Visualizzazione post con etichetta davos. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta davos. Mostra tutti i post

lunedì 16 febbraio 2009

In buone mani (italian version)

L'aria di Davos gioca brutti scherzi. Dalla ridente città svizzera in cui ogni anno si svolge l'attesissimo summit di pezzi grossi della politica e dell'economia mondiale, Pritchard, il giornalista finanziario di punta del Telegraph, scrisse una decina di giorni fa, un articolo insolitamente ottimista che sembrava ventilare una possibile ripresa, intitolato: "glimmers of hope" (barlumi di speranza). I suoi abituali lettori non riconoscendolo più, si scatenarono, e pretesero a gran voce di sapere cosa gli avessero fatto fumare (o bere) a Davos. Pritchard dovette giustificarsi e lo fece rivelando come il tono positivo del suo articolo non riflettesse una sua opinione, ma che per l'occasione fosse stato costretto ad indossare il suo "cappello da cronista" e si sentì di rassicurare i propri lettori: "nessuna speranza di ripresa economica è all'orizzonte".

Gli ultimi articoli che ha scritto, illustrano brutalmente questa sua visione.

Pritchard non è mai stato un amante o un sostenitore dell'Europa. La cosa traspare chiaramente dai suoi scritti. Eppure, considerando quanto i suoi articoli abbiano letto in maniera precisa lo svilupparsi degli eventi sul panorama dell'economia globale, non prestare attenzione a ciò che scrive sarebbe poco saggio. Nel suo ultimo pezzo, il giornalista del Telegraph, torna sulla questione Europea. Il titolo è emblematico: "fallire nel salvare l'est Europa produrrà il collasso mondiale".

Ho scritto diverse volte di quanto la situazione dei paesi dell'est Europa sia fondamentale per il futuro dell'Unione stessa e dell'area Euro in particolare.

La scorsa settimana il ministro delle finanze Austriaco cercò freneticamente di mettere insieme un pacchetto di aiuto economico da 150 miliardi di euro, per i paesi dell'est . L'obbiettivo dichiarato non era tanto il salvataggio di quei paesi, quanto la sopravvivenza dell'Austria stessa, dato che le banche del paese hanno investito nell'est Europa una cifra compresa tra il 70% e l'80% del PIL Austriaco, pari a circa 290 miliardi di euro e rischierebbero seriamente la bancarotta in caso di fallimento delle repubbliche ex sovietiche. Si parla dei maggiori istituti della nazione. La Erste Bank, la Raiffeisen ed anche la più grande banca in assoluto: l'Unicredit.

L'Austria nell'ultimo quarto, a causa di un calo delle esportazioni, ha incassato la prima contrazione del PIL da 8 anni a questa parte. Per il momento, si stima che il PIL del paese subirà una contrazione di un modesto 0,5% nel corso del 2009, ma sono pronto a scommettere che le previsioni verranno riviste al ribasso, considerando il boom delle esportazioni che ha investito il paese nel biennio 2006-2007: esportazioni dirette per un terzo in Germania e per un altro 20% nei paesi emergenti dell'est Europa. Ora la Germania ha ridotto drammaticamente sia produzione che importazioni mentre i paesi dell'est stanno semplicemente collassando.

I politici Austriaci per cercare di tamponare le falle del comparto finanziario, negli ultimi mesi, hanno più volte annunciato l'intenzione di garantire fino a 100 miliardi di euro di obblighi degli istituti bancari. Un accordo definitivo però, non è stato mai raggiunto a causa della schizzinosità delle banche stesse che vorrebbero imporre condizioni irrealistiche al governo Austriaco. La situazione in Austria sta diventando sempre più tesa. Qualunque forma di assistenza al settore bancario andrà ad incidere pesantemente sull'indebitamento del paese. Secondo un rapporto del comitato governativo sul debito, il salvataggio delle banche arriverebbe a costare all'Austria quella tripla A di rating che le ha consentito nell'ultima decade, di finanziare il proprio debito pagando una cifra in linea con quella sborsata dallo stato tedesco.

