci arriveremo anche noi. Forse.

Dobbiamo già ritenerci fortunati che Tremonti abbia minacciato le dimissioni nel caso fosse passato un emendamento che avrebbe salvato il culo a tutta una serie di manager impelagati nei peggiori crack degli ultimi anni.

Le cose da fare per risolvere la situazione si conoscono bene.

E' necessario regolare tutti i derivati scambiati fuori mercato.

Va ridotto il leverage complessivo del sistema, cioè: bisogna ripristinare un sistema economico che sia basato sul lavoro e sul risparmio, non sul debito ed il gioco d'azzardo.

E sopratutto la cosa più impellente: ricapitalizzare le banche facendo contemporaneamente chiarezza su tutta la spazzatura che hanno nascosta nei propri bilanci. Fino a quando ciò non avverrà la fiducia non potrà essere ripristinata, il mercato del credito non riprenderà a funzionare e l'intera economia si ritroverà come imprigionata in un blocco di ghiaccio.

martedì 7 ottobre 2008

Defcon 5

Bagno di sangue.

E' questo il termine più appropriato per descrivere quel che è successo ieri nelle borse di tutto il mondo. L'asia è colata a picco, oggi il Nikkei è sceso sotto i 10000 punti seguendo l'esempio del Dow che ieri arrivò a toccare -8,59% per poi risalire in chiusura sulla scia di voci che davano per probabile un prossimo taglio dei tassi da parte della Fed, e finendo con l'assestarsi a 9955 punti (sotto la soglia psicologica dei 10000). Ormai i future valutano in un 60% la probabilità che Bernanke annunci un taglio durante la prossima riunione dei governatori della Federal Reserve, mentre la probabilità di un taglio dei tassi in Europa è valutata nel 100%.

Mosca ha perso ieri un 19%, la borsa Brasiliana il 15%, entrambe hanno dovuto sospendere la seduta. Milano ha chiuso con un bel -8,24%, un calo mai riscontrato dal crollo del 1987 in avanti, Londra si è limitata ad un -7% così come Francoforte mentre Parigi crollava di un 9% . Mediamente in Europa il calo è stato del 7%.

Più che una seduta di borsa è stato un vero e proprio massacro. Una sfilza infinita di numerini rossi con un meno davanti che non facevano altro che aumentare in valore. Solo 3 cose si sono salvate:l'oro, lo yen ed i buoni del tesoro.

Pessimo segnale.

L'Islanda è alla bancarotta. Ha nazionalizzato il secondo istituto bancario, la Landsbanki, nel giro di due settimane. La stessa Kaupthing, la più grande banca dell'isola si dice sia in difficoltà economiche. La sua esposizione pari al 623% del PIL islandese la rende uno di quei soggetti troppo grandi per essere salvati, almeno dalla sola Islanda. La corona islandese ha perso un quarto del suo valore ed è ormai considerata solo un gradino sopra alla moneta dello Zimbawe, stato corroso da un iper inflazione come non se ne vedevano dagli anni 20. Dopo che i super mercati dall'isola hanno annunciato di non poter più acquistare beni di prima necessità da altri paesi a causa della perdita di valore della propria moneta, sono stati assaltati dalla popolazione spaventata che ne ha svuotato gli scaffali. Gli islandesi non sembrano rendersi realmente conto di quel che gli sta accadendo. Cercano di scaricare la colpa della loro situazione su altri paesi: è tutta colpa degli Usa si sussurra per le strade, e contemporaneamente si cerca una via di scampo. Alcuni si interrogano sulla possibilità di entrare all'improvviso in Europa.

Quello che ha colpito e devastato l'islanda è stata l'inversione del carry trade.

Il carry trade è la pratica di prendere in prestito ingenti quantità di denaro da un paese che tiene i tassi di interesse estremamente bassi per investirli in strumenti a reddito fisso in altri paesi. Il guadagno deriva dalla differenza tra il rendimento dell'investimento fatto ed il costo dell'interesse da pagare sul denaro prelevato. In soldoni da dieci anni ormai, grossi soggetti finanziari se ne andavano in Giappone dove i tassi di interesse erano arrivati a toccare lo 0,15%, se non ricordo male, a prendere in prestito dalle banche grosse somme di denaro, denaro che poi investivano ad esempio, in buoni del tesoro islandesi i quali, almeno fino ad un po' di tempo fa, promettevano rendimenti del 9%-10%.

