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martedì 12 maggio 2009

Fantasilandia

C'era un telefilm, trasmesso negli anni ottanta, che verteva su una strana isola in grado di esaudire qualsiasi desiderio. Ogni singolo episodio un gruppo di turisti si recava in questo sperduto luogo di villeggiatura a bordo di un piccolo aeroplano. Una volta sbarcati venivano accolti dal misterioso e distinto Mr Roarke che sfruttando le misteriose caratteristiche dell'isola era in grado di concedere ai suoi ospiti, per il tempo di un episodio, la possibilità di realizzare ogni loro segreta fantasia: potevano diventare quello che avevano sempre desiderato, vivere in qualunque periodo storico ed in qualsiasi luogo, fosse esso realmente esistente o meno.

I villeggianti trascorrevano un breve periodo cullandosi felici all'interno di un esistenza irreale ritagliata su misura. Terminata la vacanza però, la realtà, implacabile tornava a fare capolino, dissolvendo ogni fantasia costringendo i turisti a tornare al mondo reale, portandosi dietro, se erano stati fortunati, qualche importante lezione di vita.

La situazione dell'economia mondiale sembra ricordare perfettamente un episodio di Fantasilandia.

Obama, Berlusconi, Tremonti, Geithner, tanto per fare qualche nome, sono concordi nell'affermare che il peggio sia passato e la ripresa economica sia dietro l'angolo. Il comitato monetario della banca centrale inglese ha recentemente dichiarato di aspettarsi una ripresa a V dell'economia, cioè una risalita che sia altrettanto rapida di quanto sia stato il tracollo e ieri ci si è messo pure il capo della BCE a spargere ottimismo ai quattro venti:

Ci stiamo avvicinando, per quanto riguarda la crescita, ad un punto di svolta. - ha detto Trichet ,a margine della riunione dei banchieri centrali del G10 presso la sede della banca dei regolamenti internazionali - In ogni caso stiamo osservando una frenata della caduta del Pil, ed in alcuni casi si vede già una ripresa".

Le motivazioni a supporto di questa presa di posizione sono molteplici primo tra tutti il rialzo delle borse, in particolar modo di quella americana che ha registrato un +40% rispetto ai minimi toccati a Marzo. Un altro fattore che sta facendo sperare sia politici che gli economisti è il recente aumento degli ordinativi dell'industria. Uno per tutti in Europa il dato tedesco:

Nel mese di marzo, gli ordinativi dell'industria manifatturiera tedesca sono saliti del 3,3% su base mensile destagionalizzata. Il dato e' sopra il consensus degli economisti (+0,5%). Si tratta anche del primo segno positivo dallo scorso agosto 2008 (+2,6%). Positivi sia gli ordini dal canale domestico (+1,1%) e sia quelli dal canale estero (+5,6%). Lo comunica l'ufficio statistico federale.

L'effetto di questo aumento si starebbe facendo sentire anche in Italia, almeno secondo Scajola. Il ministro attività produttive ha affermato che i dati sull'export italiano indicherebbero un aumento degli ordini dall'estero del 3,5% per il mese di Marzo. Diceva il 27 Aprile Scajola:

I provvedimenti del governo sono stati utili. E' il commento del ministro delle Attività' produttive Claudio Scajola a Torino per l'assemblea dell'Api (Associazione piccole industrie locali). ''Gia' i dati di marzo e poi i dati di aprile - ha detto Scajola - stanno facendo notare in maniera chiara che c'e' un'inversione di tendenza. I dati complessivi sul trimestre sono ancora negativi - ha aggiunto - ma quelli sull'auto in modo particolare a marzo e quelli complessivi sull'export e sul comparto industriale danno un segnale di lieve ripresa che fa pensare che i provvedimenti del governo siano stati utili e che la congiuntura negativa internazionale stia volgendo alla fine. E cosi' ci auguriamo''.
I dati economici rilasciati ieri invece, rivelano una realtà meno rosea:

Anche l'Istat definisce un "calo eccessivamente elevato" quello registrato dalla produzione industriale, che a marzo è arretrata rispetto al mese precedente del 4,6% e nel primo trimestre 2009 ha perso il 9,8% rispetto al trimestre precedente. Robusto anche il calo tendenziale: rispetto allo stesso mese dell'anno precedente, rileva infatti l'Istat, la produzione è calata del 23,8% (si tratta di un dato corretto, dato che ci sono stati 22 giorni lavorativi contro i 20 di marzo 2008; -18,2% è invece il dato grezzo).

Come già per il dato di febbraio, il dato tendenziale corretto è ancora il più basso mai toccato nelle serie storiche dell'Istat (dal 1990, con il primo dato annuo a gennaio 1991).

E il prossimo mese, secondo le previsioni di Confindustria, non andrà meglio: il Centro Studi per aprile stima una flessione del 23,1%, in linea con il trend di marzo 2008 (-23,8%). Su base mensile, in aprile, Confindustria calcola un rimbalzo della produzione industriale dell'1,5% su marzo. I dati grezzi indicano una variazione ad aprile del 23,2% su base annua.

Sebbene gli ultimi dati sull'economia reale non segnalino nulla di positivo la speranza di aver finalmente oltrepassato la fase di maggiore sofferenza non si è spenta. Una serie di indicatori economici ha mostrato un miglioramento nelle ultime settimane e ha fatto evocare una ripresa che potrebbe partire dagli Stati Uniti, l'epicentro di questa crisi.

Gli ultimi dati del dipartimento del lavoro statunitense hanno rivelato una perdita di posti di lavoro nel mese di Aprile, pari alle 539000 unità, contro un calo di 663000 del mese di Marzo. Un diagramma contenuto nel rapporto dell'ADP di Aprile, che riporta il dato della disoccupazione USA depurato dal settore agricolo (e di altri settori minori come quello delle organizzazioni no profit e dei generici dipendenti governativi) mostra graficamente ed in maniera più chiara questa inversione di tendenza:


Una perdita di 491000 posti di lavoro ad Aprile contro 741000 del mese precedente secondo i dati dell'ADP, o se si preferisce usare quelli complessivi del BLS di 539000 contro 663000, rappresenta un segnale positivo che è stato accolto con un certo ottimismo. Sebbene la disoccupazione abbia continuato ad aumentare arrivando a toccare l'8,9% ad Aprile, contro l'8,5% di Marzo, il tasso di questo peggioramento mostra un evidente rallentamento, le cui cause vengono individuate da molti in un miglioramento generale dell'economia.

Altri dati vanno nella stessa direzione. Ad esempio quello sui nuovi ordinativi di beni durevoli, calati negli USA dello 0,8% a Marzo, una contrazione inferiore alle aspettative del mercato, secondo le statistiche del dipartimento al Commercio. Anche l'indice di fiducia dei consumatori americani corrobora le dichiarazioni ottimiste di politici e banchieri centrali. Secondo il Conference Board degli Stati Uniti, l'indice è salito ad Aprile a 39,2 punti, 12,3 punti in più rispetto ai 26,9 toccati a Marzo. Gli analisti si aspettavano che si assestasse a 29 punti.

E l'elenco di dati che rivelano un miglioramento generale potrebbe continuare ancora a lungo.

Ciò detto, l'euforia che trapela dalle dichiarazioni dall'establishment economico e politico mondiale mi sembra eccessiva oltre che prematura.

Per quel che riguarda il rialzo dei listini, a partire da quelli USA, nulla mi toglie dalla testa che ci troviamo di fronte ad un classico "sucker rally". Un rialzo temporaneo all'interno di un andamento generale al ribasso, rialzo che di solito attira una frotta di investitori, richiamati dalla prospettiva di facili guadagni i quali generalmente finiscono con l'incassare pesanti perdite non appena il rally si esaurisce.

Le voci che parlano di "sucker rally" sono poche, ma risaltano con forza tra il coro di analisti che grida: "comprate il peggio è passato!" (la CNBC USA è il perfetto esempio di questo atteggiamento). Due che considero tra le più autorevoli sono quella di David Rosenberg e di Ambrose Evans-Pritchard.

Anche Tyler Durden, pseudonimo del gruppo di individui che gestisce il blog zerohedge, ha più volte messo in guardia sulla situazione dei mercati. Qualche giorno fa ha descritto, su seekingalpha, un anomalia che riguarda la borsa Newyorkese. Tyler ha riportato due grafici sul volume del NYSE (New York Stock Exchange) e li ha confrontati: il primo riguarda quel periodo del 2003 che vide l'inizio della scorsa ripresa economica, il secondo il recente rally:




La linea nera, che indica gli alti ed i bassi dell'indice, ha nel primo grafico un andamento fortemente fluttuante, segno di una vivace attività di acquisti e di vendite. Nel secondo grafico invece, siamo di fronte ad una linea che dal 9 Marzo in avanti è pressoché piatta.

Una delle spiegazioni più popolari (anche se non certo mainstream) che si tende a fornire per questo strano andamento è molto semplice: il mercato sarebbe "manipolato".

