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martedì 12 maggio 2009

Fantasilandia

C'era un telefilm, trasmesso negli anni ottanta, che verteva su una strana isola in grado di esaudire qualsiasi desiderio. Ogni singolo episodio un gruppo di turisti si recava in questo sperduto luogo di villeggiatura a bordo di un piccolo aeroplano. Una volta sbarcati venivano accolti dal misterioso e distinto Mr Roarke che sfruttando le misteriose caratteristiche dell'isola era in grado di concedere ai suoi ospiti, per il tempo di un episodio, la possibilità di realizzare ogni loro segreta fantasia: potevano diventare quello che avevano sempre desiderato, vivere in qualunque periodo storico ed in qualsiasi luogo, fosse esso realmente esistente o meno.

I villeggianti trascorrevano un breve periodo cullandosi felici all'interno di un esistenza irreale ritagliata su misura. Terminata la vacanza però, la realtà, implacabile tornava a fare capolino, dissolvendo ogni fantasia costringendo i turisti a tornare al mondo reale, portandosi dietro, se erano stati fortunati, qualche importante lezione di vita.

La situazione dell'economia mondiale sembra ricordare perfettamente un episodio di Fantasilandia.

Obama, Berlusconi, Tremonti, Geithner, tanto per fare qualche nome, sono concordi nell'affermare che il peggio sia passato e la ripresa economica sia dietro l'angolo. Il comitato monetario della banca centrale inglese ha recentemente dichiarato di aspettarsi una ripresa a V dell'economia, cioè una risalita che sia altrettanto rapida di quanto sia stato il tracollo e ieri ci si è messo pure il capo della BCE a spargere ottimismo ai quattro venti:

Ci stiamo avvicinando, per quanto riguarda la crescita, ad un punto di svolta. - ha detto Trichet ,a margine della riunione dei banchieri centrali del G10 presso la sede della banca dei regolamenti internazionali - In ogni caso stiamo osservando una frenata della caduta del Pil, ed in alcuni casi si vede già una ripresa".

Le motivazioni a supporto di questa presa di posizione sono molteplici primo tra tutti il rialzo delle borse, in particolar modo di quella americana che ha registrato un +40% rispetto ai minimi toccati a Marzo. Un altro fattore che sta facendo sperare sia politici che gli economisti è il recente aumento degli ordinativi dell'industria. Uno per tutti in Europa il dato tedesco:

Nel mese di marzo, gli ordinativi dell'industria manifatturiera tedesca sono saliti del 3,3% su base mensile destagionalizzata. Il dato e' sopra il consensus degli economisti (+0,5%). Si tratta anche del primo segno positivo dallo scorso agosto 2008 (+2,6%). Positivi sia gli ordini dal canale domestico (+1,1%) e sia quelli dal canale estero (+5,6%). Lo comunica l'ufficio statistico federale.

L'effetto di questo aumento si starebbe facendo sentire anche in Italia, almeno secondo Scajola. Il ministro attività produttive ha affermato che i dati sull'export italiano indicherebbero un aumento degli ordini dall'estero del 3,5% per il mese di Marzo. Diceva il 27 Aprile Scajola:

I provvedimenti del governo sono stati utili. E' il commento del ministro delle Attività' produttive Claudio Scajola a Torino per l'assemblea dell'Api (Associazione piccole industrie locali). ''Gia' i dati di marzo e poi i dati di aprile - ha detto Scajola - stanno facendo notare in maniera chiara che c'e' un'inversione di tendenza. I dati complessivi sul trimestre sono ancora negativi - ha aggiunto - ma quelli sull'auto in modo particolare a marzo e quelli complessivi sull'export e sul comparto industriale danno un segnale di lieve ripresa che fa pensare che i provvedimenti del governo siano stati utili e che la congiuntura negativa internazionale stia volgendo alla fine. E cosi' ci auguriamo''.
I dati economici rilasciati ieri invece, rivelano una realtà meno rosea:

Anche l'Istat definisce un "calo eccessivamente elevato" quello registrato dalla produzione industriale, che a marzo è arretrata rispetto al mese precedente del 4,6% e nel primo trimestre 2009 ha perso il 9,8% rispetto al trimestre precedente. Robusto anche il calo tendenziale: rispetto allo stesso mese dell'anno precedente, rileva infatti l'Istat, la produzione è calata del 23,8% (si tratta di un dato corretto, dato che ci sono stati 22 giorni lavorativi contro i 20 di marzo 2008; -18,2% è invece il dato grezzo).

Come già per il dato di febbraio, il dato tendenziale corretto è ancora il più basso mai toccato nelle serie storiche dell'Istat (dal 1990, con il primo dato annuo a gennaio 1991).

E il prossimo mese, secondo le previsioni di Confindustria, non andrà meglio: il Centro Studi per aprile stima una flessione del 23,1%, in linea con il trend di marzo 2008 (-23,8%). Su base mensile, in aprile, Confindustria calcola un rimbalzo della produzione industriale dell'1,5% su marzo. I dati grezzi indicano una variazione ad aprile del 23,2% su base annua.

Sebbene gli ultimi dati sull'economia reale non segnalino nulla di positivo la speranza di aver finalmente oltrepassato la fase di maggiore sofferenza non si è spenta. Una serie di indicatori economici ha mostrato un miglioramento nelle ultime settimane e ha fatto evocare una ripresa che potrebbe partire dagli Stati Uniti, l'epicentro di questa crisi.

Gli ultimi dati del dipartimento del lavoro statunitense hanno rivelato una perdita di posti di lavoro nel mese di Aprile, pari alle 539000 unità, contro un calo di 663000 del mese di Marzo. Un diagramma contenuto nel rapporto dell'ADP di Aprile, che riporta il dato della disoccupazione USA depurato dal settore agricolo (e di altri settori minori come quello delle organizzazioni no profit e dei generici dipendenti governativi) mostra graficamente ed in maniera più chiara questa inversione di tendenza:


Una perdita di 491000 posti di lavoro ad Aprile contro 741000 del mese precedente secondo i dati dell'ADP, o se si preferisce usare quelli complessivi del BLS di 539000 contro 663000, rappresenta un segnale positivo che è stato accolto con un certo ottimismo. Sebbene la disoccupazione abbia continuato ad aumentare arrivando a toccare l'8,9% ad Aprile, contro l'8,5% di Marzo, il tasso di questo peggioramento mostra un evidente rallentamento, le cui cause vengono individuate da molti in un miglioramento generale dell'economia.

Altri dati vanno nella stessa direzione. Ad esempio quello sui nuovi ordinativi di beni durevoli, calati negli USA dello 0,8% a Marzo, una contrazione inferiore alle aspettative del mercato, secondo le statistiche del dipartimento al Commercio. Anche l'indice di fiducia dei consumatori americani corrobora le dichiarazioni ottimiste di politici e banchieri centrali. Secondo il Conference Board degli Stati Uniti, l'indice è salito ad Aprile a 39,2 punti, 12,3 punti in più rispetto ai 26,9 toccati a Marzo. Gli analisti si aspettavano che si assestasse a 29 punti.

E l'elenco di dati che rivelano un miglioramento generale potrebbe continuare ancora a lungo.

Ciò detto, l'euforia che trapela dalle dichiarazioni dall'establishment economico e politico mondiale mi sembra eccessiva oltre che prematura.

Per quel che riguarda il rialzo dei listini, a partire da quelli USA, nulla mi toglie dalla testa che ci troviamo di fronte ad un classico "sucker rally". Un rialzo temporaneo all'interno di un andamento generale al ribasso, rialzo che di solito attira una frotta di investitori, richiamati dalla prospettiva di facili guadagni i quali generalmente finiscono con l'incassare pesanti perdite non appena il rally si esaurisce.

Le voci che parlano di "sucker rally" sono poche, ma risaltano con forza tra il coro di analisti che grida: "comprate il peggio è passato!" (la CNBC USA è il perfetto esempio di questo atteggiamento). Due che considero tra le più autorevoli sono quella di David Rosenberg e di Ambrose Evans-Pritchard.

Anche Tyler Durden, pseudonimo del gruppo di individui che gestisce il blog zerohedge, ha più volte messo in guardia sulla situazione dei mercati. Qualche giorno fa ha descritto, su seekingalpha, un anomalia che riguarda la borsa Newyorkese. Tyler ha riportato due grafici sul volume del NYSE (New York Stock Exchange) e li ha confrontati: il primo riguarda quel periodo del 2003 che vide l'inizio della scorsa ripresa economica, il secondo il recente rally:




La linea nera, che indica gli alti ed i bassi dell'indice, ha nel primo grafico un andamento fortemente fluttuante, segno di una vivace attività di acquisti e di vendite. Nel secondo grafico invece, siamo di fronte ad una linea che dal 9 Marzo in avanti è pressoché piatta.

Una delle spiegazioni più popolari (anche se non certo mainstream) che si tende a fornire per questo strano andamento è molto semplice: il mercato sarebbe "manipolato".

Pochi grandi soggetti starebbero sostenendo in maniera coordinata il mercato facendo salire le borse. L'impulso lo avrebbero dato i risultati positivi (almeno sulla carta) del comparto finanziario e delle grandi banche, sull'onda della modifica delle regole di "mark to market" e grazie ai vari "aggiustamenti" dei bilanci. Il rialzo delle borse avrebbe scatenato un gigantesco "short squeeze" distruggendo tutti quelli che ancora avevano delle posizioni al ribasso, obbligandoli ad acquistare i titoli necessari a coprire le suddette posizioni (è il caso di Mike Morgan ad esempio, che ha gettato la spugna rinunciando ad operare in borsa per conto terzi accusando il mercato di essersi trasformato da irrazionale a "criminale").