Una pratica lucrosa e senza rischi, almeno finchè lo yen non sale di valore o la banca centrale Giapponese non decide di alzare i tassi di interesse. Quando ciò si verifica, il carry trade smette di diventare conveniente e gli investitori sono costretti a fare incetta di yen per ripagare il denaro preso in prestito.

Grazie al carry trade gli islandesi si ritrovarono pieni zeppi di denaro. Investitori da tutto il mondo prelevavano denaro dal Giappone per investirlo nella piccola isola. Talmente tanto era questo denaro che le banche islandesi non sapendo più che farci cominciarono a comprare delle loro colleghe in Inghilterra. Tutto questo credito dette vita ad un ristretto gruppetto di miliardari e creò nella popolazione l'illusione di essere diventata improvvisamente ricca.

L'illusione si infranse qualche anno fa quando il Giappone minacciò di alzare i tassi di interesse. Questo provocò una fuga di massa dei capitali dal mercato islandese. Di colpo l'isola si ritrovò senza credito, ma con un sacco di debiti da pagare. A questa situazione poi si è aggiunta l'attuale crisi economica ed il mercato del credito completamente bloccato. Le banche islandesi piene di debiti non sono riuscite a recuperare abbastanza credito in giro da restare in piedi. La moneta islandese sta precipitando nell'abisso. Stranamente sembra che per salvare la piccola isola non sia intervenuta l'Europa, bensì la Russia fornendo un prestito da 4 miliardi di euro al disperato stato nordico.

Se la crisi del credito ha rinforzato lo yen producendo un epocale inversione del carry trade (che non fa che aumentare ulteriormente il valore della moneta Giapponese), l'Islanda non è l'unico stato ad essere sull'orlo della bancarotta. Anche la California, lo stato più ricco degli USA, quella che per PIL viene considerata la settima potenza mondiale, non sa più a che santi votarsi. A causa del defict di 17 miliardi di dollari accumulato con l'esaurirsi della bolla immobiliare si è vista costretta a mettere alla paga minima di 4,5 euro l'ora tutti i suoi dipendenti per alcuni mesi. Non è bastato. Il governatore Schwarzenegger si è dovuto rivolgere al governo federale per elemosinare 7 miliardi di dollari senza i quali non saprebbe come pagare gli stipendi. Lo stato di New York ha un buco di 1,2 miliardi e ne prevede uno di 5,4 per il prossimo anno come conseguenza dei licenziamenti di massa a Wall Street. Massachusetts, Virginia, Connecticut sono solo alcuni degli stati che hanno già annunciato pesanti tagli.

Il problema rimane il blocco del mercato del credito.

Nessuno vuole più comprare i buoni del tesoro dei singoli stati americani o delle municipalizzate. Non si fidano più. Si accalcano tutti sui buoni del tesoro del governo federale nonostante i loro rendimenti siano ai minimi storici, gettando nella disperazione gli stati individuali che si ritrovano nell'impossibilità di recuperare il denaro necessario a mandare avanti la baracca.

Non si tratta più della sfiducia che le singole banche nutrono nei confronti delle loro colleghe. Quello che si è completamente incagliato è il mercato della "commercial paper". La commercial paper non è altro che debito a breve termine che le aziende emettono per finanziare le loro operazioni quotidiane. In sostanza delle specie di obbligazioni a scadenza molto breve. Normalmente si parla di 30-90 giorni, anche se si può arrivare a scadenze di 270 giorni. Fino a poco tempo fa, il mercato era un avido compratore di commercial paper, specialmente quella emessa da istituti finanziari. Ora tutto si è bloccato. Gli ultimi dati americani, come potete notare nella tabella sotto, parlano di un calo di 94 miliardi nella commercial paper di aziende finanziare, quindi banche e affini, mentre solo un -0,8 miliardi nei confronti delle aziende non finanziarie (anche se pure in questo settore la situazione sta cominciando a precipitare).