La cosa buffa è che gli austriaci sembrano sicuri che la Germania correrà finanziariamente in loro aiuto, visto lo stretto legame storico ed economico che unisce i due paesi. I tedeschi dal canto loro si sorprendono che gli austriaci nutrano questa convinzione. Non sembra peraltro, essere solo l'Austria ad attendere che la grande Germania arrivi svolacchiando in soccorso, con addosso una ridicola calzamaglia blu e una mantellina rossa. Un articolo del Times Online getta ombre cupe sulla situazione Irlandese. I prestiti rilasciati dalle banche Irlandesi ammontano a 11 volte la dimensione dell'economia del paese. Il costo dei cds a 5 anni, uno strumento finanziario che fornisce un indicazione sul rischio paese, è triplicato nell'ultima settimana arrivando a toccare i 350 punti base venerdì scorso (il valore più alto in Europa). Il mercato insomma, vede come sempre più probabile un futuro default dell'Irlanda ed anche in questo caso, il Times, invoca come salvatore della situazione, la Germania. Essa si dovrebbe far carico secondo il quotidiano inglese, di parte dell'indebitamento Irlandese, acquistandone i buoni del tesoro, attraverso un apposto fondo (attualmente allo studio) messo in piedi dalla BCE.

A quanto pare nel vecchio continente tutti sembrano aspettarsi che i tedeschi salvino l'intera Unione.

A questo proposito l'articolo del Telegraph dice:

L'Europa è già in problemi più gravi di quanto la BCE o i leadears dell'UE avessero previsto. L'economia tedesca si è contratta ad un tasso annuale dell'8,4% nel quarto quarto.

Se la Deutsche Bank ha ragione l'economia si ridurrà di circa il 9% prima della fine di quest'anno. Il genere di livello in grado di infiammare la rivolta popolare.
Le implicazioni sono ovvie. Berlino non salverà l'Irlanda, la Spagna, la Grecia e il Portogallo mentre il collasso della bolla creditizia conduce ad un esplosione dei defaults, o l'Italia accettando i piani dell'EU per dei "bond dell'unione" se il mercato del debito dovesse prendere la spaventosa traiettoria crescente del debito pubblico italiano (che toccherà il 112% del PIL il prossimo anno, secondo le ultime previsioni, in salita dal 101% - una enorme variazione) e non salverà l'Austria dal suo avventurismo Asburgico.

In sostanza, saranno con tutta probabilità (come è giusto che sia), cavolacci nostri.

L'est Europa sta implodendo.

In Ucraina si prevede che il PIL crollerà del 12% nel corso dell'anno, l'economia lettone è stata dichiarata clinicamente morta dal governatore della banca centrale dopo una contrazione del 10,5%, ufficialmente il governo Ungherese prevede una contrazione del PIL dell'1% per l'anno in corso, ma diversi analisti ritengono più probabile che essa si assesti tra un -2%/-5% e in generale sull'intero blocco est grava quella spada di Damocle dell'indebitamento contratto in valuta straniera. Il 60% della popolazione polacca, ad esempio, si è indebitato in franchi svizzeri. Ogni traumatico indebolimento delle valute locali, produrrà un aumento in termini reali dell'entità del debito ed un aggravarsi delle condizioni economiche generali.

Dato che l'Italia è particolarmente esposta ad un tracollo dell'est Europa, tramite il suo settore bancario - si parla in particolar modo dell'Unicredit - sarebbe molto interessante conoscere la linea di azione che il governo intenda adottare in caso di possibili problemi.

Questo genere di questione è stata posta a Davos, da un giornalista inglese al nostro ministro delle finanze. Un video che ha fatto il giro della rete mostra un Tremonti che per tutta risposta, prende su e se ne va via stizzito senza pronunciare neppure una parola, lasciando il giornalista della BBC completamente attonito con il microfono a mezz'aria. Il poverino non era abituato ai politici italiani. Dal suo sguardo traspare lo stupore per un comportamento che evidentemente all'estero verrebbe considerato incredibile (se per caso non lo avete già fatto guardatevi Il video).

Nessuno può costringere un altra persona a rispondere a una domanda, ma c'è modo e modo di comportarsi. Sarebbe bastato dire: "preferisco non affrontare l'argomento" o schivare la questione dicendo "abbiamo pronte delle misure adeguate, ma preferisco non discuterne perché bla bla bla". La domanda era assolutamente legittima e penso che sarebbe carino se Tremonti facesse sapere anche a noi poveri cittadini, come intende comportarsi in caso di significativi problemi bancari.