Ricostruzione che si sposa bene con alcuni dati che Pritchard fornisce. I titoli su cui erano aperte le più numerose posizioni short (al ribasso) hanno avuto un rialzo del 70%. Quelli ritenuti maggiormente solidi invece sono saliti solo del 21%. Teun Draaisma della Morgan Stanley, definito guru per quel che riguardo il mercato azionario, si dice convinto che il rialzo degli ultimi mesi sia destinato a terminare presto, facendo notare che nessuno degli indicatori che utilizza per individuare i trend futuri sia tornato in territorio positivo.

Un altro segnale che dovrebbe suscitare diffidenza è l'eccessiva euforia degli analisti. Secondo il Barron's Big Money Poll, un sondaggio condotto due volte l'anno in primavera ed autunno, il 59% dei gestori di investimento intervistati sono "bullish" cioè vede un rialzo futuro del mercato, mentre solo il 13% di essi ha una visione pessimista. Draaisma fa notare come il crollo del mercato immobiliare USA abbia storicamente impiegato 42 mesi per completare il proprio declino, mentre attualmente siamo solo a 26 mesi dall'inizio della crisi del settore.

Anche i fondamentali economici rimangono pessimi. Sebbene vi siano timidi segnali di miglioramento i dati non vanno fraintesi. Un aumento degli ordinativi era prevedibile una volta che buona parte degli inventari delle aziende fosse stato smaltito come è effettivamente avvenuto nei primi mesi di quest'anno. Non ci troviamo necessariamente di fronte ad un significativo segnale di ripresa. Anche se la contrazione di un indicatore economico del 20% (ad esempio) è senz'altro meglio rispetto ad una discesa del 30%, sempre di un calo stiamo parlando. Il tasso di disoccupazione è in aumento da 16 mesi consecutivi, il PIL degli Stati Uniti è sceso del 6,1% nel primo quarto contro il 6,3% del quarto precedente, superando di gran lunga le aspettative degli analisti che prevedevano un -4,7%. Senza una reale ripresa del PIL è difficile immaginare un vera e sostenibile ripresa dei mercati o per dirla con le parole di Rosenberg:

Pensiamo sia ironico che vi sia una pluralità di portfolio managers così "bullish" quando la loro previsione collettiva di crescita, pari al 2%, rappresenterebbe la seconda più debole ripresa mai registrata, metà della quale è tipica di un auto-sostenuto bull market e ben al di sotto del tasso di crescita medio storicamente registrato, pari a circa il 3%.

Se come tutto fa presagire, i recenti rialzi di borsa configurano un "sucker rally" i listini nel prossimo futuro subiranno un calo che potrebbe trasformarsi in tracollo dato il contenuto volume degli scambi. Quando un evento del genere possa verificarsi è difficile da dire. Se dovessi buttarmi annusando l'aria (e dico annusando l'aria, perché con tutta la buona volontà in un mercato come quello attuale l'analisi tecnica dei mercati e dei fondamentali può fornire indicazioni fino ad un certo punto) direi a breve, probabilmente verso luglio-agosto, quando la soglia di attenzione della gente tende ad abbassarsi.

Russell Napier, uno storico esperto dei mercati "bear" ed autore del libro "Anatomy of the Bear", dice su ftalphaville che l'attuale fase di stabilizzazione probabilmente durerà per un paio di anni, dato che il pericolo di deflazione sembra essere ormai scongiurato, ma avverte che il fondo non è ancora stato toccato. Esso verrà raggiunto quando i rendimenti sui buoni del tesoro a 10 anni arriveranno a toccare il 6% valore a cui storicamente tende a collassare il mercato azionario.

Non sono d'accordo con l'analisi delle tempistiche di Napier, ma su una cosa ha perfettamente ragione. Il rendimento dei buoni del tesoro USA e la dinamica degli acquisti diretti eseguiti dalla FED, contrapposti a quelli effettuati dai compratori storici come la Cina, è un fattore da seguire con attenzione. Un 6% di rendimento sarebbe come gridare a pieni polmoni "dislocazione". La banca centrale cinese nel suo ultimo rapporto trimestrale si è lamentata per il rischio di inflazione globale che le coordinate operazioni di "quantitative easing" da parte delle maggiori banche centrali potrebbero scatenare. La preoccupazione dei cinesi è di vedere una progressiva erosione del valore delle proprie riserve. Un vecchio tormentone ormai. Il premier cinese si era già pubblicamente lamentato in Marzo a questo riguardo.

Sono pochi a ritenere che i cinesi possano cominciare a vendere assets denominati in dollari. Quello che preoccupa realmente è il tenore dei futuri acquisti di buoni del tesoro. Ogni mese la Cina accumula 40 miliardi di dollari che in qualche maniera deve essere investita. La strategia del paese asiatico sembra essersi modificata negli ultimi mesi. La Cina si è lanciata con veemenza nell'acquisto dei diritti di accesso ad alcune materie prime: petrolio, metalli, acqua.

Inoltre sul fronte interno, la Cina sta cercando di sostenere in ogni modo la propria crescita economica.

Negli ultimi tempi il comparto manifatturiero cinese si è leggermente ripreso. Gli ultimi dati sul PIL evidenziano un aumento del 6,1% per il primo trimestre dell'anno se paragonato allo stesso trimestre dell'anno precedente. Un dato che sarebbe di per se preoccupate per una nazione che ha sempre dichiarato di necessitare di un 8% almeno di crescita - per assorbire l'offerta di manodopera proveniente dalle campagne e il flusso di neo laureati - seppure non drammatico. Purtroppo la maggior parte degli economisti arriva ad ammettere che circa il 4% di quel dato sia dovuto agli interventi di stimolo economico operati dal governo e che un altro 2-3% sia pressoché inesistente, un esagerazione nata dal desiderio dei burocrati statali di soddisfare le aspettative del governo centrale.

In sostanza, senza considerare gli interventi statali, la crescita cinese sarebbe praticamente azzerata. Interventi che in gran parte si sono materializzati sotto forma di credito alle imprese e di dictat emanati dal governo per impedire alle aziende di licenziare la manodopera in eccesso. Inizialmente la cifra che lo stato cinese promise di estendere alle aziende mediante il sistema bancario (sotto forma di credito) doveva essere per l'anno in corso di 732 miliardi di dollari. Solo nei primi tre mesi di quest'anno le 3 principali banche cinesi hanno concesso prestiti per un ammontare di 670 miliardi di dollari, gran parte dei quali sono stati elargiti a grosse aziende statali, nell'ambito dell'annunciato intervento di stimolo economico di 586 miliardi di dollari.

Resterebbero quindi, meno di 100 miliardi di dollari ancora da concedere. Fatto che ha generato profonda inquietudine tra gli analisti. La recente tenuta dell'economia cinese è in gran parte da attribuire a questa inondazione di credito. Se essa dovesse arrestarsi le conseguenze potrebbero essere profondamente antipatiche. Lo stato cinese è dovuto correre ai ripari ed ha recentemente annunciato l'intenzione di espandere ulteriormente la disponibilità di credito per l'anno in corso. Si dice che il nuovo obiettivo oscilli tra 1,1 e 1,3 trilioni di dollari.

La Cina quindi, come gran parte del pianeta, continua a seguire la politica del prender tempo, sostenendo la domanda aggregata sul fronte interno grazie ad interventi statali ed estendendo credito ad aziende e privati tramite le sue banche, nella speranza che quanto prima l'economia mondiale riparta salvando tutti quanti.

Se ciò non dovesse verificarsi il rischio per le banche cinesi schizzerebbe alle stelle. I prestiti fatti ad aziende non profittevoli, incapaci di licenziare e razionalizzare le proprie operazioni sono prestiti a rischio. Nel caso una significativa quantità di essi non venisse restituita le perdite andrebbero a gravare sulle spalle di uno stato che si ritroverebbe ad aver già impiegato buona parte delle sue risorse. Quante ne avanzerebbero per sostenere gli USA tramite l'acquisto di nuovi buoni del tesoro, resterebbe da vedere.

Gli ultimi dati disponibili sulle vendite di buoni USA, hanno rivelato una significativa perdita di appetito da parte del paese orientale.

Questo fatto sta facendo aumentare la pressione su Bernanke e sulla banca centrale USA costringendo quest'ultima ad aumentare i propri acquisti di buoni del tesoro nel tentativo di contenerne i rendimenti. Nonostante le operazioni di "quantitative easing" portate avanti dalla FED, i rendimenti dei buoni a 10 anni sono saliti di 55 punti dal 15 Aprile (il massimo negli ultimi 6 mesi) sfondando la resistenza al 3%.

Per finire, continuano ad incombere sull'economia i problemi legati al comparto bancario.

Lo stress test a cui sono stati sottoposti i 19 maggiori istituti americani sotto indicazioni del tesoro USA, si è rivelato l'ennesima farsa. Molte delle condizioni economiche considerate nel caso dello scenario più sfavorevole, sono già state superate dalla realtà. Inoltre quando mai si è sentito dire che il risultato di un test decisivo come questo, sia stato oggetto di "contrattazione" con i soggetti sottoposti al test stesso?

D'altro canto, la situazione delle banche Europee, secondo l'FMI sarebbe perfino peggiore rispetto a quella delle loro colleghe americane. Il Fondo stima che le banche dell'area Euro dovranno registrare da qui alla fine del 2010, 750 miliardi di dollari di perdite sugli assets tossici in loro possesso, contro i 550 miliardi di perdite stimati per le banche statunitensi.

Guardandomi intorno insomma, non mi pare che alcun governo abbia, fino ad ora, adottato qualche efficace soluzione che vada realmente ad incidere su quei problemi che sono alla base della crisi economica attuale. Pritchard afferma con gioia, che il taglio globale del tasso di interesse a zero e l'adozione del quantitative easing da parte delle principali banche centrali del pianeta (ha da poco iniziato anche la BCE) ci salverà dal disastro.

Spero che abbia ragione.

