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mercoledì 6 maggio 2009

Due Parole

La prima cosa da dire in assoluto è che sono ancora vivo e vegeto.

Molti si saranno chiesti che fine abbia fatto. Se provassi a scrivere un resoconto preciso degli avvenimenti ne risulterebbe un racconto inutilmente lungo e oltremodo noioso.

Sprecandoci sopra giusto due parole: dopo le vacanze pasquali mi è capitato di dover lasciare l'Italia in maniera improvvisa per una serie di impegni (impegni che ho francamente sottovalutato). Ho trascorso un paio di settimane frenetiche all'estero e al mio rientro ho anche pensato bene di ammalarmi. Niente di grave per fortuna (non sono stato in Messico), ma abbastanza da risucchiare annullandolo qualunque desiderio di aggiornare il blog.

Il risultato è stato di non aver pubblicato nessun post nell'ultimo mese.

Nel frattempo sembra essere successo un po' di tutto. Lasciando da parte gli avvenimenti nostrani, da quelli tragici come il terremoto in Abruzzo a quelli patetici come le vicende "sentimentali" del nostro primo ministro, nel mondo economico sembra essere tornata la calma. Almeno a sentire signori come Geithner e Tremonti i quali affermano con sicurezza che il peggio della crisi economica sia ormai alle nostre spalle.

Alcuni dati mostrano effettivamente un rallentamento nella velocità a cui l'economia precipita. Fatto che sorprende pochi. Resta da vedere per quanto ancora i dati continueranno ad indicare un peggioramento, seppure più contenuto, e quanto ci vorrà prima che si verifichi una reale risalita.

Non vedo nessuno di questi due eventi dietro l'angolo (ne riparlerò in futuro).

Sono usciti nelle ultime settimane anche i risultati del primo quarto per il settore bancario: tutti invariabilmente superiori alle attese (una vera e propria farsa). Il mercato però, non sembra ancora essere appagato e si dibatte ansiosamente nella speranza che i risultati degli stress test - che dovrebbero esser rilasciati domani - rivelino una volta per tutte le esatte condizioni dell'intero comparto bancario USA (è già trapelato che tra le 19 banche esaminate solo la JP Morgan sembra non necessitare di capitali aggiuntivi).

La situazione degli istituti di credito rimane uno dei noti centrali da sciogliere prima che si possa sperare seriamente di uscire da questa crisi. Vedremo che sorprese ci riserveranno questi famosi test, di certo la strategia di Geithner sembra essere sempre la stessa. Prendere tempo e sperare che l'economia, a partire dai conti delle banche, riesca a "crescere" fuori da questa crisi.

Chiudo qua questa breve comunicazione.

Da oggi e con la classica cadenza casuale (dovuta ad impegni, tempo a disposizione, condizioni di salute ecc) dovrei ricominciare ad aggiornare il blog.

martedì 10 marzo 2009

Piano B

I clima umido e gelido della scorsa settimana è riuscito a mettermi completamente KO, togliendomi, oltre a quello che potrebbe essere definito un livello accettabile di salute, qualunque spinta ad aggiornare il Blog. Fortunatamente però, da un paio di giorni a questa parte, il sole si è degnato di onorarci nuovamente della sua presenza e con il caldo anche le forze sembrano essermi tornate.

Non che si possa dire altrettanto dell'economia mondiale. Su quel versante il cielo rimane plumbeo e pesante, coperto da nuvoloni neri che non annunciano nulla di positivo. La scorsa settimana è stato il continuo precipitare delle borse mondiali a catturare l'attenzione generale. Sembrava quasi di essere tornati ad Ottobre scorso e sebbene l'entità complessiva del crollo sia stata meno marcata di allora è bastata a scatenare accesi dibattiti. Tutti si domandano quanto ancora manchi alla completa capitolazione e relativa fuga degli investitori dai mercati e quanto i vari listini distino realmente dal fondo.

L'osservato speciale, chiamato S&P 500, ha chiuso venerdì a -24,33% rispetto inizio anno, trovando un valore di supporto a 666 (vi lascio immaginare quante battute siano girate su questo fatto) e recuperando quasi il 2,5% nell'ultima mezz'ora. Dato il pessimo andamento di Wall Street nel corso dell'intera settimana, chiudere positivamente l'ultimo giorno di contrattazione aveva un significato particolare. Diversa gente venerdì, durante le ultime ore di contrattazione, aveva invocato l'intervento del PPT, della divina provvidenza, di Cthulhu o di chiunque altro fosse in grado di invertire la discesa dei listini. A quanto pare le loro preghiere sono state ascoltate e gli indici si sono fatti una bella galoppata finale che li ha portati in territorio positivo.

Uno dei pochi segnali incoraggianti in una lunga settimana di agonia.

Quattro giorni fa, sia la BCE che la BOE (la banca centrale inglese) hanno tagliato di 0,5% il tasso di interesse portandolo rispettivamente all'1,5% e allo 0,5%. La BOE ha anche annunciato l'adozione di misure di "quantitative easing", per un ammontare di 75 miliardi di sterline da usare, nel corso dei prossimi 3 mesi, per acquistare bond governativi. Un estremo tentativo di aumentare la liquidità in circolazione. Molti speravano che queste due interventi avrebbero rincuorato le borse spingendole al rialzo. I mercati invece, non hanno dato segno di essersene minimamente accorti.

Anzi, per quel che riguarda l'Inghilterra, Graham Secker, analista strategico alla Morgan & Stanley, ha prospettato un futuro peggiore di quello della grande depressione, prevedendo un crollo dei profitti del 60% - rispetto al picco - durante il biennio 2008-2009, mentre il dato dei primi anni 30 si assestò ad un più contenuto -57%. La scorsa settimana i profitti dello S&P 500 hanno toccato il -61% dal picco, il peggiore risultato dal 1871. Nefasto precedente, dato che il termine "venerdì nero" fa riferimento al 24 settembre 1869 (un venerdì), quando una folla inferocita dette l'assalto agli istituti bancari, come forma estrema di protesta nei confronti dell'improvviso aumento del prezzo dell'oro causato dalle truffaldine manipolazioni di un gruppo di speculatori e minacciò di prelevare i banchieri dai propri uffici per impiccarli lungo le vie delle città. Un avvenimento che fece da apripista alla successiva depressione diffusasi tra 1870 ed il 1873 dall'Europa agli USA e che terminò ufficialmente nella primavera del 1879.

A produrre i risultati negativi dell'ultima settimana di contrattazione hanno contribuito diversi fattori. Le dichiarazioni fatte dai revisori indipendenti sulla dubbia sostenibilità economica della GM, ad esempio, hanno riscosso una certa attenzione, riaprendo prospettive di bancarotta per il gigante del settore auto e gettando i listini nello scompiglio. Un numero crescente di politici Repubblicani ultimamente ha invocato a gran voce che la si faccia finita permettendo alla General Motors di appellarsi al "chapter 11", una "bancarotta riorganizzativa", da cui essi ritengono, l'azienda potrebbe uscire ridimensionata, ma più solida. I Democratici invece si oppongo a questa linea d'azione, convinti che la GM non abbia le risorse per sopravvivere ad un "chapter 11" e che ciò, potrebbe costringere l'azienda a dichiarare fallimento in maniera definitiva.

La situazione della società di Detroit rimane fluida ed incerta, dopo che i vertici hanno negato con insistenza ogni possibilità di bancarotta.

Un altro brutto colpo per il morale degli investitori è arrivato dai pessimi dati sull'occupazione americana, scesa dell'8,1% a Febbraio, il quattordicesimo mese di contrazione consecutivo, con una perdita complessiva pari a 651000 posti di lavoro.

Anche l'FDIC, l'ente USA che si occupa di liquidare le banche fallite (se conoscete l'inglese qua potete vedere un interessante servizio di 60 minutes su come esso operi), ha scaricato una bella secchiata d'acqua ghiacciata addosso a chi, ancora sperava in un lento miglioramento della situazione, annunciando di essere in mutande. Il fondo privato di garanzia a disposizione dell'ente ed a cui tutte le banche sono obbligate a contribuire, versando una piccola percentuale per ogni dollaro depositato presso di esse, è in via di esaurimento. La responsabilità va attribuita all'ondata di fallimenti che negli ultimi mesi ha investito il settore bancario (17 solo quest'anno, qua trovate l'elenco completo). Per ovviare a questo inconveniente l'FIDC è stato costretto a chiedere ad ogni istituto di aumentare la sua quota di contributi, scatenando una piccola insurrezione: il settore bancario non ha voluto saperne. Il denaro è poco, ed una manovra simile impatterebbe in particolar mondo sulle banche minori, prelevando loro dal 50% al 100% dei ricavi incassati nell'ultimo anno.

L'FDIC ha dovuto arrendersi, rinunciando ai suddetti aumenti e come sempre succede in questi casi, non ha avuto altra scelta che andare a batter cassa presso il governo degli Stati Uniti, il quale, ormai abituato a scucire miliardi come se piovesse, senza pensarci su troppo ha gentilmente acconsentito a stanziare, fino al 2010, 500 miliardi di dollari per il fondo dell'FDIC.

L'evento però, che più di ogni altro ha terrorizzato gli analisti è stata la spirale discendente in cui si è trovata imprigionata la General Elettric. A due giorni di distanza da un taglio dei dividendi senza precedenti, se non durante gli anni della grande depressione, il titolo del colosso industriale è sceso sotto i 6 dollari, 11 in meno rispetto ai 17 a cui veniva scambiato solo un paio di mesi fa. A preoccupare gli osservatori è la condizione del ramo finanziario dell'azienda, la GE Capital, arrivato negli ultimi anni a garantire con regolarità, metà dei ricavi dell'intera società e che secondo molti nasconderebbe tra i suoi bilanci miliardi di perdite non dichiarate: dai 21 ai 54 miliardi secondo Nicholas P. Heymann e Matthew Kelley, due analisti alla Sterne Agee.

Giovedì scorso, Keith Sherin, CFO dell'azienda, ha smentito davanti ai microfoni della CNBC - canale televisivo di proprietà della GE stessa - ogni voce riguardo a possibili problemi economici da parte dell'azienda, dichiarando che il denaro cash che essa ha sottomano, ammonterebbe a 45 miliardi di dollari, sufficienti ad affrontare qualunque traversia i mercati possano gettarle addosso. Il titolo è risalito leggermente nei giorni successivi all'uscita della Sherin, superando venerdì i 7 dollari. Eppure, molti continuano a manifestare un certo scetticismo. Troppe volte hanno ascoltato assicurazioni televisive da parte di CEO e CFO sulla condizione di grandi società, poco prima che queste fallissero. I ricordi della Bear, della Lehman, dell'AIG bruciano ancora, come delle ferite aperte.