Se il blocco est crolla e l'Unicredit viene a batter cassa da mamma stato che si fa?

Gli regaliamo dei soldi sull'esempio americano? Nazionalizziamo l'istituto? Lo semi-nazionalizziamo come han fatto gli inglesi con la Royal Bank of Scotland?

Immagino che la risposta rimarrà una sorpresa per quando l'evento dovesse verificarsi, ma la reazione seccata di Tremonti fa temere che un vero piano di azione semplicemente non esista.

La vera perla però, il nostro ministro a Davos l'aveva già fatta nel 2006 e nei confronti di una vecchia conoscenza di questo blog: Nuriel Roubini.

Entrambi erano erano stati invitati ad un pubblico dibattito riguardo al futuro dell'Europa. Gli argomenti da affrontare erano numerosi: il rischio che la crisi attuale potesse spezzare l'Unione, quali paesi fossero i candidati più probabili ad una uscita dalla EU, le conseguenze di una sua eventuale dissoluzione, ecc. Dopo un po' di divagazioni sui temi in questione, da parte dei politici presenti alla discussione, Roubini prende la parola e comincia, nel suo stile accademico, a fare una panoramica della situazione nei paesi del vecchio continente, finché non giunge a descrivere quella italiana, paragonando la china che il "bel paese" ha imboccato a quella che ha caratterizzato il tracollo Argentino.

Un paragone che ritengo, dovrebbe balzare agli occhi di ogni persona semi sensata che conosca un minimo gli avvenimenti che hanno condotto l'Argentina al fallimento.

A quel punto tra la costernazione generale, Tremonti interruppe le considerazioni di Roubini ribattendo con un incontrovertibile: "tornatene in Turchia!".

Innanzi tutto, bisogna dire che Roubini non ha mai avuto paura di dire quel che pensa, anche quando le sue affermazioni si sono rivelate in contrasto con le previsioni dell'intero establishment economico. In secondo luogo, sebbene sia nato in Turchia, Roubini ha vissuto 20 anni in Italia e si è laureato alla bocconi. Quando parla di questo paese lo fa a ragion veduta.

La risposta di Tremonti riassume bene il classico atteggiamento dei politici italiani, atteggiamento che con una sottile ironia sembra ricordare da vicino quello tenuto dai loro omonimi argentini durante il periodo che precedette il collasso del paese sud americano.

Il non voler rispondere a nessuno, quella presunzione e quell'arroganza nei modi che sembra nascere da un senso di superiorità ed intoccabilità, la completa mancanza di un reale dibattito su certi temi, le continue distrazioni su questioni secondarie, sono tutte indice di un degrado che in questo paese sembra aggravarsi ogni giorno che passa. Gli scenari che Roubini illustrò al dibattito, prevedevano per l'Italia solo due possibili futuri: cambiare velocemente o uscire dall'Unione Europea dichiarando default sul proprio debito (in sostanza il fallimento). L'UE a suo dire sarebbe conveniente, ma solo per i paesi disposti a riformarsi seriamente, non per i paesi intenzionati a mantenere lo status quo.

Osservando l'Italia ancora oggi, non vedo nessuna reale volontà politica di riformare il paese. Il Pd continua a parlare di "grandi riforme" (qualunque esse siano, sarà di certo colpa mia, ma non ho ancora capito bene che cosa intendano) un po' come Linus parlava del "grande cocomero" e come nel caso di Linus, sembra essere intenzionato ad aspettare le suddette riforme in un campo di zucche con il pollice in bocca ed una coperta stretta al petto (in realtà nella versione inglese Linus aspettava "la grande zucca", ma permettetemi la battuta).

