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lunedì 16 febbraio 2009

In buone mani (italian version)

L'aria di Davos gioca brutti scherzi. Dalla ridente città svizzera in cui ogni anno si svolge l'attesissimo summit di pezzi grossi della politica e dell'economia mondiale, Pritchard, il giornalista finanziario di punta del Telegraph, scrisse una decina di giorni fa, un articolo insolitamente ottimista che sembrava ventilare una possibile ripresa, intitolato: "glimmers of hope" (barlumi di speranza). I suoi abituali lettori non riconoscendolo più, si scatenarono, e pretesero a gran voce di sapere cosa gli avessero fatto fumare (o bere) a Davos. Pritchard dovette giustificarsi e lo fece rivelando come il tono positivo del suo articolo non riflettesse una sua opinione, ma che per l'occasione fosse stato costretto ad indossare il suo "cappello da cronista" e si sentì di rassicurare i propri lettori: "nessuna speranza di ripresa economica è all'orizzonte".

Gli ultimi articoli che ha scritto, illustrano brutalmente questa sua visione.

Pritchard non è mai stato un amante o un sostenitore dell'Europa. La cosa traspare chiaramente dai suoi scritti. Eppure, considerando quanto i suoi articoli abbiano letto in maniera precisa lo svilupparsi degli eventi sul panorama dell'economia globale, non prestare attenzione a ciò che scrive sarebbe poco saggio. Nel suo ultimo pezzo, il giornalista del Telegraph, torna sulla questione Europea. Il titolo è emblematico: "fallire nel salvare l'est Europa produrrà il collasso mondiale".

Ho scritto diverse volte di quanto la situazione dei paesi dell'est Europa sia fondamentale per il futuro dell'Unione stessa e dell'area Euro in particolare.

La scorsa settimana il ministro delle finanze Austriaco cercò freneticamente di mettere insieme un pacchetto di aiuto economico da 150 miliardi di euro, per i paesi dell'est . L'obbiettivo dichiarato non era tanto il salvataggio di quei paesi, quanto la sopravvivenza dell'Austria stessa, dato che le banche del paese hanno investito nell'est Europa una cifra compresa tra il 70% e l'80% del PIL Austriaco, pari a circa 290 miliardi di euro e rischierebbero seriamente la bancarotta in caso di fallimento delle repubbliche ex sovietiche. Si parla dei maggiori istituti della nazione. La Erste Bank, la Raiffeisen ed anche la più grande banca in assoluto: l'Unicredit.

L'Austria nell'ultimo quarto, a causa di un calo delle esportazioni, ha incassato la prima contrazione del PIL da 8 anni a questa parte. Per il momento, si stima che il PIL del paese subirà una contrazione di un modesto 0,5% nel corso del 2009, ma sono pronto a scommettere che le previsioni verranno riviste al ribasso, considerando il boom delle esportazioni che ha investito il paese nel biennio 2006-2007: esportazioni dirette per un terzo in Germania e per un altro 20% nei paesi emergenti dell'est Europa. Ora la Germania ha ridotto drammaticamente sia produzione che importazioni mentre i paesi dell'est stanno semplicemente collassando.

I politici Austriaci per cercare di tamponare le falle del comparto finanziario, negli ultimi mesi, hanno più volte annunciato l'intenzione di garantire fino a 100 miliardi di euro di obblighi degli istituti bancari. Un accordo definitivo però, non è stato mai raggiunto a causa della schizzinosità delle banche stesse che vorrebbero imporre condizioni irrealistiche al governo Austriaco. La situazione in Austria sta diventando sempre più tesa. Qualunque forma di assistenza al settore bancario andrà ad incidere pesantemente sull'indebitamento del paese. Secondo un rapporto del comitato governativo sul debito, il salvataggio delle banche arriverebbe a costare all'Austria quella tripla A di rating che le ha consentito nell'ultima decade, di finanziare il proprio debito pagando una cifra in linea con quella sborsata dallo stato tedesco.

La cosa buffa è che gli austriaci sembrano sicuri che la Germania correrà finanziariamente in loro aiuto, visto lo stretto legame storico ed economico che unisce i due paesi. I tedeschi dal canto loro si sorprendono che gli austriaci nutrano questa convinzione. Non sembra peraltro, essere solo l'Austria ad attendere che la grande Germania arrivi svolacchiando in soccorso, con addosso una ridicola calzamaglia blu e una mantellina rossa. Un articolo del Times Online getta ombre cupe sulla situazione Irlandese. I prestiti rilasciati dalle banche Irlandesi ammontano a 11 volte la dimensione dell'economia del paese. Il costo dei cds a 5 anni, uno strumento finanziario che fornisce un indicazione sul rischio paese, è triplicato nell'ultima settimana arrivando a toccare i 350 punti base venerdì scorso (il valore più alto in Europa). Il mercato insomma, vede come sempre più probabile un futuro default dell'Irlanda ed anche in questo caso, il Times, invoca come salvatore della situazione, la Germania. Essa si dovrebbe far carico secondo il quotidiano inglese, di parte dell'indebitamento Irlandese, acquistandone i buoni del tesoro, attraverso un apposto fondo (attualmente allo studio) messo in piedi dalla BCE.