Tutti attendono che venga fatta un po' di chiarezza sulla situazione finanziaria della GE e confidano in una presentazione che i vertici dell'azienda hanno promesso di fare la settimana del 16 Marzo, per illustrare agli analisti con dati precisi, lo stato di salute del colosso industriale.

Intanto,secondo Karl Denninger, la GE assieme ad altre società tutto sommato sane, come la Berkshire Hathaway, sarebbero sotto attacco da parte degli speculatori. Questi ultimi, sfrutterebbero i CDS per scommettere al ribasso su determinate azioni, aggirando così, ogni controllo e supervisione esistente - i CDS sono degli strumenti non regolati. Un giochino che permetterebbe di colpire un qualunque titolo, scatenando una spirale discendente sul suo valore.

I CDS sono una forma di assicurazione finanziaria. Ufficialmente dovrebbero essere acquistati da qualcuno che ha intenzione di garantirsi contro la possibilità che una certa azienda (o stato), di cui possiede delle obbligazioni, fallisca, lasciandogli in mano dei pezzi di carta senza valore.

In realtà, non è necessario dimostrare di avere delle obbligazioni per potersi assicurare. In sostanza si può scommettere liberamente sulla possibilità che una qualunque azienda fallisca. Se il fallimento si verifica effettivamente, chi ha acquistato i CDS riceverà in pagamento una somma pari a quella per cui si era assicurato. Un po' come se il vostro vicino fosse in grado di assicurarsi contro l'eventualità che casa vostra vada a fuoco, cosa proibita con le assicurazioni tradizionali dato che, beh, non incita esattamente alla conservazione del patrimonio immobiliare (piuttosto alla piromania).

Chi vende dei CDS - in cambio di un premio mensile che ogni acquirente versa - generalmente, per coprirsi contro il rischio che l'azienda in questione fallisca davvero, gioca al ribasso sul titolo di quest'ultima, in modo da trarne un guadagno nel caso il valore dovesse effettivamente calare. Dato che i CDS sono strumenti non regolati, non esiste nessun organo preposto al controllo della solvibilità delle società che li emettono. In soldoni, tramite essi si può scommettere al ribasso su un qualunque titolo senza dover presentare significative garanzie, correndo dei rischi molto limitati e producendo una perversa spirale fatta da: calo del valore delle azioni, diminuzione del capitale disponibile, declassamento del rating, aumento del valore dei CDS per poi cominciare di nuovo da capo con l'acquisto di altri CDS ecc.

Il costo dei CDS sulla GE e sulla Berkshire Hathaway è salito alle stelle nell'ultima settimana, facendo temere che le due grandi aziende possano perdere la propria immacolata tripla A di rating. (proprio oggi Warren Buffet, leggenda della finanza e capo della Berkshire, ha dichiarato che l'economia è crollata giù da un precipizio, paragonando la crisi economica ad una vera e propria guerra che ogni patriottico cittadino americano dovrebbe combattere).

Come se non bastasse, Bloomberg ha rivelato che anche quegli individui che hanno acquistato i CDS come forma di assicurazione, spesso si trovano a sperare che l'azienda di cui detengono le obbligazioni fallisca. Diverse corporation negli ultimi tempi hanno proposto ai propri obbligazionisti di convertire parte del debito esistente in azioni comuni, nel tentativo di aumentare la propria capitalizzazione, trovandosi spesso di fronte ad un netto rifiuto. Normalmente la sopravvivenza di un azienda dovrebbe essere nel pieno interesse di chi ne detiene i bond. Quando si posseggono anche dei CDS invece, risulta spesso più conveniente lasciare che la società fallisca, per poter incassare in pagamento la somma per cui ci si era assicurati.

Si sta facendo un gran chiacchierare quindi, di una realtà che è sempre stata sotto il naso di tutti: i CDS sono un mostro lasciato per troppo tempo libero di scorrazzare in maniera incontrollata per i mercati di mezzo mondo. Ed il mostro non sta preannunciando nulla di buono. Se durante il periodo del fallimento della Lehman e dell'AIG erano 75 le compagnie su cui veniva richiesto il pagamento di un anticipo, come condizione all'emissione dei CDS - per la maggior parte compagnie finanziarie - ora il loro numero è salito a 260.

Quando un'azienda è considerata particolarmente pericolante, oltre al premio mensile, chi vende dei CDS normalmente richiede in pagamento, come quota iniziale fissa, una percentuale della somma per cui ci si vuole assicurare. Per la GE, ad esempio, la scorsa settimana veniva richiesto come anticipo il 17,5%.

Nel grafico sotto si può vedere l'aumento che gli anticipi sui CDS hanno subito negli ultimi 6 mesi, separato per i differenti settori:



Per fortuna sembra che si stia cominciando a discutere seriamente su come gestire e regolare il mostro dei CDS. Al momento 4 aziende stanno stilando delle proposte per lo sviluppo di un efficace sistema di controllo dietro richiesta dei regolatori USA. La mia impressione purtroppo, è che tutto sembri muoversi ancora troppo lentamente considerata la gravità della situazione.

Se gli USA hanno attraversato una brutta settimana, nel resto del mondo le cose non stanno andando particolarmente meglio. Per la prima volta dal dopoguerra in avanti, la banca mondiale ha previsto che l'economia planetaria subirà un arretramento. Il maggior contributo alla contrazione dell'economia lo daranno i paesi emergenti: Asia, America Latina ed Europa dell'est. Per ovviare a questo problema, il presidente della banca mondiale Robert Zoellick, sta premendo affinché i paesi più ricchi mettano da parte lo 0,7% del denaro speso per gli stimoli economici e istituiscano un fondo di solidarietà a favore delle nazioni emergenti.

Zoellick dovrebbe spiegare però, come possa lo 0,7% degli stimoli erogati fino a ora, riuscire a compensare la distruzione - secondo l'Asian Development Bank - di 50 trilioni di dollari di valore sugli assets finanziari, quasi pari al PIL dell'intero pianeta (poco più di 65 trilioni nel 2007), distruzione che vedrebbe proprio Asia ed America Latina tra le principali vittime.

E del resto, anche la definizione di paese ricco sta diventando un impresa elusiva.

In Europa continua l'agonia di numerosi stati: la disoccupazione in Spagna ha toccato quasi il 15%, l'Irlanda come ha scritto un giornalista "è ad una testa spaccata di distanza dalla rivolta", lo spread dei CDS sull'Austria ha toccato i 250 punti base, lo stesso livello di quelli sulla pericolante Grecia, in Germania gli ordinativi delle industrie sono crollati del 42% in Gennaio. L'Unione Europea ha annunciato oggi, attraverso il Comitato per l'occupazione e per la protezione sociale che entro il 2010 si rischiano 6,5 milioni di disoccupati all'interno del territorio UE. Per scongiurare questa eventualità ha consigliato una serie di misure che trovo francamente risibili (leggetevi l'articolo se siete curiosi).

Anche in Italia la situazione si sta aggravando. Tremonti ogni tanto, facendo il giocoliere con le parole, prova a farlo presente: da un lato risulta evidente il suo desiderio di rassicurare la popolazione e dall'altro il tentativo di non raccontare panzane troppo clamorose. A quello ci pensa Berlusconi che riprendendo il ministro dell'economia come si fa con gli studenti disobbedenti, se ne va in giro a dichiarare:

La crisi "esiste" ma "è vissuta sui media in maniera più drammatica di quella che è", e il calo delle borse "è dovuto a una manciata di azioni". E la Rai "è l'unica tv di Stato che attacca il governo in carica".

Penso non ci sia bisogno di commentare questo tipo di affermazioni. Oggi Berlusconi ha affermato:

"Non ci saranno situazioni di miseria, di crisi acuta, il Governo è presente per sostenere i cittadini meno fortunati".

"Il mondo ha conosciuto altre crisi ma anche questa come tutte finiscono. Questa crisi sembra particolarmente grave - ha aggiunto - ma la sua profondità e la sua estensione nel tempo dipendono dai nostri comportamenti"

Per una volta sono perfettamente d'accordo con il presidente del consiglio. La profondità e l'estensione della crisi dipende dai nostri comportamenti ed in particolar modo dalle azioni che i governi dell'intero pianeta portano avanti. In Italia oltre a bearci per il fatto che le nostre banche sono meno esposte rispetto a quelle del resto dell'Unione (resta il grosso ? chiamato Unicredit), viene avanzata ancora una volta la mitologica trovata delle grandi opere. Sono stati annunciati stanziamenti per la costruzione del ponte sullo stretto di Messina, opera di cui si parla da che sono al mondo (ed ho la sgradevole sensazione che quando sarò sottoterra saranno ancora li a discuterne) ed è stato promesso il completamento della Salerno Reggio Calabria per il 2012-13 (se ci credete davvero ho una torre pendente da vendervi).

Quest'anno in tutto dovrebbero venir stanziati 10,8 miliardi per le grandi opere. Se siamo fortunati di esse, ne partiranno due o tre.

Le altre saranno rimandate a data da destinarsi, ma anche se per qualche miracolo partissero subito, come ho ripetuto più volte, si tratta in ogni caso di interventi poco efficaci, che muovono grandi capitali, ma poca manodopera. Come dimostra il Giappone, misure del genere non funzionano durante crisi come quella che stiamo attraversando.

Summers, il padrino di Geithner, dal canto suo ha lanciato oggi dalla casa bianca, un appello al G20, perché si impegni nel rilancio della domanda mondiale. Come questa domanda andrebbe rilanciata non è dato sapere con certezza. Summers sembra invocare il solito e generico aumento di spesa pubblica, come motore in grado di produrre il famigerato aumento della domanda aggregata, ma Jean-Claude Juncker a capo del comitato composto dai ministri delle finanze UE, gli ha già risposto con un deciso: no grazie. Sempre oggi, Geithner il figlioccio di Summers e ministro del tesoro USA, quasi si vergognasse a mostrare il suo viso in pubblico, ha posticipato per l'ennesima volta la presentazione dei dettagli sul piano di intervento per il settore finanziario. In particolar modo, sembrerebbe essere ancora in alto mare la parte che prevede l'istituzione di un organo pubblico/privato per l'acquisto degli assets tossici in pancia alle banche.

