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lunedì 2 marzo 2009

740

E' lunedì mattina e la settimana per il sottoscritto ha deciso di iniziare nel più antipatico dei modi. Alle 4 di oggi per qualche strana ragione (magari un incubo che non ricordo) mi sono svegliato di soprassalto. Ho poi trascorso la decina di minuti seguenti a contare inutilmente le pecore nel disperato tentativo di riprendere sonno. Col passare del tempo mi sono dovuto rassegnare all'evidenza: sarei rimasto sveglio per tutto il resto della giornata (spero di non crollare nel pomeriggio). Già che c'ero, tanto per non annoiarmi in attesa di un orario decente, ho acceso il pc e mi son messo a leggere qualche news economica.

Come spesso capita, sono finito sulla pagina del Telegraph, il quotidiano Inglese e mi sono gettato sull'ultimo articolo di Ambrose Evans-Pritchard, preparandomi alla solita sfilza di previsioni pessimiste da novella Cassandra. Leggendo il pezzo però, mi sono reso conto rapidamente di avere di fronte qualcosa di diverso. Qualcosa che pareva scritto da un individuo in preda al panico. I toni usati nell'articolo risultano anomali anche per uno come Pritchard.

Il giornalista inglese apre il suo discorso, facendo un riassunto dei dati sulla produzione industriale nelle principali economie del mondo:

La produzione industriale sta collassando dappertutto con una velocità mai riscontrata prima. I dati disponibili per i mesi recenti sono, anno su anno: Taiwan (-43%), Ucraina (-34%), Giappone (-30%), Singapore (-29%), Ungheria (-23%), Svezia (-20%), Korea (-19%), Turchia (-18%), Russia (-16%), Spagna (-15%), Polonia (-15%), Brasile (-15%), Italia (-14%), Germania (-12%), Francia (-11%), USA (-10%) e Inghilterra (-9%). La Norvegia invece riporta un sorprendente (+4%). Che cosa bevono da quelle parti?

Cosa bevano in Norvegia onestamente lo ignoro. Un mio amico che lavora la però, mi ha riferito di dibattiti in parlamento che vertevano sul garantire ai cittadini del paese nordico una pensione dignitosa. L'importo di cui si discuteva era pari a 120000 euro l'anno (se state sgranando gli occhi avete avuto la mia stessa reazione). Questo solo per mettere in luce quanto quello della Norvegia costituisca un caso a particolare, perfino nella crisi attuale. I dati per le altre nazioni invece, sono terrificanti. Il declino supera di gran lunga quello riscontrato durante la grande depressione e la scorsa settimana a dare un ulteriore mazzata è stato diffuso il dato sulla contrazione dell'economia americana: -6,2% mentre gli analisti si aspettavano un -5%.

Secondo Pritchard l'unica cosa che fa apparire la situazione meno drammatica rispetto gli anni 30 è l'assenza di file per il cibo nelle grandi città. Una percezione aleatoria che potrebbe ribaltarsi completamente, una volta che gli effetti del crollo del commercio mondiale si riverseranno, verso settembre/ottobre, pienamente sull'economia reale, provocando un ondata di licenziamenti. Per scongiurare il peggio, Pritchard invoca l'intervento della Federal Reserve, che tramite l'acquisto di buoni del tesoro a lunga scadenza obblighi i tassi di interesse dei mutui a calare.

I rendimenti dei buoni del tesoro a lungo termine ed i tassi di interesse applicati ai mutui sono legati tra loro. Se calano i primi, generalmente calano anche i secondi. La FED ha la facoltà di acquistare buoni del tesoro, stampando denaro per l'occasione - in sostanza una forma di monetizzazione del debito. Maggiore risulta essere la domanda di buoni con un determinato termine, maggiore sarà il loro prezzo e meno elevato invece, il rendimento che dovranno promettere per attrarre investitori (e viceversa). Tramite questi acquisti quindi, la FED sarebbe in grado di influenzare i rendimenti verso il basso e di conseguenza ridurre anche l'importo dei mutui.

Questa forma di "quantitative easing" anche detta "opzione nucleare" equivale allo stampare denaro a ruota libera. Una tattica molto pericolosa, che Bernanke ha più volte minacciato di usare (ne ho scritto in passato qui e qui) senza però ricorrervi veramente. Ad ogni annuncio fatto, seguiva un calo dei rendimenti. Gli investitori credendo alle parole pronunciate da Bernanke, compravano buoni del tesoro nella convinzione che in breve tempo il loro valore sarebbe aumentato grazie alla domanda da parte della FED. Domanda che non è mai arrivata.

Bernanke, in sostanza, ha cercato di produrre un calo dei rendimenti solo grazie alle parole e alla esplicita minaccia di utilizzare il potere della FED per eseguire certi acquisti. Alle parole però, non hanno mai fatto seguito i fatti e purtroppo per Ben, esiste un limite a quante volte qualcuno sia in grado di gridare "al lupo, al lupo" conservando una qualche credibilità. Ormai il mercato sembra aver mangiato la foglia. I rendimenti sui buoni a scadenza decennale sono saliti costantemente nelle ultime 8 settimane, salendo dal 2% al 3,04%. Nessuno crede più che il capo della FED darà seguito alle sue parole.

Inoltre, a giudicare dagli ultimi annunci, Bernanke stesso sembra aver abbandonato ogni ipotesi di quantitative easing che implichi l'acquisto di buoni a lungo termine, preferendo acquistare titoli delle due agenzie Fannie Mae e Freddie Mac. Una forma di "quantitative easing" considerata meno dirompente dal mercato.

Per spiegare questo cambio di direzione Pritchard chiama in causa gli stati esteri.

Il giornalista del Telegraph sembra nutrire la convinzione che qualcuno, a cui gli USA sono costretti a rendere conto - come la Cina - abbia dissuaso "gentilmente" gli Stati Uniti dallo stampare denaro con cui acquistare il proprio debito. Pritchard esorta l'America a non chinare la testa di fronte alle minacce di altre nazioni, ricordando come essa detenga ancora un potere egemonico. Potere che dovrebbe usare senza timore, andando per la propria strada - monetizzando cioè il debito - ed intimando in caso di obiezioni, ritorsioni sia di tipo economico sia di tipo militare/strategico.