Pochi grandi soggetti starebbero sostenendo in maniera coordinata il mercato facendo salire le borse. L'impulso lo avrebbero dato i risultati positivi (almeno sulla carta) del comparto finanziario e delle grandi banche, sull'onda della modifica delle regole di "mark to market" e grazie ai vari "aggiustamenti" dei bilanci. Il rialzo delle borse avrebbe scatenato un gigantesco "short squeeze" distruggendo tutti quelli che ancora avevano delle posizioni al ribasso, obbligandoli ad acquistare i titoli necessari a coprire le suddette posizioni (è il caso di Mike Morgan ad esempio, che ha gettato la spugna rinunciando ad operare in borsa per conto terzi accusando il mercato di essersi trasformato da irrazionale a "criminale").

Ricostruzione che si sposa bene con alcuni dati che Pritchard fornisce. I titoli su cui erano aperte le più numerose posizioni short (al ribasso) hanno avuto un rialzo del 70%. Quelli ritenuti maggiormente solidi invece sono saliti solo del 21%. Teun Draaisma della Morgan Stanley, definito guru per quel che riguardo il mercato azionario, si dice convinto che il rialzo degli ultimi mesi sia destinato a terminare presto, facendo notare che nessuno degli indicatori che utilizza per individuare i trend futuri sia tornato in territorio positivo.

Un altro segnale che dovrebbe suscitare diffidenza è l'eccessiva euforia degli analisti. Secondo il Barron's Big Money Poll, un sondaggio condotto due volte l'anno in primavera ed autunno, il 59% dei gestori di investimento intervistati sono "bullish" cioè vede un rialzo futuro del mercato, mentre solo il 13% di essi ha una visione pessimista. Draaisma fa notare come il crollo del mercato immobiliare USA abbia storicamente impiegato 42 mesi per completare il proprio declino, mentre attualmente siamo solo a 26 mesi dall'inizio della crisi del settore.

Anche i fondamentali economici rimangono pessimi. Sebbene vi siano timidi segnali di miglioramento i dati non vanno fraintesi. Un aumento degli ordinativi era prevedibile una volta che buona parte degli inventari delle aziende fosse stato smaltito come è effettivamente avvenuto nei primi mesi di quest'anno. Non ci troviamo necessariamente di fronte ad un significativo segnale di ripresa. Anche se la contrazione di un indicatore economico del 20% (ad esempio) è senz'altro meglio rispetto ad una discesa del 30%, sempre di un calo stiamo parlando. Il tasso di disoccupazione è in aumento da 16 mesi consecutivi, il PIL degli Stati Uniti è sceso del 6,1% nel primo quarto contro il 6,3% del quarto precedente, superando di gran lunga le aspettative degli analisti che prevedevano un -4,7%. Senza una reale ripresa del PIL è difficile immaginare un vera e sostenibile ripresa dei mercati o per dirla con le parole di Rosenberg:

Pensiamo sia ironico che vi sia una pluralità di portfolio managers così "bullish" quando la loro previsione collettiva di crescita, pari al 2%, rappresenterebbe la seconda più debole ripresa mai registrata, metà della quale è tipica di un auto-sostenuto bull market e ben al di sotto del tasso di crescita medio storicamente registrato, pari a circa il 3%.

Se come tutto fa presagire, i recenti rialzi di borsa configurano un "sucker rally" i listini nel prossimo futuro subiranno un calo che potrebbe trasformarsi in tracollo dato il contenuto volume degli scambi. Quando un evento del genere possa verificarsi è difficile da dire. Se dovessi buttarmi annusando l'aria (e dico annusando l'aria, perché con tutta la buona volontà in un mercato come quello attuale l'analisi tecnica dei mercati e dei fondamentali può fornire indicazioni fino ad un certo punto) direi a breve, probabilmente verso luglio-agosto, quando la soglia di attenzione della gente tende ad abbassarsi.

Russell Napier, uno storico esperto dei mercati "bear" ed autore del libro "Anatomy of the Bear", dice su ftalphaville che l'attuale fase di stabilizzazione probabilmente durerà per un paio di anni, dato che il pericolo di deflazione sembra essere ormai scongiurato, ma avverte che il fondo non è ancora stato toccato. Esso verrà raggiunto quando i rendimenti sui buoni del tesoro a 10 anni arriveranno a toccare il 6% valore a cui storicamente tende a collassare il mercato azionario.

Non sono d'accordo con l'analisi delle tempistiche di Napier, ma su una cosa ha perfettamente ragione. Il rendimento dei buoni del tesoro USA e la dinamica degli acquisti diretti eseguiti dalla FED, contrapposti a quelli effettuati dai compratori storici come la Cina, è un fattore da seguire con attenzione. Un 6% di rendimento sarebbe come gridare a pieni polmoni "dislocazione". La banca centrale cinese nel suo ultimo rapporto trimestrale si è lamentata per il rischio di inflazione globale che le coordinate operazioni di "quantitative easing" da parte delle maggiori banche centrali potrebbero scatenare. La preoccupazione dei cinesi è di vedere una progressiva erosione del valore delle proprie riserve. Un vecchio tormentone ormai. Il premier cinese si era già pubblicamente lamentato in Marzo a questo riguardo.

Sono pochi a ritenere che i cinesi possano cominciare a vendere assets denominati in dollari. Quello che preoccupa realmente è il tenore dei futuri acquisti di buoni del tesoro. Ogni mese la Cina accumula 40 miliardi di dollari che in qualche maniera deve essere investita. La strategia del paese asiatico sembra essersi modificata negli ultimi mesi. La Cina si è lanciata con veemenza nell'acquisto dei diritti di accesso ad alcune materie prime: petrolio, metalli, acqua.

Inoltre sul fronte interno, la Cina sta cercando di sostenere in ogni modo la propria crescita economica.

Negli ultimi tempi il comparto manifatturiero cinese si è leggermente ripreso. Gli ultimi dati sul PIL evidenziano un aumento del 6,1% per il primo trimestre dell'anno se paragonato allo stesso trimestre dell'anno precedente. Un dato che sarebbe di per se preoccupate per una nazione che ha sempre dichiarato di necessitare di un 8% almeno di crescita - per assorbire l'offerta di manodopera proveniente dalle campagne e il flusso di neo laureati - seppure non drammatico. Purtroppo la maggior parte degli economisti arriva ad ammettere che circa il 4% di quel dato sia dovuto agli interventi di stimolo economico operati dal governo e che un altro 2-3% sia pressoché inesistente, un esagerazione nata dal desiderio dei burocrati statali di soddisfare le aspettative del governo centrale.

In sostanza, senza considerare gli interventi statali, la crescita cinese sarebbe praticamente azzerata. Interventi che in gran parte si sono materializzati sotto forma di credito alle imprese e di dictat emanati dal governo per impedire alle aziende di licenziare la manodopera in eccesso. Inizialmente la cifra che lo stato cinese promise di estendere alle aziende mediante il sistema bancario (sotto forma di credito) doveva essere per l'anno in corso di 732 miliardi di dollari. Solo nei primi tre mesi di quest'anno le 3 principali banche cinesi hanno concesso prestiti per un ammontare di 670 miliardi di dollari, gran parte dei quali sono stati elargiti a grosse aziende statali, nell'ambito dell'annunciato intervento di stimolo economico di 586 miliardi di dollari.

Resterebbero quindi, meno di 100 miliardi di dollari ancora da concedere. Fatto che ha generato profonda inquietudine tra gli analisti. La recente tenuta dell'economia cinese è in gran parte da attribuire a questa inondazione di credito. Se essa dovesse arrestarsi le conseguenze potrebbero essere profondamente antipatiche. Lo stato cinese è dovuto correre ai ripari ed ha recentemente annunciato l'intenzione di espandere ulteriormente la disponibilità di credito per l'anno in corso. Si dice che il nuovo obiettivo oscilli tra 1,1 e 1,3 trilioni di dollari.

La Cina quindi, come gran parte del pianeta, continua a seguire la politica del prender tempo, sostenendo la domanda aggregata sul fronte interno grazie ad interventi statali ed estendendo credito ad aziende e privati tramite le sue banche, nella speranza che quanto prima l'economia mondiale riparta salvando tutti quanti.

Se ciò non dovesse verificarsi il rischio per le banche cinesi schizzerebbe alle stelle. I prestiti fatti ad aziende non profittevoli, incapaci di licenziare e razionalizzare le proprie operazioni sono prestiti a rischio. Nel caso una significativa quantità di essi non venisse restituita le perdite andrebbero a gravare sulle spalle di uno stato che si ritroverebbe ad aver già impiegato buona parte delle sue risorse. Quante ne avanzerebbero per sostenere gli USA tramite l'acquisto di nuovi buoni del tesoro, resterebbe da vedere.

Gli ultimi dati disponibili sulle vendite di buoni USA, hanno rivelato una significativa perdita di appetito da parte del paese orientale.

Questo fatto sta facendo aumentare la pressione su Bernanke e sulla banca centrale USA costringendo quest'ultima ad aumentare i propri acquisti di buoni del tesoro nel tentativo di contenerne i rendimenti. Nonostante le operazioni di "quantitative easing" portate avanti dalla FED, i rendimenti dei buoni a 10 anni sono saliti di 55 punti dal 15 Aprile (il massimo negli ultimi 6 mesi) sfondando la resistenza al 3%.