Sarà senz'altro colpa mia, ma ancora non ho ben capito come dovrebbero funzionare gli interventi in corso e quelli annunciati o meglio, non mi è chiaro un piccolo passaggio. Per riprendere la vignetta all'inizio di questo post, tutti i progetti fin ad ora presentati - chiamiamoli piano A - possono essere riassunti in 3 fasi distinte collegate tra loro:

  1. Garantire la solvibilità delle banche e del sistema finanziario con tutto il denaro necessario (basta evitare il termine nazionalizzazione) e contemporaneamente spendere un sacco di soldi che non si hanno veramente, in opere pubbliche di discutibile utilità o per sostenere aziende decotte. Il tutto ovviamente indebitando gli Stati (tranne in alcuni rari casi, come quello Cinese)
  2. Poi un miracolo si verifica
  3. Come conseguenza la gente riprende a spendere e consumare, il credito a scorrere e le aziende a produrre ed assumere

Penso che qualcuno dovrebbero chiarire meglio il secondo passaggio. Come si riesca a passare dagli interventi attuali, ad una ripresa dell'economia mi sfugge, così come a sfuggirmi è la strategia che si intende adottare nei confronti degli assets tossici in pancia al sistema bancario. Magari a Geithner riuscirà la quadratura del cerchio, grazie ad un magnifico piano ancora sconosciuto e tutta l'Europa gli andrà dietro facendoci uscire da questo buio tunnel, ma dati i precedenti nutro ben poca fiducia a questo riguardo.

Ancora più importante. Quale sarebbe esattamente il piano B?

Se tutte le trovate si rivelassero insufficienti e l'intero pianeta piombasse in una depressione di diversi anni o in una stagnazione decennale simile a quella attraversata dal Giappone (cosa che Roubini sembra ritenere sempre più probabile man mano che il tempo passa) che si fa?

Il Giappone restò a galla a forza di svalutazione ed esportazioni, ma se tutto il mondo è messo nelle medesime condizioni verso chi dovremmo mai esportare?

Se esiste veramente un piano B, temo che esso preveda militari in assetto da combattimento che scorrazzano per le vie delle nostre città (e non mi riferisco alla trovata pubblicitaria dei 3000 uomini messi in campo da questo governo). Nel caso, spero di non essere mai costretto a scoprire per via diretta il contenuto di questo piano (anche se non mi dispiacerebbe mi fosse illustrato a parole).

Nel frattempo, mi limito ad aspettare con pazienza, confidando che esista da qualche parte un ministro del tesoro, un banchiere centrale o un esimio economista che vogliano spiegarmi cosa succede durante il secondo e critico passaggio del piano A, con termini un po' più convincenti rispetto ad un semplice: " e poi un miracolo si verifica".

lunedì 23 febbraio 2009

Caos calmo

L'attenzione del mondo economico USA la scorsa settimana è stata monopolizzata da due avvenimenti di natura differente.

Il primo è stato lo sfogo in diretta televisiva di Rick Santelli sulla CNBC, che molti hanno già ribattezzato come: "lo sfogo dell'anno". Santelli dalla borsa di Chicago, si è lanciato in una serie di vivaci analisi sul piano preannunciato dall'amministrazione Obama, volto ad aiutare i mutuatari in difficoltà, mettendo in risalto come esso si riduca in definitiva, ad un prelievo forzoso di denaro dalle tasche di persone responsabili, che non si sono lanciate in arditi investimenti duranti gli anni della bolla immobiliare, per consegnarli nelle mani di individui che non si sono dimostrati altrettanto prudenti e giudiziosi.

Alla fine del suo sfogo Santelli, ha annunciato l'intenzione di organizzare un "tea party" a Chicago durante l'estate. Un incitamento esplicito alla ribellione contro il governo.

Quando un americano parla di "tea party", non si riferisce a una qualche sagra paesana con degustazione di té inclusa, ma al Boston Tea Party del 1773, durante il quale, come atto estremo di ribellione nei confronti della corona Inglese, la popolazione esasperata dette l'assalto alle navi della compagnie delle Indie, scaricando in mare il carico di té che trasportavano.

L'esplosione in diretta di Santelli ha fatto il giro di blog e social network, entrando con prepotenza anche nel circuito mediatico tradizionale. Tanto è stato l'eco che essa ha prodotto, da costringere addirittura il portavoce della casa bianca Robert Gibbs a controbattere a riguardo. Gibbs lo ha fatto, screditando Santelli: consigliandogli di bersi un buon decaffeinato e affermando come risultasse evidente, dalle frasi da esso pronunciate la sua ignoranza riguardo alla legge in questione.

In realtà Santelli ha perfettamente ragione. Anche se qualcuno può ritenere una misura indispensabile aiutare con denaro pubblico quelli che hanno sottoscritto mutui che non riescono più a pagare, la natura dell'operazione non cambia. Si tratta di una gigantesca redistribuzione di denaro prelevato a gente giudiziosa - che andrebbe invece ricompensata per la sua accortezza - e regalato a quelle cicale che hanno preferito rischiare, spesso mentendo sulla propria condizione finanziaria, per comperare case al di là della loro portata.

L'altro evento di una certa rilevanza è stata la vicenda che ha coinvolto Allen Stanford, un miliardario Texano appassionato di cricket accusato dalla SEC di aver organizzato un gigantesco schema di Ponzi da 8 miliardi di dollari. Stanford la scorsa settimana è letteralmente scomparso, costringendo gli ufficiali giudiziari a girare su e giù per il territorio Statunitense per riuscire a notificargli le accuse. Alla fine è stato beccato in Virginia, ma tutto si è risolto senza alcun arresto, fatto che ha lasciato perplessa diversa gente. Ad infittire il mistero, si è aggiunta una voce che attribuirebbe a Stanford contatti diretti con i signori della droga messicani e la scoperta che le autorità finanziarie tenessero sott'occhio da diverso tempo il miliardario Texano, ma che al momento di intervenire siano state bloccate da un altra agenzia governativa USA.

Dennis Kuchinich, parlamentare USA e candidato alle scorse primarie per i democratici, ha deciso di andare a fondo sulla vicenda, chiedendo esplicitamente alla SEC di rivelare il nome dell'agenzia che si sarebbe frapposta tra lei e Stanford. Tutta la vicenda sembra assumere sfumature cinematografiche: un miliardario, un gigantesco schema di Ponzi, signori della droga messicani, agenzie governative (CIA? FBI?) che agiscono con degli evidenti secondi fini. Non sarei sorpreso di leggere una mattina sui quotidiani che Stanford è stato trovato a penzolare da una corda, sotto il ponte dei frati neri.

Questi due avvenimenti, mediaticamente molto gustosi, hanno fatto passare in secondo piano il conflitto in atto tra Stati Uniti e Svizzera, che vede come oggetto del contendere l'UBS. Quest'ultima mercoledì scorso, aveva scelto di assecondare le richieste dell'IRS (l'agenzia delle entrate USA), richieste che prevedono il pagamento, da parte dell'UBS, di 780 milioni di dollari di multa e la consegna alle autorità competenti dei nomi di 250 clienti di nazionalità americana, accusati di aver utilizzato la banca elvetica per evadere le tasse. A mettere i bastoni tra le ruote a quest'accordo sono intervenute le autorità Svizzere, preoccupate per le ripercussioni che la violazione del segreto bancario potrebbe avere sulla principale industria del paese. L'UBS si trova ora in una terribile situazione. Può decidere di infrangere la legge USA rifiutandosi di consegnare i nomi richiesti all'IRS e rischiando così, il ritiro della licenza per operare sul territorio americano o può decidere di violare le leggi Svizzere accentandone le inevitabili ripercussioni.

I rappresentanti del colosso bancario sono arrivati a minacciare/supplicare le autorità americane dicendo: se insistete su questa linea saremo costretti a chiudere i battenti.

Nel frattempo il partito di maggioranza Svizzero, l'SVP ha già minacciato una serie di ritorsioni nei confronti degli USA, in caso rifiutino di bloccare la loro crociata anti evasori. Alcune delle proposte prevedono: il ritiro delle riserve auree depositate in america, il blocco di ogni fondo proveniente dagli USA, il rifiuto di rappresentare gli Stati Uniti in quelle nazioni in cui essi non hanno una sede diplomatica al contrario della Svizzera (come accade a volte).

Personalmente spero che la spunti l'IRS ed i nomi vengano resi pubblici. Del resto, la pretesa Svizzera di proteggere gli evas... pardon, i propri clienti, non si inquadra particolarmente bene neppure con le dichiarazioni uscite a Berlino, dalla riunione preparatoria del G20 ed in particolar modo con quelle del ministro delle finanze inglese Allister Darling:

Il ministro delle Finanze britannico Alistair Darling, ha attaccato il segreto bancario degli istituti svizzeri, sottolineando che non si può più tollerare l'evasione fiscale, in un intervento pubblicato oggi dall'edizione domenicale di The Observer.

Darling ha sottolineato che le autorità elvetiche dovrebbero riformare le leggi fiscali e bancarie del paese per allinearsi a quelle in vigore in Europa. "Penso sia importante che ci sia la trasparenza. Nessuno sa cosa accade. Non va bene, infatti la metà dei problemi derivano dal fatto che non si sa cosa succede", ha dichiarato il ministro, citato dal quotidiano.

"E' una delle cose che la Svizzera deve regolamentare. Se intende fare parte della comunità internazionale, dovrà essere aperta", ha proseguito. "Il segreto che premette alle persone di proteggere la loro fortuna senza pagare tasse come dovrebbero, non si può più tollerare", ha insistito Darling.


I Leader del G20 se la sono anche presa con gli Hedge Funds ed i paradisi fiscali affermando di avere allo studio delle proposte per la loro regolamentazione.

Sarebbe anche ora.

Sono curioso di vedere come la prenderanno gli inglesi, che han fatto della city di Londra il veicolo preferenziale di certe entità (come gli Hedge Funds), anche grazie ad una serie di paradisi fiscali che ricadono sotto il controllo della corona (Cayman ed Isole Vergini ad esempio).

