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giovedì 21 agosto 2008

Un film già visto

Probabilmente molti dei miei lettori , notando che il blog non veniva più aggiornato, avranno pensato che fossi sparito in qualche angolo tropicale a immergermi in una rilassante vacanza. Purtroppo non ero impegnato in nulla di così esotico o piacevole, semplicemente avevo voglia di prendermi una pausa, tanto, mi sono detto, che cavolo potrà mai succedere a metà Agosto a parte qualche gara olimpica?

E' successo che è scoppiata ed è anche finita, a tempo di record, una piccola e sporca guerricciola.

Il pupazzo di Washington e presidente della Georgia, Mikheil Saakashvili, mosso da chissà quale progetto folle, ha deciso di invadere l'Ossetia del Sud, annunciando l'attacco in Tv con alle spalle la bandiera Europea (la Georgia non è in Europa).

L'Ossetia del sud è un territorio pressochè indipendente dalla caduta dell'Unione Sovietica. Prima del crollo il controllo di quel territorio era stato affidato alla Georgia, ma dopo il disfacimento dell' URSS, venne indetto un referendum, col proposito in caso di esito positivo, di dichiarare autonoma la regione. La stragrande maggioranza della popolazione votò si, ed in seguito a ciò, l'Ossetia del Sud si affermò la sua indipendenza. La Georgia non ne ha mai riconosciuto la validità del referendum, ma di fatto ha lasciato l'intero territorio in pace dal lontano 1992 sottoscrivendo accordi che garantivano la rinuncia a qualsiasi intervento militare di aggressione nei confronti dell'Ossetia del sud.

Addirittura, qualche giorno prima di lanciare l'attacco, la Georgia firmò un accordo formale che assicurava l'autonomia all'Ossetia del Sud per poi attaccarla subito dopo, tutto in perfetto stile "Don Corleone" come è stato definito da molti.

Gli abitanti dell'Ossetia del Sud hanno poco a che spartire con i Georgiani, a parte la vicinanza geografica, hanno invece molto in comune con l'Ossetia del Nord, territorio che appartiene alla Russia. Piaccia o no i sud osseti, sono di fatto russi e Putin, per ragioni politiche, concesse anni addietro il passaporto russo a gran parte di essi.

La biografia del presidente della Georgia, potete leggervela comodamente su dozzine di siti per cui ve la risparmio, basti dire che è un pupazzo (perchè non si può definirlo in altra maniera) degli USA e obbedisce direttamente ai voleri della casa bianca.

Quale sia stato il calcolo demente dietro l'attacco del sud Ossetia è difficile dirlo. Riesce difficile credere che un burattino come Saakashvili, abbia deciso di lanciare un attacco, che ovviamente avrebbe scatenato una risposta Russa, senza l'approvazione dei suoi padroni. Il 31 luglio una decina di giorni prima dell'attacco, la Georgia ha tenuto un esercitazione congiunta con gli Stati Uniti e un paio di paesotti dei dintorni.

Ufficialmente l'esercitazione era per prepararsi a rispondere in caso di un eventuale attacco terrorista.

Un po' quello che succede sempre negli ultimi anni. Si fanno esercitazioni con sommergibili nucleari, portaerei e caccia e la motivazione è sempre un eventuale attacco terrorista. Siamo ormai oltre la farsa.

Ovviamente l'esercitazione era in preparazione della guerra contro l'Ossetia. Così, come le esercitazioni fatte da israele 3 settimane prima dell'attacco contro il Libano. La cosa buffa è che Israele si era preparato ad una guerra convenzionale ed è stata sconfitta da tattiche di guerriglia. La Georgia forte dei "consulenti" militari americani e israeliani e della loro esperienza in medioriente, era stata preparata a contrastare una guerriglia e si è trovata ad affrontare un esercito pesante, armato fino ai denti.

Non posso che definire il branco di omini dietro al presidente Gergiano, ed il presidente stesso un bel gruppo di "genii". Analizzando le loro manovre vien davvero da pensare che essi fossero convinti che la Russia non sarebbe mai intervenuta. Esiste una solo via di collegamento tra la Russia e l'Ossetia del Sud ed è il Roki tunnel, che attraversa per quasi 4 km una montagna a 3000 metri di altezza.

Quanto ci voleva a far saltare per aria un tunnel come quello?

Senza quella via di collegamento i Russi avrebbero potuto intervenire solo per via aerea, rallentandone tutta l'opera di contrasto all'esercito Georgiano.

Che un operazione ovvia, come recidere l'unico e fondamentale collegamento stradale tra Russia e sud Ossetia, non sia stata compiuta, dimostra che gli idioti di Washington e il presidente Georgiano erano genuinamente convinti che la Russia non sarebbe intervenuta.

Oppure volevano proprio un intervento Russo. Se così fosse, tutta la faccenda si farebbe ancora più oscura. Di certo, Saakashvili, non avrebbe avuto nessun interesse a farsi azzerare l'esercito dai Russi, sopratutto visti i milioni che ha investito per costruirlo, tutti soldi levati all'economia traballante di un paese con gravi difficoltà finanziarie.

Per gli USA potrebbe essere stato un calcolo molto pericoloso.Sondare la situazione e vedere come avrebbero reagito i Russi ad una guerra sul loro confine. Creare delle tensioni tra Europa e Russia per allontanarle ulteriormente tra loro (la grande paura degli USA è una forte alleanza strategica tra Europa e Russia) e forzare la mano all'Europa per infilarci a forza l'ennesimo staterello che non serve a un cavolo, se non ha crearci problemi e a lavorare a favore degli interessi americani e non quelli europei.

Quale che fosse il calcolo, la Russia, come era ovvio, è intervenuta in difesa dell'Ossetia del sud, che vale la pena ricordarlo, non ha un vero e proprio esercito, avendo meno di 100000 abitanti. Si trattava di intervenire o restare a guardare la Georgia bombardare i centri abitati di un territorio indifeso e assistere indifferenti all'uccisione dei membri dell'esercito Russo in missione di pace sotto mandato Onu, al confine tra Ossetia e Georgia.

La Russia è intervenuta.

L'esercito Georgiano contro quello Russo è durato circa 3 giorni e per la prima volta da un bel po' di anni a questa parte, si è visto uno scontro tra due flotte aeree e tra mezzi pesanti. Il messaggio pare essere arrivato a Washington forte e chiaro. L'orso Russo è più vispo e vigile che mai.

