venerdì 5 giugno 2009

Sul rapporto Debito/PIL (prima parte)

La conseguenza peggiore di non aggiornare il blog con una certa frequenza è l'accumularsi di avvenimenti significativi che meriterebbero un articolo di approfondimento tutto per loro: l'impennata nei rendimenti dei buoni del tesoro americani che tanto sta facendo preoccupare il governo cinese, l'anomala ondata di acquisiti durante l'ultimo minuto di contrattazione a wall street due venerdì fa che ha fatto gridare alla "manipolazione" della borsa, la nuova ondata speculativa sul prezzo del petrolio, il fallimento della GM ed il caso Fiat-Opel sono solo alcuni esempi.

Nonostante questo susseguirsi di eventi preferisco dedicare l'articolo di oggi ad un argomento che era stato toccato in maniera superficiale nei commenti allo scorso post, cercando di sviscerarlo un minimo: quello del rapporto tra Debito pubblico e PIL (abbreviato D/P).

Il dibattito su questo fondamentale indicatore della sostenibilità a lungo termine dell'economia di un paese sta prendendo piede anche in altri stati. I numerosi interventi finanziari imbastiti dalle nazioni di mezzo mondo per salvaguardare la stabilità economica globale, sono stati finanziati per la maggior parte grazie ad un aumento dell'indebitamento pubblico. L'andamento del rapporto D/P sta registrando una netta crescita nei paesi ad economia avanzate scatenando le ansie delle frange politiche più conservatrici in Giappone come in Inghilterra o negli USA.

Prima di addentrami oltre nel discorso però, è bene dare occhiata alla tabella sotto, nella quale viene riportato l'andamento del rapporto Debito/PIL nei principali paesi secondo le stime dell'FMI (cliccate per ingrandire l'immagine):


Prendendo in esame il caso Italiano si può notare come il rapporto D/P stia stagnando dai primi anni del 2000, dopo aver subito un significativo calo dalla metà degli anni 90 in avanti. Esso toccò il suo massimo nel 1995 arrivando ad un valore del 123,2% per poi calare progressivamente negli anni successivi fino al crollo - tra il 1999 ed il 2000 - che lo portò dal 115,1% al 110,5%. Dal 2003 ad oggi ha continuato ad ondeggiare tra il 103% ed il 105%, mentre nel prossimo futuro l'FMI prevede un netto innalzamento che lo porterà nel 2009, a toccare il 115% e nel 2010 il 121% (per chi non conosce l'inglese, nella tabella sopra il dato a cui fare riferimento è quello del "Gross Debt").

Un aumento dovuto principalmente alla crisi economica in atto, crisi che - oltre a generare un calo del Pil - produrrà sia una diminuzione delle entrate fiscali che un inevitabile aumento della spesa pubblica a sostegno dell'economia in difficoltà. A trovarsi sotto attacco quindi, sono entrambi i fattori del rapporto D/P.

Horace "Woody" Brock in un articolo su "business insider" afferma che non siano tanto aumenti improvvisi del rapporto tra il Debito ed il Pil - dovuti magari ad una momentanea crisi - a contare, quanto la traiettoria del rapporto stesso. In altri termini se esso abbia un andamento che proiettato nel futuro sia in discesa, in salita o rimanga costante. Brock cita un recente libro di Alan Beattie "False Economy: A Surprising Economic History of the World" che mostrerebbe, grazie all'analisi di numerosi casi, come esista una precisa correlazione tra il successo di una nazione e l'adozione da parte sua di politiche volte a deprimere il rapporto D/P.

In particolar modo, un alto e prolungato nel tempo rapporto D/P, è sintomo di un economia poco dinamica che necessita di profonde riforme. Riforme che in Italia sono invocate ad ogni piè sospinto, ma raramente vengono portate a termine. La ragione principale di questo incapacità riformatrice è sotto gli occhi di tutti e dovrebbe risultare ovvia. La illustra Brock, citando un altro libro "The Rise and Decline of Nations: Economic Growth, Stagflation, and Social Rigidities" di Mancur Olson, in cui viene spiegato come spesso uno Stato finisca col diventare prigioniero di un gruppo ristretto di personaggi che per difendere i loro interessi speciali finisce con l'affossare l'intera nazione.