Per finire, continuano ad incombere sull'economia i problemi legati al comparto bancario.

Lo stress test a cui sono stati sottoposti i 19 maggiori istituti americani sotto indicazioni del tesoro USA, si è rivelato l'ennesima farsa. Molte delle condizioni economiche considerate nel caso dello scenario più sfavorevole, sono già state superate dalla realtà. Inoltre quando mai si è sentito dire che il risultato di un test decisivo come questo, sia stato oggetto di "contrattazione" con i soggetti sottoposti al test stesso?

D'altro canto, la situazione delle banche Europee, secondo l'FMI sarebbe perfino peggiore rispetto a quella delle loro colleghe americane. Il Fondo stima che le banche dell'area Euro dovranno registrare da qui alla fine del 2010, 750 miliardi di dollari di perdite sugli assets tossici in loro possesso, contro i 550 miliardi di perdite stimati per le banche statunitensi.

Guardandomi intorno insomma, non mi pare che alcun governo abbia, fino ad ora, adottato qualche efficace soluzione che vada realmente ad incidere su quei problemi che sono alla base della crisi economica attuale. Pritchard afferma con gioia, che il taglio globale del tasso di interesse a zero e l'adozione del quantitative easing da parte delle principali banche centrali del pianeta (ha da poco iniziato anche la BCE) ci salverà dal disastro.

Spero che abbia ragione.

La mia impressione purtroppo, è che una serie di politici, economisti e banchieri stia compiendo in maniera coordinata un enorme sforzo volto a dipingere uno scenario da favola, per convincerci dell'effettiva esistenza di un mondo che è un semplice parto della loro fantasia, un luogo in cui la ripresa economica ci aspetta amichevolmente dietro l'angolo con le braccia spalancate. Un illusione che potrà durare poco, lo spazio di una vacanza, prima che Tatoo venga gentilmente a riportarci alla realtà.

lunedì 6 aprile 2009

G20: Un bilancio

Il G20 è stato presentato dalla stampa di mezzo mondo come un grande successo diplomatico ed economico in grado riportare il pianeta sulla via della crescita e dello sviluppo.

I 29 punti del comunicato conclusivo se letti nella loro interezza mostrano invece una realtà ben diversa.

Di tutte le decisioni prese al G20 le più significative riguardano i fondi internazionali stanziati per combattere la crisi economica. Per capire esattamente di quanti fondi si tratti e di chi li dovrebbe sborsare, riporto sotto uno schema molto chiaro pubblicato dal Financial TImes:



Una delle prime cosa che balza agli occhi riguarda il favoleggiato stimolo fiscale congiunto che dovrebbe raggiungere i 5 trilioni di dollari entro la fine del 2010: esso è solo un ologramma. Nei suddetti 5 trilioni sono stati conteggiati tutti gli interventi fatti dai vari paesi nel corso degli ultimi due anni oltri a dei supposti, ma non meglio specificati, interventi futuri.

Per arrivare a determinare la cifra di 5 trilioni sono state prese le proiezioni dell'FMI sull'aumento del deficit fiscale nei paesi del G20 - considerando un periodo che va dal 2007 al 2010 - e li si è divisi per il PIL previsto nel 2010. Come risultato di questa operazione sono saltati fuori i famosi 5 trilioni.

In quest'ottica, le dichiarazioni entusiaste su un coordinato stimolo globale, definito nel comunicato conclusivo del G20, come il più imponente della storia, sono fortemente ambigue. Sembrano pensate appositamente per dare ad intendere che vi sia stato, durante il meeting di Londra, un impegno solenne ad aprire il portafoglio per stimolare fiscalmente l'economia planetaria. In realtà si è trattato semplicemente di alcuni generici auspici. Tutto per la gioia di paesi come Francia e Germania che di ulteriori interventi, al momento, non sembra proprio vogliano sentir parlare.

Il denaro concretamente messo a disposizione per stimoli fiscali dal G20 è pari a zero.

Un altro capitolo fondamentale riguarda l'aumento dei fondi messi a disposizione dell'FMI. Ad esso sono stati promessi 1,1 trilioni di dollari complessivi. Una cifra che appare di certo consistente.

Va detto innanzitutto che ho sempre ritenuto inevitabile un aumento dei suddetti fondi. Osservando il diagramma riportato sotto si capisce immediatamente perché.


L'organismo preposto all'erogazione di prestiti alle nazioni in difficoltà è sempre stato, dal termine della seconda guerra mondiale in avanti, l'FMI. I paesi emergenti si trovano ad attraversare un periodo di stenti a causa della stretta creditizia globale e del ridotto accesso al finanziamento privato - conseguenza di una fuga di massa dei capitali. Il 74% dei prestiti ricevuti dalle nazioni emergenti, stimati complessivamente in 4,9 trilioni di dollari, è stata erogata dalle banche della vecchia Europa. Come si vede nello schema riportato sopra, esse sono particolarmente esposte nei confronti dei paesi dell'est.

Quei paesi vanno salvati in qualche maniera. Non tanto per una qualche forma di generosità, ma principalmente per impedire che il sistema bancario dei grandi paesi dell'Europa dell'ovest collassi su se stesso.

A questo scopo sono stati aumentati i soldi a disposizione del Fondo monetario internazionale.

250 miliardi di dollari erano già stati messi a disposizione: 100 dal Giappone e altri 100 dall'Unione Europea (i restanti 50 non ho ancora capito da dove dovrebbero arrivare anche se Brown ha citato la Cina tra i fornitori di denaro). Il G20 ha inoltre promesso di fornire ulteriori 250 miliardi sotto forma di NAB (New Arrangements to Borrow). I NAB sono un tipo di finanziamento straordinario a cui l'FMI è in grado di ricorrere chiedendo fondi, sotto forma di prestito, a 26 dei paesi membri. Vennero introdotti come forma di finanziamento nel 1998 dopo che la crisi messicana del 1994 e quella asiatica del 1997 ne evidenziarono la necessità.

Dei 500 miliardi presenti nel comunicato del G20 insomma, 250 erano già stati concessi mentre gli altri sono sostanzialmente solo una promessa (al momento).

Altri 100 miliardi sono stati garantiti all'FMI, attraverso il sistema delle Multilateral Development Banks la cui missione principale è quella di fornire prestiti a lungo termine e basso interesse ai paesi del terzo mondo.

In questo caso di tratta di qualcosa di più concreto rispetto ad una semplice promessa futura.

Lo stesso si può dire del capitolo più interessante tra tutti i finanziamenti promessi dal G20: l'emissione di 250 miliardi di dollari sotto forma di SDRs. Gli SDRs sono pezzi di carta che l'FMI è in grado di stampare dietro concessione dei paesi membri. Si tratta di un specie di valuta sovranazionale che garantisce la possibilità a chi la riceve di poterla convertire in una delle valute del paniere di riferimento - yen, dollari, euro e sterline. 250 miliardi di dollari in SDRs possono teoricamente, essere convertiti con 250 miliardi di dollari o l'equivalente in euro, yen, sterline. Soldi stampati ma che in definitiva, equivalgono a denaro vero. Una forma di quantitative easing su scala globale.

Anche in questo caso si tratta di prestiti che il fondo può concedere ad una nazione richiedente.

Gli ultimi 250 miliardi sono stati promessi dal G20 per il finanziamento degli scambi commerciali. La cifra dovrebbe essere erogata attraverso agenzie di credito all'export, agenzie di investimento e attraverso la Banca Mondiale. Il crollo del finanziamento degli scambi commerciali, scatenatosi nell'ultimo anno si è riflesso pesantemente sul livello generale di attività economica. Come mostra l'indice del baltico riportato sotto - un indicatore del livello degli scambi via mare - vi è stato un tracollo degli scambi dall'estate del 2008 in avanti.





Il crollo è in parte dovuto al prosciugarsi del credito concesso dagli istituti alle società di trasporto marittimo e quelle che si occupano di import/export. Senza credito le merci non vengono spedite, dato che chi vende ha normalmente bisogno di una garanzia di pagamento fornita dal sistema bancario sotto forma di una "lettera di credito". Molti carichi hanno quindi finito col rimanere nei porti ad invecchiare.

L'indice del baltico è leggermente risalito all'inizio di quest'anno, ma ultimamente ha ricominciato la sua discesa. Mantenere una linea di credito disponibile per finanziare gli scambi è fondamentale per sostenere la produzione. Per questa ragione i 250 miliardi promessi dal G20 sono stati accolti con profondo entusiasmo. Molti sono arrivati ad affermare che senza di essi il meeting si sarebbe risolto in un nulla di fatto.