A quanto pare nel vecchio continente tutti sembrano aspettarsi che i tedeschi salvino l'intera Unione.

A questo proposito l'articolo del Telegraph dice:

L'Europa è già in problemi più gravi di quanto la BCE o i leadears dell'UE avessero previsto. L'economia tedesca si è contratta ad un tasso annuale dell'8,4% nel quarto quarto.

Se la Deutsche Bank ha ragione l'economia si ridurrà di circa il 9% prima della fine di quest'anno. Il genere di livello in grado di infiammare la rivolta popolare.
Le implicazioni sono ovvie. Berlino non salverà l'Irlanda, la Spagna, la Grecia e il Portogallo mentre il collasso della bolla creditizia conduce ad un esplosione dei defaults, o l'Italia accettando i piani dell'EU per dei "bond dell'unione" se il mercato del debito dovesse prendere la spaventosa traiettoria crescente del debito pubblico italiano (che toccherà il 112% del PIL il prossimo anno, secondo le ultime previsioni, in salita dal 101% - una enorme variazione) e non salverà l'Austria dal suo avventurismo Asburgico.

In sostanza, saranno con tutta probabilità (come è giusto che sia), cavolacci nostri.

L'est Europa sta implodendo.

In Ucraina si prevede che il PIL crollerà del 12% nel corso dell'anno, l'economia lettone è stata dichiarata clinicamente morta dal governatore della banca centrale dopo una contrazione del 10,5%, ufficialmente il governo Ungherese prevede una contrazione del PIL dell'1% per l'anno in corso, ma diversi analisti ritengono più probabile che essa si assesti tra un -2%/-5% e in generale sull'intero blocco est grava quella spada di Damocle dell'indebitamento contratto in valuta straniera. Il 60% della popolazione polacca, ad esempio, si è indebitato in franchi svizzeri. Ogni traumatico indebolimento delle valute locali, produrrà un aumento in termini reali dell'entità del debito ed un aggravarsi delle condizioni economiche generali.

Dato che l'Italia è particolarmente esposta ad un tracollo dell'est Europa, tramite il suo settore bancario - si parla in particolar modo dell'Unicredit - sarebbe molto interessante conoscere la linea di azione che il governo intenda adottare in caso di possibili problemi.

Questo genere di questione è stata posta a Davos, da un giornalista inglese al nostro ministro delle finanze. Un video che ha fatto il giro della rete mostra un Tremonti che per tutta risposta, prende su e se ne va via stizzito senza pronunciare neppure una parola, lasciando il giornalista della BBC completamente attonito con il microfono a mezz'aria. Il poverino non era abituato ai politici italiani. Dal suo sguardo traspare lo stupore per un comportamento che evidentemente all'estero verrebbe considerato incredibile (se per caso non lo avete già fatto guardatevi Il video).

Nessuno può costringere un altra persona a rispondere a una domanda, ma c'è modo e modo di comportarsi. Sarebbe bastato dire: "preferisco non affrontare l'argomento" o schivare la questione dicendo "abbiamo pronte delle misure adeguate, ma preferisco non discuterne perché bla bla bla". La domanda era assolutamente legittima e penso che sarebbe carino se Tremonti facesse sapere anche a noi poveri cittadini, come intende comportarsi in caso di significativi problemi bancari.

Se il blocco est crolla e l'Unicredit viene a batter cassa da mamma stato che si fa?

Gli regaliamo dei soldi sull'esempio americano? Nazionalizziamo l'istituto? Lo semi-nazionalizziamo come han fatto gli inglesi con la Royal Bank of Scotland?

Immagino che la risposta rimarrà una sorpresa per quando l'evento dovesse verificarsi, ma la reazione seccata di Tremonti fa temere che un vero piano di azione semplicemente non esista.

La vera perla però, il nostro ministro a Davos l'aveva già fatta nel 2006 e nei confronti di una vecchia conoscenza di questo blog: Nuriel Roubini.