La risposta americana è stata di accelerare il dispiegamento dei missilici balistici in Polonia, puntati contro la Russia. Ufficialmente essi verrebbero installati per intercettare eventuali missili intercontinentali lanciati dall'Iran. Peccato che l'Iran non abbia missili intercontinentali e che gli USA non abbiamo mai messo a punto un sistema di intercettazione che funzioni.

I missili vengono piazzati come minaccia nei confronti della Russia. Il messaggio è: "Noi vi possiamo colpire prima che voi possiate reagire e difendervi".

Insomma tutto nel nome della distensione e dei buoni rapporti diplomatici.

Se qualcuno dopo tutto questo discorso avesse dei dubbi su come la penso, lo dirò chiaro e tondo. La Russia ha fatto benissimo ad intervenire e data la situazione non poteva agire altrimenti.

I neocon che governano a Washington invece, sono un branco di pazzi scatenati.

Quando dico pazzi, intendo il genere di follia che si può trovare in un cattivo dei fumetti, di quelli che vogliono conquistare il mondo e mettono a punto un piano diabolico per raggiungere il proprio fine.

Il piano dei neocon è evidente a chiunque segui un po' di politica internazionale, ma anche senza appellarsi all'intelligenza della gente, basta andare a leggerselo il piano (sono 90 pagine, ma ne vale la pena). Perchè i genii prima di arrivare al governo degli Stati Uniti, il piano lo hanno messo nero su bianco con tanto di firma da parte del gotha dei neocon (Cheney, Rumsfield, Wolfowitz, Faith ecc).

In soldoni, il piano descritto in "rebuilding american defense" il documento conclusivo del famoso PNAC (project for new american century), ribattezzato simpaticamente "il piano di Cheney per il controllo del mondo", traccia una serie di passi che gli Stati Uniti avrebbero dovuto adottare per rimanere l'unica super potenza incontrastata e mantenere così la supremazia mondiale.

Le misure che avrebbero dovuto adottare erano:

Un riarmo completo del paese, che rimediasse agli anni di lassismo in campo bellico sotto la presidenza Clinton

Una riorganizzazione dell'esercito, in modo da renderlo più snello ed agile, fornendolo di equipaggiamento super tecnologico in modo da ottenere la superiorità sul campo, contro qualunque avversario. Questi due fattori uniti avrebbero premesso all'esercito degli Stati Uniti di essere impegnato su più teatri di battaglia contemporaneamente, compensando la frammentazione delle forze con la superiorità tecnologica.

Il controllo dello spazio e del cyber spazio, prossimi campi di battaglia nelle guerre future.

Lo scoraggiamento del sorgere di super potenze rivali. Per ottenere questo scopo se non fosse stato possibile utilizzare direttamente l'esercito, era necessario intervenire tramite ricatto.

Per poter ricattare le altre nazioni, era indispensabile controllare le riserve energetiche del pianeta. Diventavano quindi centrali per l'attuazione del piano il controllo del medioriente e dell'Eurasia. Di qui la guerra in Iraq e in Afghanistan (conosciuto per chi sa un po' di geopolitica come la porta dell'Eurasia)

Questi i punti fondamentali, ma se volete davvero farvi del male leggetevi tutto il documento.

Come si può definire questa strategia?

Definirla semplicemente folle sembra riduttivo. E' un fottuto piano, nero su bianco, firmato esplicitamente dalla quasi totalità dell'amministrazione Bush, per il controllo del mondo.

Roba che sembra uscita da Watchman (un celebre fumetto di Alan Moore).

Inutile dire che la strategia Neocon non sta funzionando come previsto. Wesley Clark generale statunitense, che fu a capo della Nato in Europa, dal 1997 al 2000, raccontò in suo libro come alcuni alti ufficiali del pentagono, gli raccontarono nel 2001, che Bush & Co avevano in programma di fare 7 guerre in 5 anni (Iraq, Iran, Somalia, Sudan, Libia, Siria, Libano).

Alcune di queste come quelle in Somalia e Libano sono avvenute per interposta persona. Quella in Iraq ed quella in Afghanistan hanno prosciugato le risorse e le finanze dell'esercito americano, alla faccia dell'esercito leggero e super tecnologico che avrebbe dovuto fare guerre lampo ed economiche sia finanziariamente che in termini di vite umane.

Il prossimo passo che i Neocon sembrano intenzionati a intraprendere è il famoso attacco all'Iran che covano da anni aspettando solo l'occasione propizia. Poco tempo fa si è svolta un imponente esercitazione nelle acque del golfo in vista di un futuro blocco navale che gli Stati Uniti sembrano decisi ad imporre contro l'Iran. Un blocco come non se ne vedevano dai tempi della crisi dei missili a cuba in piena guerra fredda.

Essendo la Russia un grande alleato dell'Iran non è neppure così improbabile immaginare che tra le ragioni dell'attacco in Ossetia ci sia stata la volontà da parte di Washington di testare la determinazione Russa.

Un altro tassello importante per capire gli avvenimenti degli ultimi anni, passa attraverso l'ideologia che sta alla base del pensiero neocon. Un ideologia che deve i suoi natali a Leo Strauss, di cui vi potete leggere una breve biografia sulla wikipedia. Senza entrare troppo nei dettagli Strauss, promuoveva idee che sono state messe in pratica dai suoi allievi ed epigoni (i già nominati Wolfowitz, Cheney, Rumsfield ecc) dagli anni della guerra fredda in avanti. Uno dei punti centrali dell'ediologia straussiana è quello "dei produttori di caos".

Ultimamente gira in rete un video di Naomi Klein, intitolato come il suo ultimo libro: "The Shock Doctrine". Esso si riferisce alla teoria di Friedman, il più celebre economista di fine secolo, secondo cui i cambiamenti veri in un società vanno imposti dopo che la società stessa ha attraversato un forte trauma e si trova ancora in stato di shock, incapace di reagire e resistere al cambiamento. Friedman applicò questo concetto in Cile dopo il golpe che mise al potere Pinochet. Chiamato come consigliere dal governo golpista si trascinò dietro uno stuolo di economisti rampanti provenienti dall'università di chicago (ribattezzati appunto chicago boys, termine che finirà per indentificare poi, tutti gli economisti che ne seguiranno le orme) e trasformò il paese in un laboratorio per le teorie neoliberiste.