Al momento però, il denaro effettivamente messo a disposizione dai 20 grandi per il "trade financing" ammonta ad una cifra compresa tra i 3 ed i 4 miliardi di dollari. Dei 250 miliardi promessi come rivela il Financial Times, solo 25 verrebbero da fondi nuovi. La somma rimanente giungerebbe da un semplice ri-allocamento di fondi già presenti nei budget governativi. Inoltre si tratta di denaro che sarà (?) erogato nel corso dei prossimi due anni, quindi senza che vi sia un reale impatto sull'anno in corso.

Per riassumere: del favoleggiato 1,1 trilione di dollari fornito all'FMI, ben poco denaro è stato realmente erogato. Per la maggior parte si è trattato di spostamenti di fondi da una parte all'altra, di promesse o di semplice stampar di moneta.

Intendiamoci. Sono convinto che parte delle promesse fatte verrà concretamente mantenuta, non foss'altro per salvare le banche Europee invischiate nelle economie emergenti. Allo stato attuale però, va preso atto che ci si trova di fronte ad una grande mole di annunci con poca sostanza alla base.

Fondi a parte il resto è stato un cumulo di nulla.

Vi è stato l'impegno a non adottare misure protezioniste e a non svalutare le valute in maniera competitiva. Come tutto ciò si possa sposare con il taglio del tasso di interesse a zero da parte di mezzo mondo e con il quantitative easing globale, due pratiche che hanno fatto crollare ad esempio il valore della sterlina, non è chiaro. Viene anche richiesto, ai paesi che hanno sottoscritto il comunicato conclusivo del G20, di rivolgersi al WTO nel caso qualche nazione adottasse ugualmente misure protezioniste. Esattamente quello che accade tutt'oggi.

Si è trattato insomma, del classico impegno a parole che nulla ha aggiunto e nulla ha tolto.

I paesi del G20 hanno anche deciso di implementare l'FSB (Financial Stability Board) un organismo che dovrebbe sostituire l'FSF (Financial Stability Forum) presieduto da Mario Draghi. All'FSB verrebbero concessi ampli poteri mettendolo in condizione di intraprendere azioni sanzionatorie nei confronti dei paesi che "non collaborano" e dei paradisi fiscali, di regolamentare le forme di compensazione per i vertici delle grandi corporation (con particolare riferimento alle banche), di supervisionare i livelli di capitalizzazione degli istituti di credito impedendo il prodursi di eccessivi livelli di leverage, di regolare le società che rappresentano un rischio sistemico - hedge funds in primis - e l'operato delle agenzie di rating.

Nel tempo libero dovrebbe fare anche un altra cosa:

spingere chi determina le regole standard per i bilanci a lavorare assieme ai regolatori e ai supervisori per un miglioramento degli standard di valutazione in modo da arrivare a stabilire un insieme di regole globali di bilancio che siano di alta qualità

E tanto per dimostrare la determinazione a rispettare gli impegni del G20, non appena il mark to market è stato (di fatto) sospeso negli USA, i ministri delle finanze UE, a partire da Tremonti (ma non solo), hanno cominciato a esercitare pressioni sullo IASB (International Accounting Standards Board) perché anche vecchio continente, seguendo l'esempio statunitense, arrivi a consentire alle proprie società di essere "creative" durante la compilazione dei bilanci.

L'argomentazione principale avanzata a supporto di un cambiamento delle regole è stata: "se lo fanno gli USA e noi no, poi le nostre aziende si trovano in svantaggio".

Non fa una piega.

Con questo ragionamento ci siamo giocati l'intera economia del pianeta, inseguendo le trovate malate di un gruppo di apprendisti stregoni che nessuno ha bloccato mentre trasformavano le nostre economie in un gigantesco schema di ponzi. Finché essi facevano soldi, tutto bene. Il resto del mondo si è uniformato al modello imposto postulando - tra le altre cose - che in caso contrario si sarebbe trovato in una condizione di svantaggio competitivo.

A questo punto perché non arriviamo a pagare i lavoratori europei 100 dollari al mese come quelli cinesi e la facciamo finita una volta per tutte?

Quello delle regole di bilancio è solo un esempio del nulla che ruota intorno alla creazione del famigerato FSB.

Al vertice di Londra è stato concesso un contentino a Francia e Germania. Il G20 si è impegnato a combattere i paradisi fiscali, terreno di scontro tra i due paesi Europei e la Cina. Quest'ultima era inizialmente preoccupata dalla possibilità che Macao ed Hong kong rientrassero nella lista nera dei paradisi fiscali. Alla fine la Cina si è arresa, arrivando a promettere che le due regioni regioni si conformeranno alle regole internazionali entro un anno ed assicurando così, la cancellazione di entrambe dalla lista nera pubblicata dall'OCSE a fine meeting.

Anche ad altri 35 paradisi fiscali è stato dato un anno di tempo per adeguarsi alle regole internazionali. Se non dovessero provvedere a riguardo "i membri dell' Ocse decideranno sanzioni, che non sono state ancora studiate, ma che dovrebbero prevedere la sospensione di tutti gli aiuti economici".

Mi auguro che le sanzioni non si limiteranno alla sospensione degli aiuti economici. Si tratterebbe di una grande farsa. I paradisi fiscali generalmente non hanno, per ovvie ragioni, grande necessità di aiuti.

La lotta ai paradisi fiscali, la supervisione delle agenzie di rating e degli hedge funds, il controllo sugli stipendi dei manager. Si tratta di una moltitudine di annunci che sembra rivolta ad una popolazione livida nei confronti di banchieri e finanzieri. Una popolazione che pretende un cambiamento reale e questo cambiamento e stato consegnato sotto forme di tante parole generiche vergate su un pezzo di carta.

Tutto è stato demandato all'inesistente FSB.

Se mai l'FSB verrà fatto e se avrà davvero questi incredibili poteri se ne riparlerà.

Per il momento, a questo riguardo, ci sono state consegnate solo tante "parole parole parole".

mercoledì 25 febbraio 2009

L'alba delle banche viventi (?)

Ieri in un discorso tenuto davanti al comitato bancario del senato USA, a cui doveva riferire i suoi progetti per il settore bancario, il vecchio Ben ha detto:

Il tesoro comprerà azioni privilegiate delle 19 maggiori banche USA se gli stress test determineranno che esse hanno bisogno di maggiori capitali per affrontare una recessione che si è rivelata peggiore delle previsioni, ha detto Bernanke ai politici di Washington oggi. Le azioni privilegiate saranno convertite in azioni normali solo se delle perdite straordinarie si materializzeranno, ha detto.

"Non vedo nessuna ragione di distruggere il valore di un istituto o di produrre le grandi incertezze legali che farebbero seguito alla nazionalizzazione formale di una banca quando questo non è necessario" ha detto Bernanke ad una seduta del Comitato Bancario del senato.

Le azioni privilegiate sono una specie di ibrido tra obbligazioni e azioni comuni. Generalmente non garantisco poteri di voto, ma prevedono il pagamento di un dividendo prefissato, concordato tra l'azienda e chi ne compra le azioni in questione (simile al rendimento delle obbligazioni per intenderci) ed in caso di liquidazione della società chi possiede questo tipo di azioni ha la precedenza nei pagamenti rispetto agli azionisti comuni (ma viene dopo gli obbligazionisti).

Per queste ragioni molti governi utilizzano questo strumento quando devono ricapitalizzare le banche. Gli istituti formalmente rimangono sotto controllo privato, inoltre il valore delle azioni comuni non ne risulta diluito (per la gioia degli azionisti). Allo stesso tempo lo stato può raccontare in giro di non aver semplicemente regalato del denaro senza ottenere nulla in cambio (dato che gli viene pagato un dividendo) ed in caso di necessità, previo accordo tra le parti, le azioni privilegiate possono essere convertite in azioni comuni.

Potrei dire molte cose sulle dichiarazioni di Bernanke e nessuna particolarmente carina, ma in questo caso preferisco lasciar parlare il premio Nobel Paul Krugman che ha riassunto bene in un articolo intitolato mysterious plans, l'impressione che i programmi di Ben hanno lasciato a molti (me compreso):

Sto cercando di essere aperto nei confronti dei vari piani, o voci di piani per aiutare le banche; ma continuo a non essere in grado di capire o quali siano i piani o perché si pensi che essi possano funzionare. E non credo che sia colpa mia.

A quanto pare, l'ultimo prevede la conversione delle azioni privilegiate in mano al governo in azioni comuni, forse. James Kwak ha una buona spiegazione di tutta questa faccenda. E non è chiaro che cosa si riuscirà ad ottenere seguendo questa via...

... Quello che il tesoro ora sembra proporre è di convertire alcune delle azioni verdi in azioni blu (si riferisce a uno schema presente nel suo articolo ndr) - convertire le privilegiate in comuni. E' vero che le azioni privilegiate hanno alcune qualità tipiche del debito - richiedono il pagamento di dividendi, ecc.. Ma davvero qualcuno pensa che la ragione per cui le banche sono malandate è che si trovano le mani legate dagli obblighi nei confronti degli azionisti privilegiati, piuttosto che dall'avere semplicemente troppo debito?

Davvero non capisco. La sconfortante sensazione che il piano dell'amministrazione sia quello di far continuare l'orchestra a suonare e sperare che nel frattempo l'iceberg si sciolga da solo, diventa sempre più forte.