Entrambi erano erano stati invitati ad un pubblico dibattito riguardo al futuro dell'Europa. Gli argomenti da affrontare erano numerosi: il rischio che la crisi attuale potesse spezzare l'Unione, quali paesi fossero i candidati più probabili ad una uscita dalla EU, le conseguenze di una sua eventuale dissoluzione, ecc. Dopo un po' di divagazioni sui temi in questione, da parte dei politici presenti alla discussione, Roubini prende la parola e comincia, nel suo stile accademico, a fare una panoramica della situazione nei paesi del vecchio continente, finché non giunge a descrivere quella italiana, paragonando la china che il "bel paese" ha imboccato a quella che ha caratterizzato il tracollo Argentino.

Un paragone che ritengo, dovrebbe balzare agli occhi di ogni persona semi sensata che conosca un minimo gli avvenimenti che hanno condotto l'Argentina al fallimento.

A quel punto tra la costernazione generale, Tremonti interruppe le considerazioni di Roubini ribattendo con un incontrovertibile: "tornatene in Turchia!".

Innanzi tutto, bisogna dire che Roubini non ha mai avuto paura di dire quel che pensa, anche quando le sue affermazioni si sono rivelate in contrasto con le previsioni dell'intero establishment economico. In secondo luogo, sebbene sia nato in Turchia, Roubini ha vissuto 20 anni in Italia e si è laureato alla bocconi. Quando parla di questo paese lo fa a ragion veduta.

La risposta di Tremonti riassume bene il classico atteggiamento dei politici italiani, atteggiamento che con una sottile ironia sembra ricordare da vicino quello tenuto dai loro omonimi argentini durante il periodo che precedette il collasso del paese sud americano.

Il non voler rispondere a nessuno, quella presunzione e quell'arroganza nei modi che sembra nascere da un senso di superiorità ed intoccabilità, la completa mancanza di un reale dibattito su certi temi, le continue distrazioni su questioni secondarie, sono tutte indice di un degrado che in questo paese sembra aggravarsi ogni giorno che passa. Gli scenari che Roubini illustrò al dibattito, prevedevano per l'Italia solo due possibili futuri: cambiare velocemente o uscire dall'Unione Europea dichiarando default sul proprio debito (in sostanza il fallimento). L'UE a suo dire sarebbe conveniente, ma solo per i paesi disposti a riformarsi seriamente, non per i paesi intenzionati a mantenere lo status quo.

Osservando l'Italia ancora oggi, non vedo nessuna reale volontà politica di riformare il paese. Il Pd continua a parlare di "grandi riforme" (qualunque esse siano, sarà di certo colpa mia, ma non ho ancora capito bene che cosa intendano) un po' come Linus parlava del "grande cocomero" e come nel caso di Linus, sembra essere intenzionato ad aspettare le suddette riforme in un campo di zucche con il pollice in bocca ed una coperta stretta al petto (in realtà nella versione inglese Linus aspettava "la grande zucca", ma permettetemi la battuta).

La maggioranza sembra invece occuparsi di tutt'altro. Ogni tanto Berlusconi spara una cifra, su un qualche possibile intervento economico, cifra che sembra cambiare di volta in volta quasi ad assecondare considerazioni a noi ignote come variazioni dell'umidità atmosferica. Per ora, a parte fregnacce come la social card, e gli aiuti per comperarsi la lavatrice o un altra auto non si è visto nulla di significativo. Se hanno intenzione di intervenire in qualche maniera per mitigare l'impatto della crisi, sarà anche il caso che comincino a farlo seriamente e che ci facciano anche sapere cosa intendano fare. Se preferiscono non intervenire allo stesso modo sarebbe carino saperlo. Dire tutto ed il contrario di tutto non aiuta certo a costruire la fiducia.

La mia sensazione è che la politica italiana abbia rinunciato da tempo a cercare di sistemare questa nazione (se mai ci abbia seriamente provato) e che si occupi semplicemente di amministrare lo status quo, cercando nel frattempo di estrarre più ricchezza possibile dal sistema. Un film già visto e dal pessimo finale.

Le riforme di cui parla Roubini sarebbero ben altre e bene o male le conosciamo tutti. Ridurre l'eccessivo peso economico della politica e della burocrazia, aprire l'accesso e creare una vera concorrenza in certe professioni, arrivare a premiare le persone in base ai loro meriti e non alle conoscenze che possono vantare, riformare la giustizia (riformarla davvero, non legarle le mani per paura che i propri crimini vengano scoperti, il costo economico di una giustizia che non funziona è altissimo), riconvertire la base industriale del paese su un altro tipo di produzioni (tradotto: non metterti a fare concorrenza alla cina su produzioni di basso livello) ecc ecc.

Banalità se vogliamo, che sentiamo ripetere da...beh, da che mi ricordo francamente, ma che non ho mai visto affrontare seriamente. Ed il tempo, grazie anche a questa crisi sta per scadere.