O, detto usando le parole di Brock:

La logica che adotta Olson richiama la teoria dei giochi: Egli mostra che gruppi speciali di interessi finiscono col diventare i principali giocatori in un generalizzato scenario da "dilemma del prigioniero", dove le razionali strategie individuali di ciascun gruppo portano collettivamente ad un risultato irrazionale fatto di: calo della crescita, ridimensionamento dei propri sogni, aumento del disordine sociale fino a giungere infine alla rovina dello stato.

Stabilito che l'entità del D/P va diminuita le strade per farlo sono ovviamente due: o si riduce il valore del numeratore o si aumenta quello del denominatore. In altri termini o si diminuisce il debito pubblico o si aumenta il PIL. Tra le due strade possibili quella più conveniente da percorre è la seconda. Un aumento del PIL influirebbe positivamente anche sul debito pubblico dato che produrrebbe un aumento delle entrate fiscali, diminuendo la necessità di uno stato di ricorrere all'indebitamento per sostenere la propria spesa pubblica.

Questa è una delle ragioni principali per cui viene sempre invocato l'aumento del PIL e della crescita, quasi si trattasse di un balsamo in grado di guarire da ogni male e sempre questo, è il motivo che spinge molti economisti a suggerire un aumento della spesa pubblica durante un periodo di crisi economica. Meglio aumentare il debito per sostenere il PIL - quindi peggiorando lo stato di uno solo dei fattori del rapporto D/P - che far crollare quest'ultimo andando ad influenzare negativamente entrambi i fattori.

Nello scorso post, maat aveva accennato come a giudicare dai valori del D/P sembrasse che alcune nazioni avanzate, in particolar modo il Giappone, potessero trovarsi in una situazione più critica di quella italiana. Nel paese del Sol Levante, come si può vedere dai dati dell'FMI, si prevede che il rapporto D/P arriverà a toccare il 217% nel 2009 ed il 227% nel 2010. Una cifra che a prima vista sembra spaventosa. Se si considera la cifra relativa al debito netto ("Net Debt" in inglese, sempre nella tabella precedente) rispetto al PIL però, il rapporto crolla al 103% per il 2009 e 114% per il 2010.

Il debito netto, non è altro che il debito lordo a cui viene sottratto il valore degli asset nelle mani dello stato. Per la maggior parte degli stati ad economia avanzata non c'è una drammatica differenza tra il valore del debito lordo e quello del debito netto. Il Giappone è un caso a parte, perché tra gli assets in suo possesso conteggia anche quelli del sistema pensionistico statale. Si tratta per la maggior parte di buoni del tesoro del governo Giapponese. In sostanza lo stato Giapponese emette bot conteggiandoli come debito e li ricompra poi tramite il sistema pensionistico conteggiandoli come assets.

Il dato sul debito netto Giapponese è quindi falsato o volendo essere generosi, da prendere con le pinze. Ci rivela però, una realtà che l'Italia non può vantare. Sebbene lo stato giapponese abbia un D/P molto elevato, quindi un eccessivo debito, esso ha contratto gran parte di quel debito con la propria popolazione. Il debito estero Giapponese risulta essere relativamente basso.

Per curiosità ho cercato a quanto ammontasse il debito estero dello stato Italiano - inteso come debito pubblico con l'estero - ma si tratta di un dato che l'FMI considera facoltativo. Solo alcune nazioni, nelle quali lo stato viene considerato la figura predominante dell'economia sono tenute a presentare documentazione a riguardo (qua potete trovare la tabella interattiva dell'FMI per gli stati in questione). Generalmente è il debito lordo complessivo che interessa. Esso è dato dalla somma del debito delle pubbliche amministrazioni, delle autorità monetarie (banca centrale), altre istituzioni finanziarie monetarie (banche), altri settori (aziende non finanziarie, famiglie, ecc) e investimenti diretti (qui trovate l'ultimo pdf della banca d'Italia sul debito estero del paese e qui, se siete estremamente curiosi, potete trovare il manuale dell'FMI su come calcolare il debito estero lordo e i dettagli sulle voci che lo compongono).