Un argomento che a Berlino non è stato affrontato neppure superficialmente - se si esclude un generico appello a raddoppiare i fondi a disposizione dell'FMI - rimane la situazione dell'est Europa. Il governo della Lettonia è appena crollato come diretta conseguenza della precaria situazione finanziaria del paese. La moneta polacca ha dato qualche segno di ripresa dopo che la banca centrale del paese ha comunicato di essere intenzionata ad intervenire sul tasso di interesse (mercoledì probabilmente). La Goldman Sachs ha dichiarato di aver chiuso le posizioni ribassiste sulla moneta polacca e ceca, in un annuncio che tradotto suona come: "Ci aspettiamo che la situazione dell'est Europa continuerà a peggiorare, ma gli interventi attuali e futuri, scombineranno le carte in gioco. Dato che scommettere al ribasso non è più come sparare ad un cadavere, ce ne chiamiamo fuori".

Grande volatilità quindi, ma pochi vedono all'orizzonte una vera stabilizzazione del blocco est.

In tutto questo casino, la BCE sembra letteralmente non sapere che pesci prendere. Trinchet ha fatto capire in diverse maniere di non essere intenzionato ad agire ulteriormente sui tassi. Serie misure di "quantitative easing" allo stesso tempo, non sono facili da adottare in ambito Europeo. Come ha detto Yves Mersch, membro del consiglio della BCE alla fine di Gennaio, la banca centrale Europea potrebbe anche pensare di comperare bond dei singoli stati: "ma di quali esattamente?". Un altro membro del consiglio, George Provopoulos, il 16 Febbraio ha rivelato come nessuno all'interno della BCE avesse, a quella data, discusso della possibilità di acquistare i bond sul mercato secondario (quindi non direttamente dagli stati), cosa che secondo molti sarebbe nelle piene facoltà della banca centrale Europea.

Juergen Micheles, capo economista alla Citigroup di Londra ha riassunto bene la situazione alla BCE dicendo: "Il problema è che essi stessi non sanno esattamente cosa dovranno fare in futuro".

A quanto pare, oltre alle autorità politiche anche quelle economiche della UE non sanno bene come comportarsi. Al momento, del resto, gran parte dell'attenzione dei singoli stati rischia di venir pienamente assorbita dai problemi interni. La Germania ha da poco approvato una legge che consente la nazionalizzazione delle banche, il tutto in vista di una probabile nazionalizzazione della Hypo. In Inghilterra Gordon Brown starebbe per tentare il tutto per tutto secondo il Telegraph. Martedì il primo ministro Inglese dovrebbe annunciare l'istituzione di una "bad bank" da 500 miliardi di sterline che si faccia carico della spazzatura in pancia alle banche. Il futuro di Brown e del suo partito sono già compromessi. L'eventuale fallimento di questa ennesima scommessa rischierebbe di essere il colpo di grazia, consacrando la fine di entrambi e lasciando un unica via percorribile all'Inghilterra: la completa nazionalizzazione degli istituti bancari.

Nazionalizzazione che si rivelerebbe estremamente costosa. Alcuni analisti governativi hanno da poco riclassificato la RBS e la Lloyd come corporation pubbliche, facendo di fatto aumentare il debito pubblico del paese di 1,5 trilioni di sterline, portandolo di colpo, al non trascurabile livello del 150% rispetto al PIL. Verrebbe quasi voglia di aspettare i politici inglesi fuori dal parlamento e gridargli battendo la stecca: "chi è il PIGS adesso?". Facili rivalse a parte, risulta chiara la ragione dietro la quasi unanime repulsione che i politici, specialmente quelli anglosassoni, nutrono nei confronti del termine nazionalizzazione mentre ogni economista degno di nota la invoca a gran voce (Krugman, Roubini, Stiglitz, Wolf, Rogoff ecc).

Chi mai, vorrebbe trovarsi costretto a spiegare un improvviso raddoppio del debito pubblico alla popolazione.

Un altro signore che parla esplicitamente di nazionalizzazione è Paul Volcker. Consigliere economico di Obama, Volcker a cui ha fatto eco Soros, ha ventilato la scorsa settimana la possibilità che la crisi attuale si riveli peggiore della Grande Depressione. Una delle misure che Volcker vorrebbe imporre, prevede la separazione delle banche a seconda delle funzioni. In altri termini secondo Volcker, le banche dovrebbero fare le banche: prestare denaro alle aziende, erogare muti, ecc, invece di lanciarsi in speculazioni con misteriosi strumenti finanziari. Se ne avessero nonostante tutto l'intenzione dovrebbero obbligatoriamente spezzarsi in due istituti distinti: uno che faccia la banca commerciale ed un altro in grado di speculare liberamente senza poter contare su un eventuale supporto governativo in caso di problemi. In sostanza Volker invocherebbe la re-istituzione del Glass Steagall act, una legge degli anni 30 che prevedeva misure simili e che fu abolita verso la fine degli anni 90 da un tale Larry Summers (capo del National Economic Council e padrino di Geithner l'attuale ministro del tesoro).

Purtroppo le idee di Volcker risultano essere in minoranza all'interno dell'amministrazione Obama. Geithner e Summers la fanno da padroni e per non smentire il loro passato di banchieri e lobbisti, stanno facendo di tutto per salvare i loro vecchi amichetti e marginalizzare Volcker. Chris Dodd, senatore USA e capo del comitato del senato su banche, edilizia e questioni urbane ha dichiarato qualche giorno fa che la nazionalizzazione di alcune banche potrebbe essere inevitabile per un breve periodo. Il governo USA è dovuto subito correre ai ripari smentendo indirettamente Dodd e affermando che: "mantenere le banche private sia la corretta via da seguire".

A questo proposito vi consiglio di leggere un interessante post di Yves Smith, la quale alla fine di un lungo ragionamento arriva a concludere: la nazionalizzazione delle banche è il minore dei mali. Operazioni come quella della "bad bank" di Gordon Brown sono molto costose, non fanno chiarezza sui bilanci degli istituti e garantisco poco controllo sull'utilizzo che il sistema bancario farà del denaro ricevuto. Anche se in seguito ad una nazionalizzazione, gli stati vedrebbero temporaneamente schizzare alle stelle il proprio debito, tramite essa, si potrebbero ripulire i bilanci velocemente, gettare luce sulla condizione delle varie banche ed avere la garanzia che il denaro pubblico non finisca completamente risucchiato dai quei giganteschi buchi neri che alcune di esse sono diventate .

Rapidità di azione e chiarezza è quello di cui il mercato avrebbe bisogno.

Invece continuiamo a mantenere in vita degli zombie senza intervenire con decisione sul problema. Un ottimo esempio è la Citi. A quanto pare il moribondo colosso, sta discutendo con i politici, riguardo la possibilità che il governo, in un disperato tentativo di ricapitalizzare l'istituto, arrivi a farsi carico del 40% delle sue quote azionarie. Il tutto dovrebbe avvenire attraverso la conversione delle azioni privilegiate in azioni normali, in concomitanza con un aumento di capitale da parte di Citi, attraverso un offerta pubblica di azioni, fermo restando una quota pari al 40% in mano del governo. Si tratterebbe quindi di una semi nazionalizzazione, un ennesima farsa che spero verrà rigettata da Obama.

Che le nazionalizzassero una volta per tutte e la facessero finita.

Mentre i politici tentennano incerti sul da farsi, l'economia non sta certo ferma ad aspettarli.

Mario Draghi ha lanciato un suo personale avvertimento:

Le ripercussioni sull'occupazione non si sono ancora pienamente manifestate; gli indicatori disponibili per i mesi più recenti prefigureranno un netto deterioramento". "La caduta della domanda può colpire con particolare intensità le fasce deboli e meno protette, i lavoratori precari, i giovani, le famiglie a basso reddito".

Sull'allarme del numero uno di Bankitalia arriva a distanza la replica di Tremonti. Che in una conferenza all'Aspen dice che "il governo ha da tempo gestito nei termini che poteva e doveva problema: pochi giorni fa abbiamo siglato con le Regioni un importante accordo sugli ammortizzatori sociali, siamo convinti di aver visto per tempo i fenomeni e di averli gestiti nel modo migliore".

Anche Draghi se ne è accorto finalmente. Come dicevo nelle previsioni di inizio anno, a settembre ed ottobre cominceremo a renderci conto veramente di quanto sia pesante la crisi. Tremonti dal canto suo ostenta sicurezza, forte anche dell'approvazione da parte della commissione Europea dei suoi "Tremonti bond". Si tratta di 10 miliardi di euro che lo stato è disposto a concedere alle banche italiane, ricevendone in cambio dei bond il cui rendimento varierebbe a secondo della durata di questi ultimi. Gli indiziati principali allo sfruttamento di questa opzione sono ovviamente Unicredit ed Intesa. Specialmente la prima, vista l'alta esposizione che vanta nei confronti dei paesi dell'est Europa. Interrogato a riguardo, Alessandro Profumo il capo dell'Unicredit, ha detto:

I 'Tremonti bond' "sono un'opportunità". Ad affermarlo, all'indomani del via libera della Commissione Europea, è l'amministratore delegato di Unicredit Alessandro Profumo. "Per il governo è un bell'investimento. Per noi - ha commentato Profumo, a margine del Forex - sono un'assicurazione. Non vanno però visti come un'attività 'salvabanche' ma servono a dare capitali per far crescere gli impieghi".

Alla domanda se Unicredit intenda utilizzare questi strumenti, Profumo ha replicato: "Dobbiamo guardare alla composizione del nostro gruppo. Abbiamo una parte significativa dei rischi di gruppo su Bank Austria. Dobbiamo valutare l'intervento dell'Austria e poi dove c'è un rischio percepito...".

Tanti giri di parole, ma salvo miracoli, l'Unicredit finirà col ricorrere a questi bond.

Tornando infine agli Stati Uniti, Hilary Clinton, nuovo ministro degli esteri ha effettuato la scorsa settimana la sua prima visita di stato, scegliendo come meta la Cina. Dopo una lunga chiacchierata con i politici del paese, interrogata da un giornalista riguardo all'acquisto da parte del paese asiatico dei buoni del tesoro americani, la Clinton è arrivata quasi a supplicare i Cinesi di continuare a farne incetta. I politici del paese avevano già detto pubblicamente di non aver intenzione di modificare la propria politica a riguardo, ma è proprio essa ad essere diventata un problema per gli USA. La Cina negli ultimi tempi sembra avere un solo obiettivo per quel che riguarda i suoi investimenti in pezzi di carta: la sicurezza. Il paese asiatico ha progressivamente snobbato tutti i prodotti percepiti come rischiosi, per concentrarsi sul debito a breve scadenza degli Stati Uniti. A farne le spese è stato il debito USA a lungo termine e le securities delle due GSEs: Fannie Mae e Freddie Mac. Queste ultime in particolare soffrirebbero per una fuga di massa degli investitori.