Al di la di discorsi di tipo militare e ritorsioni varie, la cosa che preoccupa dell'articolo di Pritchard, conoscendo un po' il personaggio, è come neppure lui sembri essere convinto che l'idea di acquistare buoni a lunga scadenza possa servire veramente. Sembra proporla come misura disperata ed estrema unicamente perché non vedrebbe altra via d'uscita.

Della serie: persa per persa, proviamole tutte.

Sono contrario alle forme di monetizzazione del debito, per il semplice motivo che non hanno mai funzionato in passato. Nel caso migliore esse finiscono col rivelarsi inefficaci, nel caso peggiore portano alla distruzione della moneta via iper inflazione o ad antipatiche conseguenze come dislocazioni sul mercato dei buoni del tesoro. Queste sono le ragioni per cui ritengo che Bernanke - salvo minacce che ignoriamo - non si sia ancora sognato di percorre quel tipo di strada.

Nel caso la FED cominciasse veramente a monetizzare, tenete a mente che si tratterebbe dell'ultima spiaggia. Una manovra dettata dalla disperazione con tutta probabilità approvata dai grandi acquirenti esteri di buoni del tesoro (dato che in caso contrario rischieremmo di sentire il botto prodotto dal mercato dei bot USA fin qua).

Il titolo di questo post però, non riguarda il tono spaventato dell'articolo di Pritchard.

Con 740 non intendo riferirmi a qualche modulo fiscale italiano, bensì al livello di supporto dello S&P 500, l'indice principale - perché raggruppa più titoli rispetto al Dow - di Wall Street. Supporto che venerdì pomeriggio è stato infranto. Ero intenzionato a scrivere qualcosa a riguardo nel week-end, ma Alessandro mi ha preceduto. Vi invito quindi a leggere il suo post, sulle considerazioni generali che si possono trarre dal livello che i principali indici di Wall Street hanno toccato in chiusura di settimana.

L'unica cosa che mi sento di aggiungere, riguarda l'importanza del valore di supporto a 740.

Con supporto si intende un punto in cui l'andamento di un indice al ribasso inverte la rotta e prende a salire. Quando invece è l'andamento al rialzo di un indice a fermarsi ed invertire direzione si parla di resistenza. Più un supporto od una resistenza vengono testati senza essere infranti - cioè senza che l'indice continui scendere o salire senza invertire direzione - e più divengono un punto di riferimento fondamentale. Il grafico sotto preso dalla wikipedia inglese illustra in maniera più chiara il concetto:


Quelle che vengono chiamate trend lines e che probabilmente avrete visto spesso, sono linee che uniscono due o più supporti o due o più resistenze.


In linea teorica, ci si potrebbe aspettare che quando un indice si avvicina al livello della trend line di supporto sia vicino ad invertire direzione e cominciare a salire mentre viceversa che in prossimità della trend line di resistenza esso tenderà a scendere. Le due linee in questo senso, formerebbero un intervallo all'interno del quale il valore dell'indice si muoverebbe. Un investitore potrebbe quindi regolare i tempi d'acquisto e di vendita sulla base di queste considerazioni (comprare vicino al supporto e vendere dalle parti delle resistenza). Nella pratica invece, può succedere di tutto all'andamento di un indice. I fattori da tenere in considerazione sono molteplici e vanno al di la di banali discorsi su supporti e resistenze. In un periodo turbolento come questo poi, ogni supporto lascia il tempo che trova. Essi assumono un valore di carattere prettamente psicologico.

Il valore di 740 sullo S&P 500 nello specifico, rappresentava quella barriera che aveva retto al tracollo dei listini durante lo scorso Ottobre/Novembre, ed era arrivato col tempo a simboleggiare un limite che molti speravano si dimostrasse invalicabile. Rueters riportava venerdì:

Sebbene i segnali siano contraddittori, l'indice dello S&P 500 a 740 è estremamente importante, ha detto Larry McMillan, presidente del McMillan Analisys Corp, in una nota ai clienti. "Molti persone lo tengono d'occhio. Se verrà infranto, sembra che si auto avvererà la previsione di una serie di vendite torrenziali che travolgeranno il mercato" ha detto.

In soldoni, sotto 740 - e venerdì lo S&P 500 ha chiuso a 735 - il mercato naviga in acque sconosciute prive di riferimenti solidi. Non significa necessariamente che assisteremo ad un ecatombe in borsa nel corso di questa settimana, ma di certo la possibilità esiste. Secondo Philippe Gijsels analista strategica alla Fortis, ciò che ha impedito fino ad ora, la completa capitolazione dei mercati è stata l'assenza di un evento shockante:

"Dovremmo vedere un indice crollare del 7% o l'8% all'interno di una giornata di contrattazione, con grandi volumi coinvolti e poi proseguire ad un livello piatto durante il resto della giornata, man mano che altri acquirenti arrivano" ha detto Philippe Gijsels, analista strategica alla Fortis di Brussels.

"Quello che invece stiamo vivendo è la tortura cinese della goccia d'acqua, senza che vi sia un vero repulisti. I governi e le banche centrali tendono ad osservare i mercati e dare solo brevi lampi di speranza, non abbastanza per riportare i mercati in alto, ma sufficienti ad impedire che essi crollino"

Quindi, perché i mercati capitolino, dovrebbero essere colpiti da un grande e negativo evento, e sarebbe poi necessario un miglioramento generale della situazione perché si verifichi un successivo recupero.

"Avremmo bisogno di assistere ad un evento che mandi in shock tutti quanti -- il fallimento di una grande banca USA, o di un paese dell'Europa" ha detto Mark Bon, fund manager al Canada Life.