In una bella intervista rilasciata alla PBS, il canale pubblico americano, l'ex capo economista dell'FMI, Simon Johnson, paragona sconfortato la situazione USA a quella che ha potuto osservare in certi paesi del terzo mondo durante il verificarsi di crisi economiche. Vede la nazione in mano ad un gruppo di oligarchi che in combutta con ambienti governativi preferiscono adottare misure che vadano a loro esclusivo vantaggio invece che a vantaggio dell'intero paese (in parte è sempre stato così negli Stati Uniti, semplicemente la crisi ha reso il problema visibile anche agli occhi degli osservatori più distratti).

La situazione italiana sembra simile a quella descritta da Johnson solo 20 volte peggiore.

Molti probabilmente riterranno la sparata che fece Tremonti nei confronti di Roubini una sciocchezza senza importanza. Del resto se ne sentono tante ogni giorno. Eppure mi pare emblematica di una deriva che avvolge l'intera nazione e che si riflette nei modi e nel linguaggio della politica e quando si scontra con il resto del mondo si rivela nella sua drammaticità. A volte una semplice frase o un atteggiamento nel contesto giusto (o sbagliato se preferite), riesce ad essere più chiarificatrice di mille parole. Quello che le uscite a Davos, di Tremonti, sembrano mettere in luce, è una politica in completa negazione della realtà, priva di una concreta strategia per il futuro e totalmente refrattaria ad ogni serio dibattito su di esso.

Se in passato ho definito gli statunitensi in cattive mani, per descrivere la situazione italiana mi trovo francamente a corto di aggettivi.

mercoledì 21 gennaio 2009

La morte della speranza

Barack Obama, l'angelo del cambiamento, l'uomo che grazie a non si sa bene quale misterioso super potere dovrebbe curare i mali dell'America e del mondo, si è finalmente insediato alla casa bianca. Il mercato ha gioiosamente festeggiato l'evento colando a picco.

Mentre l'araldo della speranza occupava il posto che gli compete dietro allo scranno dello studio ovale era proprio la speranza a venire crudelmente massacrata nelle borse di mezzo mondo.

Una falsa speranza intendiamoci.

L'illusione che la situazione fosse risolvibile con mezze misure. Dei rimedi che non andassero a colpire il problema alla radice. L'infantile convinzione che fosse possibile fare il bagno in una pozza di letame ed uscirne puliti e profumati.

Ora, anche questa ridicola speranza sembra essersi infranta. Il bagno di sangue che ha coinvolto i titoli delle principali banche Inglesi e Statunitensi ha reso evidente a tutti come la situazione del comparto bancario non fosse minimamente migliorata. I tentativi da parte degli stati di salvare qualunque istituto hanno solo trasferito ad essi il rischio. Adesso oltre alle banche, intere nazioni si trovano a traballare, a flirtare con un evento chiamato "default" che sembra ricambiare amorevolmente ogni dimostrazione di affetto.

Standard & Poor's ha recentemente tagliato il rating della Spagna portandolo da AAA a AA+. Un evento francamente prevedibile. Come illustrai nello scorso post, la Spagna si trova a fronteggiare un declino preoccupante nato dalla combinazione di un eccessivo ricorso all'indebitamento, una crescita economica finta basata su di esso e dalla progressiva perdita di competitività. Pritchard sul Telegraph sembra suggerire alla Spagna di abbandonare l'Unione Europea, di ripristinare una sua moneta e svalutarla nel tentativo di compensare gli squilibri interni. Immagino che Pritchard sarebbe deliziato da un evento simile. E' sempre stato anti europeista (o euro scettico se preferite) e non si è mai preoccupato di nasconderlo.

Peccato che l'uscita dall'euro per un qualunque paese membro (tranne forse Francia e Germania) rappresenterebbe per esso un biglietto di sola andata per l'inferno. Non succederà, per quante minacce in tal senso alcuni stati possano lanciare. L'Irlanda ha già cominciato: "salvateci o lasceremo l'Europa" ha dichiarato David McWilliams, ex membro della banca centrale Irlandese. La rabbia di McWilliams è rivolta in particolar modo a Francia e Germania. I due grandi paesi sono accusati di non voler sostenere i membri più malandati dell'area euro accettando di pagarne il relativo prezzo.

La maggior parte degli economisti sembra essere concorde nell'affermare che Spagna ed Irlanda avrebbero bisogno di una svalutazione monetaria per rilanciare il settore dell'export, unica strategia secondo McWilliams e Pritchard in grado di mitigare l'impatto della crisi economica. Una strada non percorribile nel contesto della moneta unica. L'alternativa ad una svalutazione competitiva sarebbe una massiccia riduzione delle retribuzioni. Un genere di politica che difficilmente verrebbe accettata placidamente dalla popolazione. Il rischio di proteste violente o vere e proprie rivolte diventerebbe troppo alto.