La mia impressione purtroppo, è che una serie di politici, economisti e banchieri stia compiendo in maniera coordinata un enorme sforzo volto a dipingere uno scenario da favola, per convincerci dell'effettiva esistenza di un mondo che è un semplice parto della loro fantasia, un luogo in cui la ripresa economica ci aspetta amichevolmente dietro l'angolo con le braccia spalancate. Un illusione che potrà durare poco, lo spazio di una vacanza, prima che Tatoo venga gentilmente a riportarci alla realtà.

martedì 24 marzo 2009

Fuoco di sbarramento

E' dal giorno in cui il nuovo presidente degli Stati Uniti si insediò alla casa bianca che il mondo attendeva una risposta al problema degli assets tossici presenti ancora oggi nei bilanci delle banche. La speranza che il ministro del tesoro scelto da Obama, Timoty Geithner, avrebbe in breve tempo presentato un audace e risolutivo piano, si spense presto. Geithner si dimostrò impacciato ed impreparato, stretto tra il desiderio di aiutare i suoi amici banchieri ad uscire dalla loro impasse a testa alta - e soprattutto con le tasche piene - e la necessità di risolvere la situazione convincendo il contribuente che ben poco del denaro statale sarebbe stato impiegato.

Per settimane sono girate molte voci su come Geithner intendesse comportarsi per raggiungere questi obiettivi, ma pochi dettagli precisi son trapelati a riguardo. Poi, ieri mattina la svolta. Finalmente, Il governo degli Stati Uniti ha gettato un po' di luce e lo ha fatto rilasciando un documento ufficiale. In esso viene illustrato, in maniera abbastanza dettagliata, il funzionamento del piano anticipato in passato da Geithner, anche se solo a parole .

I listini hanno reagito all'avvenimento facendosi prendere da una sfrenata euforia e salendo alle stelle. Il progetto avanzato dal ministro del tesoro USA, sembrerebbe quindi avere incassato l'approvazione dei mercati.

Gli obiettivi che il piano si prefigge sono due: ripulire i bilanci delle banche dalle Legacy Loans e dalle Legacy Securities. Se vi steste chiedendo che si intende con quei due termini, beh, immaginatevi una granda pila di spazzatura maleodorante.

Il termine Legacy Loans nasce lo scorso Luglio per opera del CFO della JP.Morgan Mike Cavanagh, come modo per distanziare le banche, nell'immaginario collettivo, dai prestiti andati a male concessi nel corso degli anni precedenti. Si tratta semplicemente di un termine il cui suono è stato ritenuto più rassicurante rispetto ad "assets pericolanti". Lo stesso discorso vale per Legacy Securities, anche se in questo caso di intendono tutti quegli assets che venivano poi rivenduti sul mercato secondario, tradotto: derivati costruiti sui mutui e simili.

Nel caso delle Legacy Loans, il piano prevede che venga svolta un asta tra privati per determinare il prezzo a cui esse verranno vendute di volta in volta, da questa o quella banca. La maggior parte della cifra in questione verrà sborsata dallo stato sotto forma di garanzia fornita dall'FDIC. Una quantità di denaro pari a quella impegnata dal privato, verrà poi scucita direttamente dal tesoro.

Per capire meglio, vediamo cosa dice l'esempio illustrativo contenuto nel documento del governo:

Passo 1: Se la banca ha un pool di mutui residenziali con un valore facciale di 100 dollari e vuole disinvestire, essa si farà avanti a questo scopo con l'FDIC

Passo 2: L'FDIC determinerà, in base al processo riportato sopra (si riferisce al documento originale ndr), la disponibilità a fornire al pool in questione un leverage di 6 a 1 in base al rapporto debito-investimento

Passo 3: Il pool sarà poi messo all'asta dall'FDIC, con diversi soggetti del settore privato che presenteranno una loro offerta. L'offerta più alta del settore privato – in questo caso 84 dollari – vincerà e andrà a formare un Fondo Pubblico-Privato di Investimento che acquisterà il pool di mutui in questione.

Passo 4: Sugli 84 dollari del prezzo di acquisto, l'FDIC fornirà la garanzia a 72 dollari di finanziamento, lasciando scoperti 12 dollari di investimento iniziale.

Passo 5: Il tesoro fornirà poi il 50% di questo investimento iniziale in affiancamento all'investitore privato. Nell'esempio fatto, il tesoro investirà circa 6 dollari, mentre il privato contribuirà con altri 6 dollari.

Passo 6: L'investitore privato gestirà poi il pool di assets ed il momento della sua disposizione - usando degli asset managers approvati e sottoposti alla supervisione dell'FDIC.

La prima cosa che si può notare è che l'investitore privato su 84 dollari di investimento, ne sborsa materialmente solo 6. Altri 6 vengono messi direttamente dal tesoro. I rimanenti 72 vengono raggranellati sul mercato vendendo a questo scopo obbligazioni. Il valore di queste obbligazioni viene garantito dall'FDIC, dato che nessun privato si sognerebbe mai, senza avere una garanzia alle spalle, di prestare denaro perché esso venga poi utilizzato per l'acquisto di spazzatura. L'FDIC è un ente che dipende dal governo stesso. Il suo scopo primario dovrebbe essere quello di liquidare le banche fallite, proteggendo nel contempo i depositi dei correntisti. In questo caso invece, viene utilizzato come garante del valore delle obbligazioni emesse nell'ambito del PPIF. In soldoni, anche delle eventuali perdite sui 72 dollari di leverage (altrimenti detto debito) risponderà il tesoro USA.

Il contribuente americano quindi, si troverà chiamato in causa per il 92%-96% della cifra complessiva mentre il privato risponderà del restante 8%-6%. Una volta acquistati, gli 84 dollari di assets tossici, pardon Legacy Loans, verranno gestiti fino alla liquidazione finale da managers approvati dall'FDIC stesso.

Tutta l'operazione ideata da Geithner, si riduce all'introduzione di un intermediario, utilizzato per dare l'illusione che vi sia dietro a questo plateale giochetto, non lo stato, bensì un gruppo di privati. Questo intermediario si intascherà un bel gruzzoletto per l'opera di recupero capitale e per la gestione degli assets, mentre ogni possibile perdita - che non ecceda il 92%-96% della cifra totale - ricadrà sulle spalle del governo USA.

Chi, non vorrebbe partecipare ad un progetto simile?

Progetto che Krugman ha riassunto con la frase: "testa io vinco, croce tu perdi".

La parte del piano che riguarda le Legacy Securities è differente, ma anche in questo caso gran parte del denaro viene fornito dal governo. Vediamo l'esempio fatto nel documento ufficiale a riguardo:

Passo 1: Il tesoro lancerà il processo di sottoscrizione per i managers interessati al Legacy Securities Program.

Passo 2: Un fund manager potrà sottoporre una sua proposta e così si pre-qualificherà per il recupero di capitali privati, volti alla partecipazione in un programma di investimento congiunto con il tesoro.

Passo 3: Il governo acconsente a fornire un dollaro di capitale per ogni dollaro di capitale privato che il fund manager sarà in grado di recuperare e di fornire un certo livello di leverage per finanziare il proposto Public-Private Investment Fund.

Passo 4: Il fund manager fa poi partire il processo di vendita per il fondo di investimento ed è in grado di recuperare per esso 100 dollari di capitale privato. Il tesoro fornisce altri 100 dollari come investimento che si va ad affiancare al capitale privato e fornirà un prestito di 100 dollari al Public-Private Investment Fund. Il tesoro potrà anche considerare richieste dal parte del fund manager per un addizionale prestito che potrà arrivare ad un massimo di 100 dollari.

Passo 5: Come risultato, il fund manager ha 300 dollari (o in alcuni casi 400 dollari) di capitale totale a disposizione e può cominciare il programma di acquisto delle securities in oggetto.

Passo 6: Il fund manager ha piena discrezionalità sulle decisioni dell'investimento, sebbene segua in linea di massima una strategia di lungo termine: "compra e tieni". Il Public-Private Investment Fund, se il fund manager decide in questo senso, potrà anche avere accesso alla versione espansa del TALF quella che riguarda le legacy securities, quando essa sarà lanciata.

Anche nel caso delle Legacy Securities il grosso del denaro viene messo dal governo sebbene siano numerosi i dettagli che non si conoscono ancora, specialmente sulle condizioni che riguardano ai prestiti erogati nell'ambito del programma. Quel che risulta chiaro è che a fronte di un investimento iniziale pari a 100 dollari, si potranno ottenere fino a 300 dollari di finanziamento statale a fondo perduto (si tratta di non recourse loans). Inoltre un buon numero di queste securities rischia di venire successivamente scaricata sul bilancio statale tramite il TALF.

L'intero piano elaborato da Geithner non è altro che un gigantesco stupro operato da un gruppo di banchieri e speculatori nei confronti dell'intera popolazione statunitense. Tutto con il bene placido e sotto la supervisione del governo.

Rivoltante è dir poco.

La ragione per la quale il governo non acquista direttamente tutti i titoli tossici dalle banche facendola finita una volta per tutte, è l'impossibilità in un simile scenario di diluire nel tempo la spesa, come invece ritiene di poter fare applicando il piano di Geithner. Inoltre le pressioni di una popolazione sempre più esasperata nei confronti del settore bancario, impedirebbe l'adozione di una simile strategia ed il contemporaneo salvataggio dei banchieri amici di Geithner.

Penso che neppure il ministro del tesoro USA - per quanto vada in giro ad assicurare che un simile miracolo si verificherà - ritenga veramente che suo il piano possa far nascere un mercato per la spazzatura. I soggetti che avranno accesso ai finanziamenti statali finiranno col rimpallarsi tra loro gli assets tossici fino a quando i fondi governativi dureranno, intascandosi nel frattempo, una parcella per ogni passaggio. Chi investirà in questi fondi di suo non rischierà nulla: ogni eventuale guadagno finirà nelle sue tasche ed ogni eventuale perdita verrà segnata sul bilancio statale.