Come ha detto Hideo Shimomura, capo degli investimenti a Tokyo per la Mitsubishi UFJ Asset Management Co, il rischio che si correrebbe investendo nelle GSEs, sarebbe troppo grande senza un esplicita garanzia del governo americano. In sostanza il mercato, a partire dalla Cina, sta premendo per una nazionalizzazione chiara delle GSEs. Non si fiderebbe più delle mezze misure. Vedremo come reagiranno gli USA. Nel caso si verificasse formalmente (informalmente lo sono già) la nazionalizzazione di Fannie e Freddie, si tratterebbe del più grande evento di questo genere mai verificatosi dal dopoguerra in avanti (per quel che ne so almeno).

Per il momento quindi, la Cina resterebbe intenzionata a sostenere il debito pubblico USA e del resto come ebbe a dire un economista cinese ad un conferenza negli Stati Uniti: vi odiamo, ma non abbiamo altra scelta. Il cambio nella composizione degli acquisti però, evidenzia una netta mancanza di fiducia da parte cinese sul futuro dell'economia americana.

Oltre ad evitare prodotti rischiosi, la Cina sta anche cercando di garantirsi una fornitura costante di materie prime per il prossimo futuro. La Chinalco, il colosso dell'alluminio Cinese, ha acquistato l'australiana Rio Tinto, terza compagnia mineraria mondiale e sembra che la China Investment Corporation e la China Shenhua Energy vogliano fare la stesso con un altra azienda mineraria del paese, la Fortescue Metals. Questa aggressività nelle acquisizioni ha suscitato diverse proteste tra la popolazione australiana, ma di fronte al crollo della domanda mondiale di materie prime, le aziende in questione, sembrano avere poche opzioni a disposizione oltre quella di vendersi al maggiore offerente.

Il colpo grosso però, il paese orientale lo ha fatto sottoscrivendo con la Russia un accordo da 25 miliardi di dollari in cambio di una costante fornitura di petrolio. Un matrimonio quasi inevitabile per ragioni economiche e di vicinanza geografica. Come ha scritto il financial times: "La Cina ha quello che la Russia vuole: masse di dollari. La Russia ha quello che la Cina vuole: l'energia". Un accordo simile per 10 miliardi di dollari è stato sottoscritto anche con la brasiliana Petrobras.

In definitiva, i cinesi stanno facendo shopping a basso costo in giro per il pianeta, mentre gli Usa sono impegnati a regalare denaro a quegli zombie dei propri istituti, supplicando contemporaneamente - tramite un politico che porta lo stesso cognome di un tizio che con la Cina faceva la voce grossa - il paese orientale perché continui ad acquistare buoni del tesoro statunitensi.

"Karma is a bitch!" direbbero in inglese.

Non che la Cina stia bene, per carità. Tutt'altro, ma i cinesi almeno hanno a disposizione del denaro vero e lo stanno usando con un minimo di giudizio.

Intanto negli ultimi giorni, alcuni analisti sembrano aver tratto conforto dal fatto che l'est Europa non sia ancora collassato e dal dato positivo sull'inflazione americana - +0,4% nell'ultimo mese - che di positivo non ha nulla in realtà (i dati sulle materie prime e sui semilavorati indicano deflazione. In sostanza le aziende stanno aumentando il prezzo finale dei prodotti nel tentativo di incrementare i propri margini, l'esatto contrario di quel che succedeva la scorsa estate mentre l'inflazione galoppava), come se ritenessero che l'assenza di un significativo collasso sia la dimostrazione della resistenza del sistema economico e dell'efficacia di certi interventi governativi.

A me sembra invece, che le cose si stiano muovendo e molto più rapidamente di quanto non appaia a prima vista. Gli eventi delle ultime settimane assomigliano a tante "piccole" scosse telluriche e dubito siano di assestamento. L'impressione è di un grande caos. Calmo in superficie, perché privo di un evento traumatico in grado di catalizzarlo, ma che sotto sotto cova qualcosa di poco simpatico. In mezzo ad esso si muovono politici ed economisti che sembrano non comprendere, quanto questa apparente calma possa essere ingannevole e fuorviante.

Si danno appuntamento per decidere il da farsi con comodo, ad Aprile durante il G20, con il rischio che finisca come l'ultimo G20 che venne ribattezzato: "la riunione che stabilì un'altra riunione". Quando agiscono invece, adottano delle misure che non posso che definire insufficienti, come la "bad bank" di Gordon Brown.

Mi auguro seriamente che questo caos sia molto più calmo di quel che penso e che tutto il tempo che sembrano perdere i suddetti politici porti loro consiglio.

In caso contrario...beh, meglio non pensarci.

lunedì 16 febbraio 2009

In buone mani (italian version)

L'aria di Davos gioca brutti scherzi. Dalla ridente città svizzera in cui ogni anno si svolge l'attesissimo summit di pezzi grossi della politica e dell'economia mondiale, Pritchard, il giornalista finanziario di punta del Telegraph, scrisse una decina di giorni fa, un articolo insolitamente ottimista che sembrava ventilare una possibile ripresa, intitolato: "glimmers of hope" (barlumi di speranza). I suoi abituali lettori non riconoscendolo più, si scatenarono, e pretesero a gran voce di sapere cosa gli avessero fatto fumare (o bere) a Davos. Pritchard dovette giustificarsi e lo fece rivelando come il tono positivo del suo articolo non riflettesse una sua opinione, ma che per l'occasione fosse stato costretto ad indossare il suo "cappello da cronista" e si sentì di rassicurare i propri lettori: "nessuna speranza di ripresa economica è all'orizzonte".

Gli ultimi articoli che ha scritto, illustrano brutalmente questa sua visione.

Pritchard non è mai stato un amante o un sostenitore dell'Europa. La cosa traspare chiaramente dai suoi scritti. Eppure, considerando quanto i suoi articoli abbiano letto in maniera precisa lo svilupparsi degli eventi sul panorama dell'economia globale, non prestare attenzione a ciò che scrive sarebbe poco saggio. Nel suo ultimo pezzo, il giornalista del Telegraph, torna sulla questione Europea. Il titolo è emblematico: "fallire nel salvare l'est Europa produrrà il collasso mondiale".

Ho scritto diverse volte di quanto la situazione dei paesi dell'est Europa sia fondamentale per il futuro dell'Unione stessa e dell'area Euro in particolare.

La scorsa settimana il ministro delle finanze Austriaco cercò freneticamente di mettere insieme un pacchetto di aiuto economico da 150 miliardi di euro, per i paesi dell'est . L'obbiettivo dichiarato non era tanto il salvataggio di quei paesi, quanto la sopravvivenza dell'Austria stessa, dato che le banche del paese hanno investito nell'est Europa una cifra compresa tra il 70% e l'80% del PIL Austriaco, pari a circa 290 miliardi di euro e rischierebbero seriamente la bancarotta in caso di fallimento delle repubbliche ex sovietiche. Si parla dei maggiori istituti della nazione. La Erste Bank, la Raiffeisen ed anche la più grande banca in assoluto: l'Unicredit.

L'Austria nell'ultimo quarto, a causa di un calo delle esportazioni, ha incassato la prima contrazione del PIL da 8 anni a questa parte. Per il momento, si stima che il PIL del paese subirà una contrazione di un modesto 0,5% nel corso del 2009, ma sono pronto a scommettere che le previsioni verranno riviste al ribasso, considerando il boom delle esportazioni che ha investito il paese nel biennio 2006-2007: esportazioni dirette per un terzo in Germania e per un altro 20% nei paesi emergenti dell'est Europa. Ora la Germania ha ridotto drammaticamente sia produzione che importazioni mentre i paesi dell'est stanno semplicemente collassando.

I politici Austriaci per cercare di tamponare le falle del comparto finanziario, negli ultimi mesi, hanno più volte annunciato l'intenzione di garantire fino a 100 miliardi di euro di obblighi degli istituti bancari. Un accordo definitivo però, non è stato mai raggiunto a causa della schizzinosità delle banche stesse che vorrebbero imporre condizioni irrealistiche al governo Austriaco. La situazione in Austria sta diventando sempre più tesa. Qualunque forma di assistenza al settore bancario andrà ad incidere pesantemente sull'indebitamento del paese. Secondo un rapporto del comitato governativo sul debito, il salvataggio delle banche arriverebbe a costare all'Austria quella tripla A di rating che le ha consentito nell'ultima decade, di finanziare il proprio debito pagando una cifra in linea con quella sborsata dallo stato tedesco.

La cosa buffa è che gli austriaci sembrano sicuri che la Germania correrà finanziariamente in loro aiuto, visto lo stretto legame storico ed economico che unisce i due paesi. I tedeschi dal canto loro si sorprendono che gli austriaci nutrano questa convinzione. Non sembra peraltro, essere solo l'Austria ad attendere che la grande Germania arrivi svolacchiando in soccorso, con addosso una ridicola calzamaglia blu e una mantellina rossa. Un articolo del Times Online getta ombre cupe sulla situazione Irlandese. I prestiti rilasciati dalle banche Irlandesi ammontano a 11 volte la dimensione dell'economia del paese. Il costo dei cds a 5 anni, uno strumento finanziario che fornisce un indicazione sul rischio paese, è triplicato nell'ultima settimana arrivando a toccare i 350 punti base venerdì scorso (il valore più alto in Europa). Il mercato insomma, vede come sempre più probabile un futuro default dell'Irlanda ed anche in questo caso, il Times, invoca come salvatore della situazione, la Germania. Essa si dovrebbe far carico secondo il quotidiano inglese, di parte dell'indebitamento Irlandese, acquistandone i buoni del tesoro, attraverso un apposto fondo (attualmente allo studio) messo in piedi dalla BCE.

A quanto pare nel vecchio continente tutti sembrano aspettarsi che i tedeschi salvino l'intera Unione.

A questo proposito l'articolo del Telegraph dice:

L'Europa è già in problemi più gravi di quanto la BCE o i leadears dell'UE avessero previsto. L'economia tedesca si è contratta ad un tasso annuale dell'8,4% nel quarto quarto.