Strauss proponeva delle idee simili a quelle di Friedman, ma con una sottile differenza. Non è tanto lo choc ad essere necessario, ma il caos. Lo choc semmai è una sua conseguenza.

E come si produce il caos?

Il caro Strauss ci fornisce la risposta che come potete ben immaginare si chiama "guerra".

Se vuoi ottenere un cambiamento devi scatenare il caos, se vuoi scatenare il caos devi far scoppiare una guerra.

Considerando che il governo degli USA non ha mai fatto segreto di volere dei cambi di regime in medio oriente e in alcuni paesi di importanza strategica come l'Afghanistan, conoscendo le radici del pensiero Neocon, davvero qualcuno si può sorprendere che la risposta ad ogni problema internazionale sembra essere sempre e solo la guerra?

Un altro punto importante delle teorie straussiane riguarda l'organizzazione della società. Mentre elaborava i suoi scritti Strauss, notò un progressivo disgregamento nei valori fondamentali della società Statunitense. Il fenomeno era preoccupante e se non arginato poteva portare al collasso e alla incontrollabilità della società stessa. Per contrastare la scomparsa dei valori tradizionali, Strauss teorizzò che era necessario unificare la popolazione, fonrnendole un nemico contro cui essa potesse coalizzarsi e finendo per trasformare questa lotta, in un valore comune e fondante della società stessa.

La lotta doveva essere una rappresentazione dell'eterno conflitto tra bene e male. Naturalmente gli Stati Uniti avrebbero sempre rappresentato il bene, mentre il nemico di turno, per ovvie ragioni, doveva incarnare il male assoluto privo di qualsiasi possibilità di rendenzione. La bandiera americana avrebbe assunto il ruolo cruciale di emblema di libertà, faro di giustizia e incarnazione del bene, uno stendardo attorno a cui stringersi e riconoscersi.

Il nemico assumeva quindi una funziona fondamentale e se il nemico non esisteva, aggiungeva Strauss, bisognava crearlo.

Essendo il terrorismo un fenomeno complesso è difficile dire quanta parte di esso sia genuina e quanta organizzata direttamente dagli stati per manipolare l'opinione pubblica e per raggiungere dei precisi fini politici e strategici. Ogni caso andrebbe analizzato singolarmente, ma in linea generale potete scommetterci la testa che buona parte di quello che viene definito terrorismo non siano altro che operazioni portate avanti dai servizi segreti di certi paesi.

Viviamo in un mondo che è diventato un incrocio tra quello descritto da Orwell in "1984" e Huxley in "Brave new world". Viene ingigantito, quando non creato ad arte, un fenomeno come il terrorismo a cui poi si dichiara guerra. Il che equivale a dichiarare guerra all'odio, alla avidità, o alla guerra stessa. Non esistendo un nemico definito non è possibile dire quando la guerra finirà e quindi si può mantenere uno stato di emergenza "anti terrorismo" permanente e giustificare grazie ad esso tutta una serie di misure restrittive nei confronti della popolazione ed ogni avventura militare che il "piano" del momento preveda.

Contemporaneamente bisogna raccontare alla popolazione che noi siamo i buoni, qualunque porcheria facciamo o avvalliamo tramite i governi, perchè la verità nuda e cruda non sarebbe accettata dalla popolazione. A questo partecipano con entusiasmo i giornali, che come nel ministero dell'amore in cui lavorava il protagonista di 1984, prendono gli avvenimenti e li riscrivono di sana pianta. La guerra scatenata dalla Georgia è diventata la guerra scatenata dalla Russia. I 2000 morti fatti dai bombardamenti indiscriminati dell'aviazione Georgiana, vengono riportati di fianco a frasi che parlano di attacco Russo senza specificare chi ha ucciso chi, in modo che il lettore sia portato a pensare che siano stati causati dall'azione militare Russa.

Lo stesso è successo con la guerra in Libano, con la guerra in Iraq e con la guerra in Afghanistan. La prima vittima come sempre è la verità.

Viviamo in società democratiche?

Andate a riguardarvi come hanno descritto i giornali gli ultimi avvenimenti internazionali. Come l'aggressore si è trasformato in aggredito. Se i giornali ormai sembrano essere diventati la Pravda di sovietica memoria, come possiamo parlare di informazione. Se non ci fosse la rete saremmo completamente immersi nella propaganda. E se la situazione in Italia è disarmante negli USA è anche peggio, a parte Buchanan non ho visto un altro commentatore mainstream dare una descrizione reale dei fatti.

Se la storia viene riscritta dai mezzi di informazione di massa, al contrario di quel che accadeva nel mondo descritto in 1984, essa non scompare, ma piuttosto come nel libro di Huxley risulta talmente immersa nella disinformazione e in un assordante rumore di fondo fatto di notizie inutili ed idiote, da passare inosservata ai più.

Putin è tutto tranne che uno stinco di santo, ma le sue azioni, condivisibili o meno, sono comprensibili, più ponderate e meno stupidamente arroganti di quelle dei Neocon. Questi ultimi, come già detto, invece sono dei pazzi, con cui è molto difficile sedersi attorno ad un tavolo e ragionare lucidamente. Ovviamente tanto per non smentirci mai, noi come Italia, ma in buona parte tutta l'Europa, reggiamo il moccolo ai pazzi e li trattiamo come fossero degli statisti mentre cercano di spingerci ad un conflitto aperto col nostro principale fornitore di energia.

Il tutto contro i nostri stessi interessi.

Quella che si sta consumando nel mondo, oltre ad essere una lotta per il controllo dell'energia, rappresenta il fallimento dei sistemi a libertà negativa.

Spesso si sente parlare di Nazismo, Comunismo, Capitalismo come se fossero necessariamente sistemi differenti o antitetici. I veri opposti sono sistemi in cui lo Stato ha una componente del 100% ed uno in cui ha una componente dello 0%. Cioè, Stati totalitari e anarchia. Ognuno dei due estremi tende a collassare nell'altro. Quando lo Stato arriva al 100% la spinta è a diminuire la sua componente, spesso portando a un tracollo verticale dell'influenza dello Stato stesso. Se lo stato è allo 0% invece, si verificherà una naturale spinta all'organizzazione facendo salire la componente di quest'ultimo.

Naturalmente la situazione di equilibrio è da qualche parte nel mezzo, tra stato totalitario ed anarchia.