Un altro dubbio che sorge, leggendo il documento rilasciato dal governo, è se esista un eventuale meccanismo che impedisca ad una banca di istituire una struttura ad hoc per partecipare al programma del tesoro.

In sostanza, la banca A potrebbe creare il fondo pincopallo, farlo partecipare ad un asta per un pool di assets marci della stessa banca A, vincere l'asta offrendo una cifra stratosferica, sborsare solo il 5%-6% della cifra in questione liberando così i bilanci della banca ed accollando allo stesso tempo, ogni perdita allo stato.

Un gruppo di managers della Goldman Sachs qualche tempo fa, abbandonò l'istituto ed annunciò l'intenzione di fondare una società per sfruttare le possibilità di investimento che il governo avrebbe messo a disposizione del mercato tramite il PPIF (Public-Private Investment Fund). Cosa vieterebbe a questi signori di farsi prestare un 6% di fondi iniziali dalla loro ex banca ed utilizzarli per acquistare, pagandola eccessivamente, spazzatura dalla Goldman stessa?

Il sospetto che lo scopo dell'intero progetto sia proprio questo è forte.

Ovviamente la borsa ha gradito enormemente il piano. Del resto sarebbe stato strano il contrario. Il governo ha promesso di dare soldi a tutti, banche ed intermediari e di intascarsi ogni perdita. Per gli investitori e per i bilanci bancari il fatto è senz'altro positivo. Resta da vedere quanto ciò potrà effettivamente sistemare i libri contabili degli istituti di credito e quante perdite finirà con l'assorbire il tesoro USA.

Proprio ieri, la FED ha annunciato d'aver trasferito sul bilancio statale gli assets della Bear Sterns e dell'AIG che teneva parcheggiati nel fondo chiamato Maiden Lane (diviso in realtà in 3 fondi: Maiden Lane 1-2 e 3) ed il cui valore secondo gli ultimi dati disponibili, ammonterebbe a 72,1 miliardi di dollari. Quante perdite si annidino in questi assets non è dato sapere. Si conoscono solo alcuni retroscena. Ad esempio Maiden Lane 3, pagò una serie di banche, 62 miliardi di dollari per l'acquisto di alcuni CDO assicurati dall'AIG tramite CDS, in modo che i suddetti CDS venissero annullati. In cambio di questi 62 miliardi, la FED ha ottenuto assets per un valore di 30 miliardi di dollari.

Tutte le perdite contenute in Maiden Lane adesso sono un problema del governo USA. Questo dimostra come ha scritto Willem Buiter in un recente articolo, che la FED è in grado di fallire (almeno in teoria). Essa dipende strettamente dal governo degli Stati Uniti ed è incapace in maniera autonoma di far fronte ad ingenti perdite. Ogni eventuale perdita verrà inevitabilmente girata dalla FED sul bilancio statale.

Sembra inoltre, che verrà presto reintrodotta l'Uptick Rule. Si tratta di una regola adottata dalla SEC nel 1937 con l'obiettivo di limitare le vendite di titoli al ribasso. In base ad essa, prima di poter giocare a ribasso su un titolo, bisogna aspettare che il valore di quest'ultimo risalga o che esso risulti, in ogni caso, più elevato rispetto a quello riscontrato durante la vendita immediatamente precedente.

L'Uptick rule venne abolita nel 2007 dalla SEC, dopo che diversi studi ne dimostrarono l'ininfluenza. Va detto che i test in questione non furono eseguiti prendendo in esame le condizioni di un mercato sotto grande stress, quelle in cui ci troviamo immersi dallo scorso anno ad esempio. In un mercato volatile come quello degli ultimi mesi, le vendite al ribasso sono considerate "il male" (vero o meno che sia). Da più parti sono giunte pressioni verso una reintroduzione dell'Uptick Rule e tutto fa pensare che la SEC, durante la prossima riunione dell'8 Aprile cederà ad esse.

Nelle ultime settimane sono state intraprese una serie di misure estremamente pesanti. Ricapitolando: la FED si è lanciata con 300 miliardi di dollari nell'acquisto diretto di buoni del tesoro a lungo termine, Geithner ha presentato il suo piano truffaldino (almeno nei confronti dei contribuenti), è stato sospeso il mark to market, verrà (quasi certamente) reintrodotta l'Uptick Rule e la FED ha appena liberato parte dei suoi bilanci, scaricando le perdite sul conti del tesoro.

Stiamo assistendo ad un vero e proprio fuoco di sbarramento.

Le ragioni che stanno dietro a questi provvedimenti potrebbero essere banali.

Ad un paio di mesi dall'insediamento di Obama non era più rimandabile un intervento, la presentazione dei dettagli del piano di Geithner era stata posticipata troppo a lungo. Era fondamentale mostrare ai mercati l'intenzione di afferrare il toro per le corna. Tanto valeva, a quel punto, agire in maniera massiccia e coordinata, adottando una serie di misure ben viste dai principali operatori finanziari.

L'altra possibilità è che la FED ed il governo USA abbiano a disposizione dei dati di prima mano sull'economia. Dati che non vogliamo veramente conoscere perché ci toglierebbero il sonno ed in base ad essi abbiano deciso di intervenire preventivamente con una terapia d'urto nel tentativo di stabilizzare il mercato del credito e di far risalire i listini.

In questo secondo caso, ci troveremmo di fronte all'equivalente economico della linea maginot.

Quale che sia la verità, gli Stati Uniti sono molto vicini a giocarsi il tutto per tutto e per quanto trovi ripugnante gran parte delle misure intraprese, non posso che augurar loro di vincere questa rischiosa scommessa al raddoppio.

domenica 22 marzo 2009

L'ultima cartuccia

Domenica scorsa 60 minutes ha intervistato Ben Bernanke: un evento senza precedenti. Il capo della Federal Reserve aveva sempre declinato ogni invito in tal senso, forse per mantenere quell'aurea di mistero ed imperscrutabilità che da sempre avvolge la banca centrale degli Stati Uniti.

Ma i tempi cambiano. Una crisi economica che non ha precedenti nella storia recente ed il fioccare di proteste contro la scandalosa condotta tenuta dai dirigenti dell'AIG - il colosso assicurativo salvato dal governo USA a suon di 180 miliardi di dollari - che incuranti di tutto il denaro strappato al contribuente, si sono auto-assegnati 160 milioni di dollari in bonus, hanno costretto il vecchio Ben a scendere in campo rivolgendosi direttamente alla nazione.

Il servizio di 60 minutes cerca in ogni maniera di mostrarci il lato umano di Bernanke. La storia della sua famiglia, i suoi studi, come si fosse preparato una vita intera per affrontare una crisi economica come quella odierna. Ad un certo punto, l'intervistatore interroga Ben, in merito ai salvataggi che la FED ha operato nei confronti di una serie di società finanziarie. Bernanke con aria afflitta, risponde di non aver potuto agire altrimenti e annuncia di essere profondamente infuriato nei confronti di queste entità, in particolar modo dell'AIG, la cui vicenda lo avrebbe riempito di una tale rabbia, da spingerlo più volte a sbattere giù la cornetta del telefono mentre ne discuteva. Si tratta forse del momento più toccante di tutta l'intervista. Traspare una sofferenza quasi genuina dalle parole del vecchio Ben.

Mentre seguivo l'intervista e cercavo, assalito dalla commozione, di agguantare un pacco di fazzoletti, Bernanke cambiava totalmente marcia e mi spiazzava dichiarando con fare rassicurante: " Ma abbiamo un piano. Ci stiamo lavorando sopra. E io penso che riusciremo a stabilizzarla (l'economia ndr), e che vedremo terminare la recessione probabilmente quest'anno. Vedremo la ripresa cominciare l'anno prossimo".

Tutto bene quindi.

Ben e la FED stringono saldamente il timone tra le mani ed hanno imboccato una rotta che ci condurrà fuori dal mare in tempesta entro la fine dell'anno.

Giunse poi mercoledì, il giorno della prevista riunione dell'FOMC - il comitato della Federal Reserve che decide della politica monetaria degli Stati Uniti - e tutto cambiò. Generalmente, il comitato si occupa di ritoccare il tasso di interesse, ma con il tasso al minimo storico dello 0,25% era rimasto ormai ben poco da ritoccare.

L'FOMC ha quindi deciso di ricorrere alla soluzione finale adducendo come giustificazione per la decisione presa:

Le informazioni ricevute dal Federal Open Market Committee, dall'incontro di Gennaio a oggi indicano che l'economia continua a contrarsi. Il calo dell'occupazione, il declino della ricchezza e del valore delle abitazioni e una ristrettezza del credito hanno pesato sull'umore dei consumatori e sulla loro propensione alla spesa. Un deteriorarsi delle prospettive di vendita e la difficoltà nell'ottenere credito hanno portato le aziende a tagliare le scorte e gli investimenti fissi. Le esportazioni USA sono crollate dato che un numero sempre maggiore di partner commerciali sono caduti in recessione.

L'FOMC continua per qualche riga ancora, a descrivere una situazione in costante peggioramento che mal si concilia con i discorsi fatti da Ben a 60 minutes su una prossima ripresa. La vera e propria bomba però, arriva poco più sotto nel prosieguo del comunicato:

Per fornite un maggior supporto ai prestiti per mutui e al mercato immobiliare, il comitato ha deciso di aumentare le dimensioni del bilancio della Federal Reserve arrivando ad acquistare fino a 750 miliardi di dollari aggiuntivi in mortgage backed securities dalle agenzie, portando il totale degli acquisti di queste securties ad un massimo di 1,25 trilioni nel corso dell'anno, e di aumentare l'acquisto di debito emesso dalle agenzie di 100 miliardi di dollari portandolo ad un totale di 200 miliardi. Inoltre, per aiutare a migliorare le condizioni del mercato privato del credito, il comitato ha deciso di acquistare fino a 300 miliardi di buoni del tesoro a lunga scadenza nel corso dei prossimi sei mesi.