Nessun politico sano di mente correrebbe simili rischi potendolo evitare. Inoltre, anche adottando limitati provvedimenti in questo senso, Spagna e Irlanda si scontrerebbero con misure simili intraprese dagli altri grandi paesi Europei. Se anche la Germania e la Francia riducessero le proprie retribuzioni, ogni misura di questo tipo intrapresa da Spagna e Irlanda verrebbe nullificata.

I paesi più deboli dell'euro zona si trovano letteralmente tra l'incudine e il martello. Se escono dall'euro si suicidano. Se non lo fanno moriranno poco alla volta.

La forza della moneta unica sta impattando anche sul settore turistico. La Spagna ha perso nel 2008 un milioni di turisti inglesi che le hanno preferito mete più economiche e le prospettive per l'anno in corso sono ancora peggiori. Il turismo rappresenta il 10% del PIL in Spagna, l'11,4% in Italia, il 15% in Grecia.

Francia e Germania si dovranno rassegnare ed accettare una svalutazione dell'euro o dovranno inventarsi qualche forma di sostegno diretto nei confronti dei paesi traballanti.

Non dobbiamo comunque preoccuparci dell'eventuale default di uno stato che adotta la moneta unica, almeno a sentire Almunia:

"Il rischio default esiste sempre, nel privato come nel pubblico, ma non penso che nell'area euro i rischi siano importanti e significativi". Lo ha detto il commissario europeo Joaquin Almunia, rispondendo alla domanda di un giornalista e spiegando che "rappresenta un elemento di disciplina di mercato lo spread ora più alto", vale a dire l'aumento della differenza tra i tassi di interesse che gli Stati pagano sulle nuove emissioni dei loro titoli.

Con disciplina da parte degli stati, presumo che Almunia intenda: calo della spesa pubblica, diminuzione delle retribuzioni ed eventualmente, ma non necessariamente, un aumento delle tasse. Quasi tutti gli economisti invece, invocano in coro la necessità di interventi di riduzione fiscale, l'incremento della spesa pubblica come misura anti ciclica ed un aumento dei consumi da parte della popolazione. Come molti avevano previsto ci troviamo in piena fase schizofrenica.

Se molti paesi dell'euro zona se la passano male l'Europa dell'est sta semplicemente esplodendo. Lettonia e Bulgaria sono state teatro, la scorsa settimana, di proteste sfociante in scontri violenti con le forze dell'ordine. Nei due piccoli paesi si sta creando una saldatura tra la classe media e la popolazione giovane. Entrambe si sentono defraudate ed ingannate dal proprio governo accusato di averle abbandonate nel pieno della crisi economica e di averle lasciate senza prospettive per il futuro. In entrambi i paesi le tasse sono state innalzate e la spesa pubblica ridotta. A questo si va ad aggiungere un tasso di disoccupazione in costante crescita ed il rifiuto da parte del sistema bancario di estendere credito alla popolazione. Una combinazione esplosiva di fattori.

Ungheria e Lituania si trovano in condizioni simili, mentre ai margini dell'Europa l'Ucraina è ormai un morto vivente. La moneta locale ha perso il 38% contro il dollaro nell'ultimo anno, la borsa è crollata dell'85% ed i buoni del tesoro devono promettere il rendimento più alto al mondo se si esclude quello dei buoni ecuadoregni (un paese che dichiarò default a dicembre). L'unica cosa che ancora mantiene in vita l'Ucraina è il prestito da 16,5 miliardi di dollari concessole dall'FMI. Il paese rischia di scoppiare così come è successo all'Islanda. Nella piccola isola del nord, una popolazione ormai esasperata sta ricorrendo con sempre maggiore frequenza a forme di protesta violenta.

La notizia del momento però, rimane l'aggravarsi della situazione Inglese, conseguenza diretta della terribile condizione in cui versa il suo sistema bancario. Un articolo di Iain Martin sul Telegraph non usa mezzi termini: "Gordon Brown ha portato la Gran Bretagna sull'orlo della bancarotta" è il titolo. Dice Martin:

Non sanno cosa stanno facendo, non vi sembra? Ogni nuovo passo intrapreso dal governo nel frenetico tentativo si sostenere il sistema bancario Britannico, rende questa verità sempre più evidente (...)

Il salvataggio da parte del Governo delle banche ad Ottobre tramite l'uso di 37 miliardi di sterline a carico dei contribuenti, avrebbe dovuto secondo il primo ministro "salvare il mondo", ma ora è chiaro che non è stato neppure in grado di salvare le banche. Il nostro denaro ha fatto continuare lo spettacolo per soli tre mesi.