Vedremo se questa settimana, il semplice cedimento del supporto a 740 sullo S&P sarà sufficiente a far capitolare i mercati o se dovremo aspettare un evento traumatico in futuro. Qualunque sia il caso, non riesco a immaginare nel breve periodo un significativo recupero dei listini.

lunedì 16 febbraio 2009

In buone mani (italian version)

L'aria di Davos gioca brutti scherzi. Dalla ridente città svizzera in cui ogni anno si svolge l'attesissimo summit di pezzi grossi della politica e dell'economia mondiale, Pritchard, il giornalista finanziario di punta del Telegraph, scrisse una decina di giorni fa, un articolo insolitamente ottimista che sembrava ventilare una possibile ripresa, intitolato: "glimmers of hope" (barlumi di speranza). I suoi abituali lettori non riconoscendolo più, si scatenarono, e pretesero a gran voce di sapere cosa gli avessero fatto fumare (o bere) a Davos. Pritchard dovette giustificarsi e lo fece rivelando come il tono positivo del suo articolo non riflettesse una sua opinione, ma che per l'occasione fosse stato costretto ad indossare il suo "cappello da cronista" e si sentì di rassicurare i propri lettori: "nessuna speranza di ripresa economica è all'orizzonte".

Gli ultimi articoli che ha scritto, illustrano brutalmente questa sua visione.

Pritchard non è mai stato un amante o un sostenitore dell'Europa. La cosa traspare chiaramente dai suoi scritti. Eppure, considerando quanto i suoi articoli abbiano letto in maniera precisa lo svilupparsi degli eventi sul panorama dell'economia globale, non prestare attenzione a ciò che scrive sarebbe poco saggio. Nel suo ultimo pezzo, il giornalista del Telegraph, torna sulla questione Europea. Il titolo è emblematico: "fallire nel salvare l'est Europa produrrà il collasso mondiale".

Ho scritto diverse volte di quanto la situazione dei paesi dell'est Europa sia fondamentale per il futuro dell'Unione stessa e dell'area Euro in particolare.

La scorsa settimana il ministro delle finanze Austriaco cercò freneticamente di mettere insieme un pacchetto di aiuto economico da 150 miliardi di euro, per i paesi dell'est . L'obbiettivo dichiarato non era tanto il salvataggio di quei paesi, quanto la sopravvivenza dell'Austria stessa, dato che le banche del paese hanno investito nell'est Europa una cifra compresa tra il 70% e l'80% del PIL Austriaco, pari a circa 290 miliardi di euro e rischierebbero seriamente la bancarotta in caso di fallimento delle repubbliche ex sovietiche. Si parla dei maggiori istituti della nazione. La Erste Bank, la Raiffeisen ed anche la più grande banca in assoluto: l'Unicredit.

L'Austria nell'ultimo quarto, a causa di un calo delle esportazioni, ha incassato la prima contrazione del PIL da 8 anni a questa parte. Per il momento, si stima che il PIL del paese subirà una contrazione di un modesto 0,5% nel corso del 2009, ma sono pronto a scommettere che le previsioni verranno riviste al ribasso, considerando il boom delle esportazioni che ha investito il paese nel biennio 2006-2007: esportazioni dirette per un terzo in Germania e per un altro 20% nei paesi emergenti dell'est Europa. Ora la Germania ha ridotto drammaticamente sia produzione che importazioni mentre i paesi dell'est stanno semplicemente collassando.

I politici Austriaci per cercare di tamponare le falle del comparto finanziario, negli ultimi mesi, hanno più volte annunciato l'intenzione di garantire fino a 100 miliardi di euro di obblighi degli istituti bancari. Un accordo definitivo però, non è stato mai raggiunto a causa della schizzinosità delle banche stesse che vorrebbero imporre condizioni irrealistiche al governo Austriaco. La situazione in Austria sta diventando sempre più tesa. Qualunque forma di assistenza al settore bancario andrà ad incidere pesantemente sull'indebitamento del paese. Secondo un rapporto del comitato governativo sul debito, il salvataggio delle banche arriverebbe a costare all'Austria quella tripla A di rating che le ha consentito nell'ultima decade, di finanziare il proprio debito pagando una cifra in linea con quella sborsata dallo stato tedesco.

La cosa buffa è che gli austriaci sembrano sicuri che la Germania correrà finanziariamente in loro aiuto, visto lo stretto legame storico ed economico che unisce i due paesi. I tedeschi dal canto loro si sorprendono che gli austriaci nutrano questa convinzione. Non sembra peraltro, essere solo l'Austria ad attendere che la grande Germania arrivi svolacchiando in soccorso, con addosso una ridicola calzamaglia blu e una mantellina rossa. Un articolo del Times Online getta ombre cupe sulla situazione Irlandese. I prestiti rilasciati dalle banche Irlandesi ammontano a 11 volte la dimensione dell'economia del paese. Il costo dei cds a 5 anni, uno strumento finanziario che fornisce un indicazione sul rischio paese, è triplicato nell'ultima settimana arrivando a toccare i 350 punti base venerdì scorso (il valore più alto in Europa). Il mercato insomma, vede come sempre più probabile un futuro default dell'Irlanda ed anche in questo caso, il Times, invoca come salvatore della situazione, la Germania. Essa si dovrebbe far carico secondo il quotidiano inglese, di parte dell'indebitamento Irlandese, acquistandone i buoni del tesoro, attraverso un apposto fondo (attualmente allo studio) messo in piedi dalla BCE.

A quanto pare nel vecchio continente tutti sembrano aspettarsi che i tedeschi salvino l'intera Unione.

A questo proposito l'articolo del Telegraph dice:

L'Europa è già in problemi più gravi di quanto la BCE o i leadears dell'UE avessero previsto. L'economia tedesca si è contratta ad un tasso annuale dell'8,4% nel quarto quarto.

Se la Deutsche Bank ha ragione l'economia si ridurrà di circa il 9% prima della fine di quest'anno. Il genere di livello in grado di infiammare la rivolta popolare.
Le implicazioni sono ovvie. Berlino non salverà l'Irlanda, la Spagna, la Grecia e il Portogallo mentre il collasso della bolla creditizia conduce ad un esplosione dei defaults, o l'Italia accettando i piani dell'EU per dei "bond dell'unione" se il mercato del debito dovesse prendere la spaventosa traiettoria crescente del debito pubblico italiano (che toccherà il 112% del PIL il prossimo anno, secondo le ultime previsioni, in salita dal 101% - una enorme variazione) e non salverà l'Austria dal suo avventurismo Asburgico.

In sostanza, saranno con tutta probabilità (come è giusto che sia), cavolacci nostri.

L'est Europa sta implodendo.