Di per se solo l'annuncio del raddoppio degli acquisti di mbs (mutui cartolarizzati) in possesso delle due grandi GSEs, Fannie Mae e Freddie Mac è significativo. Fino ad ora, questo sembrava essere l'approccio al "quantitative easing" preferito da Ben, seppure il capo della FED avesse minacciato più volte, da Dicembre in avanti, di lanciarsi nell'acquisto diretto di buoni del tesoro a lungo termine. Un'opzione che però, si era sempre rifiutato di adottare concretamente.

Mercoledì è finalmente giunta la resa.

Non c'è modo di minimizzare la gravità del passo deciso dall'FOMC.

E' l'equivalente economico dell'aver spinto uno di quei bottoni rossi protetti da piccoli schermi di vetro. Quelli che solitamente nei film vengono premuti come ultima risorsa in contemporanea al girare simultaneo di una coppia di chiavi.

Se si è intrapresa una simile azione significa che la situazione sta tutt'altro che migliorando. Altro che ripresa all'inizio del 2010.

Mercoledì pomeriggio, mentre tutti ancora aspettavano il comunicato dell'FOMC e si dicevano, per la maggior parte, certi che non avrebbe contenuto nessun significativo annuncio, in borsa succedeva un casino. Il dollaro crollava, l'oro pure, l'xlf (un indice che raggruppa i titoli finanziari dello S&P 500) galoppava al rialzo e veniva fatta incetta di opzioni di acquisto sui buoni del tesoro a 10 anni da parte di alcuni soggetti. Sembrava che qualcuno sapesse in anticipo cosa stesse per uscire dalle stanze della FED. Ingenuamente, non pensando che Ben sarebbe arrivato davvero ad annunciare l'acquisto diretto di buoni a lungo termine, liquidai certi movimenti estremi come il prodotto di poche limitate manovre speculative.

Analizzando col senno di poi gli avvenimenti, specialmente ciò che è accaduto al prezzo dell'oro, colato a picco poco prima dell'annuncio dell'FOMC e salito alle stelle subito dopo, risulta evidente che in molti sapessero. Se non altro sono in buona compagnia. Rick Santelli ha dichiarato ironicamente alla CNBC, di essersi sentito estremamente stupido, quando un ora prima che fossero rese pubbliche le decisioni del comitato della Federal Reserve, si scatenò la caccia ai buoni del tesoro. Santelli dice di non averne capito le ragioni sul momento, dato che dal suo punto di vista non era affatto scontato ritenere che Ben e soci si sarebbero lanciato in certe misure di "quantitative easing". Non parla esplicitamente di insider trading, ma il ghigno sarcastico che gli illumina il volto mentre commenta è più che sufficiente a far capire come la pensa (qui potete vedere il filmato con Santelli).

L'ennesima dimostrazione che ogni illusione di legalità e trasparenza del mercato sia andata a farsi benedire da parecchio tempo.

Manipolazioni a parte, da mercoledì economisti e commentatori si sono lanciati nell'analisi delle possibili conseguenze della scelta operata dall'FOMC.

Innanzitutto è interessante notare come la Federal Reserve abbia deciso di stampare brutalmente denaro per acquistare quei titoli che gli investitori esteri, specialmente banche centrali, hanno smesso di comperare da alcuni mesi: mbs e debiti delle GSE e buoni del tesoro a lungo termine.

Brad Setser in un recente articolo ha illustrato come il trend degli acquisti dei buoni a lunga scadenza sollevi più di una preoccupazione. Nel grafico sotto si può notare come sia crollata la domanda estera su di essi e sui titoli delle agenzie:



Il grafico si ferma a Dicembre, ma anche durante il mese di Gennaio il calo è proseguito. I grandi investitori esteri preferiscono concentrarsi sui buoni del tesoro a breve termine, quelli a scadenza trimestrale, per non correre il rischio di rimanere intrappolati negli eventuali problemi futuri degli Stati Uniti.

Conclude Setser il suo articolo:

E se - come sembra probabile - la domanda da parte straniera per buoni del tesoro svanirà prima del deficit fiscale USA, il tesoro USA dovrà vendere una grandissima quantità di buoni del tesoro agli investitori americani. Per alcuni anni ho argomentato che fosse impossibile esagerare l'impatto che la domanda delle banche centrali estere ha sul mercato dei buoni del tesoro USA.

Essa potrebbe non esserci più guardando al futuro.

Il mondo sta cambiando. Le riserve globali non stanno crescendo. L'eco dei picchi passati che osserviamo nei dati sui buoni del tesoro svanirà.


Dato che il giochino di indebitarsi per acquistare beni prodotti dai paesi emergenti - Cina ed India in primis, ma anche altre realtà minori - si è rotto, i fondi a disposizione delle banche centrali estere da riciclare in buoni americani, scarseggiano.

La FED ha quindi deciso di intervenire, facendosi carico direttamente dei buoni del tesoro a lungo termine. La più classica forma di monetizzazione del debito.

I 300 miliardi che Ben si è impegnato a stampare a questo scopo, rappresentano circa il 5% del mercato - il mercato dei buoni del tesoro USA ammonta a 5800 miliardi - e, come ha riportato David Rosenberg della Merril Lynch in un recente rapporto, l'annunciata espansione del bilancio della FED di ulteriori 1,15 trilioni complessivi è poca cosa di fronte a un rapporto tra credito privato e PIL che eccede di 8 trilioni i livelli storicamente sostenibili e che dovrà necessariamente contrarsi nel prossimo futuro (il grafico sotto riporta l'andamento nel tempo del debito privato USA - aziende più famiglie - in rapporto al PIL).




A causa di questo squilibrio, Rosenberg non vede reali cambiamenti di trend nel mercato e liquida i recenti rialzi come dei rally all'interno di un mercato in discesa.

La principale preoccupazione di Ben & Co, sembra riguardare l'impatto che la fuga degli investitori esteri potrebbe avere sui rendimenti dei buoni a lungo termine. Bernake vuole evitare che essi aumentino, aggravando la situazione di tutti quei debitori che pagano degli interessi, il cui tasso sia agganciato ai suddetti rendimenti. Come si poteva dedurre, anche leggendo tra le righe del comunicato rilasciato dall'FOMC, il problema sarebbero dunque i debitori privati, primi fra tutti i proprietari di casa (ma anche le aziende) e proprio a loro è rivolta l'ultima misura della FED.

La più diretta conseguenza di un "quantitative easing" operato comprando buoni del tesoro a lungo termine sarà un inevitabile calo dei rendimenti. Assieme ad essi diminuirà anche l'entità degli interessi pretesi sui mutui. Chi ha già contratto un mutuo avrà la possibilità di rifinanziarlo ad un interesse più basso, chi invece ha intenzione di acquistare casa per la prima volta potrà ottenere mutui a condizioni più favorevoli.

Questo almeno in teoria. Nella pratica l'entità dell'interesse chiesto dalle banche dipende da molteplici fattori, tra cui le aspettative sull'andamento dell'economia. Quando la situazione generale viene percepita come pericolosa, le banche pretendono in ogni caso uno spread elevato sugli interessi, come protezione dal rischio che i prestiti erogati non vengano restituiti.

La strategia annunciata mercoledì dall'FOMC si può quindi riassumere come un ennesimo ed indiretto incentivo al mercato immobiliare. Se fino ad ora gli USA avevano sempre agito indebitando lo stato o adottando misure soft di "quantitative easing", come l'acquisto di mbs dalle agenzie, adesso la FED ha deciso di procedere dritta come un ariete ed usare la forza bruta.

Il pericolo principale in un approccio del genere è che la FED col tempo si trovi ad essere l'unico acquirente di buoni del tesoro a lungo termine. In Inghilterra, quando la BOE (la banca centrale inglese) ha imboccato la strada del "quantitative easing", poche settimana fa, si è trovata ad avere, durante le operazioni di acquisto, un "bid to cover" di 7,35. In sostanza per ogni buono del tesoro che la BOE era disposta a comprare il mercato ne offriva 7,35. Gli investitori - e gli speculatori che ne avevano fatto incetta prevedendo in anticipo le mosse della BOE - hanno scaricato in massa i buoni del tesoro inglesi. Nulla di drammatico per il momento, ma se questo trend dovesse continuare, la BOE si troverebbe presto impantanata in una situazione estremamente scivolosa. Altra conseguenza negativa del "quantitative easing" è stata il drastico calo della domanda per tutti quei buoni del tesoro che non rientrano tra i tagli acquistabili dalla banca centrale inglese. I buoni del tesoro inglesi che scadono a Marzo del 2014 ad esempio, hanno avuto un bid to cover di 1,45, il minimo dal 2005.

Il deficit fiscale USA, previsto per questo anno, ammonterà a circa 2 trilioni di dollari. Facendo una semplice divisione, gli Stati Uniti saranno obbligati a vendere 160 miliardi di dollari in buoni a varie scadenze ogni singolo mese. 300 miliardi rischiano di essere una cifra insufficiente se la fuga degli investitori esteri dai buoni a lungo termine dovesse continuare. Se così fosse, Ben sarà inevitabilmente costretto ad aumentare l'impegno economico della FED, dato che un suo eventuale ritiro - quindi la scomparsa dell'acquirente di ultima istanza - rischierebbe di produrre una dislocazione sul mercato dei buoni del tesoro, in grado di far schizzare alle stelle i rendimenti e gli interessi sui debiti collegati.

Un mezzo Armageddon finanziario.

Anche nell'eventualità di un aumento progressivo degli acquisti da parte della FED che superi il limite annunciato di 300 miliardi, se la pressione prodotta dalla fuga degli acquirenti esteri superasse una soglia critica, non vi sarebbe stampar di moneta da parte della Federal Reserve, in grado di evitare una dislocazione.