Se la Deutsche Bank ha ragione l'economia si ridurrà di circa il 9% prima della fine di quest'anno. Il genere di livello in grado di infiammare la rivolta popolare.
Le implicazioni sono ovvie. Berlino non salverà l'Irlanda, la Spagna, la Grecia e il Portogallo mentre il collasso della bolla creditizia conduce ad un esplosione dei defaults, o l'Italia accettando i piani dell'EU per dei "bond dell'unione" se il mercato del debito dovesse prendere la spaventosa traiettoria crescente del debito pubblico italiano (che toccherà il 112% del PIL il prossimo anno, secondo le ultime previsioni, in salita dal 101% - una enorme variazione) e non salverà l'Austria dal suo avventurismo Asburgico.

In sostanza, saranno con tutta probabilità (come è giusto che sia), cavolacci nostri.

L'est Europa sta implodendo.

In Ucraina si prevede che il PIL crollerà del 12% nel corso dell'anno, l'economia lettone è stata dichiarata clinicamente morta dal governatore della banca centrale dopo una contrazione del 10,5%, ufficialmente il governo Ungherese prevede una contrazione del PIL dell'1% per l'anno in corso, ma diversi analisti ritengono più probabile che essa si assesti tra un -2%/-5% e in generale sull'intero blocco est grava quella spada di Damocle dell'indebitamento contratto in valuta straniera. Il 60% della popolazione polacca, ad esempio, si è indebitato in franchi svizzeri. Ogni traumatico indebolimento delle valute locali, produrrà un aumento in termini reali dell'entità del debito ed un aggravarsi delle condizioni economiche generali.

Dato che l'Italia è particolarmente esposta ad un tracollo dell'est Europa, tramite il suo settore bancario - si parla in particolar modo dell'Unicredit - sarebbe molto interessante conoscere la linea di azione che il governo intenda adottare in caso di possibili problemi.

Questo genere di questione è stata posta a Davos, da un giornalista inglese al nostro ministro delle finanze. Un video che ha fatto il giro della rete mostra un Tremonti che per tutta risposta, prende su e se ne va via stizzito senza pronunciare neppure una parola, lasciando il giornalista della BBC completamente attonito con il microfono a mezz'aria. Il poverino non era abituato ai politici italiani. Dal suo sguardo traspare lo stupore per un comportamento che evidentemente all'estero verrebbe considerato incredibile (se per caso non lo avete già fatto guardatevi Il video).

Nessuno può costringere un altra persona a rispondere a una domanda, ma c'è modo e modo di comportarsi. Sarebbe bastato dire: "preferisco non affrontare l'argomento" o schivare la questione dicendo "abbiamo pronte delle misure adeguate, ma preferisco non discuterne perché bla bla bla". La domanda era assolutamente legittima e penso che sarebbe carino se Tremonti facesse sapere anche a noi poveri cittadini, come intende comportarsi in caso di significativi problemi bancari.

Se il blocco est crolla e l'Unicredit viene a batter cassa da mamma stato che si fa?

Gli regaliamo dei soldi sull'esempio americano? Nazionalizziamo l'istituto? Lo semi-nazionalizziamo come han fatto gli inglesi con la Royal Bank of Scotland?

Immagino che la risposta rimarrà una sorpresa per quando l'evento dovesse verificarsi, ma la reazione seccata di Tremonti fa temere che un vero piano di azione semplicemente non esista.

La vera perla però, il nostro ministro a Davos l'aveva già fatta nel 2006 e nei confronti di una vecchia conoscenza di questo blog: Nuriel Roubini.

Entrambi erano erano stati invitati ad un pubblico dibattito riguardo al futuro dell'Europa. Gli argomenti da affrontare erano numerosi: il rischio che la crisi attuale potesse spezzare l'Unione, quali paesi fossero i candidati più probabili ad una uscita dalla EU, le conseguenze di una sua eventuale dissoluzione, ecc. Dopo un po' di divagazioni sui temi in questione, da parte dei politici presenti alla discussione, Roubini prende la parola e comincia, nel suo stile accademico, a fare una panoramica della situazione nei paesi del vecchio continente, finché non giunge a descrivere quella italiana, paragonando la china che il "bel paese" ha imboccato a quella che ha caratterizzato il tracollo Argentino.

Un paragone che ritengo, dovrebbe balzare agli occhi di ogni persona semi sensata che conosca un minimo gli avvenimenti che hanno condotto l'Argentina al fallimento.

A quel punto tra la costernazione generale, Tremonti interruppe le considerazioni di Roubini ribattendo con un incontrovertibile: "tornatene in Turchia!".

Innanzi tutto, bisogna dire che Roubini non ha mai avuto paura di dire quel che pensa, anche quando le sue affermazioni si sono rivelate in contrasto con le previsioni dell'intero establishment economico. In secondo luogo, sebbene sia nato in Turchia, Roubini ha vissuto 20 anni in Italia e si è laureato alla bocconi. Quando parla di questo paese lo fa a ragion veduta.

La risposta di Tremonti riassume bene il classico atteggiamento dei politici italiani, atteggiamento che con una sottile ironia sembra ricordare da vicino quello tenuto dai loro omonimi argentini durante il periodo che precedette il collasso del paese sud americano.

Il non voler rispondere a nessuno, quella presunzione e quell'arroganza nei modi che sembra nascere da un senso di superiorità ed intoccabilità, la completa mancanza di un reale dibattito su certi temi, le continue distrazioni su questioni secondarie, sono tutte indice di un degrado che in questo paese sembra aggravarsi ogni giorno che passa. Gli scenari che Roubini illustrò al dibattito, prevedevano per l'Italia solo due possibili futuri: cambiare velocemente o uscire dall'Unione Europea dichiarando default sul proprio debito (in sostanza il fallimento). L'UE a suo dire sarebbe conveniente, ma solo per i paesi disposti a riformarsi seriamente, non per i paesi intenzionati a mantenere lo status quo.

Osservando l'Italia ancora oggi, non vedo nessuna reale volontà politica di riformare il paese. Il Pd continua a parlare di "grandi riforme" (qualunque esse siano, sarà di certo colpa mia, ma non ho ancora capito bene che cosa intendano) un po' come Linus parlava del "grande cocomero" e come nel caso di Linus, sembra essere intenzionato ad aspettare le suddette riforme in un campo di zucche con il pollice in bocca ed una coperta stretta al petto (in realtà nella versione inglese Linus aspettava "la grande zucca", ma permettetemi la battuta).

La maggioranza sembra invece occuparsi di tutt'altro. Ogni tanto Berlusconi spara una cifra, su un qualche possibile intervento economico, cifra che sembra cambiare di volta in volta quasi ad assecondare considerazioni a noi ignote come variazioni dell'umidità atmosferica. Per ora, a parte fregnacce come la social card, e gli aiuti per comperarsi la lavatrice o un altra auto non si è visto nulla di significativo. Se hanno intenzione di intervenire in qualche maniera per mitigare l'impatto della crisi, sarà anche il caso che comincino a farlo seriamente e che ci facciano anche sapere cosa intendano fare. Se preferiscono non intervenire allo stesso modo sarebbe carino saperlo. Dire tutto ed il contrario di tutto non aiuta certo a costruire la fiducia.

La mia sensazione è che la politica italiana abbia rinunciato da tempo a cercare di sistemare questa nazione (se mai ci abbia seriamente provato) e che si occupi semplicemente di amministrare lo status quo, cercando nel frattempo di estrarre più ricchezza possibile dal sistema. Un film già visto e dal pessimo finale.

Le riforme di cui parla Roubini sarebbero ben altre e bene o male le conosciamo tutti. Ridurre l'eccessivo peso economico della politica e della burocrazia, aprire l'accesso e creare una vera concorrenza in certe professioni, arrivare a premiare le persone in base ai loro meriti e non alle conoscenze che possono vantare, riformare la giustizia (riformarla davvero, non legarle le mani per paura che i propri crimini vengano scoperti, il costo economico di una giustizia che non funziona è altissimo), riconvertire la base industriale del paese su un altro tipo di produzioni (tradotto: non metterti a fare concorrenza alla cina su produzioni di basso livello) ecc ecc.

Banalità se vogliamo, che sentiamo ripetere da...beh, da che mi ricordo francamente, ma che non ho mai visto affrontare seriamente. Ed il tempo, grazie anche a questa crisi sta per scadere.

In una bella intervista rilasciata alla PBS, il canale pubblico americano, l'ex capo economista dell'FMI, Simon Johnson, paragona sconfortato la situazione USA a quella che ha potuto osservare in certi paesi del terzo mondo durante il verificarsi di crisi economiche. Vede la nazione in mano ad un gruppo di oligarchi che in combutta con ambienti governativi preferiscono adottare misure che vadano a loro esclusivo vantaggio invece che a vantaggio dell'intero paese (in parte è sempre stato così negli Stati Uniti, semplicemente la crisi ha reso il problema visibile anche agli occhi degli osservatori più distratti).

La situazione italiana sembra simile a quella descritta da Johnson solo 20 volte peggiore.

Molti probabilmente riterranno la sparata che fece Tremonti nei confronti di Roubini una sciocchezza senza importanza. Del resto se ne sentono tante ogni giorno. Eppure mi pare emblematica di una deriva che avvolge l'intera nazione e che si riflette nei modi e nel linguaggio della politica e quando si scontra con il resto del mondo si rivela nella sua drammaticità. A volte una semplice frase o un atteggiamento nel contesto giusto (o sbagliato se preferite), riesce ad essere più chiarificatrice di mille parole. Quello che le uscite a Davos, di Tremonti, sembrano mettere in luce, è una politica in completa negazione della realtà, priva di una concreta strategia per il futuro e totalmente refrattaria ad ogni serio dibattito su di esso.