Si potrebbe di certo calcolare il debito estero delle pubbliche amministrazioni rispetto al debito pubblico totale - nel caso italiano il 47% contro il 17% di quello Giapponese - ma esso rischierebbe di rivelarsi un dato elusivo. Il debito estero dell'intero settore pubblico secondo l'FMI, deve conteggiare oltre alle pubbliche amministrazioni anche gli obblighi ed i debiti di eventuali aziende possedute o garantite dallo stato. Quel 47% e 17% potrebbero quindi, subire significative variazioni al rialzo.

Un indicatore che viene tenuto in grande considerazione è invece quello del rapporto tra il debito estero lordo di uno stato (il suo debito estero complessivo: pubblico, privato ecc) ed il suo PIL. L'Italia ha un rapporto di circa il 100% - elevato ma c'è ben di peggio - mentre il Giappone si aggira attorno al 55% (vedi nota in fondo).

Secondo l'FMI e la Banca mondiale "si può dire che una nazione abbia raggiunto la sostenibilità del suo debito estero se è in grado di servire (pagare la quota dell'interesse ndr) in pieno il suo debito estero presente e futuro, senza dover ricorrere all'emissione di nuovo debito, accumulare arretrati o compromettere la crescita". Sempre secondo queste due istituzioni internazionali la sostenibilità del debito estero può essere raggiunta "portando il valore netto presente del debito pubblico estero (si intende il debito pubblico estero complessivo - debito estero pubblico + debito estero pubblicamente garantito - quel dato che l'FMI richiede solo a certe nazioni ndr) al 150% del valore delle esportazioni della nazione o al 280% del valore delle sue entrate fiscali" (se vi interessa l'argomento qui trovate un interessante studio sulla questione).

Dando un occhiata alla tabella sotto si può notare in questo senso, una grande differenza tra l'andamento delle esportazioni Giapponesi e quelle Italiane:


Il Giappone, come la Germania, è una vera e propria potenza dell'export, mentre le esportazioni italiane sono a dir poco stagnanti. Anche su questo fronte usciamo sconfitti dal confronto con il Giappone.

In definitiva per il paese del sol levante il problema dell'indebitamento si risolverà probabilmente con un regolamento di conti interno. Da un lato avendo la possibilità di emettere la propria moneta sarà in grado di ricorrere alla svalutazione e da un altro continuerà ad incentivare l'export con ogni mezzo. Difficilmente basterà. Non penso che il Giappone possa sperare di cavarsela senza metter mano al portafoglio, operando quindi una stretta fiscale in futuro e senza riformare sostanzialmente il suo sistema.

Noi, oltre ad avere un export stagnante e a dover gran parte del nostro debito all'estero, non possiamo neppure svalutare.

Queste solo alcune delle ragioni che mi spingono ad affermare che l'Italia sia in condizioni economiche peggiori rispetto al Giappone, sebbene sulla carta possa vantare un rapporto D/P largamente inferiore. Un altro paese di cui sarebbe interessante discutere sono gli Stati Uniti, il cui rapporto D/P nel 2010 toccherà il 97,5%. Si tratta però di un caso molto particolare che meriterebbe un articolo tutto per se, ragion per cui lo tralascerò per ora. Del caso Inglese invece si è occupato nel suo ultimo articolo, Willem Buiter, professore alla London School of Economics.