Come ha chiesto il portavoce per i Liberali Democratici Vince Cable: dove sono finiti i 37 miliardi? La risposta, come Cable ben sa, è che sono spariti nel tubo di scarico.

Sta finalmente balenando nella mente del Governo la nozione che gli obblighi delle banche Inglesi siano cresciuti in maniera così massiccia durante gli anni del boom da arrivare ad eclissare l'intera economia. Sfortunatamente, il tesoro si è impegnato ad onorare questi obblighi garantendo che nessuna banca verrà lasciata fallire. RBS ha obblighi per 1,8 trilioni di sterline, 3 volte le spese annuali del governo Inglese, contro 1,9 trilioni di assets. Ma dopo gli eventi dello scorso anno, scommetto che molti contribuenti credano che la realtà sia ancora peggiore.
Conclude Martin:

In questa deprimente situazione, al primo ministro rimane un unica flebile speranza: che in qualche maniera, grazie alla forza della sua personalità il nuovo presidente Obama riuscirà a imbastire un rapido recupero dell'America ripristinando la fiducia globale, energizzando i mercati e facendo dimenticare a tutti questo brutto sogno.

Obama è pieno di talento, ma non è un mago. L'incubo di Gordon Brown, in cui siamo tutti intrappolati è destinato a diventare ben peggiore.


Brown e Darling vanno in giro a raccontare che non sia compito del governo possedere o gestire delle banche, come a voler rassicurare le borse contro ogni ipotesi di nazionalizzazione. A giudicare dal tracollo dei titoli delle maggiori banche Inglesi gli investitori non sembrano essersela bevuta. Tutti scappano dato che in caso di nazionalizzazione il valore delle azioni verrebbe azzerato. Un analista della Nomura (una delle principali banche Giapponesi) ha dichiarato: " Noi riteniamo che se le ultime misure si dovessero dimostrare insufficienti, allora le autorità si ritroverebbero, probabilmente, prive di alternative oltre alla completa nazionalizzazione".

Pritchard afferma che la via intrapresa dall'Islanda, di parcheggiare altrove supervisionate da dei comitati, le perdite del proprio sistema bancario sia preclusa all'Inghilterra. Se essa provasse a scappare dai 4,4 trilioni di dollari di esposizione totale delle sue banche, scatenerebbe il finimondo sull'intero pianeta e comprometterebbe in modo permanente la posizione della City di Londra.

Jim Rogers storico investitore e vecchio compagno di scorribande di Soros ha detto alla Bloomberg Television: " Vi invito a vendere ogni sterlina che possedete. E' finita. Odio doverlo dire, ma non investirei nessun soldo in Inghilterra".

Soros dal canto suo sembra ancora più agitato: "Le economie del mondo stanno cadendo giù da un precipizio. Questa situazione è paragonabile a quella degli anni 30. E una volta che lo si riconosce, bisogna anche riconoscere che l'entità del problema è ancora più elevata".

Il riconoscimento di cui parla Soros è esattamente quello di cui il mondo ha bisogno. Che i politici e gli economisti non sapessero bene che pesci prendere era chiaro da un pezzo a chi voleva vedere la realtà. Il problema centrale di tutta la crisi economica attuale non è mai stato particolarmente arduo da comprendere. Il debito del sistema è cresciuto troppo rispetto alla ricchezza che il sistema stesso è in grado di produrre. Per ovviare a questo inconveniente il sistema ha cominciato a pagare il debito esistente contraendo dei nuovi debiti. Questo non ha fatto che peggiorare la situazione facendo aumentare il debito stesso e ci ha condotto in una strada senza uscita. Siamo arrivati al punto in cui il sistema è saturo di debito e non è più in grado di accettarne di nuovo.

Il momento in cui i debiti vanno pagati per davvero o in cui bisogna dichiarare default.

E dato che la ricchezza che produciamo non è sufficiente per pagare quella parte di debito necessaria a tenere in piedi la baracca, l'alternativa è una sola.

Non ci vogliono quattro lauree per arrivare a comprendere questa semplice realtà. Il debito cresce seguendo una funzione esponenziale e quando una funziona del genere si scontra con i limiti del mondo reale prima o poi collassa. E' sempre stato irrealistico illudersi che la crescita economica dei vari stati potesse stare per lungo tempo dietro a una funzione simile. Da questo punto di vista il grafico che pubblicai più volte e che riporta l'andamento del rapporto tra debito totale degli USA ed il loro PIL è tutt'altro che ambiguo:

Il vertiginoso aumento del rapporto dalla metà degli 90 in avanti avrebbe dovuto far scattare un campanello d'allarme.