Quello di cui parla Krugman non può far a meno di evocare le richieste avanzate dall'AIG negli ultimi giorni. Lunedì l'ex gigante mondiale delle assicurazioni, per l'80% in mano al governo USA, ha annunciato una perdita trimestrale di 60 miliardi di dollari. La più grande in un solo quarto, della storia della Stati Uniti. Questo dopo che l'AIG aveva ciucciato 150 miliardi di dollari al contribuente americano sotto varie forme. Dove siano andati a finire questi 60 miliardi non è dato sapere. Alcuni chiamano in causa perdite su prodotti che dipendono dal mercato immobiliare non residenziale, Bloomberg (prima di togliere quella parte dall'articolo) parlava di 18,7 miliardi in swap la cui quota più consistente sarebbe stata pagata a Societe Generale SA, Goldman Sachs Group Inc, Deutsche Bank AG, Calyon Securities e Merrill Lynch & Co.

Dovunque siano finiti i soldi, l'AIG, inarrestabile come ogni zombie che si rispetti, è tornata affamata di denaro dal governo americano. La promessa che fece a settembre di vendere pezzi dell'azienda per ripagare lo stato dei soldi ricevuti è stata a quanto pare dimenticata. Non che siano in molti a sorprendersi di ciò. L'unica cosa sorprendente sono le attuali richieste dell'AIG. Questa vorrebbe cortesemente che lo stato acconsentisse alla conversione delle sue quote privilegiate in azioni comuni. Si parla di 40 miliardi di dollari.

Il tesoro degli Stati Uniti si trova quindi, in un'antipatica situazione. Non può aumentare la sua quota di azioni comuni, perché oltrepasserebbe quel limite dell'80% di proprietà che si è autoimposto per mantenere in piedi la farsa della non nazionalizzazione. Contemporaneamente, per qualche misteriosa ragione - probabilmente legata alla massa di cds che l'AIG ha emesso negli ultimi anni - il governo USA sembra essere intenzionato a fare di tutto perché la moribonda azienda non fallisca. Tra AIG, governo e agenzie di rating sono in corso fitte discussioni per trovare una soluzione che le permetta di rimanere in vita senza subire un ulteriore taglio del rating - evento che la costringerebbe a recuperare altri capitali a garanzia della propria solvibilità.

A quanto pare, la vicenda dell'AIG ha fornito a Bernanke l'infelice idea che acquistare azioni privilegiate - in quantità indefinita - sia lo strumento migliore per ricapitalizzare il settore bancario. Devo concludere che Ben sia un grande fan di Romero visto che sta cercando in tutti i modi di creare un esercito di zombie. Cosa si aspetti di ottenere continuando a fornire denaro alle banche, senza fare chiarezza una volta per tutte sulla loro condizione e senza che ne vengano efficacemente ripuliti i bilanci, mi sfugge. E' come se stesse gridando a pieni polmoni: "lost decade, arriviamo!".

Non dobbiamo preoccuparci però. Il capo della FED ieri ha anche lanciato alcune rassicurazioni al mercato:

Però, ha detto (Bernanke ndr), presumendo che gli interventi economici prendano piede "c'è la ragionevole prospettiva che l'attuale recessione finirà nel 2009 e che il 2010 sarà l'anno della ripresa."

Questo detto dallo stesso individuo che più di un anno fa andava in giro a raccontare:

"In questo momento . . .l'impatto sull'economia in generale e sui mercati finanziari dei problemi nel mercato dei subprime sembra, probabilmente, essere contenuto"

Ora si che mi sento più tranquillo.

A onor del vero, Bernanke ha anche aggiunto che la ripresa del 2010 sarà limitata e che prima di 2-3 anni l'economia non ripartirà in maniera sostenuta.

Wall Street a quanto pare sembra ancora credere al capo della FED. In seguito al suo discorso, ieri gli indici sono saliti in maniera netta, guadagnando tra il 3% ed il 4%. Agli azionisti fa di certo piacere sapere che le banche non verranno nazionalizzate e che il governo continuerà ad elargire aiuti senza che questo implichi per loro la perdita delle proprie prerogative. Chi invece aveva delle scommesse al ribasso, aperte nei confronti dei maggiori istituti bancari, si è trovato costretto ad acquistare azioni per chiudere la propria posizione (un classico short squeeze), nel timore che le dichiarazioni di Ben producessero un aumento dei valori azionari.

In un sol colpo il vecchio Ben è riuscito a far ignorare al mercato i dati sul valore degli immobili, sceso a dicembre del -18,7% rispetto allo scorso anno, un minimo storico ed il dato sulla fiducia dei consumatori, anch'esso sceso ai minimi storici, assestandosi a 25 punti mentre gli analisti si attendevano un livello di 35. Sotto potete vedere in forma grafica l'andamento di entrambi gli indici:






Ha quasi del paradossale che la proposta di Bernanke, di zombificare a tempo indefinito l'intero settore bancario, sembri essere accolta da tanta euforia. Spero si tratti di un semplice rimbalzo tecnico. Se qualcuno ritiene davvero che percorrere la via giapponese sia una buona idea, non so che dire. Verrebbe quasi voglia di bere per dimenticare. In Italia almeno, dove ancora sembra essere di moda. Negli USA invece, il consumo di alcool ha subito un crollo senza precedenti - come si può notare osservando la linea rossa nel grafico riportato sotto:



Forse gli americani han deciso di ricorrere direttamente a qualcosa di più forte. O forse preferiscono tenersi lucidi, caso mai venissero assaliti da un banchiere zombificato alla vorace ricerca di denaro. In casi simili bisogna avere i riflessi pronti: usare come esca il proprio portafoglio, lanciarlo lontano e mentre il banchiere ci si avventa sopra, scappare in tutta fretta cercando di portarsi dietro più risparmi possibile.

Oggi dovrebbe parlare Geithner e vedremo che altri grandi sorprese ci riserverà. Anche Bernake dovrebbe tornare alla sbarra, ma da quel che ha detto ieri, il capo della FED sembra essere intenzionato a regalarci un film dell'orrore. Qualcosa che non potrà essere definito recessione o depressione. Qualcosa che i giapponesi conoscono bene e che in passato ho definito come: "una lunga e agonizzante Decessione".

Spero abbiate tutti molta pazienza. Questo film pare destinato a durare ancora a lungo.

giovedì 12 febbraio 2009

Turbolenta Unione

Martedì, mentre attendevo pieno di curiosità che il ministro del tesoro americano sorprendesse il mondo, tirando fuori dal cilindro un efficace piano per il salvataggio delle banche statunitensi, un altra notizia ha fatto irruzione sul palcoscenico economico internazionale facendo tremare le ginocchia a più di un analista.

Un quotidiano giapponese, il Nikkei, ha riportato le clamorose dichiarazioni di Anatoly Aksakov il capo della Russian Association of Regional Banks. Anatoly avrebbe affermato che le banche russe sarebbero in trattativa con i creditori internazionali per la ristrutturazione di 400 miliardi di dollari di debiti. Leggendo l'articolo del Nikkei sembrava che addirittura lo stesso stato Russo potesse essere a rischio di Default. Rapida come un fulmine è arrivata la smentita dal cremlino:

Il Governo russo ha infatti negato di stare considerando un piano di ristrutturazione del debito relativo al settore privato e di stare trattando questo tema con le banche estere. Indiscrezione che questa mattina ha messo sotto pressione l'euro.

"Il Governo della Federazione russa non prevede di considerare il tema della ristrutturazione del debito corporate delle banche e delle aziende russe", ha assicurato oggi il ministro delle Finanze, Alexei Kudrin. "Non ci sono piani del Governo di questo tipo. Le notizie su trattative con le banche estere su un piano di ristrutturazione (del debito) non riflettono la realtà", aveva detto poco prima il portavoce Dmitry Peskov.

Anche l'Association of Regional Banks ha smentito di aver chiesto al Governo russo di rinegoziare il debito da 400 miliardi di dollari con le banche internazionali. Peraltro la situazione del sistema finanziario russo rimane molto incerta. Le banche hanno già ottenuto 50 miliardi di dollari di aiuti dal governo attraverso la Veb (la banca per lo sviluppo russa) per rifinanziare il debito in scadenza nel 2008.

La Russia nonostante le smentite ufficiali rimane un osservato speciale. Molti dei creditori internazionali sembrano intenzionati a premere affinché sia il governo stesso a farsi garante per i debiti delle banche russe. La Russia sta attraversando un difficile periodo a causa della crisi internazionale e del crollo del prezzo del petrolio che ha privato il paese della sua fonte primaria di entrate. Il deficit per il 2009 è stato rivisto al rialzo e si stima arriverà a toccare il 9% del PIL. La fuga di capitali ha nel frattempo dissanguato l'economia facendo precipitare il valore del rublo. Inizialmente i politici del paese, dall'alto delle terze riserve monetarie del pianeta (600 miliardi di dollari), non si sono preoccupati più di tanto di quel che stava avvenendo, ritenendo di avere sufficiente potenza di fuoco a disposizione per fronteggiare la situazione. Dopo aver consumato un terzo delle riserve disponibili nel vano tentativo di sostenere il rublo, si sono dovuti arrendere. Hanno deciso di consentire la svalutazione della valuta russa fino ad un massimo del 10%, valore limite oltre il quale il governo e le banche del paese si sono impegnate ad intervenire.