Il Nazismo e il Comunismo sono due esempi di Stati totalitari, e sono due tipi di sistema a libertà positiva. I sistemi capitalisti attuali che chiamiamo "democrazie moderne" sono sistemi a libertà negativa.

I sistemi a libertà negativa sono quelli in cui lo Stato non ha un progetto specifico e non cerca di modellare la società e gli individui verso un fine, ma si limita ad amministrare la struttura pubblica in maniera efficente lasciando ad ogni singola persona la scelta su come vivere, in cosa credere e come comportarsi. La libertà della persona viene poi limitata dallo stato, per garantire la convivenza tra i vari individui, togliendo ad ognuno una serie di libertà o per meglio dire, instaurando una serie di divieti (normalmente chiamate leggi).

I sistemi a libertà positiva invece, prevedono un progetto per la società, tutti gli individui ne fanno parte e devono collaborare ad esso. Ovviamente i sistemi a libertà positiva sono pericolosi, dato che dal momento che qualcuno non accetta o non si riconosce nel progetto del paese, rischia di venire considerato un sabotatore e normalmente tende a scomparire misteriosamente una notte, per non riapparire mai più.

Proprio per questa ragione dopo la seconda guerra mondiale ed i bei risultati conseguiti dal Nazismo, vennero di fatto banditi i sistemi a libertà positiva.

Ora dando un occhiata a quello che sta succedendo politicamente negli Stati Uniti, ma anche in Italia, i sistemi a libertà positiva stanno risorgendo. Questo perché come nel caso di stati totalitari e anarchia, la libertà positiva tende a collassare in quella negativa e viceversa. Abbiamo vissuto per troppo tempo immersi in una libertà senza direzione. Una libertà che ci avevano promesso avrebbe portato maggiore ricchezza, più sicurezza ed un futuro migliore.

Invece ci siamo scoperti più indebitati, più insicuri (in diversi sensi, primo fra tutti la stabilità economica e lavorativa), incapaci di decifrare il presente, figuriamoci il futuro. Nel frattempo Stati che se ne erano altamente fregati di tracciare una direzione per la società, si trovano pressati ad agire, da popoli spaesati ed in cerca di risposte sul proprio futuro.

La risposta sta arrivando ed è la peggiore tra quelle possibili.

E' la risposta di Strauss, la deriva finale della libertà positiva.

L'esorcizzare la propria decadenza tramite l'identificazione di un nemico.

In italia il nemico sta diventando lo straniero. E' lui la ragione dei nostri problemi ed è lui che va combattuto, specie se musulmano e quindi latentemente terrorista.

Non che l'immigrazione non sia un fenomeno da gestire, con intelligenza si spera e spesso anche fermezza. Il problema è che si tratta di una questione secondaria.

I veri problemi sono altri.

Non sono stati gli stranieri ad aver creato il terzo debito pubblico per entità del pianeta terra. Non è colpa degli stranieri se mentre il mondo e gli altri paesi facevano ricerca e cercavano di stare al passo con i tempi, l'italia si rinchiudeva in produzioni a basso valore aggiunto e a basso livello tecnologico. Non è colpa degli stranieri se 3-4 regioni del paese sono completamente nelle mani della criminalità organizzata ed alcune di esse, come la Sicilia hanno un deficit di 13 miliardi di euro (per una cifra simile la california la sesta economia del mondo rischia la bancarotta). Non è colpa degli stranieri se per salvare i vari politici, amministratori, banchieri ed industriali, si sono fatti a pezzi i tribunali e l'intero sistema repressivo del paese, in modo che la cosiddetta "elite" evitasse sempre e comunque le sbarre, col risultato che adesso anche il più piccolo criminale di strada riesce ad evitare la galera a meno che non ammazzi qualcuno.

Un paese che non è neppure più in grado di riconoscere l'origine dei suoi mali e la priorità dei suoi problemi è un paese in preda alla schizzofrenia completa. La stesso con altri percorsi è perfettamente visibile in altri paesi, come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, tanto per fare un paio di nomi.

La libertà positiva entro certi limiti non è necessariamente un male, così come il nazionalismo che normalmente si accompagna ad essa. La verità è che bisognerebbe dosarle entrambe, sia quella negativa che quella positiva. Non si può dare ad intendere che non si ha nessuna direzione per un intero paese, sopratutto in periodi di crisi come quello attuale, così come non si può costringere con la forza la gente a seguirti in progetti dementi.

Allo stesso tempo mentire alla popolazione sui suoi problemi ed imbastire per lo Stato progetti balordi e privi di sostanza, volti a spostare l'attenzione dai problemi seri e a focalizzarla su problemi secondari è un gioco pericolosissimo. Se la gente si accorge che la stai prendendo per il culo rischi grosso, sopratutto se il periodo di crisi si aggrava. Se la gente non se ne accorge ti applaudirà mentre concentri energie e risorse su questioni secondarie, lasciando ingigantire quelle fondamentali fino alla loro deflagrazione finale.

Per anni gli Stati Uniti hanno provato a dosare libertà positiva e negativa, nascondendo la prima dietro la facciata della propaganda.

Il progetto c'era, ma non si poteva confessare esplicitamente, perché prevedeva un controllo imperiale sul mondo.

Adesso che il sistema economico sta collassando e nuovi equilibri internazionali sorgono, il progetto nascosto ed inconfessabile, sta emergendo alla luce del sole, in maniera sempre più sfacciata e con esso riemergono anche i lati più deleteri della libertà negativa: la repressione del dissendo.

Non puoi non approvare, non puoi evitare di unirti al progetto, senza essere tacciato di anti pattriottismo, di essere un eversivo, un comunista, un terrorista o l'aggettivo denigratorio della settimana.

Più la situazione economica peggiorerà e più questa deriva si accentuerà, se noi abbiamo già i militari per strada, negli USA è di fatto stata abolita la legge che impediva all'esercito di intervenire nelle questioni di sicurezza interna dello stato (è la ragione per cui venne istituita in passato la guardia nazionale), e chiunque si opponga al volere del governo può, sempre a discrezione del governo stesso, essere catalogato come terrorista. Ricadendo sotto la definizione di terrorista, un individuo può essere prelevato nella notte senza che gli vengano comunicate accuse o che possa contattare un legale o un famigliare e scomparire per anni.

Il tutto è perfettamente a norma di legge.