Ora sembra che piano piano, il problema stia diventando materia di discussione. Sorprendentemente un articolo di Massimo Mucchetti sul sito del corriere affronta la questione:

La reazione di Barack Obama si fonda su un aumento della spesa, che si aggiunge al costo delle manovre dell’ultimo Bush. Stiamo parlando di 800 miliardi di dollari di stimolo all’economia oltre la cifra analoga che la Federal Reserve è già impegnata a spendere a sostegno delle banche. Il presidente eletto eredita un Paese che ha un debito totale (imprese, famiglie, settore finanziario ed esteri) di 51.849 miliardi di dollari a fronte di prodotto interno lordo di 14.412. Un debito pari al 359,7% della ricchezza prodotta ogni anno. Nel 2009 la componente pubblica di questo debito è destinata a aumentare allo scopo, se non altro, di contenere quella privata consentendo a famiglie e imprese di sopravvivere. E già oggi, a seconda di come si effettua il conteggio, il debito pubblico americano avvicina o addirittura supera il prodotto interno lordo. Come segnalano Reinhart e Rogoff, del resto, nei tre anni successivi alle crisi bancarie passate il debito pubblico è aumentato dell’ 86%, perché non è con le pur necessarie manovre sui tassi, effettuate dalle banche centrali, che si superano queste crisi così gravi, ma con la spesa pubblica fatalmente finanziata con il debito pubblico. Se però si guarda all’esperienza degli Stati Uniti della Grande Depressione si dovrà andare oltre le rilevazioni dei due economisti. Perché quando, nel 1941, il prodotto interno lordo espresso in moneta corrente tornò finalmente ai livelli pre-crisi del 1929, il debito totale americano si era dimezzato. E tutti sanno che esistono solo quattro modi per tagliare drasticamente un debito: l’insolvenza, la bancarotta, l’inflazione e la cancellazione del debito mediante un Giubileo di biblica memoria come ironicamente ricorda Niall Ferguson sul Financial Times o attraverso la conversione dei debiti in azioni, come suggeriva Guido Carli all’Italia degli anni Settanta.

L'utilità di interventi economici come quelli annunciati da Obama è discutibile dato che essi non vanno ad incidere minimamente sul cuore del problema. La gente e le aziende non riescono più ad indebitarsi creando così denaro sufficiente a far si che il sistema riesca a ripagare i propri debiti? "Che si indebiti lo stato e sia esso a mettere in circolazione del denaro" viene suggerito da troppi.

Non serve a gran che.

Intanto l'intervento va nella direzione sbagliata tendendo a comporre il problema più che a risolverlo. Secondo, difficilmente uno stato sarà in grado di indebitarsi a sufficienza da compensare il mancato indebitamento privato.

L'unica strada da percorre è quella di lasciare che il debito cali.

Ricorrere all'inflazione, ridurrebbe il valore del denaro e quindi anche l'entità del debito scaricandolo di fatto sulle spalle di tutta la popolazione, su chi è stato prudente e su quelli che si sono indebitati fino al collo. Se io ho un debito di 100 euro ed improvvisamente qualcuno stampa abbastanza denaro da far si che il loro potere d'acquisto cali talmente tanto da non bastare neppure per acquistare una confezione di caramelle, questo qualcuno ha di fatto annullato il mio debito. Questa strategia funzionò benissimo in Germania durante anni 20. Molti ripagarono i propri debiti. L'intera economia tedesca però ne uscì distrutta. I cittadini strangolati dall'inflazione si trovarono ben presto a far la spesa con la carriola (usata al posto del portafoglio). Nel caos che seguì Hitler arrivò al potere. Il resto della storia la conosciamo tutti.

Un articolo sull'Economics Times suggerisce proprio l'approccio inflativo. Afferma che sia politicamente e socialmente inaccettabile far fallire la gente e che al massimo si possa cercare di prolungare in qualche modo il pagamento del debito aumentando nel frattempo l'inflazione.

Karl Denninger sul suo Blog ha rilanciato quello che ha sempre ritenuto essere l'unico approccio possibile. Un approccio che ricorda da vicino la soluzione avanzata da Guido Carli: fare chiarezza sui bilanci delle banche, ridurne l'esposizione accollando le perdite agli azionisti, sia quelli in possesso di azioni comuni che di azioni privilegiate e trasformare le obbligazioni in quote azionarie. In questo modo i bilanci degli istituti si ripulirebbe permettendolo loro di tornare a prestare denaro ed allo stesso tempo verrebbe fatta trasparenza sulle reali condizioni del comparto bancario in modo da ripristinare la fiducia degli investitori. Per quel che riguarda l'indebitamento privato Denninger suggerisce di lasciar semplicemente fallire la gente. Chi ha rischiato imprudentemente dovrebbe accollarsi le sue responsabilità senza scaricarle sulle spalle di tutti.