In Ucraina si prevede che il PIL crollerà del 12% nel corso dell'anno, l'economia lettone è stata dichiarata clinicamente morta dal governatore della banca centrale dopo una contrazione del 10,5%, ufficialmente il governo Ungherese prevede una contrazione del PIL dell'1% per l'anno in corso, ma diversi analisti ritengono più probabile che essa si assesti tra un -2%/-5% e in generale sull'intero blocco est grava quella spada di Damocle dell'indebitamento contratto in valuta straniera. Il 60% della popolazione polacca, ad esempio, si è indebitato in franchi svizzeri. Ogni traumatico indebolimento delle valute locali, produrrà un aumento in termini reali dell'entità del debito ed un aggravarsi delle condizioni economiche generali.

Dato che l'Italia è particolarmente esposta ad un tracollo dell'est Europa, tramite il suo settore bancario - si parla in particolar modo dell'Unicredit - sarebbe molto interessante conoscere la linea di azione che il governo intenda adottare in caso di possibili problemi.

Questo genere di questione è stata posta a Davos, da un giornalista inglese al nostro ministro delle finanze. Un video che ha fatto il giro della rete mostra un Tremonti che per tutta risposta, prende su e se ne va via stizzito senza pronunciare neppure una parola, lasciando il giornalista della BBC completamente attonito con il microfono a mezz'aria. Il poverino non era abituato ai politici italiani. Dal suo sguardo traspare lo stupore per un comportamento che evidentemente all'estero verrebbe considerato incredibile (se per caso non lo avete già fatto guardatevi Il video).

Nessuno può costringere un altra persona a rispondere a una domanda, ma c'è modo e modo di comportarsi. Sarebbe bastato dire: "preferisco non affrontare l'argomento" o schivare la questione dicendo "abbiamo pronte delle misure adeguate, ma preferisco non discuterne perché bla bla bla". La domanda era assolutamente legittima e penso che sarebbe carino se Tremonti facesse sapere anche a noi poveri cittadini, come intende comportarsi in caso di significativi problemi bancari.

Se il blocco est crolla e l'Unicredit viene a batter cassa da mamma stato che si fa?

Gli regaliamo dei soldi sull'esempio americano? Nazionalizziamo l'istituto? Lo semi-nazionalizziamo come han fatto gli inglesi con la Royal Bank of Scotland?

Immagino che la risposta rimarrà una sorpresa per quando l'evento dovesse verificarsi, ma la reazione seccata di Tremonti fa temere che un vero piano di azione semplicemente non esista.

La vera perla però, il nostro ministro a Davos l'aveva già fatta nel 2006 e nei confronti di una vecchia conoscenza di questo blog: Nuriel Roubini.

Entrambi erano erano stati invitati ad un pubblico dibattito riguardo al futuro dell'Europa. Gli argomenti da affrontare erano numerosi: il rischio che la crisi attuale potesse spezzare l'Unione, quali paesi fossero i candidati più probabili ad una uscita dalla EU, le conseguenze di una sua eventuale dissoluzione, ecc. Dopo un po' di divagazioni sui temi in questione, da parte dei politici presenti alla discussione, Roubini prende la parola e comincia, nel suo stile accademico, a fare una panoramica della situazione nei paesi del vecchio continente, finché non giunge a descrivere quella italiana, paragonando la china che il "bel paese" ha imboccato a quella che ha caratterizzato il tracollo Argentino.

Un paragone che ritengo, dovrebbe balzare agli occhi di ogni persona semi sensata che conosca un minimo gli avvenimenti che hanno condotto l'Argentina al fallimento.

A quel punto tra la costernazione generale, Tremonti interruppe le considerazioni di Roubini ribattendo con un incontrovertibile: "tornatene in Turchia!".

Innanzi tutto, bisogna dire che Roubini non ha mai avuto paura di dire quel che pensa, anche quando le sue affermazioni si sono rivelate in contrasto con le previsioni dell'intero establishment economico. In secondo luogo, sebbene sia nato in Turchia, Roubini ha vissuto 20 anni in Italia e si è laureato alla bocconi. Quando parla di questo paese lo fa a ragion veduta.

La risposta di Tremonti riassume bene il classico atteggiamento dei politici italiani, atteggiamento che con una sottile ironia sembra ricordare da vicino quello tenuto dai loro omonimi argentini durante il periodo che precedette il collasso del paese sud americano.

Il non voler rispondere a nessuno, quella presunzione e quell'arroganza nei modi che sembra nascere da un senso di superiorità ed intoccabilità, la completa mancanza di un reale dibattito su certi temi, le continue distrazioni su questioni secondarie, sono tutte indice di un degrado che in questo paese sembra aggravarsi ogni giorno che passa. Gli scenari che Roubini illustrò al dibattito, prevedevano per l'Italia solo due possibili futuri: cambiare velocemente o uscire dall'Unione Europea dichiarando default sul proprio debito (in sostanza il fallimento). L'UE a suo dire sarebbe conveniente, ma solo per i paesi disposti a riformarsi seriamente, non per i paesi intenzionati a mantenere lo status quo.

Osservando l'Italia ancora oggi, non vedo nessuna reale volontà politica di riformare il paese. Il Pd continua a parlare di "grandi riforme" (qualunque esse siano, sarà di certo colpa mia, ma non ho ancora capito bene che cosa intendano) un po' come Linus parlava del "grande cocomero" e come nel caso di Linus, sembra essere intenzionato ad aspettare le suddette riforme in un campo di zucche con il pollice in bocca ed una coperta stretta al petto (in realtà nella versione inglese Linus aspettava "la grande zucca", ma permettetemi la battuta).

La maggioranza sembra invece occuparsi di tutt'altro. Ogni tanto Berlusconi spara una cifra, su un qualche possibile intervento economico, cifra che sembra cambiare di volta in volta quasi ad assecondare considerazioni a noi ignote come variazioni dell'umidità atmosferica. Per ora, a parte fregnacce come la social card, e gli aiuti per comperarsi la lavatrice o un altra auto non si è visto nulla di significativo. Se hanno intenzione di intervenire in qualche maniera per mitigare l'impatto della crisi, sarà anche il caso che comincino a farlo seriamente e che ci facciano anche sapere cosa intendano fare. Se preferiscono non intervenire allo stesso modo sarebbe carino saperlo. Dire tutto ed il contrario di tutto non aiuta certo a costruire la fiducia.