Anche se normalmente tendiamo a considerare solo i singoli elementi, l'economia, la politica, la società sono tutti fattori legati tra loro. Attualmente mi sembra che tutti questi fattori stiano chiaramente puntando in una precisa direzione; direzione che non posso certo definire rassicurante.

Intanto il gossip, l'inutile, il vacuo ed il superficiale sembrano essere al centro dell'attenzione mediatica, probabilmente perché nessuno, a cominciare dei politici ha la volontà di affrontare e descrivere l'attualità per quella che è (troppo sconveniente).

Quello che si sta verificando è un film gia visto in passato, sono cambiati gli attori e l'ambientazione, ma la parte che viene recitata è sempre la stessa.

Purtroppo, non ricordo che quel film abbia mai avuto un lieto fine.

mercoledì 25 giugno 2008

Sull'Inflazione

La media dell'inflazione in Europa ha toccato il 3,7%. E' un livello storicamente basso, ma che dato l'impoverimento generale della maggior parte della popolazione genera diverse sofferenze. I maggior aumenti di prezzi si riversano sui beni di prima necessità e indispensabili, quali petrolio, quindi l'energia e gli alimentari. Gli effetti di questi aumenti non si sono fatti attendere.

Repubblica riporta che i dati sui consumi ad Aprile indicano un calo medio del 2,3% un dato che non si vedeva da anni. I prodotti maggiormente colpiti come era prevedibile sono quelli meno necesssari:

scarpe, borse e articoli da viaggio (-6,4%), abbigliamento e pellicceria (-5%), giochi, giocattoli, articoli sportivi e da campeggio (-4,9%), generi casalinghi (-4,2%) e utensili per la casa (-3,4%), libri, giornali e riviste (-3,4%), gioielli e orologi (-2,8%) e cosmetici (-2,7%).

Le vendite di alimentari sono calate di un misero 0,8%. Altro segnale importante è la crescita nel volume d'affari dei grandi magazzini e iper/supermercati, mentre i piccoli negozi sono stati completamente disertati perdendo il 4,1% di vendite:

Tutte le forme di vendita della grande distribuzione hanno registrato aumenti, ad eccezione degli hard discount che hanno segnato una variazione nulla. Gli ipermercati segnano un +0,1% (+0,8 alimentari, -0,4 non alimentari) i supermercati un +0,3%, i grandi magazzini un +0,2%, gli altri specializzati un +1%.

I dati sono molto chiari. L'inflazione sui beni indispensabili sale e per far fronte all'aumento di spesa la gente è costretta a rivolgersi ai grandi magazzini dove i prezzi sono più contenuti, evitando contemporaneamente le spese superflue come abbigliamento e viaggio. E' interessante notare come le vendite negli hard discount siano rimaste costanti. Dovendo interpretare il dato direi che chi si rivolgeva ai discount fino ad ora, ha continuato a farlo, mentre le famiglie che facevano spesa vicino a casa in piccoli negozi non hanno voluto rinunciare ai prodotti che usavano abitualmente, ma hanno preferito acquistarli negli ipermercati per risparmiare.

Quando (perchè son convinto che succederà) si verificherà un aumento di vendite significativo nei discount, esso sarà un segnale molto preoccupante ed indicherà che le famiglie han dovuto rinunciare contro voglia, ai prodotti di marca a cui erano abituate per sostituirli con equivalenti a basso prezzo.

Sarà un evento da valutare con estrema attenzione e ci sarebbe da sperare che chi di dovere gli presti la dovuta attenzione.

Nel frattempo chi di dovere (altrimenti detto Tremonti) ha scambiato alcune dichiarazioni con Epifani sul tasso di inflazione programmato. Il governo ha stabilito che esso debba essere fissato all'1,7%, sollevando le proteste della CGIL che tramite Epifani ha ribattuto che l'inflazione reale è al 3,7. Legare gli aumenti contrattuali a un tasso dell'1,7 significherebbe, quindi, far perdere 1500 euro in 3 anni di potere d'acquisito a chi ha uno stipendio medio annuale di 25000 euro.

Maurizio Blondet sul suo sito commenta lo scambio di battute:

Com’è vecchio Epifani (CGIL): crede di vivere ancora sotto la lira, al tempo della sovranità monetaria. Poichè Tremonti ha posto un «tasso d’inflazione programmato» ridicolo, 1,7%, Epifani ha fatto due conti e scoperto che un salario da 25 mila euro annui perde 1500 euro di potere d’acquisto in tre anni. Bella scoperta. Tremonti gli ha consigliato di telefonare alla BCE: «Vi spiegherà qual’ è il motivo tecnico per cui ci chiede di inserire nei documenti di finanza pubblica questa indicazione».

Appunto, non siamo più sovrani della moneta. Viviamo sotto una moneta estera, l’euro, ed è la Banca Centrale Europea a imporre il tasso d’inflazione a quel ridicolo livello. Tremonti però avrebbe dovuto spiegare meglio il motivo tecnico: si tratta del piano di impoverimento programmato, deciso dai gestori monetari, della classe media e lavoratrice europea.

La cosa risponde, in qualche modo, a giustizia: un popolo italiano che è meno colto, meno istruito, meno produttivo del popolo cinese o indiano, non può pretendere di avere un potere d’acquisto superiore. Nel prossimo decennio, ci impoveriremo al livello cino-indiano, mentre gli indiani e i cinesi saliranno tendenzialmente verso il livello attuale europeo. Ci si incontrerà a metà strada. Ma ovviamente, una cosa è essere dalla parte che sale, e ben peggio è stare dalla parte che scende.

Non è solo perdita del potere d’acquisto; è la perdita storica di possibilità che attende le generazioni future (e semi-analfabete); ci saranno meno speranze, e prospettive più ristrette. E se l’istruzione continua a scendere, ci saranno sempre meno competenze, quelle da cui dipende se risaliremo dall’abisso. E’ l’Occidente che diventa terzo mondo.

Il fenomeno non è solo italiano. Nè euro-dipendente. In Gran Bretagna, milioni di famiglie si sono accorte che il costo della vita è aumentato per loro del 6,7% annuo (inflazione reale) contro il 3,3% d’inflazione ufficiale. E un’inflazione programmata dal governo britannico del 2%.