Preoccupato dal raddoppio che il D/P del paese anglosassone rischia di subire nei prossimi anni, Buiter butta li una formula del terrore per descrivere la sostenibilità del rapporto D/P:

p + s ≥ (r - g)b

La formula in realtà è meno complicata di quel che sembra. La parte a sinistra conteggia gli incassi di uno stato. Con p si intende l'avanzo primario permanente (con permanente Buiter intende la media degli avanzi primari futuri sul lungo termine) rispetto al PIL, con s il reddito da signoraggio della banca centrale - il guadagno che essa incassa in virtù della sua capacità di emettere moneta - che nel caso Inglese vengono girati alle finanze pubbliche. Nel caso Italiano non so quanto possa essere la s, cioè se una parte del reddito da signoraggio della BCE venga girata ai singoli stati membri dell'unione europea. Si tratterebbe comunque di cifre molto basse. Possiamo semplicemente considerare quella s come inesistente.


La parte destra è leggermente più complicata. La b rappresenta la quota del debito pubblico rispetto al PIL (in sostanza il D/P non espresso in termini percentuali, nel caso italiano 1,15 per il 2009 e 1,21 per il 2010). La parte fondamentale della formula è quell' (r-g). La r rappresenta il tasso di interesse reale a lungo termine. Buiter utilizza quello sul debito dello stato a scadenza ventennale per i suoi calcoli. La g rappresenta il tasso di crescita a lungo termine del PIL reale. Con tasso di interesse reale e PIL reale si intendono i valori nominali (quelli che trovate in giro di solito) depurati dall'inflazione.

In sostanza come dice Buiter, fino a che la g, il tasso di crescita del PIL, è superiore a r, il tasso di interesse reale a lungo termine, uno stato vive in Ponzi land. Può continuare a finanziare se stesso semplicemente emettendo nuovo debito senza dover aver degli avanzi primari. Il problema è quello che potrebbe accadere in futuro sia al tasso di crescita del PIL che al tasso reale di interesse. Dice Buiter:

Certo, nell'attuale recessione, la crescita del PIL è negativa così l'attuale tasso di interesse reale sul debito pubblico rt supera il tasso di crescita del PIL reale, gt ma la solvibilità non è una semplice questione di relazioni legate al ciclo attuale tra tasso di crescita, tasso di interesse, avanzo primario e ricavi da signoraggio, ma dipende dai loro valori sul lungo termine. Fino a che r è minore di g ogni valore del rapporto Debito/PIL è consistente la solvibilità dello stato in una condizione non inflattiva.

Quindi, per preoccuparsi circa la solvibilità dello stato Inglese, o delle implicazioni inflative dell'attuale e futuro deficit del budget, si dovrebbe credere che il valore corrente dei rendimenti reali registrati sul debito governativo index-linked (agganciato all'inflazione ndr) a lungo termine sottostima il tasso di interesse reale che il governo dovrà pagare in futuro, e/o che il tasso di crescita del PIL reale in futuro sarà più basso rispetto a quello delle ultime due decadi.


Ora come ora il tasso di interesse reale è basso in quasi tutto il mondo, ma se in futuro il tasso di interesse reale aumentasse superando in maniera significativa il tasso di crescita del PIL, un elevato rapporto D/P come quello del nostro paese si farebbe sentire rendendo necessario un avanzo primario positivo di una certa consistenza. Buiter facendo dei conti per il caso Inglese arriva a concludere che nei prossimi anni l'Inghilterra avrà realisticamente bisogno di un avanzo primario che sommato al reddito da signoraggio superi l'1,75% del PIL (considerando solo l'avanzo primario esso dovrebbe raggiungere almeno l'1,5% PIL).

Un livello che ritiene sarà difficile da ottenere considerando il deficit fiscale in cui lo stato è incorso per cercare di sostenere l'economia. L'avanzo primario è definito come "la differenza fra le entrate e le spese pubbliche, senza considerare gli interessi da pagare sul debito". In sostanza per aumentare l'avanzo primario si possono alzare le tasse o tagliare le spese, imponendo quindi una rigorosa disciplina fiscale.