La mia sensazione è che la politica italiana abbia rinunciato da tempo a cercare di sistemare questa nazione (se mai ci abbia seriamente provato) e che si occupi semplicemente di amministrare lo status quo, cercando nel frattempo di estrarre più ricchezza possibile dal sistema. Un film già visto e dal pessimo finale.

Le riforme di cui parla Roubini sarebbero ben altre e bene o male le conosciamo tutti. Ridurre l'eccessivo peso economico della politica e della burocrazia, aprire l'accesso e creare una vera concorrenza in certe professioni, arrivare a premiare le persone in base ai loro meriti e non alle conoscenze che possono vantare, riformare la giustizia (riformarla davvero, non legarle le mani per paura che i propri crimini vengano scoperti, il costo economico di una giustizia che non funziona è altissimo), riconvertire la base industriale del paese su un altro tipo di produzioni (tradotto: non metterti a fare concorrenza alla cina su produzioni di basso livello) ecc ecc.

Banalità se vogliamo, che sentiamo ripetere da...beh, da che mi ricordo francamente, ma che non ho mai visto affrontare seriamente. Ed il tempo, grazie anche a questa crisi sta per scadere.

In una bella intervista rilasciata alla PBS, il canale pubblico americano, l'ex capo economista dell'FMI, Simon Johnson, paragona sconfortato la situazione USA a quella che ha potuto osservare in certi paesi del terzo mondo durante il verificarsi di crisi economiche. Vede la nazione in mano ad un gruppo di oligarchi che in combutta con ambienti governativi preferiscono adottare misure che vadano a loro esclusivo vantaggio invece che a vantaggio dell'intero paese (in parte è sempre stato così negli Stati Uniti, semplicemente la crisi ha reso il problema visibile anche agli occhi degli osservatori più distratti).

La situazione italiana sembra simile a quella descritta da Johnson solo 20 volte peggiore.

Molti probabilmente riterranno la sparata che fece Tremonti nei confronti di Roubini una sciocchezza senza importanza. Del resto se ne sentono tante ogni giorno. Eppure mi pare emblematica di una deriva che avvolge l'intera nazione e che si riflette nei modi e nel linguaggio della politica e quando si scontra con il resto del mondo si rivela nella sua drammaticità. A volte una semplice frase o un atteggiamento nel contesto giusto (o sbagliato se preferite), riesce ad essere più chiarificatrice di mille parole. Quello che le uscite a Davos, di Tremonti, sembrano mettere in luce, è una politica in completa negazione della realtà, priva di una concreta strategia per il futuro e totalmente refrattaria ad ogni serio dibattito su di esso.

Se in passato ho definito gli statunitensi in cattive mani, per descrivere la situazione italiana mi trovo francamente a corto di aggettivi.

mercoledì 24 dicembre 2008

Beggar thy neighbor

Una grande partita a "scommettiamo che?". Questo sembra essere diventato il susseguirsi degli interventi economici da parte degli stati.

L'ultimo rilancio lo ha fatto il Giappone annunciando l'intenzione di impiegare 227 miliardi di dollari a sostegno dei valori di borsa. Il governo Giapponese comprerà direttamente azioni di banche e altre entità rispolverando una legge approvata nel 2002.

Questo genere di interventi non ha mai portato grandi risultati. Uno dei principali problemi attuali è la mancanza di fiducia che avvolge il mercato. Una sfiducia che nasce dall'aver negato agli investitori, la possibilità di controllare un bilancio potendosi fidare dei dati riportati. Di poter conoscere con precisione chi è solvente e chi non lo è, di vedere puniti quelli che hanno investito in maniera errata e sconsiderata e premiato chi era stato prudente.

La funzione fondamentale del mercato è quella definita: "price discovery". Esso dovrebbe servire a fornire indicazioni precise sul valore di un determinato bene od azienda,valutazione che dovrebbe scaturire dalla somma delle operazioni che ogni singolo investitore compie con il proprio denaro ed in piena libertà. Quando un governo decide in maniera completamente arbitraria di comprare a destra e a manca dei titoli quotati in borsa, mina alla base questa funzione.

Il risultato è di alimentare ulteriormente il clima di sfiducia. Che senso ha mettersi a giocare una partita che si sa essere truccata fin dal principio?

Non contenta la Banca centrale Giapponese è intervenuta tagliando il tasso di interesse dall'0,3% allo 0,10%, cioè da quasi nulla a circa nulla. Un altro intervento puramente cosmetico a cui la borsa di Tokyo non sembra per ora aver prestato grande attenzione.

Forse per questa ragione diversi politici Giapponesi stanno premendo con forza perché vengano adottati interventi monetari volti a indebolire lo yen. Uno yen forte come quello degli ultimi tempi impatta pesantemente sulle esportazioni e la cosa non piace affatto al comparto industriale. Si dice ad esempio, che ogni volta che lo yen si rivaluta di un unità nei confronti di euro e dollaro questo costi 450 milioni di dollari alla Toyota e proprio quest'ultima, per la prima volta in 70 anni ha annunciato di aspettarsi una perdita operativa.

Raccogliendo l'appello dei parlamentari la banca centrale Giapponese ha deciso infine di adottare nuovamente misure di quantitative easing.

Non è però il paese del Sol levante l'unico a soffrire, l'intera economia del blocco asiatico si sta bloccando. Le esportazioni Giapponesi sono crollate del 27% a Novembre, quelle Tailandesi del 19% e la situazione in Cina non è certo migliore. Scrive Pritchard sul Telegraph:

"Pensiamo che la situazione sia estremamente seria" ha detto Stephen Jen, a capo delle operazioni valutarie alla Morgan Stanley. "Questi paesi, con un surplus delle esportazioni sono super-leveraged (super esposte ndr) nei confronti dell'occidente, ed ora stiamo vedendo un effetto moltiplicativo (al contrario), mentre il modello commerciale intra-Asiatico è posto sotto stress. Quello che è incredibile è che il Giappone abbia avuto un deficit commerciale per due mesi di fila nonostante il crollo del prezzo del petrolio. La prossima nazione da tenere d'occhio sarà la Germania" ha detto.