In seguito alla notizia diffusa dal Nikkei l'euro è crollato rispetto alle altre valute. Il problema nasce come al solito dalla pesante esposizione che le banche dell'area Euro hanno nei confronti della Russia e di tutto il blocco est. Nel grafico sotto si può vedere quanto le banche di ogni nazione Europea si siano impelagate con i paesi del est:


Austria, Italia, Germania, Francia, Belgio sono gli stati maggiormente esposti. Ogni scossone del blocco est si rifletterà inevitabilmente su di essi ed impatterà sul valore della moneta unica. Non sono un grande fan dell'Europa (per come è stata costituita almeno), ma mi rendo conto come nella situazione odierna sia indispensabile mantenere la compattezza dell'intera Unione. Gli screzi invece sembrano moltiplicarsi. Dopo le proteste degli operai Inglesi nei confronti di quelli Italiani e Portoghesi assunti dalla Total in seguito alla vittoria, da parte di quest'ultima, di un appalto per una raffineria in territorio inglese, ci si è messo anche Sarkozy ad alimentare le tensioni con una serie di attacchi ad alcuni paesi dell'est:

A Praga non hanno proprio mandato giù le ultime esternazioni di Nicolas Sarkozy per cui le industrie francesi che producono auto in Repubbica Ceca per poi rivenderle in Francia dovrebbero essere “rilocalizzate”. Costruire fabbriche in India per venderle agli indiani, ha detto Sarkozy, sarebbe “giustificato, ma impiantarle in Repubblica Ceca per venderle in Francia” molto meno. Da Praga hanno risposto piccati, bollando l’ultima uscita del presidente francese come un nemmeno tanto velato tentativo di varare misure protezionistiche.

Il primo ministro Topolanek, nella difficile posizione diplomatica di dover guidare l’Unione europea fino alla fine di giugno, si è detto “stupito” delle parole di Sarkozy, tirando anche in ballo Lisbona. “Se qualcuno voleva rallentare il processo di ratifica non avrebbe potuto scegliere un momento e un’occasione migliori”. Il riferimento è al processo di ratifica del trattato, al momento fermo al Parlamento ceco che, dopo numerosi ritardi, dovrebbe esprimersi con un voto il 17 febbraio.


E' interessante notare come per Sarkozy sia meglio delocalizzare in India invece di farlo all'interno dell'Unione Europea (come se le auto costruite in India non potessero essere poi esportate in Europa). La ragione delle sparate del presidente francese va ricercata nel prossimo pacchetto di aiuti che la Francia varerà per sostenere le proprie aziende automobilistiche, Renault e Peugeot:

Il pacchetto francese di sostegno al settore auto è finito sotto la lente dell'Antitrust europeo, suscitando le veementi critiche del premier ceco, e presidente di turno dell’Ue, Mirek Topolanek. La Commissione europea ha scritto alla Francia per chiedere “chiarimenti” sul piano di aiuti da 6,5 miliardi destinato a Renault e Peugeot-Citroen. Lo ha reso noto il portavoce dell’Antitrust Ue Jonathan Todd. “Se le misure francesi non sono compatibili con le norme sugli aiuti, allora violerebbero le norme Ue”, ha aggiunto. In particolare Todd ha ricordato che “l’obbligo dei beneficiari degli aiuti di investire soltanto in Francia o di acquistare componenti dai fornitori in Francia non è compatibile” con le norme europee.

Comunque “non abbiamo ancora raggiunto alcuna conclusione sulle misure francesi. Siamo preoccupati per quello che abbiamo letto sulla stampa”. Un punto sul quale ha insistito il presidente di turno dell’Unione europea Mirek Topolanek, che ha accusato l’esecutivo di Sarkozy di “tradire il progetto dell’euro” e di violare “le regole comunitarie nelle loro dichiarazioni e nelle loro azioni pratiche”. Addirittura il presidente di turno dell’Ue ha messo in dubbio la futura esistenza dell’euro: “Se gli stati membri - ha detto - continueranno a preferire una condotta individualistica e improntata al protezionismo, continuando a violare i principi fissati dal ‘Patto di stabilità e sviluppo’, esiste il grande pericolo che tutto il progetto della moneta unica europea possa affondare”.

Il premier Ceco, se non sbaglio, è arrivato addirittura a minacciare il rigetto da parte del suo paese del trattato di Lisbona. Una minaccia vuota, naturalmente, che è subito rientrata non appena gli animi si sono calmati. Ora Topolanek, si dice convinto di avere dalla sua il pieno appoggio del collega Sarkozy.

Se all'interno della stessa Europa le spinte protezioniste e anti immigrazione sembrano accuirsi, sul versante puramente finanziario dei buoni del tesoro sta succedendo una cosa strana. Ieri un asta di bund tedeschi con scadenza a 10 anni, per un ammontare di 6 miliardi di euro, non ha incontrato abbastanza domanda: il 20% dei buoni offerti è rimasto invenduto. E' la seconda volta di fila che si verifica un evento del genere, non si tratta quindi di un caso isolato. La prima volta che successe, il mese scorso, i bund a 10 anni offrivano un 3% di rendimento, ieri un 3,28%.

Per contrasto la Grecia, uno dei paesi finanziariamente più malandati dell'UE, lunedì ha piazzato senza problemi 7 miliardi di buoni del tesoro, i Paesi Bassi martedi hanno venduto 6,5 miliardi in buoni a 10 anni e l'Italia di recente, ha spacciato senza problemi 12 miliardi in debito a breve termine.

Gli investitori insomma, starebbero snobbando i sicuri bund tedeschi alla ricerca di rendimenti più alti, senza curarsi di un eventuale fallimento degli stati Europei più malconci. Evidentemente ritengono estremamente improbabile che un paese all'interno dell'area Euro possa fallire veramente. Tutta questa sicurezza potrebbe nascere dalla convinzione che il resto dell'Europa, Germania in primis, interverrebbe in caso di necessità fornendo assistenza economica agli stati in difficoltà.

In un articolo sul Telegraph del 9 Febbraio, il solito Pritchard rivela un retroscena interessante:

I ministri delle finanze dell'UE discuteranno, in una colazione a Bruxelles, della proposta di creare una qualche forma di "agenzia del debito" o di un meccanismo per l'emissione di bond a livello UE, una mossa vista da diversi diplomatici come un tentativo di imboscata nei confronti della Germania, per costringerla a condividere una parte della responsabilità sul debito dei paesi dell'Unione - un vero anatema per Berlino.

Se la Germania dovesse essere, in modo o nell'altro, chiamata in causa anche per quel che riguarda l'indebitamento Irlandese, Spagnolo, Greco o Italiano diventerebbe perfettamente sensato, investire in quei buoni del tesoro che a livello Europeo offrono un rendimento maggiore rispetto ai bund tedeschi. La Merkel ha sempre cercato di scongiurare questa eventualità. Non vuole pagare il conto anche per gli altri stati dell'Unione. Vedremo quanto sarà in grado di resistere, specialmente quando all'orizzonte si riaffaccia lo spettro dell'insolvenza per il comparto bancario europeo.

Ieri il Telegraph, ha rivelato l'esistenza di un rapporto confidenziale della commissione Europea che riguarderebbe gli asset tossici presenti nei bilanci delle banche del vecchio continente. L'articolo fino a ieri dava delle cifre, ma evidentemente qualcuno ha deciso di modificarlo per ragioni che non conosco. Potrebbero esser state sbagliate le cifre o qualcuno potrebbe aver ritenuto essere più saggio non darne di precise. L'articolo prima della modifica diceva che il totale di assets tossici in pancia alle banche Europee ammonterebbe a 16,3 trilioni di sterline (si non avete letto male). Più del PIL Europeo che nel 2008 si è aggirato intorno ai 15 trilioni di dollari. A bilancio le banche dell'Unione terrebbero complessivamente 41,2 trilioni di euro di assets (36,9 trilioni di sterline).

In sostanza quasi la metà degli assets in loro possesso risulterebbe tossica. Quante perdite si annidino realmente in questi assets non è dato sapere, ma si parla potenzialmente di centinaia di miliardi. A riguardo l'articolo del telegraph si limita a dire:

"La stima delle perdite totali su questi assets, suggerisce che le spese di budget - attuali e contingenti - per il sostegno alle banche, potrebbero essere molto elevate in termini assoluti in relazione al PIL degli stati membri" avverte il documento della commmissione Europa, visionato dal The Daily Telegraph.

L'articolo aggiunge:

Lo scenario descritto dalla commissione è significativo a causa del ruolo che gli ufficiali della UE giocheranno nel disegnare le regole per valutare gli assets "tossici" in possesso delle banche, verso la fine di questo mese. Nuove manovre per salvare le banche saranno discusse ad un summit di emergenza alla fine di Febbraio. L'UE è profondamente preoccupata dall'aumentare dello spread sui bonds venduti dai differenti paesi Europei.