Questo è lo scenario da fine dei tempi che toglie il sonno, da un paio di anni a questa parte, a Karl Denninger (trovate il suo blog nel mio blog roll).

Una possibilità che personalmente reputo remota allo stato attuale, ma tutt'altro che impossibile.

Altri osservatori invece, sono preoccupati da una possibilità quasi opposta: che tutta questa creazione di denaro possa produrre nel tempo una galoppante inflazione che culminerà in una devastante e terminale iper inflazione.

Sono molto scettico a riguardo. E' vero che la capacità di inflazionare il mercato di una banca centrale è teoricamente infinita. Essa ha il potere di creare tutto il denaro che vuole e sparpagliarlo in giro in 1000 modi differenti. Nella realtà però, esistono dei limiti varcati i quali, un economia come quella americana si auto-distruggerebbe ben prima che una reale iper inflazione possa prendere piede.

Intanto, in casi come questo non si tratta mai di sistemi chiusi. Anche volendo inflazionare l'economia, quanta di questa inflazione si riverserebbe negli stipendi della gente? In altri termini, se la maggior parte dei beni di consumo vengono prodotti dai paesi emergenti, quanta dell'inflazione prodotta dalla FED si riverserebbe negli stipendi degli americani e quanta confluirebbe all'estero?

Del resto, da quasi 20 anni a questa parte l'intero sistema si è basato sull'esportazione dell'inflazione USA in Cina e nei paesi emergenti. Dato che la produzione avveniva in quei luoghi anche il denaro vi confluiva invece di infilarsi nelle tasche degli americani andando ad incentivare la produzione industriale locale e la creazione di ricchezza negli Stati Uniti. La crisi attuale non ha ancora cambiato questa situazione. Le industrie non sono state rilocalizzate negli USA e neppure sono comparse (ancora) sostanziali barriere commerciali nei confronti della Cina. Considerando quanto gli USA dipendano da essa come acquirente di buoni del tesoro, non è neppure detto che ne vedremo entro breve. Nel caso accadesse, ciò equivarrebbe ad una vera e propria dichiarazione di guerra commerciale, una misura possibile, ma che puzzerrebe tanto di ultima spiaggia.

Se il resto del mondo seguisse l'esempio di Bernanke con il "quantitative easing", forse l'andamento ricorderebbe più da vicino quello di un sistema chiuso, ma sebbene alcuni dei principali stati si siano lanciati a stampare denaro, all'appello mancano ancora fondamentali soggetti come la UE e la Cina. Inoltre, anche stampare qualche trilione qua è la, non può bastare a compensare una distruzione globale di capitalizzazione pari a 35 trilioni di dollari e la poderosa contrazione del credito a cui stiamo assistendo.

A questo va aggiunto l'effetto che l'aumento della disoccupazione, il pessimo andamento generale dell'economia e la distruzione dei valori di borsa sta avendo sull'atteggiamento della popolazione. La propensione a spendere è in costante declino mentre quella a risparmiare è in aumento. Purtroppo propensione a parte - come illustra Mish in uno dei suoi ultimi post - da una recente ricerca risulta che il 50% dei cittadini USA si trovi a due stipendi di distanza dal collasso economico (negli Stati Uniti si tratta di un mese) mentre il 28% non riuscirebbe a tirare avanti per più di 2 settimane senza salario. Il 57% degli intervistati inoltre, afferma che spenderà meno rispetto al passato nel corso di quest'anno e nessuno di quelli contattati si dice intenzionato ad aumentare le proprie spese.

Per riuscire a spremere una popolazione indebitata e completamente restia a consumare ed esporsi ulteriormente, Ben dovrebbe far correre l'inflazione così velocemente, da produrre, ben prima di aver ottenuto il risultato sperato, la resa dell'intera economia. Se in futuro vi saranno significativi effetti inflattivi saranno schizofrenici e localizzati. Alcuni beni aumenteranno di prezzo, ma senza che questo produca delle ricadute sostanziali sull'inflazione generale o segnali una reale ripresa dell'economia.

L'oro probabilmente continuerà a rafforzarsi considerato quanto gradisca lo stampar di moneta. I rendimenti sui buoni USA sono destinati a diminuire. Alcuni si dicono certi che la FED non si limiterà ad acquistare il lungo termine, ma comprerà buoni a tutte le scadenze. Staremo a vedere. Il dollaro probabilmente continuerà a dare segni di debolezza ed il petrolio potrebbe realisticamente apprezzarsi, anche se esso nella situazione odierna non svolge più quella funziona di "hedge" contro l'inflazione a cui assolveva la scorsa estate. Per esso tutto dipenderà dall'economia reale. Nuovi cali di borsa che segnalino un perdurare delle difficoltà e una diminuzione della domanda industriale, affosseranno il valore dell'oro nero.

Proprio dal punto di vista dei listini, la decisione presa dalla FED non avrà probabilmente un impatto così significativo. Il Giappone può fornirci una lezione a riguardo, come fa presente Rosenberg nel suo rapporto. Quando la banca centrale Giapponese cominciò con il "quantitative easing" a Marzo del 2001, il Nikkei stava a 12190. L'indice salì di un buon 20% nel corso dei due mesi successivi, arrivando a toccare un massimo di 14529 il 7 Maggio del 2001. Nel giro di altri quattro mesi il Nikkei tornò a quota 12000. La sua discesa prosegui nel 2002-03 fino a arrivare, a metà del 2003, a quota 8900, 30% sotto il livello a cui stava quando venne introdotto il QE.

La contrazione del PIL ed il crollo dei guadagni delle aziende - pari al un 30% anno su anno nel 2001 - ebbero la meglio sul transitorio effetto positivo, prodotto dal "quantitative easing" della banca centrale giapponese.

Vi è un detto tra chi gioca in borsa che suona più o meno come: "non metterti contro la FED". In sostanza, non va mai sottovalutata la capacità di un entità come la Federal Reserve di influenzare il mercato, in particolar modo nel breve periodo, ma sul medio-lungo termine c'è poco che la Fed possa fare se i fondamentali dell'economia giocano contro. Ed ora come ora, i fondamentali non preannunciano nulla di buono.

La decisione presa mercoledì da Ben Bernanke e i signori dell'FOMC, rappresenta l'ultima cartuccia a disposizione della FED (a parte stampare denaro per acquistare direttamente azioni) e sembra indicare, la precisa volontà di trasformare la Federal Reserve in ciò che la BOJ (bank of Japan) fu durante il periodo definito "il decennio perso". Qui non si tratta più di prendere tempo, perché il tempo di solito è necessario quando si vuole ponderare con calma una possibile strategia risolutiva.

Prender tempo sperando in un miracolo è la strategia ora come ora, così come lo fu per il Giappone allora.

Alcuni affermano che Ben abbia caricato quest'ultima cartuccia e si sia infilato la canna della pistola in bocca. Altri che la canna sia rivolta alla tempia di una popolazione super indebitata e che esprima la muta minaccia: "spendete, consumate, indebitatevi ancora e per carità non pensate assolutamente di risparmiare".

Resta ancora una volta, l'impressione di essere in mano ad un armata brancaleone, impegnata a sparare colpi nel buio nella speranza che uno di essi centri il bersaglio giusto.

Ma se la FED, con l'ultima manovra avesse veramente esaurito le munizioni a sua disposizione, cosa si potrà mai inventare in futuro il vecchio Ben per stupirci?


PS:
Obama ha promesso che domani, i dettagli del piano di Geithner per la gestione degli assets tossici in pancia alle banche, verrano finalmente rivelati al mondo. Abbastanza è già trapelato da scatenare reazioni disgustate da parte di diversi economisti (potete leggere qua cosa ne pensa Krugman e qua l'opinione di Yves Smith). A riguardo ho già detto abbastanza. Mi limiterò ad aspettare la spiegazione di Obama (o Geithner se Obama ha ancora il fegato di farlo parlare in pubblico) con un pacchetto di popcorn in mano.

lunedì 2 marzo 2009

740

E' lunedì mattina e la settimana per il sottoscritto ha deciso di iniziare nel più antipatico dei modi. Alle 4 di oggi per qualche strana ragione (magari un incubo che non ricordo) mi sono svegliato di soprassalto. Ho poi trascorso la decina di minuti seguenti a contare inutilmente le pecore nel disperato tentativo di riprendere sonno. Col passare del tempo mi sono dovuto rassegnare all'evidenza: sarei rimasto sveglio per tutto il resto della giornata (spero di non crollare nel pomeriggio). Già che c'ero, tanto per non annoiarmi in attesa di un orario decente, ho acceso il pc e mi son messo a leggere qualche news economica.

Come spesso capita, sono finito sulla pagina del Telegraph, il quotidiano Inglese e mi sono gettato sull'ultimo articolo di Ambrose Evans-Pritchard, preparandomi alla solita sfilza di previsioni pessimiste da novella Cassandra. Leggendo il pezzo però, mi sono reso conto rapidamente di avere di fronte qualcosa di diverso. Qualcosa che pareva scritto da un individuo in preda al panico. I toni usati nell'articolo risultano anomali anche per uno come Pritchard.

Il giornalista inglese apre il suo discorso, facendo un riassunto dei dati sulla produzione industriale nelle principali economie del mondo:

La produzione industriale sta collassando dappertutto con una velocità mai riscontrata prima. I dati disponibili per i mesi recenti sono, anno su anno: Taiwan (-43%), Ucraina (-34%), Giappone (-30%), Singapore (-29%), Ungheria (-23%), Svezia (-20%), Korea (-19%), Turchia (-18%), Russia (-16%), Spagna (-15%), Polonia (-15%), Brasile (-15%), Italia (-14%), Germania (-12%), Francia (-11%), USA (-10%) e Inghilterra (-9%). La Norvegia invece riporta un sorprendente (+4%). Che cosa bevono da quelle parti?