DateTotal

Total
Non-Fin

Domestic
Non-Fin
Foreign
Non-Fin
Total
Fin
Domestic
Fin
Fgn
Fin
Asset-
Backed
8/13/0821.4-0.5-0.50.026.830.6-3.8-5.3
8/20/0840.519.219.3-0.1-4.4-8.13.725.4
8/27/087.15.35.8-0.5-7.1-0.9-6.28.4
9/3/0810.04.84.50.2-14.3-4.8-9.519.3
9/10/0811.14.84.00.93.54.1-0.62.6
9/17/08-52.1-18.3-17.0-1.3-16.9-13.1-3.8-18.6
9/24/08-61.01.10.80.2-50.3-35.2-15.8-7.8
10/1/08-94.9-0.80.0-0.8-64.9-44.2-20.6-29.1


In sostanza neppure i privati si fidano più delle banche. Del resto se esse non si fidano l'una dell'altra come possono pretendere che lo facciano i privati?

Tra i maggiori compratori di commercial paper poi, ci sono sempre stati i "money market fund" (MMF), grossi fondi che la gente ha sempre considerato equivalenti ai depositi bancari. Vi lasciavano il denaro sapendo che esso sarebbe stato investito in prodotti a basso rischio. Il rendimento offerto dai MMF anche se basso, era superiore all'interesse offerto dalle banche e il denaro poteva essere ritirato ogni volta che ne esisteva la necessità. Tutto bene, almeno finchè il valore di uno dei più antichi MMF non precipitò sotto la soglia di un dollaro ad azione. Dato che al contrario dei depositi bancari, questi fondi non godono della garanzia statale, gli investitori spaventati li abbandonarono in massa per rifugiarsi nei buoni del tesoro. I fondi dovettero congelare i depositi e per materiale mancanza di denaro smisero di comprare commercial paper, lasciando banche ed aziende prive di finanziamenti fondamentali.

Nel tentativo di ripristinare un po' di serenità, il tesoro americano ha deciso di garantire i depositi dei MMF fino al 18 dicembre di quest'anno, riservandosi poi la possibilità di rinnovare l'operazione fino a settembre del 2009. La manovra non sembra comunque, essere sufficiente per la Fed, dato che secondo il New York Times essa sta valutando la possibiltà di comprare direttamente la commercial paper. Significherebbe che la Fed dopo essere diventata la flebo che mantiene in vita un sistema bancario restio a far circolare il denaro, diverrebbe anche il diretto creditore delle aziende.

Roba mai vista.

Le Fed ha anche deciso che le aste bi-settimanali del TAF, la facility messa in piedi un anno fa per prestare denaro alle banche in cambio di cartaccia, era troppo limitata. Partita lo scorso autunno con una cifra di 20 miliardi arrivò, qualche mesa fa, alla spaventosa cifra di 150 miliardi (150 ad asta quindi 300 al mese). I prestiti sono sempre stati a breve termine, 28 e 35 giorni, poi a settembre quando l'entità del TAF venne portata alla stratosferica quota di 450 miliardi, comparve anche un bel prestito ad 84 giorni. Ora la Fed vista la grande efficacia di queste mosse (ironia) ha deciso di portare il TAF ad un importo mensile di 900 miliardi.

Si dice che sbagliare sia umano e perseverare sia diabolico.

Se non sono serviti 450 miliardi mensili, appoggiati sopra ad una massa incredibile di altri interventi a ripristinare il funzionamento del mercato del credito forse è la strategia che si sta implementando ad essere sbagliata. Almeno, questo è il dubbio che penso verrebbe a qualunque persona normale.

Bernanke invece sembra deciso ad insistere.