Il fatto che l'inflazione programmata sia sempre inferiore a quella reale è principalmente a causa delle spese della stato per il welfare o la "social security" come lo chiamano in america: pensioni, assistenza sanitaria, assegni di disoccupazione ecc. Sono spese che lo stato si deve sobbarcare e sono tutte indicizzate all'inflazione programmata. Ovviamente se invece di aumentare le pensioni, e le altre spese, del 3,7% si aumentano dell'1,7% il risparmio per il tesoro è di 2 punti percentuali netti. Per certi stati come quello italiano può fare la differenza tra la bancarotta, finanziarie assassine e la sopravvivenza economica.

Blondet prosegue il suo articolo citando l'editorialista ed economista del New York Times Paul Krugman:

Paul Krugman, economista di Princeton, benchè piuttosto critico del sistema capitalistico terminale, segnala che ormai la sola cosa da fare è scongiurare l’innesco della spirale prezzi-salari degli anni ‘70-‘80. Nel 1981, il sindacato minatori USA strappò un aumento contrattuale dell’11% in 33 anni, seguito da aumenti salariali per tutte le altre categorie. «Lavoratori e datori di lavoro si impegnarono nel gioco della cavallina: i primi chiedevano aumenti di salario per tener testa all’inflazione, le ditte passavano i costi salariali maggiorati sui prezzi delle merci e servizi, e prezzi rincarati portavano ad ulteriori richieste salariali e così via». La spirale della «stag-flation». Da cui l’America è uscita con la deregulation, spietata soprattutto per i lavoratori.

Oggi, dice Krugman, è sciocco temere che l’alluvione monetaria con cui la FED ha salvato le banche d’affari provochi inflazione. «Dove sono i sindacati che chiedono aumenti salariali dell’11 %? Anzi, dove sono i sindacati tout court? I consumatori si preoccupano dell’inflazione, ma bisogna cercare col lanternino lavoratori che chiedano di compensare l’inflazione con salari più alti, e meno ancora padroni disposti. Di fatto le paghe sembrano persino rallentare, data la debolezza del mercato del lavoro».

L’offerta di lavoro - contrariamente all’offerta di petrolio - è sovrabbondante: è «giusto» che costi sempre meno. Quindi la FED fa benissimo a non aumentare il tasso primario per tenere sotto controllo l’inflazione. Non ci sarà inflazione. Il prezzo del disastro finanziario lo pagheranno i lavoratori.

Agisce qui il dogma - sancito da Milton Friedman, l’autore dell’ultraliberismo terminale - che l’inflazione è sempre e solo un problema monetario. I rincari di petrolio e cibo, che hanno altre cause, non sono definiti «inflazione». Basta, dice Krugman, che i prezzi delle materie prime calino. E caleranno perchè, nell’immiserimento generale, ci sarà meno richiesta per esse. Allora «anche l’inflazione si calmerà da sè».

Che l'inflazione sia un fenomeno (quasi) sempre monetario lo han ripetuto molti alti colleghi di Friedman a partire dagli austriaci come Mises e Rothbard. Senz'altro è ridicolo pensare che al giorno d'oggi si possa verificare il circolo vizioso che accade negli anni 70. I sindacati nella maggior parte dei paesi se non sono completamente spariti sono ridotti alla pallida ombra di ciò che erano allora e gli aumenti salariali sia nel servizio pubblico che in che in quello privato (salvo accordi particolari) sono legate alla famosa inflazione programmata. Saranno quindi sempre inferiori agli aumenti del costo della vita. A rigor di logica Krugman dovrebbe aver ragione e il problema della crescente inflazione dato l'impoverimento della gente dovrebbe risolversi da se.

Vorrei però chiedere a Krugman. Se l'inflazione è un fenomeno monetario, non ha un effetto forse, tutto il denaro creato dalle banche centrali e accumulato dai grandi speculatori e fondi d'investimento e istituzionali? Negli ultimi anni tutto questo denaro si è scaricato nel mercato della carta (azioni, bond,derivati di vario genere), inseguendo strumenti di finanza strutturata incomprensibili anche agli investitori più smaliziati. Oggi che tutta quella massa di carta si è rivelata senza valore dove si stanno scaricando tutti quei soldi creati dalle banche centrali?

Sulle materie prime, sull'energia, sugli alimentari.

Tutta una serie di merci di cui la gente ha necessità primaria. Se le banche centrali non fossero intervenute per salvare il comparto bancario diversi istituti sarebbero falliti distruggendo buona parte di quella massa di denaro fittizio e risolvendo il problema alla radice.

Invece i banchieri centrali hanno tenuta aperta una continua linea di credito per rifinaziare le banche, tramutando in reale il valore di gran parte di quella cartaccia invendibile che affolla ancora oggi i bilanci delle banche. Tutto questo denaro esiste e da qualche parte dovrà finire. Ovunque esso vada, farà salire i prezzi alle stelle che la gente abbia o meno i soldi per spendere. Se si scarica sui beni primari che la popolazione è costretta ad acquistare significa che il prezzo per il fallimento del sistema finanziario viene scaricato sulle spalle dei cittadini. Non si può chiedere alla gente di smettere di nutrirsi, di non usare luce o l'auto perchè i prezzi sono alti e se smettessimo di mangiare e guidare l'inflazione calerebbe.

Anche se i consumi di petrolio caleranno com'è naturale in questi casi, i produttori si limiteranno semplicemente a produrne di meno ed anche il cibo può venire stoccato. Gran parte dell'aumento di prezzo in questi settori è dovuta alla speculazione, non a vera scarisità. Se si volesse combattere veramente l'inflazione si andrebbe a colpire i capitali creati dai banchieri centrali come negli anni 70 si sono andati a colpire i sindacati e i salari dei lavoratori.

Stiglitz, premio nobel dell'economia e persona molto critica sull'attuale ordinamento economico del pianeta, su repubblica dice:

I presidenti delle banche centrali costituiscono un club molto chiuso e sensibile alle mode. Nei primi anni Ottanta, ad ammaliarli fu il monetarismo, una teoria economica semplicistica rappresentata in primo luogo da Milton Friedman. Dopo la caduta in discredito del monetarismo, la cui adozione fu pagata a caro prezzo da svariati Paesi, iniziò la ricerca per un nuovo mantra.