Cosa bevano in Norvegia onestamente lo ignoro. Un mio amico che lavora la però, mi ha riferito di dibattiti in parlamento che vertevano sul garantire ai cittadini del paese nordico una pensione dignitosa. L'importo di cui si discuteva era pari a 120000 euro l'anno (se state sgranando gli occhi avete avuto la mia stessa reazione). Questo solo per mettere in luce quanto quello della Norvegia costituisca un caso a particolare, perfino nella crisi attuale. I dati per le altre nazioni invece, sono terrificanti. Il declino supera di gran lunga quello riscontrato durante la grande depressione e la scorsa settimana a dare un ulteriore mazzata è stato diffuso il dato sulla contrazione dell'economia americana: -6,2% mentre gli analisti si aspettavano un -5%.

Secondo Pritchard l'unica cosa che fa apparire la situazione meno drammatica rispetto gli anni 30 è l'assenza di file per il cibo nelle grandi città. Una percezione aleatoria che potrebbe ribaltarsi completamente, una volta che gli effetti del crollo del commercio mondiale si riverseranno, verso settembre/ottobre, pienamente sull'economia reale, provocando un ondata di licenziamenti. Per scongiurare il peggio, Pritchard invoca l'intervento della Federal Reserve, che tramite l'acquisto di buoni del tesoro a lunga scadenza obblighi i tassi di interesse dei mutui a calare.

I rendimenti dei buoni del tesoro a lungo termine ed i tassi di interesse applicati ai mutui sono legati tra loro. Se calano i primi, generalmente calano anche i secondi. La FED ha la facoltà di acquistare buoni del tesoro, stampando denaro per l'occasione - in sostanza una forma di monetizzazione del debito. Maggiore risulta essere la domanda di buoni con un determinato termine, maggiore sarà il loro prezzo e meno elevato invece, il rendimento che dovranno promettere per attrarre investitori (e viceversa). Tramite questi acquisti quindi, la FED sarebbe in grado di influenzare i rendimenti verso il basso e di conseguenza ridurre anche l'importo dei mutui.

Questa forma di "quantitative easing" anche detta "opzione nucleare" equivale allo stampare denaro a ruota libera. Una tattica molto pericolosa, che Bernanke ha più volte minacciato di usare (ne ho scritto in passato qui e qui) senza però ricorrervi veramente. Ad ogni annuncio fatto, seguiva un calo dei rendimenti. Gli investitori credendo alle parole pronunciate da Bernanke, compravano buoni del tesoro nella convinzione che in breve tempo il loro valore sarebbe aumentato grazie alla domanda da parte della FED. Domanda che non è mai arrivata.

Bernanke, in sostanza, ha cercato di produrre un calo dei rendimenti solo grazie alle parole e alla esplicita minaccia di utilizzare il potere della FED per eseguire certi acquisti. Alle parole però, non hanno mai fatto seguito i fatti e purtroppo per Ben, esiste un limite a quante volte qualcuno sia in grado di gridare "al lupo, al lupo" conservando una qualche credibilità. Ormai il mercato sembra aver mangiato la foglia. I rendimenti sui buoni a scadenza decennale sono saliti costantemente nelle ultime 8 settimane, salendo dal 2% al 3,04%. Nessuno crede più che il capo della FED darà seguito alle sue parole.

Inoltre, a giudicare dagli ultimi annunci, Bernanke stesso sembra aver abbandonato ogni ipotesi di quantitative easing che implichi l'acquisto di buoni a lungo termine, preferendo acquistare titoli delle due agenzie Fannie Mae e Freddie Mac. Una forma di "quantitative easing" considerata meno dirompente dal mercato.

Per spiegare questo cambio di direzione Pritchard chiama in causa gli stati esteri.

Il giornalista del Telegraph sembra nutrire la convinzione che qualcuno, a cui gli USA sono costretti a rendere conto - come la Cina - abbia dissuaso "gentilmente" gli Stati Uniti dallo stampare denaro con cui acquistare il proprio debito. Pritchard esorta l'America a non chinare la testa di fronte alle minacce di altre nazioni, ricordando come essa detenga ancora un potere egemonico. Potere che dovrebbe usare senza timore, andando per la propria strada - monetizzando cioè il debito - ed intimando in caso di obiezioni, ritorsioni sia di tipo economico sia di tipo militare/strategico.

Al di la di discorsi di tipo militare e ritorsioni varie, la cosa che preoccupa dell'articolo di Pritchard, conoscendo un po' il personaggio, è come neppure lui sembri essere convinto che l'idea di acquistare buoni a lunga scadenza possa servire veramente. Sembra proporla come misura disperata ed estrema unicamente perché non vedrebbe altra via d'uscita.

Della serie: persa per persa, proviamole tutte.

Sono contrario alle forme di monetizzazione del debito, per il semplice motivo che non hanno mai funzionato in passato. Nel caso migliore esse finiscono col rivelarsi inefficaci, nel caso peggiore portano alla distruzione della moneta via iper inflazione o ad antipatiche conseguenze come dislocazioni sul mercato dei buoni del tesoro. Queste sono le ragioni per cui ritengo che Bernanke - salvo minacce che ignoriamo - non si sia ancora sognato di percorre quel tipo di strada.

Nel caso la FED cominciasse veramente a monetizzare, tenete a mente che si tratterebbe dell'ultima spiaggia. Una manovra dettata dalla disperazione con tutta probabilità approvata dai grandi acquirenti esteri di buoni del tesoro (dato che in caso contrario rischieremmo di sentire il botto prodotto dal mercato dei bot USA fin qua).

Il titolo di questo post però, non riguarda il tono spaventato dell'articolo di Pritchard.

Con 740 non intendo riferirmi a qualche modulo fiscale italiano, bensì al livello di supporto dello S&P 500, l'indice principale - perché raggruppa più titoli rispetto al Dow - di Wall Street. Supporto che venerdì pomeriggio è stato infranto. Ero intenzionato a scrivere qualcosa a riguardo nel week-end, ma Alessandro mi ha preceduto. Vi invito quindi a leggere il suo post, sulle considerazioni generali che si possono trarre dal livello che i principali indici di Wall Street hanno toccato in chiusura di settimana.

L'unica cosa che mi sento di aggiungere, riguarda l'importanza del valore di supporto a 740.

Con supporto si intende un punto in cui l'andamento di un indice al ribasso inverte la rotta e prende a salire. Quando invece è l'andamento al rialzo di un indice a fermarsi ed invertire direzione si parla di resistenza. Più un supporto od una resistenza vengono testati senza essere infranti - cioè senza che l'indice continui scendere o salire senza invertire direzione - e più divengono un punto di riferimento fondamentale. Il grafico sotto preso dalla wikipedia inglese illustra in maniera più chiara il concetto:


Quelle che vengono chiamate trend lines e che probabilmente avrete visto spesso, sono linee che uniscono due o più supporti o due o più resistenze.


In linea teorica, ci si potrebbe aspettare che quando un indice si avvicina al livello della trend line di supporto sia vicino ad invertire direzione e cominciare a salire mentre viceversa che in prossimità della trend line di resistenza esso tenderà a scendere. Le due linee in questo senso, formerebbero un intervallo all'interno del quale il valore dell'indice si muoverebbe. Un investitore potrebbe quindi regolare i tempi d'acquisto e di vendita sulla base di queste considerazioni (comprare vicino al supporto e vendere dalle parti delle resistenza). Nella pratica invece, può succedere di tutto all'andamento di un indice. I fattori da tenere in considerazione sono molteplici e vanno al di la di banali discorsi su supporti e resistenze. In un periodo turbolento come questo poi, ogni supporto lascia il tempo che trova. Essi assumono un valore di carattere prettamente psicologico.

Il valore di 740 sullo S&P 500 nello specifico, rappresentava quella barriera che aveva retto al tracollo dei listini durante lo scorso Ottobre/Novembre, ed era arrivato col tempo a simboleggiare un limite che molti speravano si dimostrasse invalicabile. Rueters riportava venerdì:

Sebbene i segnali siano contraddittori, l'indice dello S&P 500 a 740 è estremamente importante, ha detto Larry McMillan, presidente del McMillan Analisys Corp, in una nota ai clienti. "Molti persone lo tengono d'occhio. Se verrà infranto, sembra che si auto avvererà la previsione di una serie di vendite torrenziali che travolgeranno il mercato" ha detto.

In soldoni, sotto 740 - e venerdì lo S&P 500 ha chiuso a 735 - il mercato naviga in acque sconosciute prive di riferimenti solidi. Non significa necessariamente che assisteremo ad un ecatombe in borsa nel corso di questa settimana, ma di certo la possibilità esiste. Secondo Philippe Gijsels analista strategica alla Fortis, ciò che ha impedito fino ad ora, la completa capitolazione dei mercati è stata l'assenza di un evento shockante:

"Dovremmo vedere un indice crollare del 7% o l'8% all'interno di una giornata di contrattazione, con grandi volumi coinvolti e poi proseguire ad un livello piatto durante il resto della giornata, man mano che altri acquirenti arrivano" ha detto Philippe Gijsels, analista strategica alla Fortis di Brussels.

"Quello che invece stiamo vivendo è la tortura cinese della goccia d'acqua, senza che vi sia un vero repulisti. I governi e le banche centrali tendono ad osservare i mercati e dare solo brevi lampi di speranza, non abbastanza per riportare i mercati in alto, ma sufficienti ad impedire che essi crollino"

Quindi, perché i mercati capitolino, dovrebbero essere colpiti da un grande e negativo evento, e sarebbe poi necessario un miglioramento generale della situazione perché si verifichi un successivo recupero.

"Avremmo bisogno di assistere ad un evento che mandi in shock tutti quanti -- il fallimento di una grande banca USA, o di un paese dell'Europa" ha detto Mark Bon, fund manager al Canada Life.