Se uno va a spulciare tra le pieghe del piano di Paulson scopre anche che è stata anticipata al 1 ottobre del 2008 una legge che doveva entrare in vigore nel 2011. Essa concede alla Fed il potere di permettere alle banche di mantenere una riserva dello 0%. Si presume che il tutto avesse a che fare con Basilea II, il trattato che ridisegna il sistema bancario e che mette l'accento sulla capitalizzazione più che sulle riserve, come indicatore maggiormente affidabile della salute delle banche. Per valutare correttamente la capitalizzazione degli istituti andrebbe usato il "mark to market", ciò certi titoli il cui valore sarebbe complesso da valutare vanno messi a bilancio a valore di mercato.

Il mark to market è ciò che le banche si sono sempre rifiutate di applicare, dato che sono piene di titoli il cui valore è calato drammaticamente. Le terrorizza l'idea di doverli mettere a bilancio ad una frazione del valore facciale, ritrovandosi improvvisamente con grosse perdite e sotto capitalizzate.

Nessun problema. Ci ha pensato l'amico Hank (Hank Paulson ministro del tesoro americano). Il piano da 700 miliardi, poi diventati 850 dato che 150 li han dovuti regalare in bonus fiscali ai senatori perchè approvassero il piano stesso, prevede la sospensione del mark to market.

Oltre ad essere una legalizzazione della menzogna e del falso in bilancio, dato che consente alle banche di tenere nel bilancio titoli ad un valore completamente inventato, questo fatto, unito alla possibilità delle banche stesse di mantenere una riserva dello 0% è nitroglicerina pura. Se mi dici che conta la capitalizzazione e poi mi togli lo strumento, il mark to market, per valutarla portanto allo stesso tempo la riserva obbligatoria allo 0%, stai creando una bomba ad orologeria.

E tanto per non lasciare nessuna via intentata allo stesso tempo la Fed comincerà a pagare gli interessi su tutte le riserve che le varie banche tengono depositate in essa.

Riguardo al mark to market, una delle simpatiche illusioni di sta gentaglia è che una volta che nessuno sarà più in grado di valutare il valore di tutta quella spazzatura costruita sui debiti (mutui e simili), come per magia ricominceranno tutti a comprarla e a venderla.

Come no!

So che che tutte le banche hanno delle scatole in magazzino, alcune con dentro del caviale altre piene di merda. Merda con un bel fiocchetto rosa sopra. Un fiocchetto molto carino che per un certo periodo era riuscito a distrarmi dalla vera natura di ciò che adornava. Poi, finalmente, qualcuno in qualche parte nel mondo, decise di provare ad assaggiare sta roba marrone con un fiocchetto sopra e scoprì con profondo disgusto che si trattava di merda. Da allora nessuno la volle più comprare. A questo punto arriva Paulson e intima: "Fermi tutti! Da oggi in poi nessun potrà più controllare il contenuto di una scatola prima di comprarla".

Soddisfatto per il suo intervento, Paulson finalmente poté rilassarsi, immaginandosi frotte di investitori che seppure ignari di ciò che acquistano, aprono felicemente il portafoglio per fare incetta di scatole. Immaginatevi il dialogo tra due investitori:

"Tu che cosa hai trovato?" chiede il primo

"Una scatola piena di caviale" risponde il secondo soddisfatto

"Che culo! Io una colma di merda e ci hanno pure tolto il fiocco. Aspetta che ne compro un altra che magari sarò più fortunato."

La merda, resta merda Paulson, per quanti fiocchi tu e i vostri amici possiate provare a metterci sopra.

Un altra avvenimento che sta restringendo il credito è il fallimento della Lehman. Chi legge questo blog sa benissimo cosa sono i cds, quei contratti di assicurazione finanziara emessi a tonnellate durante gli anni del boom e che servono per esempio a proteggere chi li sottoscrive dal fallimento di un azienda. Per il fallimento della Lehman si stima che dovranno essere pagati 400 miliardi in cds, mentre per la nazionalizzazione della Fannie e delle Freddie chi ha emesso cds su esse, dovrà scucire 50 miliardi. Molti soggetti finanziari insomma stanno cercando di fare cassa (vedremo se ci riusciranno) in previsione di tutti i cds che dovranno rimborsare e questo risucchia ulteriore denaro dal mercato.

A proposito di Lehman; Fuld il suo ex CEO si è lamentato piagnucolando e affranto ha chiesto: dov'erano la Fed ed il tesoro quando si trattava di salvare la mia banca?