La risposta arrivò con l´inflation targeting, una strategia di politica monetaria secondo la quale ogniqualvolta la crescita dei prezzi supera un livello prestabilito devono essere alzati i tassi di interesse. Una ricetta suffragata da scarse elaborazioni di teoria economica e modeste prove empiriche: non vi sono ragioni per ritenere che la migliore risposta sia un rialzo dei tassi di interesse, indipendentemente da quali siano le fonti dell´inflazione. La speranza è che la maggior parte dei Paesi sia abbastanza sensata da non adottare l´inflation targeting. Le mie simpatie vanno in ogni caso ai cittadini di quei Paesi che lo hanno fatto (Israele, Repubblica Ceca, Polonia, Brasile, Cile, Colombia, Sudafrica, Thailandia, Corea, Messico, Ungheria, Perù, Filippine, Slovacchia, Indonesia, Romania, Nuova Zelanda, Canada, Regno Unito, Svezia, Austria, Islanda e Norvegia).


L´inflation targeting quasi certamente fallirà. I tassi di inflazione più alti che si trovano ad affrontare oggi i Paesi in via di sviluppo non sono da imputarsi a una gestione macroeconomica più carente, bensì ai prezzi in impennata del petrolio e delle materie prime alimentari e, inoltre, in questi Paesi queste voci rappresentano una quota della spesa media delle famiglie assai più alta rispetto a quella delle famiglie nei Paesi ricchi. In Cina, per esempio, l´inflazione si sta avvicinando, o sta già superando, l´8 per cento; in Vietnam è persino più alta e si prevede che quest´anno sfiori addirittura il 18,2 per cento; in India è del 5,8 per cento. Negli Stati Uniti, invece, l´inflazione si è attestata al 3 per cento. Si deve dedurre che questi Paesi in via di sviluppo devono alzare i tassi d´interesse in misura molto maggiore rispetto agli Stati Uniti?

L´inflazione in questi Paesi è, per la maggior parte, importata. Tassi d´interesse più alti avrebbero effetti esigui sul prezzo internazionale dei cereali o dei carburanti. Anzi, se si considera la dimensione dell´economia statunitense, è logico presumere che un suo rallentamento possa avere effetti sui prezzi a livello mondiale di gran lunga superiori a quelli di un rallentamento in qualsivoglia Paese in via di sviluppo, un dato che, se si assume una prospettiva globale, indica che è negli Stati Uniti e non nei Paesi in via di sviluppo, che dovrebbero essere ritoccati al rialzo i tassi.

Finché i Paesi in via di sviluppo restano integrati nell´economia globale i prezzi domestici del riso o degli altri cereali sono destinati a subire un incremento significativo ogni qual volta lo subiscono quelli internazionali. Per molti Paesi in via di sviluppo, gli alti prezzi del petrolio e delle materie prime alimentari rappresentano una tripla minaccia: non solo i Paesi importatori si trovano a sborsare di più per le granaglie, ma devono anche spendere di più per farle arrivare in questi Paesi, con un´ulteriore spesa per farle arrivare a quei consumatori che risiedono lontano dai porti.


L´incremento dei tassi d´interesse potrebbe ridurre la domanda aggregata, rallentando a sua volta l´economia e mitigando così i prezzi di alcuni beni e servizi, in particolare di quelli non determinati dal mercato. Ma, a meno che non siano portate fino a livelli intollerabili, queste misure, di per se stesse, non sono in grado di abbassare l´inflazione ai livelli target. Per esempio, anche se il ritmo dell´aumento dei prezzi dell´energia e delle materie prime alimentari a livello mondiale dovesse rallentare rispetto a quello attuale - scendendo a un 20 per cento l´anno, per esempio - e ciò si riflettesse sui prezzi interni, per fare scendere il tasso di inflazione complessivo a, diciamo, un 13 per cento, occorrerebbe una netta caduta dei prezzi da qualche altra parte. Ciò comporterebbe quasi sicuramente un significativo rallentamento dell´economia e un alto tasso di disoccupazione. La cura sarebbe peggiore della malattia.

Che cosa si dovrebbe fare dunque? Innanzitutto, non si dovrebbe addossare la responsabilità di un´inflazione importata ai politici o ai presidenti delle banche centrali, così come non deve essere attribuito loro il merito di una bassa inflazione quando l´ambiente economico complessivo è favorevole. Ora si riconosce che buona parte del pasticcio nel quale si trova attualmente l´economia degli Stati Uniti è da imputare all´ex presidente della Federal Reserve, Alan Greenspan, mentre qualche volta gli si attribuisce il merito della bassa inflazione registrata negli Stati Uniti durante il suo mandato. La verità è, invece, che negli anni di Greenspan, gli Stati Uniti hanno beneficiato di un lungo periodo di caduta dei prezzi delle materie prime e della deflazione in Cina, elementi che hanno contribuito a mantenere i prezzi dei manufatti sotto controllo.

Secondo, è necessario prendere atto che questi alti prezzi possono rappresentare un terribile stress per le popolazioni e, in particolare, per le persone a basso reddito. Le rivolte e le proteste che si sono avute in alcuni Paesi in via di sviluppo ne sono solo la manifestazione più evidente.
Più di 25 anni fa, ho dimostrato che, in condizioni plausibili, la liberalizzazione del commercio avrebbe potuto peggiorare la situazione per tutti. Non mi stavo pronunciando a favore del protezionismo, bensì richiamando alla cautela e ricordando la necessità di tenere presenti i rischi e di essere pronti ad affrontarli.

Nel caso dell´agricoltura, i Paesi industrializzati, come gli Stati Uniti o come i Paesi membri dell´Unione Europea, proteggono sia i loro consumatori sia i loro agricoltori da questi rischi. La maggior parte dei Paesi in via di sviluppo, invece, non ha le strutture istituzionali o le risorse per fare altrettanto. Molti stanno imponendo delle misure di emergenza quali tariffe o divieti sulle esportazioni per aiutare i propri cittadini, ma ciò avviene a spese della popolazione di altri Paesi.

Se si vuole evitare una reazione ancora più forte contro la globalizzazione, l´Occidente deve rispondere rapidamente e con forza. I sussidi per i biocarburanti, che hanno favorito una riallocazione delle terre dall´alimentazione all´energia devono essere revocati. Inoltre, alcuni dei miliardi che si spendono per i sussidi agli agricoltori in Occidente dovrebbero essere destinati ora ad aiutare i Paesi in via di sviluppo più poveri a soddisfare il loro fabbisogno minimo di cibo ed energia.