L'unica serie storica sull'andamento dell'avanzo primario rispetto al PIL dell'Italia - il dato con accanto la variazione percentuale - l'ho trovata su questo sito. Non potendo verificare se i dati corrispondano a quelli ufficiali prendeteli con le dovute cautele (sebbene corrispondano a ciò che ricordo):

1994: 2,1
1995: 3,9; + 85,7
1996: 4,4; + 12,8
1997: 6,7; + 52,3
1998: 5,2; - 22,4
1999: 5,0; - 3,8
2000: 4,5; - 10,0
2001: 3,2; - 28,9
2002: 2,7; - 15,6
2003: 1,7; - 37,0
2004: 1,3; -23,5
2005: 0,5; - 61,5
2006: 0,4; -20,0 (questo dato l'ho aggiunto io)

Osservando la traiettoria che ha seguito l'avanzo primario nel corso degli anni si nota un progressivo calo, iniziato negli anni del governo D'alema 97-98, calo che è andato via via accentuandosi negli anni di Berlusconi fino quasi ad azzerare l'avanzo primario. Nel 2006 tornò Prodi sottoponendo il paese ad una cura da cavallo tanto che la manovra di allora fu ribattezzata "tutte tasse", ripianando le finanze dello stato e risollevando l'avanzo primario fino a portarlo al 2,7% del PIL nel 2007 e al 2,5% l'anno successivo (2008). Pensatela politicamente come vi pare, ma in questo paese Prodi ci ha sempre salvato finanziariamente il fondoschiena.

Se per l'Inghilterra Buiter prevede difficoltà a raggiungere un avanzo primario dell'1,5% potete scommettere che per noi sarà ancora peggio. Normalmente la crescita del PIL italiano è inferiore a quella degli altri paesi europei, mentre gli interessi che paghiamo sul nostro debito sono tra i più alti a causa del basso rating assegnato al nostro paese e come se non bastasse il nostro rapporto D/P è il più elevato in assoluto in Europa.

Per assicurare la sostenibilità dell'economia Italiana non si può agire unicamente dal lato del rigore fiscale.

Il fattore più importante da incentivare, come suggerisce Brock, dovrebbe essere la crescita del PIL, crescita che andrebbe ad impattare positivamente anche sulle entrate fiscali e quindi sull'avanzo primario.

Cercare semplicemente di far cassa intervenendo dal lato dell'indebitamento è una strategia che alla lunga si rivela fallimentare. Per evitare il rischio di fallimento che si affacciò nei primi anni 90 l'Italia ha agito pesantemente sul lato delle finanze pubbliche. Ha venduto le aziende controllate dallo stato, ha riformato il sistema pensionistico, alzato la tassazione, bloccato il turn over, cartolarizzato il patrimonio immobiliare, tagliato ricerca ed istruzione ad ogni pie sospinto ecc. Ha cercato insomma di far cassa come poteva e di limitare le spese. Di certo l'Italia avrebbe ancora diversi capitoli di spesa inutile da tagliare. Purtroppo molti di essi solo legati a doppio filo agli interessi di gruppi speciali e difficilmente verranno toccati, mentre dal versante fiscale dubito si possa aumentare ulteriormente il carico tributario senza strangolare i poveracci che sostengono la nostra intera economia (specialmente nel bel mezzo di questa crisi).

Esistono diverse strategie che se applicate potrebbero, a costi nulli o comunque molto contenuti, impattare favorevolmente sulla crescita del prodotto interno lordo.

Nella seconda parte di questo articolo proverò ad illustrare alcune di esse.



Nota: Se osservate i dati sul rapporto tra il debito estero di uno stato ed il relativo PIL riportati dalla classifica presente sulla pagina della Wikipedia noterete dei valori differenti da quelli che ho indicato io, sia per il Giappone che per l'Italia. I dati della Wikipedia sono sbagliati per quei due paesi. Se volete farvi il conto (alla fine è una semplice divisione) qua trovate il dato sul debito estero per le varie nazioni. Nel caso del dato italiano è evidente che chi ha fatto i conti ha erroneamente considerato per il calcolo del rapporto, il valore del debito estero per la sola voce relativa alle pubbliche amministrazioni e non il dato complessivo. Nel caso Giapponese non so proprio da dove sia spuntato il dato per il debito estero lordo che hanno usato, ma esso non centra nulla con quello indicato dall'FMI.