L'indice del Baltico che misura l'attività di trasporto merci via nave è precipitato del 94% da Giugno e non accenna a risalire. Il problema delle lettere di credito, lo strumento finanziario usato per garantire il pagamento delle merci spedite, non è mai stato risolto. Anche per le maggiori banche asiatiche è difficile recuperare i dollari necessari a sottoscrivere gli accordi di spedizione.

Stanno tutti correndo ai ripari, preoccupati dalle conseguenze che il continuo deteriorarsi dell'economia potrebbe produrre nelle varie nazioni. Il capo dell'FMI mette in guardia dalla possibilità di scontri e rivolti civili all'interno dei paesi maggiormente colpiti dalla crisi e si appella alle potenze mondiali perché intervengano con un coordinato intervento di natura fiscale che possa evitare lo spettro di una crescita globale ferma al 2% (sotto il 3% viene considerata recessione) ed una depressione globale.

Dal Telegraph:

"Se non siamo in grado di fare questo, allora rivolte sociali potrebbero verificarsi in diversi paesi, inclusi quelli ad economia avanzata. Stiamo fronteggiando un declino nella produzione senza precedenti. In tutto il mondo , la gente ha reagito con sentimenti che sono andati dalla sorpresa alla rabbia, e dalla rabbia alla paura" ha detto (Dominique Strauss-Kahn ndr).


Le rivolte sono già cominciate. Abbiamo assistito ad una vera guerriglia urbana tra le vie di Atene. Per 11 giorni si è respirata aria da insurrezione in diverse parti della Grecia, il cui rischio paese, misurato dai cds a 5 anni, è balzato da 122 punti a 246 in un solo mese. Gli Usa stanno silenziosamente preparando truppe militari pronte ad intervenire in caso di rivolte interne. In Russia il capo del partito politico di Putin, nella zona est del paese, ha dovuto dimettersi a seguito di violenti scontri tra manifestanti e forze dell'ordine avvenuti a Vladivostok. La protesta nasceva dalla decisione presa dalle autorità, di aumentare la tariffa di importazione sulle auto usate straniere portandola al 30%. Sono state inoltre aumentate le tasse di importazione sul pollame (sopra le quote stabilite per legge) e sui kit da fattoria portandoli rispettivamente al 95% e al 15%.

Anche la Cina si sta preparando a fronteggiare diverse rivolte da parte di lavoratori danneggiati dalla crisi economica e rimasti senza lavoro in seguito alla chiusura di numerose aziende. Le esportazioni sono calate del 2,2% a Novembre e si stima che 40 milioni di lavoratori potrebbero restare senza lavoro. Secondo i dati ufficiali la Cina avrebbe bisogno di un 8% di crescita l'anno per assorbire i nuovi laureati e la migrazione dalle campagne. Un articolo su chinaview, riporta le parole di Li Yizhong il ministro per l'industria e l'information tecnology. Yizhong ha annunciato che il governo offrirà il suo diretto supporto a 9 settori vitali: industria leggera, industria tessile, metallurgica, quella dei materiali non ferrosi, quella automobilistica, al petrolchimico, ai costruttori di navi, all'elettronica e alle telecomunicazioni.

Gli aiuti dovrebbero consistere in interventi fiscali, fondi speciali per le innovazioni ed aumenti dei prestiti bancari.

E' interessante constatare come l'articolo riesca a contraddirsi nel giro di due righe:

"La Cina ricorrerà a tariffe e rivedrà le sue politiche sugli scambi per facilitare l'export delle industrie ad uso intensivo di manodopera, delle principali industrie tecnologiche, e per incoraggiare le aziende locali a condurre fusioni ed acquisizioni di compagnie oltreoceano" ha detto Li Yizhong.

Li ha rimarcato l'importanza di aderire alla politica di apertura del paese nel mezzo di una contrazione internazionale del mercato e dell'emergere del protezionismo commerciale.

In una frase, Li annuncia di fatto che la Cina ricorrerà a forme di protezionismo ed in quella dopo sembra quasi avere un ripensamento ed affermare il contrario. Ora come ora è la Cina a protestare nei confronti degli Stati Uniti, accusandoli di imporre illegalmente delle tasse di importazione nei confronti di tubi d'acciaio, pneumatici e sacchi in tessuto prodotti dal paese orientale. Gli USA in risposta, hanno posto il veto alla creazione di un comitato del WTO che potesse risolvere la disputa amichevolmente e controbattono, accusando le aziende cinesi di vendere i beni in questione sotto costo grazie ad una serie di aiuti statali, col risultato di spingere fuori mercato le concorrenti americane.

Sembra di assistere ai primi embrioni di barriere commerciali. La Cina è tornata da poco ad ancorare in maniera rigida il valore della propria moneta al dollaro, abbandonato la politica di lieve apprezzamento che aveva adottato da più di un anno. Un chiaro segnale che nonostante tutto, il paese orientale continuerà a puntare fortemente sulle esportazioni.

Si riaffaccia lo spettro del Beggar-thy-neighbor ("chiedi la carità al tuo vicino"), la politica di svalutazioni monetarie e barriere commerciali che caratterizzò gli anni 30 e che ha nel malfamato Smoot-Hawley Tariff Act il suo simbolo. Allora furono gli Stati Uniti ad alzare per primi delle barriere al commercio nel tentativo di incentivare i consumi interni, ma l'operazione non produsse gli esiti sperati. Le altri grandi nazioni, per ritorsione, risposero innalzando anch'esse delle barriere escludendo gli Stati Uniti dai loro mercati. Gli USA, che allora erano il più grande esportatore mondiale, finirono con l'essere vittima della loro stessa strategia.

La Gran Bretagna abbandonò il gold standard e si dedicò al commercio con le provincie del suo vecchio impero. Ad essa si unirono poco alla volta altri paesi andando a formare un "blocco della crescita". Mentre il PIL USA crollava del 30% e quello francese del 15%, l'Inghilterra riuscì a contenere le perdite al 5%.

Adesso a trovarsi in una situazione simile a quella americana di allora è la Cina. Essa è il primo esportatore mondiale e la nazione con più grande surplus di capacità produttiva.