Anche se non si parla (ancora) o non si vuole parlare di cifre, tutto fa pensare che la festa in Europa sia appena cominciata.

Spero siate tutti pronti per i "festeggiamenti" futuri.


PS: Di seguito riporto i passi salienti (quelli con le cifre per intenderci) presenti nell'articolo del Telegraph prima che esso fosse modificato. Prendeteli dal verso che preferite:

European Commission officials have estimated that “impaired assets” may amount to 44pc of EU bank balance sheets. The Commission estimates that so-called financial instruments in the ‘trading book’ total £12.3 trillion (13.7 trillion euros), equivalent to about 33pc of EU bank balance sheets.

In addition, so-called 'available for sale instruments' worth £4trillion (4.5 trillion euros), or 11pc of balance sheets, are also added by the Commission to arrive at the headline figure of £16.3 trillion.

Banks account for their assets in different ways. Assets put into the “trading book” have to be marked to current market values, while those in the “banking book” are loans and other assets which the institution believes it can hold to maturity. Other assets are classified as “available for sale”, which are also marked to market values.

venerdì 23 gennaio 2009

Wind of change

Un altra settimana si apre all'insegna dell'incertezza sui mercati. La scorsa è stata teatro di una vera e propria carneficina nel settore bancario. Nulla di inatteso, almeno per quel che mi riguarda, trovo però preoccupante la rapidità con cui gli eventi stanno precipitando. Pritchard sul Telegraph prova a fare il punto della situazione: gli USA stanno perdendo mezzo milioni di posti di lavoro al mese, in Brasile solo a Dicembre ne sono evaporati 650000 mentre in Cina ammontano a 10 milioni le persone che hanno perso l'impiego dall'inizio dell'attuale crisi. Considerando i dati dell'ultimo quarto l'economia americana si è contratta del 6% l'anno, quella tedesca del 7%, quella giapponese del 12% e quella koreana di uno spaventoso 22%.

Intanto i comparti bancari di mezzo mondo continuano a rigirarsi in un agonia che sembra non avere fine. Se Bank of America e Citigroup si sono rivelati essere il buco nero che molti sospettavano fossero, personalmente, rimango in attesa che anche il verminaio chiamato Wells Fargo ci regali qualche attimo di suspense. Intervistata a Dicembre, prima che i recenti disastri bancari venissero alla luce, Meredith Whitney, una delle migliori analiste riguardo la condizione delle banche, alla domanda posta da una giornalista della CNBC su quale fosse la banca messa peggio rispose senza esitazione: "Wells Fargo".

Nel frattempo, è in corso un acceso dibattito su come utilizzare i rimanenti 350 miliardi del TARP. L'ipotesi di creare una "bad bank" sembra aleggiare insistentemente tra gli scranni del parlamento americano. Paul Krugman neo premio nobel per l'economia, in una delle rare occasioni in cui ne condivido l'opinione, definisce la possibile istituzione di una "bad bank" come una forma di Wall Street voodo. La "bad bank" si occuperebbe di comprare tramite denaro prelevato dal TARP, tutti quegli assets andati a male che le banche si ritrovano in pancia. Si parla di almeno 100 miliardi che grazie ad un leverage di 10 volte garantito dalla Federal Reserve, fornirebbero 1000 miliardi complessivi alla "bad bank" per i suddetti acquisti. Il problema rimane, la valutazione di questi assets tossici. Lo stesso scoglio su cui si infransero, ad Ottobre, i propositi iniziali di Paulson su come utilizzare i fondi del TARP .

Soros riassume il dilemma dell'amministrazione Obama dicendo:

La difficile scelta che sta fronteggiando l'amministrazione Obama è tra una parziale nazionalizzazione delle banche, o il lasciarle in mani private e nazionalizzare solo gli assets tossici. Scegliere la prima opzione infliggerebbe una grande sofferenza su un vasto segmento della popolazione - non solo gli azionisti delle banche, ma anche i beneficiari dei fondi pensione. Però, ripulirebbe l'aria e farebbe ripartire l'economia.

La seconda opzione eviterebbe il riconoscimento ed il venire a patti con la dolorosa realtà economica, ma porrebbe il sistema bancario nella stessa condizione che ha condotto alla rovina delle government sponsored enterprises (GSEs) – Fannie Mae e Freddie Mac. L'interesse pubblico richiederebbe alle banche di riprendere ad erogare prestiti a condizioni vantaggiose. Però, questi prestiti finirebbero col dover essere imposti attraverso un diktat governativo dato che l'interesse personale delle banche le condurrebbe a concentrarsi sul preservamento e la ricostruzione del proprio patrimonio.

Dati i precedenti, mi aspetto che Obama ed i suoi intraprendano la seconda strada, nella convinzione che sia meglio soffrire meno e più a lungo (sempre che sia effettivamente possibile).

Le banche Inglesi dal canto loro, continuano a flirtare con la nazionalizzazione. Il piano di soccorso stilato da Brown, prevede l'estensione del programma di garanzia sui prestiti erogati dalle banche oltre a fornire una garanzia aggiuntiva sui nuovi prestiti pari a 50 miliardi di sterline, assicura che la nazionalizzata Northen Rock estenderà prestiti a clienti che dimostrino di essere meritevoli e promette l'acquisto di assets tossici per l'ammontare di 50 miliardi di sterline. Si tratta in sostanza delle solite mezze misure. Un tentativo di evitare a tutti costi la nazionalizzazione.

Pritchard conclude la sua analisi sulla situazione odierna, rilevando come essa ricordi da vicino quella dei primi mesi del 1931. Una volta tanto però, riesce a scorgere anche un lato positivo: "almeno non è ancora il 1933" dice. Obama secondo lui, si troverebbe ad affrontare una realtà migliore di quella che toccò a Roosevelt nel 33 ed avrebbe quindi, ancora un certo spazio di manovra a disposizione prima che tutto rischi di diventare ingestibile. In questo senso le scelte che il neo presidente compirà in futuro saranno fondamentali. Dovrà agire con decisione e senza commettere errori perchè, con tutta probabilità, non avrà a disposizione una seconda chance per evitare il precipitare degli eventi.

A proposito di eventi che precipitano: un retroscena interessante riguardo agli avvenimenti che coinvolsero il settore finanziario ad Ottobre, emerge da un articolo del daily mail . All'epoca arrivai a suggerire ai lettori di questo blog di fare scorta di cibo. Probabilmente qualcuno avrà pensato che sia stato troppo allarmista. Paul Myners, ministro per la City, ha rivelato che venerdì 10 Ottobre il sistema bancario inglese si trovò ad passo dal completo collasso. Stava per scatenarsi una forsennata corsa alle banche. Il governo andò in stato di emergenza e si preparò ad attuare un blocco totale delle operazioni bancarie che prevedeva: la completa chiusura degli istituti, la sospensione dei ritiri e dei trasferimenti di denaro e una successiva nazionalizzazione dell'intero settore bancario.

Solo frenetiche comunicazioni dietro le quinte riuscirono a scongiurare la corsa alle banche e lo scatenarsi del panico. Inutile dire, che in seguito a queste dichiarazioni, siano arrivati da più parti attacchi a Lord Myners, accusato di incentivare il senso di insicurezza del mercato.

Altre dichiarazioni che hanno fatto molto discutere, sono quelle pronunciate la scorsa settimana da Timothy Geithner. Ricordatevi bene questo nome, perché lo sentirete pronunciare spesso in futuro. Appartiene al ministro designato del tesoro statunitense. Ex presidente della Federal Reserve di New York, Geithner ha ricoperto nella sua carriera diverse posizioni di una certa rilevanza e viene considerato un uomo establishment (qui trovate un diagramma con le sue connessioni). Fu uno dei principali architetti del salvataggio della Bear Sterns, la scorsa primavera. Ricoprì il ruolo di sottosegretario al tesoro nella amministrazione Clinton sotto la supervisione del ministro Robert Rubin e del suo successore Lawrance Summers.

Adesso Rubin, dopo aver trascorso anni nel consiglio di amministrazione della Citigroup senza notare alcun problema nella condotta dell'istituto, si è dimesso "spontaneamente" per andare a ricoprire il ruolo di consigliere di Obama. Summers dal canto suo presiede alla casa bianca, sempre dietro nomina di Obama, il National Economic Council una potente agenzia che ha il compito di supervisionare e dare consigli, in merito alla politica economica dell'amministrazione americana.

Questi personaggi non possono certo essere considerati un grande cambiamento. Sono sicuramente meglio del ministro uscente Paulson e dei suoi amici. Per trovare di peggio, del resto, Obama avrebbe dovuto, probabilmente, cercare nell'averno. Difficilmente però, questi nuovi protagonisti della politica economica USA potranno contrastare in maniera decisa l'establishment economico, essendone stati membri.