9 commenti:

andrea ha detto...

grazie Stand per l'ottima relazione, come sempre precisa e chiara.
ho un unico dubbio in merito alle conclusioni sul giappone.
ora mi sfugge la fonte, ma avevo letto del veloce invecchiamento della popolazione, tanto che a breve (meno di 20 anni) raggiungeranno il rapporto 1/1 pensionati/lavoratori attivi.
quando si parla di sistema pensionistico carico di buoni del tesoro, bisogna anche considerarlo come la fonte da cui erogare le pensioni. ora, non credo che i pensionati possano cibarsi di debito, quel debito, per essere erogato dovrà esser convertito in ricchezza reale, e qui , forse potrebbero avere qualche problema.
altro punto. il PIL.
seguendo la definizione, una merce importata (o la cui materia prima importata) vale 20 cent e rivenduta sul mercato a 3€ somma 2,8cent al pil.
se questo rispecchiasse una rivalutazione sostanziale del prodotto, non avrei nulla da dire, ma nella maggior parte dei casi trattasi di trasporti, rendite di posizione, rendite speculative che non aggiungono nulla al valore reale del prodotto.
come può in tal caso, una componente simile di pil compensare un debito?
per avere un dato significativo, dovrei considerare nel pil solo quelle componenti di aumento di valore universalmente riconosciute, e non anche le componenti dovute all'inefficienza del sistema paese.
mi rendo conto di chiedere la luna, ma anche solo facendo una stima, credo, che il nostro paese ne uscirebbe molto malconcio.

Stand ha detto...

Ciao Andrea, quello che dici sul PIL è vero ma il discorso è un po' lungo e volevo affrontarlo nella seconda parte di questo articolo. Per cui magari ti rimando a quando lo pubblicherò.

Riguardo al Giappone, quello che dici sull'invecchiamento della popolazione è vero. I più maligni dicono addirittura che i Giapponesi si lancino con tanta foga sulla robotica nella speranza di arrivare ottenere robot in grado di sostituire la calante popolazione attiva (nell'industria o cmq nella produzione in generale) senza dover ricorrere all'immigrazione.

L'FMI per tener conto del problema dell'invecchiamento della popolazione normalmente fornisce anche i dati sull'indebitamento netto del Giappone escluso il sistema pensionistico.

Come dicevo nell'articolo sebbene si tratti di un enorme problema che il Giappone dovrà affrontare nel prossimo futuro, il suo indebitamento è per la maggior parte interno, composto da assets denominati in yen. Come stato sovrano il Giappone può quindi decidere di intervenire - e dovrà farlo - sul sistema pensionistico, così come stiamo facendo noi e dovrà fare mezzo mondo.

Non sarà ne facile ne indolore, ma sempre meglio che un indebitamento che fosse per la maggior parte estero, denominato in una valuta non controllata dal Giappone.

maat ha detto...

x adesso ho capito solo ke siamo in tanti a piangere ... (ho dato una lettura di corsa )
soprattutto noi e inglesi.
ma anche svizzeri e austriaci non ridono molto e UK , A, CH,con economie ke basano quasi tutto nel sistema finanziario, con la crisi delle banke ke nn potranno piu avere utili da fantafinanza come gli ultimi tempi avranno anke loro delle belle "gatte da pelare"

poi quando avrò letto meglio forse capirò qualcosa di piu

x intanto grazie x il tuo lavoro

capitan_harlock ha detto...

Grazie per i tuoi post.
Qualche tempo fa lessi un intervista di Mr Roubini. Raccontava di una coversazione che Mr Roubini aveva abuto con qualche rappresentante della banca centrale europea. In pratica si faceva presente che i tedeschi dovranno salvare sia l´Italia che la Grecia per il loro debito pubblico. Appena trovo l´articolo metto il link. Due Cents cosa ne pensi?

Grazie per il tuo lavoro.

Nicola ha detto...

Perchè non intervieni sul sito di Wikipedia per modificare i dati secondo quello che ritieni giusto ?

Der Suchende ha detto...