Micheal Pettis sul suo Blog ha pubblicato un post interessante a commento di un articolo del Telegraph, in cui un Pritchard infastidito, lamenta la testardaggine tedesca e cinese nel non voler accettare il proprio ruolo nell'odierna crisi finanziaria.

In sostanza, Pritchard teorizza che un paese come la Germania, con un surplus commerciale (7% del PIL), non dovrebbe girare le spalle ad un intervento economico congiunto di tutti i paesi Europei. La Germania non ha intenzione di pagare il prezzo della crisi anche per quei paesi che negli ultimi anni hanno ecceduto con l'indebitamento, come Spagna ed Inghilterra o con un folle rapporto debito/PIL come l'Italia. Su questo la Merkel è stata oltremodo chiara.

Secondo Pritchard però, i tedeschi dovrebbero comprendere che aiutare gli altri paesi Europei tornerebbe a loro vantaggio.

Se ognuno agisse per conto proprio nel contesto della moneta unica ogni intervento nullificherebbe l'altro. Se l'Italia avesse ancora la lira, l'attuale forza economica tedesca verrebbe riflessa dall'apprezzarsi del marco favorendo così le esportazioni Italiane. Con l'euro, se anche l'Italia agisse per sostenere la sua economia e la Germania facesse lo stesso, forte dei propri attivi commerciali, nulla cambierebbe.

La Germania, dice Pritchard, dovrebbe rendersi conto di questo fatto ed accettare di pagare il prezzo che le spetta ai fini della solidità Europea.

Durante lo scorso decennio la BCE mantenne i tassi bassi per favorire le industrie tedesche in sofferenza. Da questo punto di vista il surplus tedesco e la bolla immobiliare che si è verificata in altri paesi del vecchio continente non sono eventi separabili. L'efficiente Germania si sarebbe quindi avvantaggiata, mentre altre nazioni si stavano attivamente suicidando e adesso giocherebbe al beggar-thy-neighbour, non volendo aumentare i sui consumi interni o pagare il sostentamento delle nazioni kamikaze con parte dei suoi attivi.

Lo stesso starebbe facendo la Cina. Il paese orientale per anni avrebbe esportato il suo eccesso di capacità produttiva in occidente, in particolar modo verso gli USA, prestando contemporaneamente a questi ultimi il denaro con cui mantenere il proprio insostenibile livello di consumi. Su questa strategia la Cina ha basato tutto il suo piano di sviluppo e grazie ad essa è riuscita ad accumulare un enorme surplus commerciale ed ingenti riserve monetarie.

Pettis descrive un incontro avuto con un importante economista cinese e come esso sembrasse non capire il ruolo che la Cina ormai riveste nell'economia mondiale. I provvedimenti che questo economista proponeva erano di stampo prettamente domestico, senza considerazione alcuna per le conseguenze che avrebbero avuto a livello globale.

Il suo cruccio maggiore sembrava quello di riuscire a trovare una maniera per svalutare ulteriormente lo yuan senza provocare contemporaneamente una fuga di capitali stranieri. Un altra forma di beggar-thy-neighbour. Il tentativo di far pagare agli altri paesi il costo del rallentamento cinese. Un operazione del genere avrebbe però un effetto fortemente deflazionario sulle economie dei paesi con deficit commerciale e minerebbe alla base i loro tentativi di sostenere le rispettive economie.

Il rischio è quello di spingere il resto del mondo a ripercorre la strada degli anni 30. Allora gli Stati Uniti e la Francia si rifiutarono di sostenere la domanda, ed innalzarono barriere commerciali, provocando il crollo del Gold Standard. Alla fine tutti ci rimisero.

Di certo Keynes, durante la grande depressione, disse che per gli Stati Uniti fosse irragionevole sperare che i paesi europei con pesanti deficit potessero assorbire a forza di consumi la sovra-capacità produttiva americana. Allora (fortunatamente?) per gli USA, ci pensò la seconda guerra mondiale a fare piazza pulita della capacità produttiva Europea permettendo all'America di utilizzare il proprio surplus per colmare il deficit creatosi rendendola la prima potenza mondiale.

Dato che una guerra mondiale non se la augura nessuno, l'alternativa è che i paesi che se lo possono permettere comincino a consumare.

Ovviamente ci sono diversi problemi in questi ragionamenti. Intanto non è affatto banale riconvertire al consumo, anche solo in parte, un economia completamente sbilanciata verso l'export come quella cinese. Si tratta generalmente di un obiettivo a lungo termine mentre durante crisi economiche come l'attuale, come diceva Keynes, il lungo termine tende a diventare mortale. Se anche alcuni investimenti di natura interna, rivolti in ogni caso a supportare l'economia e l'industria locale, avverranno, il loro effetto a livello globale sarà limitato.

Inoltre non è facile spiegare ai paesi che hanno risparmiato ed investito correttamente le loro risorse che dovrebbero impiegare parte del loro surplus per sostenere il sistema. Pritchard afferma che se non lo facessero, finirebbero col danneggiare se stessi, perché l'eventuale crollo dell'economia si mangerebbe qualunque vantaggio derivante dagli attivi accumulati.

Purtroppo non esiste una reale controprova. Per quel che ne sappiamo, Cina e Germania potrebbero ritrovarsi a spendere soldi in diversi interventi, pagando anche per i paesi che nelle ultime decadi hanno fatto le cicale, senza riuscire realmente ad incidere sull'entità della crisi economica. Si potrebbero ritrovare insomma, ad aver inutilmente sprecato risorse. Risorse che potevano conservare per tempi peggiori.

L'errore più grande però, che ritengo quasi tutti stiano compiendo in questo dibattito è quello di sopravvalutare le possibilità economiche della Cina e contemporaneamente di sottovalutare la gravità della crisi.

Le stime delle FMI prevedono che il prossimo anno il PIL della Cina scenderà dal 8%-9% attuale assestandosi al 5%, un livello che per le caratteristiche dell'economia cinese significa recessione. Roubini, soprannominato "dr doom" per il suo ottimismo, nelle sue previsioni più negative prevede una crescita del PIL cinese del 4,5%.

Cosa succederebbe se invece la crescita cinese finisse con l'ondeggiare a livelli inferiori? Il 2%-3% ad esempio, o ancora peggio una crescita nulla o negativa?