Se in passato ho definito gli statunitensi in cattive mani, per descrivere la situazione italiana mi trovo francamente a corto di aggettivi.

lunedì 15 dicembre 2008

Il paese delle prese in giro

I dettagli del piano di intervento economico varato dal ministro Tremonti sono ormai sufficientemente chiari da permettere di riassumerlo in poche parole: "tante chiacchere e poca sostanza". Tito Boeri sul suo sito, lavoce.info ne descrive i punti fondamentali utilizzando i dati forniti dal servizio bilancio della Camera:

Dopo che a Washington il 16 novembre scorso era stato annunciato dal ministro Tremonti un piano da 80 miliardi, ridotto solo tre giorni dopo a 12,7 miliardi, poi sceso a 7 miliardi, a 6,5 e, infine, il 29 novembre a 3,7 miliardi, ci ritroviamo ad avere un intervento a saldo zero. Più precisamente, il decreto anticrisi ha un saldo netto in positivo, tra variazioni nette nelle entrate e nelle uscite, di 390 milioni. Non solo non c’è una riduzione della pressione fiscale, ma vi è un incremento netto delle entrate, in gran parte tributarie, di 3 miliardi e mezzo che serve più che a compensare l’aumento netto delle spese.

Dal punto di vista macroeconomico, questo significa che ci stiamo preparando alla peggiore recessione del Dopoguerra sparando a salve. Una manovra antirecessiva può, infatti, avere un significativo impatto macroeconomico solo se varia i saldi. In un contesto come quello attuale, sarebbe stato fondamentale aumentare la spesa pubblica o ridurre la pressione fiscale per rilanciare l’economia. Certo, tutto questo andava fatto con prudenza, dato il livello del nostro debito pubblico. E mettendo subito in atto piani che ci portassero, quando la crisi sarà finita, a finanziare stabilmente le minori entrate (o maggiori spese) decise oggi con riduzioni permanenti della spesa, come quelle che stiamo proponendo sulle varie missioni del bilancio pubblico. Il decreto anticrisi, invece, finanzia le maggiori spese con maggiori entrate, innalzando ancora di più la pressione fiscale.

I dettagli riguardo all’impatto della manovra sul bilancio dello Stato (la tabella sul bilancio della pubblica amministrazione è più complessa, ma comunque consegna un saldo positivo) vengono forniti dalla tabella qui sotto. La parte del leone viene svolta dalla rivalutazione dei valori contabili Ias, una misura di riallineamento dei valori fiscali e contabili che in parte anticipa entrate future. Oggi, semmai, dovrebbe essere compiuta l’operazione opposta, immediate riduzioni di tasse oggi compensati da riduzioni di spesa domani. Vi sono poi circa 500 milioni che derivano da inasprimenti dell’Iva. Si noti che negli altri paesi si sta procedendo in direzione diametralmente opposta, riducendo l’Iva, come consentito dalla Commissione europea.

Una riduzione dell'iva come quella operata dal governo Inglese è discutibile. Come ha detto il ministro delle finanze tedesco, Peer Steinbruck, un intervento di questo tipo avrebbe effetti limitati sui consumi, ma costi elevati per le casse statali:

Mr Steinbruck ha detto che il passaggio del Regno Unito dalla prudenza finanziaria al pesante indebitamento è stato, allo stesso tempo "sconsiderato" e "da lasciar senza fiato". Criticando la decisione del governo Inglese di tagliare l'iva dal 17,5% al 15%, Mr Steinbruck ha messo in questione la sua efficacia.

"Veramente comprerete un lettore DVD perché ora costa 39,10 sterline invece che 39,90 sterline?" ha detto. "Tutto ciò che questo produrrà sarà un aumento dell'indebitamento inglese ad un livello tale che occorrerà un intera generazione per ripagarlo".

"Quando chiedo delle origini dell'attuale crisi finanziaria, economisti che rispetto, rispondono che essa è da imputare alla crescita del finanziamento a credito degli anni e delle decadi recenti. Non è forse lo stesso errore che all'improvviso tutti stanno compiendo di nuovo, dietro pressione dell'opinione pubblica?"

Concordo con il ministro tedesco. Un po' di iva quà e là non servirebbe a rilanciare i consumi in maniera significativa. L'intervento non varrebbe il suo costo.

Willem Buiter, professore di economia alla London School of Economics, ha invece dichiarato la sua netta contraposizione alla posizione assunta dal ministro tedesco. Buiter, è un signore che la scorsa estate, durante l'annuale conferenza a Jakson Hole in cui alcuni dei più illustri banchieri ed economisti si riuniscono per discutere di economia, scatenò le ire di gran parte dei presenti, quando dichiarò che le azioni della FED fossero troppo attente alle necessità di Wall Street e poco a quelle di Main street (della gente comune).

Nel suo ultimo post (lungo,tecnico ed estremamente interessante), Buiter si dice favorevole all'aumento della spesa pubblica come misura anti-ciclica che contrasti l'attuale crisi e spiega nel dettaglio i pro ed i contro.

Non sono pregiudizialmente contrario alle spesa pubblica e ad interventi mirati. In un mondo perfetto le misure anti-cicliche andrebbero adottate inanzi tutto, durante i periodi di espansione economica. Quando l'economia corre gli Stati dovrebbero accantonare dei risparmi da poter poi impiegare durante i periodi di recessione come sostegno all'economia.

Ovviamente gli stati non han neppure fatto finta di comportarsi in maniera giudiziosa. Quando tutto saliva e le entrate affluivano copiose, han pensato bene di aumentare le proprie spese. Il risultato è che molti di essi si ritrovano con un economia moribonda, entrate che precipitano, spese insostenibili e nessun risparmio da parte. La California è l'emblema di questa situazione.

L'Italia, fortunatamente anche negli anni degli eccessi non ha avuto la crescita riscontrabile nei paesi anglosassoni. Una crescita falsa, fittizia, finanziata tramite l'idebitamento della propria popolazione. Possiamo quindi consolarci pensando che se siamo cresciuti meno, questo ci ha risparmiato tutta una serie di distorsioni che stanno caratterizzando la crisi nelle altre nazioni.

Restano però immutati i problemi storici del paese.

Primo tra tutti l'alto indebitamento pubblico, che rende complessa l'adozione di misure di stampo Keynesiano che aumentino il deficit statale ed in sostanza nullifica il dato positivo sul basso tasso di indebitamento privato.

Abbiamo pochi debiti come singoli, ma questa diventa una magra consolazione se improvvisamente ci si ritrova disoccupati in uno stato che offre poche garanzie e poche prospettive per il futuro.

Il nostro "rischio paese" ultimamente non ha fatto altro che aumentare, allargando la forbice con gli altri grandi paesi europei. Sui buoni del tesoro a 10 anni paghiamo un rendimento del 4,5% contro il 3,10 della Germania e il 3,59 della Francia. I cds a 5 anni sull'Italia hanno superato i 180 punti mentri quelli Francesi ondeggiano vicino ai 60 e quelli tedeschi si assestano a 42 punti.

Il prossimo anno dobbiamo rinnovare 200 miliardi di euro in buoni del tesoro.

Se Tremonti fosse onesto direbbe: "Italiani! Per carità, comprate bot altrimenti finiamo a gambe all'aria", invece che lanciare dichiarazioni sulla solidità del paese. Se fosse furbo si limiterebbe a stare zitto. Molta gente ricorda ancora quello che successe in passato in seguito a continue rassicurazioni, da parte di vari esponenti politici sulla nostra condizione economica. Quando Amato, ad esempio, nel 92 garantì l'assoluta solidità della lira, salvo svalutare pesantemente pochi giorni dopo.

Quando Il Giornale arriva a mentire spudoratamente nel tentativo di convincere la gente ad acquistare bot, significa che la situazione è meno rosea di quanto non venga raccontato.

Nonostante tutti i nostri problemi però, non ha neppure senso, aumentare la tassazione come sta facendo il governo. L'intervento economico di Tremonti, al di là di tutto il can can, come mostra la tabella riportata sotto è inesistente.



Commenta Boeri:

Il decreto anticrisi si limita così a redistribuire risorse. E la redistribuzione, modesta peraltro, avviene con costi amministrativi molto elevati soprattutto in rapporto alle erogazioni concesse ai cittadini, come mettono in luce Massimo Baldini, Simone Pellegrino e Paola Monti. Si crea tanta burocrazia, ma nessun posto di lavoro con manovre di questo tipo. E non si offre protezione alla grande platea di lavoratori con contratti a termine che rischia di rimanere senza lavoro nei prossimi mesi.
Si dirà che una manovra a saldo zero non peggiora i conti pubblici, a differenza di quanto sta avvenendo in altri paesi. Ma non è così. Primo, perché in fasi di crisi come questa i conti peggiorano comunque e l’unico modo per migliorarli è far ripartire al più presto l’economia, creando le condizioni per cui i tagli alle tasse e le nuove spese decise oggi siano sostenibili, possano durare nel tempo. Secondo, perché il governo rischia di doversi trovare fra qualche mese a spendere molto di più di quanto previsto. Le misure di spesa appaiono sotto finanziate: a esempio, stimiamo che la social card costerà almeno 600 milioni, 150 in più di quelli stanziati per questa misura. E i fondi aggiuntivi per gli ammortizzatori sociali non sono comunque adeguati, anche mantenendo le regole attuali, per tassi di disoccupazione a due cifre. Questo significa che il governo dovrà presumibilmente intervenire in corso d’opera, come esplicitamente previsto dal decreto attuativo della social card, per chiudere il rubinetto delle erogazioni oppure per ampliare le dotazioni dei vari fondi, rendendo così discorsivi gli effetti della spesa.
Stiamo parlando quindi di grandi giri di carte, inutili costi burocratici e impatto limitato se non del tutto inesistente. La social card sulla cui origine ancora oggi molti si interrogano è la copia sputata dei food stamps americani. Da un annetto circa i buoni spesa che il governo degli Stati Uniti elargisce agli strati più poveri della popolazione per acquistare cibo, vengono erogati sotto forma di credito che viene caricato mensilmente su una carta elettronica simile ad una carta di credito.

Quando avvenne questo cambiamento aumentò anche il numero degli individui che fece ricorso ai foods stamp (ora sono circa il 10% della popolazione) visto che il fatto di poter presentare alla cassa un tessera elettronica confondibile con una carta di credito toglieva lo stigma di apparire povero agli occhi degli altri.

In Italia mi sembra si piagnucoli troppo sulla forma che assume questo aiuto o almeno lo si fa per le ragioni sbagliate. Visto che la maggior parte degli aventi diritto alla social card, riceve comunque altre forme di assistenza o la pensione, avrebbe di certo avuto più senso, economicamente parlando, accreditare i 40 euro direttamente lì, invece di spendere altro denaro per stampare dei pezzi di plastica.