Ciao Stand, leggo da un pò i tuoi post e voglio farti i complimenti.

chiari, ricchi, esplicativi, intelligenti.Il tuo blog per me è na preziosa fonte di informazione e analisi.

Posso farti una domanda: lavori per qualche ente finanziario, banca invesimento?

Sono curioso..ciao :)

Stand ha detto...

@harlock

Il dibattito sulla possibilità che la Germania sia costretta a pagare parte dei debiti dei PIGS (Portogallo,Spagna,Grecia,Italia) è in corso da diverso tempo. La Germania è fortemente contraria ad un opzione del genere, per ovvi motivi. Chi vorrebbe mantenere dei vicini che non riescono neppure a tenere sotto controllo il proprio indebitamento? Questa è la principale ragione per cui l'Europa non emette del debito comune al contrario degli USA.

Penso che prima o poi la Germania dovrà scegliere a riguardo e probabilmente sceglierà di accolarsi parte dei debiti degli stati Europei in difficoltà. L'alternativa rischia di essere lo sfaldamento dell'Unione stessa.

Nel caso la Germania scegliesse davvero di intervenire, potrebbero sorgere comunque dei problemi, qualora il prezzo da pagare per sostenere l'Unione diventasse per i tedeschi troppo elevato.

A quel punto il vantaggio economico derivante dall'esistenza dell'UE potrebbe risultare inferiore al costo del mantenimento dei PIGS, dell'Irlanda ecc.

Per ora non ci sono certezze su quella che sarà la linea di azione futura dello stato tedesco. Tutto quello che abbiamo sono una serie di dichiarazioni fatte sia dalla Merkel che da Peter Steinbruck (il ministro delle finanze tedesco). Entrambi si dicono contrari ad ogni ipotesi di aiuto finanziario che non sia una tantum, agli stati Europei fortemente indebitati.

@Nicola

I dati sulla Wikipedia riguardanti l'indebitamento estero dei vari paesi sono presi dal CIA Factbook. Dando anche una semplice occhiata risulta immediatamente sospetto che paesi piccoli come il Belgio, l'Irlanda e l'Olanda abbiano un indebitamento estero che in valore assoluto sia superiore a quello italiano. Potrei anche cambiare i due dati specifici, ma in verità tutti i valori riportati dal CIA Factbook andrebbero ricontrollati, ricalcolando anche il relativo rapporto tra indebitamento estero e PIL. Un lavoro troppo lungo che non ho il tempo di fare purtroppo.

@Der Suchende

La tua domanda mi viene posta abbastanza spesso a volte da trader o perfino professori di economia. La risposta è molto banale. Non ho mai lavorato in nessun istituto finanziario e neppure ho fatto studi particolari. Sono solo un informatico che durante la bolla della new economy ha cercato di capire come si potessero verificare certe distorsioni apparentemente assurde ed ha iniziato a studiare economia per i fatti suoi.

La cosa ha i suoi vantaggi ed i suoi svantaggi. Da un lato mi sono risparmiato un certo "indottrinamento" a cui spesso vengono sottoposti gli studenti di materie economiche ed ho conservato (spero) la capacità di analizzare gli eventi da fuori con un minimo di distacco, da un altro la mia formazione non può che presentare delle inevitabili lacune.

belgico ha detto...

x andrea mensa
ci sei ancora ? sei scomparso da turani : il livello della discussione li' é in picchiata, ma anche due cents e castelli di carta non aggiornano da mesi...
market-ticker é a senso unico e va bene per rinfrescarsi le idee.
da turani non era male quando partecipavate tu, ariel e praderio...fai un segno su dove vai adesso ? ciao

lodkiu ha detto...

Complimenti per il poderoso lavoro.

Indubbiamente, per quanto riguarda quanto da te pubblicato, rimane l'idea che sia tutto da rifare, ma la domanda è: su che basi?

Ovvero su che sistema si vogliamo rivedere il nostro sistema fiscale, contributivo e finanziario?

Non sono domande che possono avere una risposta rapida e nemmeno riassuntiva, ma va da se che maggiormente si lascia libera la corda dell'animale più danni questo farà.