Ron Kirby su Financial Sense avanza una teoria molto interessante su dove fossero. In sostanza Kirby ritiene che la Lehman sia stata fatta fallire per salvare la JP Morgan. Alcuni ricorderanno che parlai del misterioso e poco pubblicizzato prestito da 138 miliardi (all'epoca si parlò in realtà di 120 miliardi) che la JP Morgan fece alla Lehman perchè essa chiudesse alcune operazioni aperte e che venne poi rimborsato dalla Fed alla JP Morgan stessa.

Secondo Kirby la Lehman venne lasciata fallire. Dopo il fallimento arrivò la JP Morgan e concesse un prestito da 138 miliardi alla Lehman. La Fed rimborsò la JP Morgan per la stessa cifra. Coi soldi avuti in prestito la Lehman chiuse alcune operazione sui derivati del credito ancora aperte, nei confornti delle quali la JP Morgan era la più grande controparte. In sostanza la Lehman avrebbe restituito gran parte dei 138 miliardi comprando in cambio spazzatura dalla JP Morgan. Con questo trucchetto la JP Morgan (banca troppo grande per fallire) è stata ricapitalizzata e le perdite scaricate sulla morente Lehman.

Una teoria interessante.

In Europa intanto è il solito casino. Svezia, Islanda e Danimarca hanno seguito l'esempio tedesco di garantire i depositi bancari. L'Inghilterra restia ad adottare la stessa misura, ha accusato Berlino di aver condotto un operazione politica di facciata e la Merkel di mettere in giro solo delle chiacchiere dato che non esisterebbe nessuna legge reale che protegga i depositi in Germania. Nel frattempo i grattacapi inglesi non fanno che aumentare: ci si son messe pure la Barclays, la RBS e Lloyds. I 3 istituti sono andati dal primo ministro britannico affermando che gradirebbero anche loro vedere un po' di denaro dei contribuenti: 15 modici miliardi di sterline a testa è la richiesta. I belgi invece, sono incavolati neri con l'Olanda e con la Francia per l'acquisto da parte della PNB Paribas della Fortis. Accusano l'Olanda di essersi tirata indietro all'ultimo momento dal piano coordinato con Belgio e Lussemburgo per il salvataggio della Fortis. Quest'ultima è perciò stata costretta a fallire, diventando un ghiotto ed economico boccone per la BNP e privando i belgi della loro più grande banca. Sarkozy nel frattempo, ha deciso di darsi all'immobiliare, comprando 30000 case i cui lavori di costruzione devono ancora cominciare, nel disperato tentativo di sostenere il mercato edilizio.

Berlusconi....beh, lui chiacchera tanto come al solito, ma sembra che in Europa nessuno gli presti attenzione.

Oggi i mercati si dimostrano profondamente incerti. I listini ondeggiano intorno allo zero e tutti sembrano in attesa di un segno, un altro piano di salvataggio (magari dall'europa), un taglio dei tassi.

Qualcosa.

E se qualcosa non gli verrà dato, riprenderanno a precipitare come è accaduto ieri, col rischio che salti tutto quanto per aria. Gli USA si stanno lanciando in operazioni sempre più costose, inefficaci e ridicole, senza scomodarsi ad affrontare i veri problemi alla radice. L'Europa non si capisce bene che cavolo stia cercando di fare. Sarebbe ovviamente il caso che provasse a stabilire una linea di azione comune dato che qua, o ci si mette daccordo tutti e si provano a limitare i danni o creperemo uno ad uno.

Ne i politici Usa ne quelli Europei mi danno alcuna fiducia. Lasciamo poi stare Bernanke che non ha azzeccato una previsone da quando guida la Fed o Trinchet che ancora biascica di inflazione mentre la velocità del denaro si sta azzerando. Intanto abbiamo fior fiore di economisti e di gente capace ed intelligente a disposizione che non viene ascoltata ne consultata.

Davvero, come suggeriscono alcuni, sarebbe venuta ora di mandare a letto i bambini e far intervenire gli adulti.