La maggioranza sembra invece occuparsi di tutt'altro. Ogni tanto Berlusconi spara una cifra, su un qualche possibile intervento economico, cifra che sembra cambiare di volta in volta quasi ad assecondare considerazioni a noi ignote come variazioni dell'umidità atmosferica. Per ora, a parte fregnacce come la social card, e gli aiuti per comperarsi la lavatrice o un altra auto non si è visto nulla di significativo. Se hanno intenzione di intervenire in qualche maniera per mitigare l'impatto della crisi, sarà anche il caso che comincino a farlo seriamente e che ci facciano anche sapere cosa intendano fare. Se preferiscono non intervenire allo stesso modo sarebbe carino saperlo. Dire tutto ed il contrario di tutto non aiuta certo a costruire la fiducia.

La mia sensazione è che la politica italiana abbia rinunciato da tempo a cercare di sistemare questa nazione (se mai ci abbia seriamente provato) e che si occupi semplicemente di amministrare lo status quo, cercando nel frattempo di estrarre più ricchezza possibile dal sistema. Un film già visto e dal pessimo finale.

Le riforme di cui parla Roubini sarebbero ben altre e bene o male le conosciamo tutti. Ridurre l'eccessivo peso economico della politica e della burocrazia, aprire l'accesso e creare una vera concorrenza in certe professioni, arrivare a premiare le persone in base ai loro meriti e non alle conoscenze che possono vantare, riformare la giustizia (riformarla davvero, non legarle le mani per paura che i propri crimini vengano scoperti, il costo economico di una giustizia che non funziona è altissimo), riconvertire la base industriale del paese su un altro tipo di produzioni (tradotto: non metterti a fare concorrenza alla cina su produzioni di basso livello) ecc ecc.

Banalità se vogliamo, che sentiamo ripetere da...beh, da che mi ricordo francamente, ma che non ho mai visto affrontare seriamente. Ed il tempo, grazie anche a questa crisi sta per scadere.

In una bella intervista rilasciata alla PBS, il canale pubblico americano, l'ex capo economista dell'FMI, Simon Johnson, paragona sconfortato la situazione USA a quella che ha potuto osservare in certi paesi del terzo mondo durante il verificarsi di crisi economiche. Vede la nazione in mano ad un gruppo di oligarchi che in combutta con ambienti governativi preferiscono adottare misure che vadano a loro esclusivo vantaggio invece che a vantaggio dell'intero paese (in parte è sempre stato così negli Stati Uniti, semplicemente la crisi ha reso il problema visibile anche agli occhi degli osservatori più distratti).

La situazione italiana sembra simile a quella descritta da Johnson solo 20 volte peggiore.

Molti probabilmente riterranno la sparata che fece Tremonti nei confronti di Roubini una sciocchezza senza importanza. Del resto se ne sentono tante ogni giorno. Eppure mi pare emblematica di una deriva che avvolge l'intera nazione e che si riflette nei modi e nel linguaggio della politica e quando si scontra con il resto del mondo si rivela nella sua drammaticità. A volte una semplice frase o un atteggiamento nel contesto giusto (o sbagliato se preferite), riesce ad essere più chiarificatrice di mille parole. Quello che le uscite a Davos, di Tremonti, sembrano mettere in luce, è una politica in completa negazione della realtà, priva di una concreta strategia per il futuro e totalmente refrattaria ad ogni serio dibattito su di esso.

Se in passato ho definito gli statunitensi in cattive mani, per descrivere la situazione italiana mi trovo francamente a corto di aggettivi.

martedì 3 febbraio 2009

Con i piedi per terra

La scorsa settimana, come capita da diversi anni, ho partecipato al Festival sul cinema di animazione e gli effetti speciali che si tiene a Bologna ogni Gennaio. Ho rivisto qualche vecchio amico, ho mangiato troppa cioccolata (la perugina sponsorizzava l'evento) e mi sono addormentato a numerose proiezioni. Per qualche giorno mi è parso che la crisi economica ed i suoi effetti appartenessero ad un mondo distante che poco aveva a che fare con i film proiettati in sala. L'illusione si è infranta bruscamente durante un convegno sulla stereoscopia - l'ultima trovata tecnologica a cui le case di distribuzione cinematografica sembrano affidarsi per cercare di riportare la gente dentro ai cinema - quando il rappresentante della MGM ha lamentato il fallimento del "trust fund" che la celebre casa di produzione utilizza(va) per finanziare i propri film.