Su un possibile Giubileo globale, sono in molti ultimamente a "scherzarci" su. Per chi non lo sapesse, una volta durante i Giubilei avveniva la remissione del debito. Esso veniva cancellato: "chi ha avuto ha avuto e chi ha dato ha dato". "Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori". Il fatto che un concetto del genere si ritrovi nelle preghiere sacre, mostra come fosse risaputo anche in passato che prima o poi il debito inevitabilmente scappa e finisce con lo scoppiarci in faccia. Nel Levitico (se non sbaglio) la Bibbia prescriverebbe la cancellazione del debito ogni 50 anni.

Il solito Pritchard dice:

Presi nel complesso, i pacchetti di salvataggio potrebbero fare la differenza tra una recessione globale e un arretramento più marcato in grado di causare disoccupazione di massa e disordini sociali, forse distruggendo quell'ordine globale di apertura che prendiamo per acquisito. Se sia davvero così possiamo solo supporlo.

Non abbiamo nessuna garanzia che le misure adottate funzioneranno. Il vasto indebitamento dei governi in corso, potrebbe esaurire le riserve di capitale globale. I mercati stanno già cominciando a mettere in discussione la solvibilità di stati sovrani. La Fed potrebbe trovare più difficile di quanto pensa ritirare i suoi colossali interventi sul mercato obligazionario.

In definitiva, l'unica strada per uscire da questo debito globale potrebbe essere un Giubileo di Biblica memoria.

Ai creditori questo non piacerà.


Ovviamente quella del Giubileo non è realmente una strada percorribile. Ve lo immaginate Obama che va dai cinesi col sorriso sulle labbra e dice: "Sorpresa! Avete lavorato 13 anni in cambio di nulla. Dovremmo rifarlo uno di questi giorni".

Chi legge questo Blog sa benissimo come la penso. Una riduzione del debito è inevitabile e lasciar fallire la gente rimane la via meno dolorosa per farlo. Per quel che riguarda le banche propendo per la soluzione di Denninger e dove non fosse applicabile per un approccio di tipo svedese. Durante la crisi bancaria dei primi anni 90, scatenata dallo scoppio di una bolla immobiliare (il mercato immobiliare scese del 50-60% in 18 mesi) che una serie di deregolamentazioni aveva generato, la Svezia dopo vari e inefficaci interventi si dovette rassegnare nazionalizzando numerose banche. Il managment degli istituti in questione venne licenziato e il valore delle azioni azzerato. Le perdite sugli assets in possesso delle banche scritti a bilancio, facendo così chiarezza sulle condizioni del comparto, e le banche bisognose ricapitalizzate dallo stato. Il governo svedese ad un certo punto arrivò a possedere il 20% dell'intero sistema bancario. Una volta che la situazione si stabilizzò la Svezia si liberò delle sue quote vendendole sul mercato e riuscendo perfino a trarne un guadagno.

La recente carneficina in borsa del settore bancario, rivela la sfiducia che gli investitori nutrono sulla condizione degli istituti. Temono che le perdite siano ben più ingenti di quelle presunte o dichiarate e che una nazionalizzazione potrebbe essere prossima. Questo sta facendo crollare l'illusione che bastasse qualche assicurazione verbale o una semplice garanzia finanziaria da parte degli stati a calmare le acque e grazie al cielo sta portando alla ribalta uno dei fondamentali problemi: quella dell'effettiva condizione dei bilanci bancari. Finché non si fa chiarezza su questo punto non ci potrà essere una reale ripresa.

Quello sarebbe il primo passo da fare.

Seguito da una riduzione del debito, scaricando le perdite derivanti dai debiti non ripagabili sulle spalle di chi se lo merita. Un debito non ripagabile è una perdita. Per troppo tempo siamo andati avanti facendo finta che queste perdite non esistessero, forse nella speranza che se ci credevamo con tutte le nostre forze esse sarebbe magicamente scomparse. Le perdite però sono sempre li ed il mercato ancora una volta sta chiedendo a gran voce che si sappia quante sono e sulle spalle di chi gravano.

A questo riguardo Obama non potrà fare nulla. Finché lui e suoi equivalenti politici degli altri stati non decideranno di agire seriamente affrontando le radici del problema non usciremo da questa situazione. Anche se temporaneamente le acque dovessero calmarsi, tra qualche mese ci troveremmo di nuovo nella stessa situazione degli ultimi giorni.

Spero solo che assieme alla morte di ogni illusione sulla condizione finanziaria delle banche Inglesi e Americane muoia anche e in maniera definitiva, la speranza che si possa risolvere questa crisi evitando di affrontarne direttamente la causa.