Se si è decisa quella determinata forma con l'intenzione di costringere la gente a spendere i 40 euro in alimentari, mi si dovrebbe spiegare quanto potrà funzionare se solo il 5% degli esercizi commerciali accetta la social card. Inoltre chiunque abbia diritto alla carta, ha un reditto così basso da essere per forza obbligato a spendere il denaro che riceverà (o da essere un evasore).

Un altro intervento annunciato, quello che andava a scontare una minima parte degli anticipi sulle tasse è stato effettivamente approvato (anche se non mi sembra di vederlo conteggiato nella tabella riassuntiva). Il provvedimento è stato tempestivamente pubblicato in gazzetta ufficiale di sabato, due giorni prima del pagamento degli anticipi stessi. Quasi nessuno ha potuto beneficiarne.

Teoricamente gli aventi diritto che abbiano già pagato gli anticipi possono dietro richiesta, con modalità da definire, farselo scalare dal pagamento di altre imposte. Considerando però i tempi tecnici italiani ed il fatto che quel che viene scontato andrà poi corrisposto tra 6 mesi, tutta l'operazione sembra un grosso cumulo di nulla. Oltre tutto l'intervento vale solo per l'IRES, una tassa pagata dalle società di capitali. Artigiani, professionisti e ditte individuali restano tagliati fuori.

Il pagamento dell'IVA alla cassa è stato approvato anche se la cifra riportata in tabella sembra irrisoria. La modifica che consente il pagamento dell'IVA alla riscossione, dovrebbe durare fino al 2011. Anche in questo caso le modalità devono ancora essere chiarite. Il ministero del tesoro però, si è già riservato l'opzione di poter porre un tetto all'importo fatturabile in questa maniera.

Penserò male, ma anche in questo caso sento puzza di fregatura.

Le grandi opere per ora sembrano sparite. Fortunatamente aggiungo. Sono molto costose, muovono grandi macchinari, ma poco lavoro umano e fatto più grave, anche considerando il caso migliore, dal momento dell'approvazione di un opera all'inizio dei lavori trascorrono mediamente 2 anni.

Facciamo in tempo a fallire o ad uscire sulle nostre gambe dall'attuale crisi economica, prima ancora che una singola pietra venga posta.

Un articolo su Repubblica di Andrea Boitiani riassume bene alcuni dei maggiori problemi che comporta l'adottare come strategia di sostegno economico, lo sviluppo di grandi opere infrastrutturali.

Il tanto decantato pacchetto anticrisi nel complesso si rivela una grandissima presa in giro. Il governo ha fatto molto rumore, sparso cifre mirabolanti e pubblicizzato in maniera esagerata interventi dall'impatto reale limitato come la social card.

La strategia sembra ricalcare molte delle operazioni fatte in passato dal governo Berlusconi. Utilizzare le risorse mediatiche a propria disposizione come cassa di risonanza, per dare all'opinione pubblica l'impressione di aver fatto concretamente qualcosa, quando in realtà gli interventi pratici risultano irrisori.

Ultimamente, per difendersi da questo tipo di accuse esponenti della maggioranza sono andati in giro a dire: "Almeno non abbiamo aumentato il deficit". La verità è che non possiamo permetterci di aumentarlo.

Non è una questione di volontà.

Di certo però, si potrebbe cominciare ad intervenire con riforme a costo zero come quella degli ammortizzatori sociali. Oltre a costare poco o nulla sarebbe anche sacrosanta. Non è possibile in un paese moderno che una parte della popolazione sia protetta con strumenti come la cassa integrazione ed un altra specialmente i più giovani, non abbia nessuna forma di tutela.

Ci sarebbero poi diversi capitoli di spesa da tagliare, per recuperare risorse da re-investire, primo tra tutti il costo intollerabile ed inutile della politica.

Quel che mi preoccupa maggiormente, è costantare che i politici italiani non sembrino mostrare nessuna seria consapevolezza riguardo la gravità della nostra situazione economica. Non è più possibile continuare come si è sempre fatto. Sperperare denaro a destra e a manca, facendo regali a furbetti e compagni di merende o gettarli via in interventi inutili.

Non se si vuole, quanto meno, provare a sopravvivere all'uragano finanziario che sta investendo l'intero pianeta.

lunedì 24 novembre 2008

Amarcord

Questo lo posto solo per ricordare come eravamo messi appena qualche anna fa e come un po' in tutto il mondo e quindi anche in Italia, gli individui che hanno cavalcato e prodotto la crisi attuale siano gli stessi che ora vengono ad offrirci delle soluzioni.

Da Repubblica:

ROMA - L'ipoteca sulla casa per finanziare i consumi delle famiglie: questa la formula trovata dal ministro del Tesoro Giulio Tremonti per rinforzare la capacità di consumo degli italiani, elemento necessario per far ripartire l'economia. "Tremonti chiede agli italiani di ipotecare la casa per comprare la TV nuova", ironizza il vice presidente dei senatori della Margherita Natale D'Amico.

"Gran parte della ricchezza delle famiglie è concentrata nel mercato immobiliare - è scritto bella bozza di Dpef - ed un sostegno ai consumi, fondamentale per la crescita del nostro paese, potrebbe derivare dalla possibilità di convertire in reddito parte di tale ricchezza". In sostanza il governo punta sul mattone per "finanziare i consumi, convertendo in reddito una parte della ricchezza accumulata dalle famiglie attraverso la casa". E lo mette nero su bianco nel Dpef parlando di "elevate potenzialità di finanziare i consumi", attraverso "linee di credito al consumo direttamente garantite dal mutuo ipotecario: sono una valida alternativa - si legge nella bozza del documento - sebbene costituiscano un innovazione". Un meccanismo che potrebbe anche trasformarsi in una sorta di pensione integrativa: una "rendita" per i proprietari in età "più avanzata del ciclo vitale", ovvero per i più anziani.

La logica dell'operazione - si legge nella bozza del Dpef - "consiste nel generare flussi di cassa, rifinanziando mutui preesistenti". Un'opportunità fornita, da un lato, dalla "crescita dei prezzi delle case che aumenta il valore ipotecabile" e, dall'altro, dai "minori tassi di interesse che riducono la rata del mutuo".

Una strada già percorsa da altri paesi che - sottolinea la bozza - potrebbe essere seguita anche dall'Italia dove "i prezzi delle abitazioni risultano costantemente in crescita dal 1998" e dove il "rapporto tra ricchezza immobiliare e reddito disponibile risulta particolarmente elevato". Le linee di credito direttamente garantite dal mutuo ipotecario potrebbero così passare -secondo le prime indicazioni contenute nel Dpef - per "due forme": la prima destinata a giovani famiglie, con reddito e numerosità in prevedibile aumento. La seconda, invece, alle famiglie di anziani.

I giovani. Per quanto riguarda la prima strada si ipotizza così una linea di credito al consumo direttamente garantita dal mutuo ipotecario con "tasso e durata variabile, con un tetto alla rata nominale applicabile al mutuatario" ed una serie di meccanismi che prevedono "attraverso l'allungamento della durata del mutuo" di abbattere i rischi di "eccessivi leverage": se cioè i tassi aumentano "per contratto e automaticamente, si allunga la durata del mutuo". Questa ipotesi dovrebbe prevedere cioè la possibilità, con il passare del tempo ed a fronte della rivalutazione dell'immobile, di aumentare la durata del finanziamento (e le garanzie ipotecarie) che verrebbe così a contenere le rate periodiche, liberando risorse per i consumi.

Gli anziani. Un'altra forma di finanziamento dei consumi attraverso il mattone riguarda, invece, le famiglie più in là con gli anni. Per questa categoria si potrebbe così inaugurare il concetto di "ipoteca negativa": il proprietario cioè vende la nuda proprietà dell'abitazione ad un istituto finanziario (fondo immobiliare, fondo pensione etc.) continuando ad abitare la casa per tutta la durata del contratto o fino alla propria morte. In cambio riceverebbe il "corrispettivo della vendita anche sotto forma di rendita". Mentre l'Istituto "otterrà a scadenza anche l'usufrutto dell'immobili o potrà, nel frattempo, cederlo", per i proprietari si apre la "possibilità di utilizzare la ricchezza accumulata nel 'bene-casa' per far fronte alle necessità dell'età avanzata". Strumento "particolarmente idoneo - tiene a precisare la bozza del Documento di programmazione economica - considerando le tendenze in atto nella società italiana: il rapido invecchiamento della popolazione, l'aumento dei costi di assistenza e l'età avanzata, l'esigenza di un integrazione pensionistica".

Più debiti. La specificità dell'Italia ha spinto il governo su questa strada. Nel mattone l'Italia si differenzia inoltre dagli altri paesi anche per il "basso rapporto tra indebitamento per l'acquisto della casa e Pil": è pari al 10% contro una media di eurolandia del 35%. Anche in questo caso le indagini dell'Istat - si legge ancora nel Dpef - risultano "estremamente indicative: solo l'1,4% delle famiglie dichiarava nel 2001 difficoltà nel pagare il mutuo mentre il 2,7% aveva problemi nel comprare il cibo ed il 4,4% li aveva nel saldare debiti diversi dal mutuo. "Per le famiglie risulterebbe così più vantaggioso indebitarsi al tasso ipotecario che non a quello, quasi doppio, vigente per il credito al consumo".

Il no dell'opposizione. Una spinta all'indebitamento che non convince l'opposizione. la Cdl vuole - dice D'Amico - convertire in reddito una parte della ricchezza accumulata dalle famiglie attraverso la casa. Un tentativo piuttosto goffo di trapiantare in Italia una pratica diffusa, in ben altro contesto e con un diverso livello dei redditi familiari, negli Usa. A questo si riduce l'annunciato programma per il rilancio dei consumi: nel solito invito a consumare di più; al quale ora si aggiunge: se non avete abbastanza soldi, ipotecate la casa".

"La finanza creativa sta per essere estesa col Dpef alle famiglie?", gli fa eco il responsabile economico dei Ds, Pierluigi Bersani. "Con tutte le cartolarizzazioni di questi anni, Tremonti ha già dimostrato di essere capace di vendere casa per pagarsi la benzina; adesso vuole convincere le famiglie italiane a fare lo stesso". "Qualora le anticipazioni che circolano fossero davvero contenute nel Dpef - aggiunge BErsani - almeno una cosa sarebbe chiara: finite le fatiche del governo, al ministro Tremonti non mancherebbero certo le caratteristiche per fare il promotore finanziario porta a porta".

(15 luglio 2003)