Non esiste un settore dell'economia che non sia stato toccato dalla crisi e del resto non potrebbe essere altrimenti. Si tratta di un antipatica realtà che sembra essere finalmente pervenuta anche ai più testardi ottimisti (bugiardi sarebbe forse un temine più corretto). Anche se non sono stato in grado di aggiornare il blog negli scorsi giorni, le mie sortite notturne (rientravo mediamente alle due del mattino) tra le news economiche hanno rivelato con chiarezza una presa di coscienza generale in questo senso. Nessuno sembra più sventolare l'illusione di una possibile ripresa nella seconda metà dell'anno, anzi sembrano tutti impegnati in uno strano gioco al ribasso riguardo le prospettive future.

Ha cominciato l'FMI rivedendo le stime per la crescita del PIL mondiale. Ad Ottobre Strauss-Kah (direttore dell'FMI) se andava in giro lanciando avvertimenti ai capi delle grandi nazioni, invitandoli ad intervenire in maniera coordinata per evitare una recessione globale ed una crescita che a suo dire rischiava di bloccarsi al 2,2% (sotto il 3% di crescita si parla di recessione). Ora l'FMI prevede per il 2009 una crescita quasi nulla pari allo 0,5%. In Europa la crescita arretrerebbe del 2%, in Giappone del 2,6%, in Inghilterra del 2,8% e negli USA dell'1,6%.

L'FMI, nel World Economic Outlook Update, riconosce la necessità di un intervento pubblico a supporto degli istituti bancari. Lo considera un evento improrogabile per arrivare ad una stabilizzazione dei mercati finanziari:

"Simili politiche dovrebbero essere supportate da misure volte a risolvere la situazione della banche insolventi istituendo pubbliche agenzie che si facciano carico dei cattivi debiti possibilmente attraverso un approccio di tipo "bad bank" e salvaguardando nel contempo le risorse pubbliche."

Anche l'FMI sembra quindi caldeggiare l'ipotesi di una "bad bank" pubblica che acquisti dalle altre banche tutti i titoli tossici facendosene carico. Una possibilità che Krugman ha osteggiato definendola Wall Street Vodoo, invitando Obama a rigettarla e a nazionalizzare direttamente gli istituti insolventi. Un altro premio nobel ad aver attaccato questo tipo di approccio, definendolo "denaro in cambio di spazzatura", è Joseph Stiglitz. Anche Stiglitz, sembra suggerire la via della nazionalizzazione, come hanno fatto di recente, oltre a Krugman, Nassim Taleb e Nuriel Roubini.

Lo stesso Roubini ha dovuto ribadire la correttezza delle stime che rilasciò la scorsa settimana e che individuano in 3,6 trilioni di dollari le perdite totali che il settore bancario USA potrebbe incassare. Qualche giorno dopo, in seguito allo scalpore suscitato dalle stime di Roubini, la Goldman Sachs fece loro eco rilanciandole e dichiarando che un intervento di salvataggio che prevedesse l'istituzione di una "bad bank" arriverebbe a costare 4 trilioni di dollari.

Una cifra da capogiro. Anche se più di una persona ha messo in dubbio le nerissime previsioni della Goldman la cifra "4000 miliardi" sembra essersi piantata nella testa di numerosi politici americani. Molti membri del parlamento USA stanno già mettendo le mani avanti, in attesa che Geithner, il nuovo ministro del tesoro, illustri al mondo i dettagli del piano stilato dall'amministrazione Obama per il salvataggio del comparto bancario. Geithner ha già detto che il piano verrà reso pubblico la prossima settimana. Obama dal canto suo ha provato a calmare le inquietudini di politici ed economisti affermando: "non spenderemo mai 4 trilioni di denaro dei contribuenti".

Belle parole. Eppure l'opzione "bad bank" resta sul piatto. Anzi, nonostante la pioggia di critiche, al momento essa sembra essere quella più probabile. L'amministrazione Obama pare preoccuparsi troppo di salvare gli azionisti delle banche per valutare seriamente una qualunque strada, come ad esempio la nazionalizzazione, che preveda l'azzeramento dei valori azionari. Il ministro del tesoro sembra impegnato in una personale missione volta a salvare i banchieri, le loro stock option e tutte quelle entità, a partire dai fondi pensione che hanno investito in titoli bancari o che indirettamente risentirebbero di un loro crollo.