Vedremo se questa settimana, il semplice cedimento del supporto a 740 sullo S&P sarà sufficiente a far capitolare i mercati o se dovremo aspettare un evento traumatico in futuro. Qualunque sia il caso, non riesco a immaginare nel breve periodo un significativo recupero dei listini.

mercoledì 25 febbraio 2009

L'alba delle banche viventi (?)

Ieri in un discorso tenuto davanti al comitato bancario del senato USA, a cui doveva riferire i suoi progetti per il settore bancario, il vecchio Ben ha detto:

Il tesoro comprerà azioni privilegiate delle 19 maggiori banche USA se gli stress test determineranno che esse hanno bisogno di maggiori capitali per affrontare una recessione che si è rivelata peggiore delle previsioni, ha detto Bernanke ai politici di Washington oggi. Le azioni privilegiate saranno convertite in azioni normali solo se delle perdite straordinarie si materializzeranno, ha detto.

"Non vedo nessuna ragione di distruggere il valore di un istituto o di produrre le grandi incertezze legali che farebbero seguito alla nazionalizzazione formale di una banca quando questo non è necessario" ha detto Bernanke ad una seduta del Comitato Bancario del senato.

Le azioni privilegiate sono una specie di ibrido tra obbligazioni e azioni comuni. Generalmente non garantisco poteri di voto, ma prevedono il pagamento di un dividendo prefissato, concordato tra l'azienda e chi ne compra le azioni in questione (simile al rendimento delle obbligazioni per intenderci) ed in caso di liquidazione della società chi possiede questo tipo di azioni ha la precedenza nei pagamenti rispetto agli azionisti comuni (ma viene dopo gli obbligazionisti).

Per queste ragioni molti governi utilizzano questo strumento quando devono ricapitalizzare le banche. Gli istituti formalmente rimangono sotto controllo privato, inoltre il valore delle azioni comuni non ne risulta diluito (per la gioia degli azionisti). Allo stesso tempo lo stato può raccontare in giro di non aver semplicemente regalato del denaro senza ottenere nulla in cambio (dato che gli viene pagato un dividendo) ed in caso di necessità, previo accordo tra le parti, le azioni privilegiate possono essere convertite in azioni comuni.

Potrei dire molte cose sulle dichiarazioni di Bernanke e nessuna particolarmente carina, ma in questo caso preferisco lasciar parlare il premio Nobel Paul Krugman che ha riassunto bene in un articolo intitolato mysterious plans, l'impressione che i programmi di Ben hanno lasciato a molti (me compreso):

Sto cercando di essere aperto nei confronti dei vari piani, o voci di piani per aiutare le banche; ma continuo a non essere in grado di capire o quali siano i piani o perché si pensi che essi possano funzionare. E non credo che sia colpa mia.

A quanto pare, l'ultimo prevede la conversione delle azioni privilegiate in mano al governo in azioni comuni, forse. James Kwak ha una buona spiegazione di tutta questa faccenda. E non è chiaro che cosa si riuscirà ad ottenere seguendo questa via...

... Quello che il tesoro ora sembra proporre è di convertire alcune delle azioni verdi in azioni blu (si riferisce a uno schema presente nel suo articolo ndr) - convertire le privilegiate in comuni. E' vero che le azioni privilegiate hanno alcune qualità tipiche del debito - richiedono il pagamento di dividendi, ecc.. Ma davvero qualcuno pensa che la ragione per cui le banche sono malandate è che si trovano le mani legate dagli obblighi nei confronti degli azionisti privilegiati, piuttosto che dall'avere semplicemente troppo debito?

Davvero non capisco. La sconfortante sensazione che il piano dell'amministrazione sia quello di far continuare l'orchestra a suonare e sperare che nel frattempo l'iceberg si sciolga da solo, diventa sempre più forte.

Quello di cui parla Krugman non può far a meno di evocare le richieste avanzate dall'AIG negli ultimi giorni. Lunedì l'ex gigante mondiale delle assicurazioni, per l'80% in mano al governo USA, ha annunciato una perdita trimestrale di 60 miliardi di dollari. La più grande in un solo quarto, della storia della Stati Uniti. Questo dopo che l'AIG aveva ciucciato 150 miliardi di dollari al contribuente americano sotto varie forme. Dove siano andati a finire questi 60 miliardi non è dato sapere. Alcuni chiamano in causa perdite su prodotti che dipendono dal mercato immobiliare non residenziale, Bloomberg (prima di togliere quella parte dall'articolo) parlava di 18,7 miliardi in swap la cui quota più consistente sarebbe stata pagata a Societe Generale SA, Goldman Sachs Group Inc, Deutsche Bank AG, Calyon Securities e Merrill Lynch & Co.

Dovunque siano finiti i soldi, l'AIG, inarrestabile come ogni zombie che si rispetti, è tornata affamata di denaro dal governo americano. La promessa che fece a settembre di vendere pezzi dell'azienda per ripagare lo stato dei soldi ricevuti è stata a quanto pare dimenticata. Non che siano in molti a sorprendersi di ciò. L'unica cosa sorprendente sono le attuali richieste dell'AIG. Questa vorrebbe cortesemente che lo stato acconsentisse alla conversione delle sue quote privilegiate in azioni comuni. Si parla di 40 miliardi di dollari.

Il tesoro degli Stati Uniti si trova quindi, in un'antipatica situazione. Non può aumentare la sua quota di azioni comuni, perché oltrepasserebbe quel limite dell'80% di proprietà che si è autoimposto per mantenere in piedi la farsa della non nazionalizzazione. Contemporaneamente, per qualche misteriosa ragione - probabilmente legata alla massa di cds che l'AIG ha emesso negli ultimi anni - il governo USA sembra essere intenzionato a fare di tutto perché la moribonda azienda non fallisca. Tra AIG, governo e agenzie di rating sono in corso fitte discussioni per trovare una soluzione che le permetta di rimanere in vita senza subire un ulteriore taglio del rating - evento che la costringerebbe a recuperare altri capitali a garanzia della propria solvibilità.

A quanto pare, la vicenda dell'AIG ha fornito a Bernanke l'infelice idea che acquistare azioni privilegiate - in quantità indefinita - sia lo strumento migliore per ricapitalizzare il settore bancario. Devo concludere che Ben sia un grande fan di Romero visto che sta cercando in tutti i modi di creare un esercito di zombie. Cosa si aspetti di ottenere continuando a fornire denaro alle banche, senza fare chiarezza una volta per tutte sulla loro condizione e senza che ne vengano efficacemente ripuliti i bilanci, mi sfugge. E' come se stesse gridando a pieni polmoni: "lost decade, arriviamo!".

Non dobbiamo preoccuparci però. Il capo della FED ieri ha anche lanciato alcune rassicurazioni al mercato:

Però, ha detto (Bernanke ndr), presumendo che gli interventi economici prendano piede "c'è la ragionevole prospettiva che l'attuale recessione finirà nel 2009 e che il 2010 sarà l'anno della ripresa."

Questo detto dallo stesso individuo che più di un anno fa andava in giro a raccontare:

"In questo momento . . .l'impatto sull'economia in generale e sui mercati finanziari dei problemi nel mercato dei subprime sembra, probabilmente, essere contenuto"

Ora si che mi sento più tranquillo.

A onor del vero, Bernanke ha anche aggiunto che la ripresa del 2010 sarà limitata e che prima di 2-3 anni l'economia non ripartirà in maniera sostenuta.

Wall Street a quanto pare sembra ancora credere al capo della FED. In seguito al suo discorso, ieri gli indici sono saliti in maniera netta, guadagnando tra il 3% ed il 4%. Agli azionisti fa di certo piacere sapere che le banche non verranno nazionalizzate e che il governo continuerà ad elargire aiuti senza che questo implichi per loro la perdita delle proprie prerogative. Chi invece aveva delle scommesse al ribasso, aperte nei confronti dei maggiori istituti bancari, si è trovato costretto ad acquistare azioni per chiudere la propria posizione (un classico short squeeze), nel timore che le dichiarazioni di Ben producessero un aumento dei valori azionari.

In un sol colpo il vecchio Ben è riuscito a far ignorare al mercato i dati sul valore degli immobili, sceso a dicembre del -18,7% rispetto allo scorso anno, un minimo storico ed il dato sulla fiducia dei consumatori, anch'esso sceso ai minimi storici, assestandosi a 25 punti mentre gli analisti si attendevano un livello di 35. Sotto potete vedere in forma grafica l'andamento di entrambi gli indici:






Ha quasi del paradossale che la proposta di Bernanke, di zombificare a tempo indefinito l'intero settore bancario, sembri essere accolta da tanta euforia. Spero si tratti di un semplice rimbalzo tecnico. Se qualcuno ritiene davvero che percorrere la via giapponese sia una buona idea, non so che dire. Verrebbe quasi voglia di bere per dimenticare. In Italia almeno, dove ancora sembra essere di moda. Negli USA invece, il consumo di alcool ha subito un crollo senza precedenti - come si può notare osservando la linea rossa nel grafico riportato sotto:



Forse gli americani han deciso di ricorrere direttamente a qualcosa di più forte. O forse preferiscono tenersi lucidi, caso mai venissero assaliti da un banchiere zombificato alla vorace ricerca di denaro. In casi simili bisogna avere i riflessi pronti: usare come esca il proprio portafoglio, lanciarlo lontano e mentre il banchiere ci si avventa sopra, scappare in tutta fretta cercando di portarsi dietro più risparmi possibile.

Oggi dovrebbe parlare Geithner e vedremo che altri grandi sorprese ci riserverà. Anche Bernake dovrebbe tornare alla sbarra, ma da quel che ha detto ieri, il capo della FED sembra essere intenzionato a regalarci un film dell'orrore. Qualcosa che non potrà essere definito recessione o depressione. Qualcosa che i giapponesi conoscono bene e che in passato ho definito come: "una lunga e agonizzante Decessione".

Spero abbiate tutti molta pazienza. Questo film pare destinato a durare ancora a lungo.