E tanto per cominciare con il piede giusto il neo ministro Geithner, la scorsa settimana, in una nota rivolta al comitato finanziario del senato ha attaccato pubblicamente la Cina:

"Il presidente Obama -- supportato dalle conclusioni di un vasta parte degli economisti -- ritiene che la Cina stia manipolando la sua valuta" ha scritto Geithner in risposta a dei quesiti avanzati da alcuni membri del Senate Finance Committee.

"Il presidente Obama si è impegnato come presidente ad usare in maniera aggressiva tutte le vie diplomatiche disponibili nel perseguimento di una modifica nella politica monetaria Cinese" ha detto Geithner.


Dopo aver letto queste dichiarazioni molti si sono messi le mani nei capelli. Willem Buiter in un recente articolo intitolato: "Quando tutto il resto fallisce, dai la colpa alla Cina", critica pesantemente l'aggressività mostrata da Geithner e dall'amministrazione USA. Una delle ragioni per cui Buiter ritiene vi sia speranza che l'attuale recessione globale non si trasformi in una seconda Grande Depressione è l'assenza di quella diffusa politica di dazi e barriere commerciali che fece la sua comparsa durante gli anni 30. Incentivare i conflitti con stupide dichiarazioni, nel mezzo della crisi attuale, sarebbe tutt'altro che costruttivo e potrebbe condurre a scontri dalle antipatiche conseguenze.

Altri soggetti invece, hanno accolto le accuse di Geithner con entusiasmo. E' il caso di un gruppo che rappresenta una parte dell'industria manifatturiera americana, l'U.S. Business and Industry Council, guidato da Kevin Kearns. Kearns ha colto la palla al balzo ed ha invitato il nuovo governo ad erigere delle barriere commerciali all'importazione di merci cinesi. In realtà Obama aveva già annunciato l'intenzione di introdurre una clausola per l'utilizzo di materiali prodotti in america, nella legge che il parlamento approverà a breve e che dovrebbe istituire il preannuciato pacchetto di stimolo all'economia da 825 miliardi di dollari.

Un Keynesiano affermerebbe che l'efficacia di un intervento di stimolo dipenda: dalla propensione al consumo, dal livello della tassazione e dalla propensione all'importazione. In questo senso, uno dei modi più semplici per aumentare l'efficacia di un pacchetto di stimolo è l'adozione di barriere commerciali. Una possibilità che ha scatenato il panico tra gli esportatori USA, preoccupati di possibili ritorsioni commerciali da parte delle altre nazioni. Un gruppo di essi che include Boing, General Elettric e Cateripillar sta correndo ai ripari esercitando forti pressioni volte ad impedire l'approvazione della sudetta clausola.

La Cina, pur infastidita dalle accuse di Geithner ha replicato, per voce del ministro del commercio, definendole delle "critiche senza fondamento" ed ha ribadito di non aver mai manipolato la sua valuta. Secondo analisti cinesi sentiti dalla Reuters, i politici del paese orientale, hanno controllato la propria rabbia nella convinzione che Geithner e Obama stiano solo atteggiandosi per questioni di politica interna. Alcuni commentatori però, cominciano a manifestare preoccupazione riguardo un eventuale diminuizione nell'acquisto di buoni del tesoro USA da parte cinese. Un articolo sul Nikkei riporta l'opinione di Yu Yongding, ex membro della banca centrale Cinese, il quale suggerisce al suo governo di vendere parte dei buoni del tesoro americani in suo possesso e di diversificare gli investimenti aumentando l'acquisto di assets denominati in euro ed in yen. Yu sembra preoccuparsi di un prossimo calo nel valore del buoni del tesoro americani e delle perdite che incasserebbe la Cina nell'eventualità.

Anche Federico Rampini su repubblica, sembra ventilare di una possibile rottura tra Cina e USA:

L´Amministrazione Obama esordisce attaccando la Cina, e in un lampo i mercati sono costretti a porsi una domanda terribile: cosa accadrebbe se Pechino reagisse smettendo di finanziare il debito pubblico americano?
Lo spettro di una frattura nel legame finanziario sino-americano - «Chimerica» come l´ha battezzata lo storico dell´economia Nial Ferguson - ieri ha fatto capolino sul mercato più liquido del pianeta, quello dove si scambiano i Buoni del Tesoro emessi a Washington. I rischi di una tensione commerciale Usa-Cina hanno fatto tremare i Treasury Bonds trentennali, uno dei titoli considerati più sicuri e tradizionalmente un bene-rifugio per gli investitori. I T-Bonds trentennali hanno subìto vendite che hanno portato a un rialzo dei rendimenti, fino a sfiorare il 3,30% proprio giovedì sera, non appena il Senato americano ha diffuso il testo dell´audizione del neosegretario al Tesoro Tim Geithner. Lì figura l´accusa alla Cina di «manipolare la propria valuta».
E´ un´accusa forte, che nessun segretario al Tesoro dell´Amministrazione Bush aveva mai voluto formulare apertamente. Può aprire la strada a ritorsioni commerciali contro il made in China. Quello che ha spaventato i mercati, è l´eventualità che in una escalation protezionista Pechino possa usare l´arma finanziaria, riducendo i suoi acquisti di buoni del Tesoro americani. Con 2.000 miliardi di dollari di riserve ufficiali, la Repubblica Popolare è uno dei più importanti investitori in T-Bonds. L´ultimo decennio di crescita dell´economia mondiale si è retto sulla complementarietà fra Stati Uniti e Repubblica Popolare: all´alto debito dei consumatori americani faceva da corrispettivo l´alto risparmio delle famiglie cinesi; i disavanzi commerciali Usa che andavano a gonfiare le riserve valutarie di Pechino venivano «riciclati» regolarmente dai banchieri cinesi con la sottoscrizione dei titoli pubblici americani.

In realtà non sembra ancora essere all'orizzante una fuga Cinese dal debito sovrano USA (e nel proseguio dell'articolo anche Rampini lo fa notare). Come riporta Brad Setser, a Novembre la Cina ha diminuito l'acquisto di buoni del tesoro americano a lungo termine per l'ammontare di 9,2 miliardi di dollari. In compenso però, ha aumentato i suoi acquisti di debito a breve scadenza per ben 38,2 miliardi. Di fatto la Cina sembra preferire debito a breve termine, probabilmente per difendersi da eventuali fluttuazioni nel valore dei buoni a lungo termine più esposti a repentini cambiamenti. In effetti, i buoni a 10 anni, sono passati da un rendimento minimo il 30 Dicembre del 2,06% al 2,68% della scorsa settimana, evento ritenuto da alcuni, essere il primo segnale dello sgonfiarsi della bolla sui buoni del tesoro americani.

Nonostane alcune frizioni stiano comparendo, continuo a ritenere sia ancora prematuro ipotizzare un reale scontro tra Cina e USA, anche se inevitabilmente aumenteranno le tensioni tra i due paesi nel prossimo futuro.

Alcune tensioni potrebbe sorgere anche tra Giappone e Stati Uniti. Un altra dichiarazione rilasciata da Geithner che ha fatto sollevare più di un sopracciglio è stato l'avvertimento nei confronti del Giappone di non intervenire nel mercato valutario per cercare di contenere l'apprezzarsi dello yen. Il Giappone è uno stato fortemente dipendente dalle esportazioni. Una valuta forte va contro i suoi interessi economici. A Dicembre le esportazioni giapponesi sono crollate di uno spaventoso 35%, dopo un calo del 26,7% il mese precedente. Diverse aziende giapponesi, come honda e toyota, stanno minacciando di spostare la produzione all'estero se lo yen dovesse continuare ad apprezzarsi. La sony ha annunciato perdite pari a 3 miliardi di dollari, 2 miliardi in più rispetto alle attese degli analisti ed ha annunciato licenziamenti per 16000 unità di qui al 2010.

Nonostante gli appelli di Geithner se lo yen dovesse continuare a rivalutarsi il governo del paese del Sol Levante non potrà fare a meno di intervenire sul mercato valutario. La pensa in questa maniera Eisuke Sakakibara, ex vice ministro delle finanze giapponese conosciuto ai più con il soprannome di Mr Yen. In un intervista al Financial Times, Sakakibara ha detto di aspettarsi un intervento da parte del ministero del tesoro, nel caso lo yen dovesse superare quota 85 contro il dollaro. Sakakibara prevede che lo yen si apprezzerà ulteriormente nei confronti del biglietto verde una volta esauritasi "l'Obama euforia".

Non sembra ventilare una qualche reale rottura tra Giappone e Stati Uniti, ma ritiene che le autorità americane saranno costrette a cedere di fronte alle richieste giapponesi e che i due paesi concorderanno insieme un intervento volto al contenere l'aumento della valuta orientale. Secondo il Financial Times, anche Mr Yen sembra predire una "depressione globale" simile a quella degli anni 30, ma come nel caso di Pritchard e Buiter, Sakakibara trova conforto nel fatto che al contrario di allora, oggi, i governi di tutto il mondo sembrino collaborare tra loro.

Auguriamoci che questa forzata collaborazione duri a lungo e che alcuni politici riflettano due volte prima di aprire la bocca.