Qualunque sia il piano che Geithner tirerà fuori esso si rivelerà, con tutta probabilità, inefficace se non completamente controproducente. Sarò il solito pessimista, ma quello che ho visto uscire fino ad ora dalla nuova amministrazione USA non mi ispira nessuna fiducia.

Un altro luogo da cui è trasudata la sfiducia nei confronti degli Stati Uniti è stato il meeting di Davos. Come ogni anno i maggiori esponenti del mondo economico e politico si sono ritrovati nella cittadina Svizzera per discutere di dove diavolo stia andando il mondo e presumibilmente, di quanto sia sbagliata la direzione imboccata da esso. Il tema ufficiale della riunione in effetti era: "dare forma ad un mondo post crisi". Un obiettivo senz'altro ambizioso che ben presto è passato in secondo piano rispetto ad una più gratificante ricerca del capro espiatorio.

Hanno aperto le danze Cina e Russia.

Il premier cinese Wen Jiabao durante la giornata di apertura del meeting, ha imputato le cause della crisi economica a:

"Politiche macroeconomiche inappropriate di alcune economie ed il loro insostenibile modello di sviluppo caratterizzato da un prolungato basso tasso di risparmio, alti consumi e un eccessiva espansione degli istituti finanziari nel cieco perseguimento del profitto"


Non è particolarmente difficile capire a quali nazioni si riferisse il premier cinese. Wen ha inoltre messo in guardia contro la tentazione di attivare misure di tipo protezionista, affermando che esse risulterebbero controproducenti per tutti e riferendosi alle relazioni tra USA e Cina ha aggiunto:

"Delle pacifiche ed armoniose relazioni bilaterali renderanno sia la Cina che gli USA dei vincitori mentre un confronto le renderebbe entrambe perdenti. Dobbiamo irrobustire la nostra cooperazione nell'affrontare la crisi finanziaria. Questo è il mio messaggio al governo USA".

In sostanza si tratta di un suggerimento molto gentile lanciato ad Obama che potremmo tradurre come: "non provare ad affrontare la Cina sul piano economico".

Anche Putin non è riuscito a resistere alla tentazione di castigare gli Stati Uniti per "il basso livello del managment" delle banche USA e per aver prodotto, a causa di una piramide di irrealistiche aspettative, la situazione attuale. "Solo un anno fa i delegati americani parlando da questo scranno hanno enfatizzato la solidità dell'economia americana e le sue luminose prospettive future" ha accusato Putin salvo poi concludere il suo discorso usando toni leggermente più concilianti.

In definitiva, al di là di delle numerose frecciate lanciate nei confronti degli Stati Uniti, dell'abbandono senza precedenti da parte del primo ministro turco Erdogan di una conferenza sull'ultimo conflitto a Gaza e di una depressione che sembrava aleggiare sopra l'intero meeting quasi a imitare quella che avvolge l'economia mondiale, la riunione di Davos non sembra aver prodotto nessun reale risultato.

A parte forse, rivelare ancora una volta all'intero pianeta l'arroganza dei banchieri (o banksters come vengono amichevolmente chiamati). La maggior parte di essi ha saggiamente deciso di non presenziare al meeting di Davos del quale fino allo scorso anno, erano tra i più assidui frequentatori. Forse la constatazione di essere ben accetti in un numero di luoghi che va via via riducendosi mano man che il tempo passa, ha influito sulla loro scelta. Jamie Dimon, il CEO della JP Morgan, invece non si è fatto scoraggiare ed ha deciso di presenziare. Incalzato sulle colpe del comparto bancario durante un dibattito, ha dovuto cedere ammettendone una parte, finendo però con lo scaricare il grosso delle responsabilità sui regolatori:

"Dio sa che le banche americane e le banche di investimento hanno fatto alcune cose davvero stupide". "Ai politici io chiedo: Dove diavolo eravate?"