La Cina si ritroverebbe nell'impossibilità di salvare se stessa, altro che contribuire a salvare il mondo dando fondo alle proprie riserve monetarie. Una crescita del PIL cinese pari allo 0% sembra un ipotesi oltraggiosa, almeno agli occhi dei maggiori economisti. In effetti David Karsbol, stratega per i mercati alla banca Saxo, intervistato dalla cnbc l'avanzò nell'ambito di un elenco di 10 possibilità che definì "oltraggiose", ma che a suo dire potrebbero verificarsi il prossimo anno.

Leggendole tutte devo dire che vi trovo ben poco di "oltraggioso". Appena un paio mi sembrano irrealistiche, come un eventuale uscita volontaria dell'Italia dall'euro.

Karsbol non sembra l'unico a pensare che la Cina potrebbe andare incontro ad un rallentamento molto più marcato di quanto generalmente previsto. George Jankovic un noto imprenditore ed ex presidente della NutriSystem, ha pubblicato su nakedcapitalism un articolo nel quale illustra la sua visione sulla condizione del paese orientale. Una visione profondamente pessimista. La produzione di energia elettrica in Cina è crollata del 9,6% a Novembre, contro un calo del 3,7% il mese prima. Secondo calcoli riportati dal Financial Times il dato anno su anno corrisponderebbe ad una crescita del PIL ridotta all'1,5%. Jankovic prevede un peggioramento di questa situazione nei primi mesi del 2009 con una crescita reale del PIL che diventerà negativa e che potrebbe rimanere tale per il resto dell'anno.

La Cina si troverebbe contemporaneamente soggetta ad un shock esterno ed uno interno. Da un lato deve fronteggiare il calo delle esportazioni dovute al crollo della domanda globale, da un altro si trova a fare i conti con lo scoppio della sua personale bolla immobiliare ed il precipitare dei listini di borsa. Se è irrealistico per il paese contare sull'export come ha fatto negli ultimi 13 anni, lo è anche sperare di compensare lo squilibrio grazie ai consumi interni. Lo stipendio della popolazione rispetto al PIL non ha fatto che calare nel corso degli anni (il PIL aumentava ma non gli stipendi) ed i singoli individui seppure non siano ricorsi all'indebitamento per giocare in borsa durante gli anni del boom, hanno comprato titoli dando fondo ai propri risparmi. Risparmi che dopo il tracollo delle borse asiatiche sono andati in fumo.

Se ci aggiungiamo l'ondata di licenziamenti e fallimenti aziendali che caratterizzerà il prossimo anno, c'è ne abbastanza per considerare i consumatori cinesi fuori gioco.

Resterebbe solo lo stato: nello specifico le grandi opere infrastrutturali. Anche su questo versante Jankovic vede nero. La costruzione delle fondamentali infrastrutture, come strade e porti, ha toccato il picco negli scorsi anni. Le reti ferroviarie toccheranno il picco nel 2008. Anche se il governo cinese decidesse di anticipare gran parte dei progetti previsti per il futuro potrebbe al massimo mantenere il livello dei lavori costante. Rimarrebbero giusto gli aeroporti, settore in cui Jankovic ritiene vi sia possibilità di espansione. Si tratterebbe però di progetti a lungo termine ancora da definire. Difficilmente potrebbero costituire una risposta adeguata alla crisi economica.

Naturalmente il governo cinese proverà in ogni modo a mantenere una crescita che arrivi almeno al 5%. Una crescita nulla o negativa metterebbe a rischio la tenuta dell'intero paese, conducendolo sull'orlo della rivolta. La Cina spenderà in interventi fiscali e di assistenza diretta tutto quello che può, come sembra dare ad intendere il ministro Li. In un contesto simile dubito che essa avrà abbastanza spazio di manovra per provare a riequilibrare il commercio mondiale aumentando significativamente la sua quota di consumi.

Anzi, se la situazione dovesse deteriorarsi troppo, per la Cina diventerebbe irresistibile la tentazione di svalutare cercando di guadagnare quote di mercato a spese degli altri paesi scatenandone così le ritorsioni commerciali. Oppure, potrebbero essere gli USA ad aprire le danze, estendendo le tariffe che impongono ai tubi d'acciaio e ai pneumatici al resto delle merci. Obama ha più volte messo in guardia la Cina, esprimendo la ferma intenzione di impedire la distruzione di lavoro qualificato americano a favore dell'equivalente cinese a basso costo.

Esiste il concreto rischio di tornare a vedere diffusi dazi e barriere all'importazione. Questo non è certamente nell'interesse della Cina che di export vive. Il paese orientale può però contare su un efficace arma di ricatto: le grandi riserve di debito pubblico americano che detiene. Minacciando di liberarsene può costringere gli USA ad adottare politiche economiche a lei più gradite. Ad esempio potrebbe obbligarli a non svalutare troppo il dollaro, cosa che diminuirebbe il valore delle riserve monetarie cinesi, oppure forzarli ad accettare in silenzio una svalutazione equivalente o superiore dello yuan.

Una situazione simile, potrebbe mantenersi solo, fino a quando gli USA accettassero di farsi ricattare. Se fossero forzati a pagare un prezzo troppo elevato o se arrivassero a ritenere le minacce cinesi un grande bluff, potrebbero rifiutare di adeguarsi alle richieste del paese orientale, aprendo la strada ad un conflitto commerciale dall'esito incerto.

Se questo avverrà, sarà attraverso un processo graduale, i cui segnali rivelatori spunteranno di quando in quando nel corso del prossimo anno, man mano che la situazione si farà più critica e paesi meno importanti decideranno di ricorrere a qualche forma di dazio o di svalutare competitivamente la propria valuta.

Pritchard conclude il suo articolo con una nota positiva (ironia):

Questa crisi ha già portato un rivoluzione monetaria con l'avvicinarsi del tasso di interesse, nei paesi dei G10, allo 0. Potrebbe ribaltare anche il "Nuovo Ordine Mondiale", a meno che non ci muoviamo con estrema cautela nei bui mesi che seguiranno. Qui è dove gli eventi si fanno pericolosi.

L'ultima grande era della globalizzazione toccò il suo apice poco prima del 1914. Conoscete il resto della storia.