Immagino che i politici fossero troppo impegnati a farsi corrompere e comprare da banchieri e lobbisti. Gli stessi banchieri che se ne andavano giro affermando con incrollabile certezza che fosse necessario togliere ogni controllo e regolamento in modo che le banche e chi le controllava potessero fare quello che volevano. Solo così il sistema finanziario sarebbe diventato più solido e profittevole per tutti quanti, a loro dire. Che adesso se ne escano lamentandosi per un assenza di controlli, suona come una gigantesca presa per il culo.

Le dichiarazioni di Dimon sono state accolte con una certa ostilità dalla platea, tanto che quando qualcuno ha proposto di limitare i bonus percepiti dai banchieri si sono levati numerosi applausi.

A conti fatti, il bilancio del meeting può essere riassunto in: tante chiacchiere (alcune molto interessanti come un dibattito sulla cnbc su futuri interventi possibili) e poca sostanza. Il tutto condito da un pessimismo di fondo che ha portato Kenneth Rogoff, ex capo dell'FMI ed attuale consigliere di Obama, ha definire l'evento come "il più deprimente Davos che si sia mai visto".

Se il pessimismo dilagante a Davos sembra finalmente aver riportato coi piedi per terra quelli che ancora svolacchiavano a mezz'aria, un signore che per un attimo deve aver intravisto la luce è il commissario Ue agli Affari economici Joaquin Almunia. Un articolo su repubblica ne riporta le affermazioni fatte durante un pranzo del "Foro Abc" a Madrid:

Inoltre Almunia teme un intervento permanente dei governi sui mercati finanziari e tassi d'interesse troppi bassi, decisi troppo presto per avere dei risultati positivi. "Non possiamo passare da una bolla finanziaria all'altra" dice il commissario.

Wow, qualcuno deve aver spiegato un paio di cose ad Almunia e sembra che Almunia le abbia anche comprese. Stavo quasi cominciando a sperare che la sanità mentale avesse trovato la via che porta al cervello di un politico di alto livello, quando Almunia se ne esce dicendo:

Almunia ha anche annunciato che Gran Bretagna, Germania e Olanda stanno considerando la possibilità di creare delle "bad bank" per assorbire i titoli tossici degli istituti finanziari. "Inglesi, tedeschi e olandesi - dice il commissario Ue - ne stanno discutendo e probabilmente tutti finiremo per discuterne, a livello di Commissione europea, affinché non si creino distorsioni".

Almunia è dell'idea che si potranno usare i soldi dei contribuenti per creare delle "bad bank", ma che occorre essere sicuri che saranno gestite bene. "I contribuenti - dice - hanno già messo troppi soldi sul tavolo, per chiedergli altri finanziamenti senza trasparenza e senza precise regole sui prezzi e sul management".

Insomma, mezzo mondo starebbe seriamente valutando l'adozione di una strategia che ogni economista semi decente (o che almeno io considero tale) non esita a definire un enorme cazzata. Almunia invece approva l'idea, invocando trasparenza sui prezzi e management. La trasparenza sui prezzi non è possibile. Non ha senso far acquistare ad una "bad bank" i titoli tossici ad un prezzo che sia minimamente vicino a quello di mercato. Se così fosse le banche potrebbero vendere già ora i suddetti titoli sul mercato, senza doverli scaricare sulle spalle degli stati. Riguardo al management invece, mi aspetto interventi punitivi dall'impatto estremamente limitato. Il minimo sufficiente per poter affermare di aver fatto qualcosa contro i banchieri cattivi.

Molto di quel che accadrà in futuro dipenderà come al solito dagli USA. Se la prossima settimana Geithner annuncerà l'istituzione di una "bad bank", con tutta probabilità ne vedremo spuntare di simili (anche se con alcune differenze) anche qui in Europa. C'è da augurarsi che in questi giorni, un minimo di buon senso si faccia strada tra le stanze della casa bianca e che l'amministrazione USA decida di percorre vie più ragionevoli.

Tenere saldamente i piedi per terra è di sicuro un buon inizio per cercare di risolvere i mali dell'economia, ma non è neppure lontanamente sufficiente. Occorre anche rendersi conto di quali siano le soluzioni che si possono ragionevolmente adottare e non aver paura di implementarle.

"Ragionevolmente" è la parola chiave ed ogni ipotesi di "bad bank" purtroppo è tutto fuorché ragionevole.