Tuttavia, più importante ancora è che sia i Paesi industrializzati sia i Paesi in via di sviluppo abbandonino la strategia dell´inflation targeting. La lotta per fare fronte ai prezzi in continua crescita delle materie prime alimentari e dell´energia è già dura abbastanza. La più debole economia e il più alto tasso di disoccupazione che comporta l´inflation targeting non avranno grandi effetti sull´inflazione, ma renderanno soltanto più arduo il compito di sopravvivere in queste condizioni.


Stiglitz si lancia contro l'aumento dei tassi e la credenza che attraverso un politica semplicemente monetaria si possa intervenire sull'inflazione. Come dire che l'inflazione di adesso non è un fenomeno unicamente monetario, ma dipende da altri fattori. Tra essi mette i sussidi all'agricoltura e ai biocarburanti.

Di certo l'aumento dei tassi rischierebbe di stangolare la crescita economica in europa sopratutto in paesi come quelli dell'area del mediterraneo, mentre avvantaggerebbe la zona tedesca. Lungo quest'asse politicamente si sta combattendo un accesa partita politica tra Francia e Germania che hanno differenti interessi in politica monetaria, con Sarkosy che arriva quasi a minacciare di andarsene per i fatti suoi e un Trinchet, preso nel mezzo , che fa finta di nulla continuando a ripete che l'inflazione va contenuta e che bisogna stare attenti agli stipendi della gente.

Se alzare i tassi in europa non servisse ci ritroveremmo con una moneta troppo forte per l'Italia e con un inflazione comunque in aumento, un potenziale disastro. Se tutto il resto del mondo venisse dietro al rialzo dei tassi annunciato dalla BCE, come il mercato ritiente faranno gli USA, questo avrebbe certamente un impatto sull'inflazione a costo di un aggravarsi del rallentamento economico globale.

La partita è certamente rischiosa.

Il fallimento dell'inflation targeting, a cui fa riferimento Stiglitz, è ormai cosa acquisita in america, mentre alla BCE erede naturale della Bundesbank ancora sopravvive. E' interessante come esso sia divenuto nel tempo una razionalizzazione per l'esistenza stessa delle banche centrali. Il suo fallimento ha aperto un dibattito sulla necessità stessa di una banca centrale.

Quando una banca alza o abbassa il tasso di interesse finisce col avvantaggiare una categoria di individui a scapito di un altra. Proprio per questa ragione si decise di separare la funzione di una banca centrale strappandola al potere politico, per non creare distorsioni a vantaggio o a svantaggio di qualcuno. I banchieri, si disse, si sarebbero dati un obbiettivo neutro e pubblicamente dichiarato e in base a quello avrebbero regolato la loro politica monetaria.

L'obbiettivo fu individuato nel mantenere il tasso di inflazione entro un determinato valore (il 2% per quel che riguarda la BCE).

Come dice Stiglitz questa di è rivelata "Una ricetta suffragata da scarse elaborazioni di teoria economica e modeste prove empiriche"

Le modeste prove empiriche non hanno mai fermato certi economisti.

L'inflation targeting era anche una delle ragioni per cui le banche centrali non sono intervenute in questi anni per fermare le varie bolle susseguitesi. Finché l'inflazione sui prezzi al consumo è inferiore o uguale al target non importa che cavolo succede sul mercato. Non importa se una montagna di pezzi di carta continua ad aumentare di valore a causa di un espansione chiaramente inflattiva. I computer e gli ipod calavano di prezzo, quindi tutto bene.

Di fatto il mondo e la struttura economica del mondo era cambiata, ma ancora si continuava a descriverlo attraverso strumenti obsoleti, se non completamente campati per aria.

Ultimamente la Federal Reserve ha abbandonato qualunque finzione di imparzialità ed è intervenuta per salvare le banche prossime al fallimento, seguita anche da altre banche centrali (celebre il caso della banca della banca centrale inglese con la northen rock), ed avvantaggiando chiaramente il reparto bancario e finanziario a scapito della collettività su cui è stato scaricato il costo di questi interventi.

Il problema è che queste operazioni possono essere legittimamente fatte, ma sono il risultato di scelte dichiaratamente politiche e pertanto di pertinenza dei relativi parlamenti. Non dovrebbero essere effettuate da burocrati non eletti, come nel caso di Bernanke e dell'operazione di salvataggio della Bear Sterns.

Ciò rappresenta il più evidente e clamoroso fallimento dell'inflation targeting.

Per finire, mentre trovo che i sussidi economici americani ad un idiozia come il bioetanolo ricavato dal mais (energeticamente ed economicamente sconveniente ) siano una cretinata ed un regalo ai grossi conglomerati alimentari degli USA, non riesco a concordare sul fatto che i paesi del primo mondo dovrebbero abbattere ogni barriera e ogni sussidio all'agricoltura.

Se venisse fatto le merci del terzo mondo invaderebbero i nostri mercati rendendo obsoleta e antieconomica la coltivazione locale. Nessun problema direbbe un economista, si chiama vantaggio competitivo. Una cosa viene prodotta dove è più vantaggioso a causa di condizioni locali, come clima o basso costo del lavoro e poi viene venduto dove serve.

Tutto bene, finché tutto va bene.

Se però si verifica una guerra in alcuni dei grossi paesi produttori o a causa di problemi climatici, come negli ultimi anni, i raccolti risultano scarsi non possiamo riacquisire di colpo le competenze agricole perse o abbattere i palazzi costruiti su terreni una volta coltivati.

L'agricoltura è una componente strategica per la sopravvivenza di una nazione e va tenuta in vita a costo di aprire il borsello ed elargire alcuni sussidi.

lunedì 16 giugno 2008

Crack up boom?

Ci si è messo anche l'FMI a gettare acqua sul fuoco. Il suo direttore Dominique Strauss-Kahn a margine del G8 che si è tenuto in giappone ha affermato : "ci sono delle buone possibilità che il grosso della crisi finanziaria sia ormai alle spalle, ma è troppo presto per dirlo".

Se è troppo presto, forse sarebbe il caso di stare zitti. E' interessante constatare come solo poco più di un mese fa l'FMI dipingesse uno scenario ben più fosco. Gli sviluppi delle ultime settimane sono tutt'altro che incoraggianti eppure Khan si unisce a Bernanke a Draghi e a tutto un nutrito gruppetto di banchieri centrali ed economisti che da qualche giorno non fanno altro che ripetere che il peggio è passato. Il sospetto che si tratti di un azione accuratamente coordinata, volta a rassicurare i mercati a parole più che con i fatti è forte.

Proprio i fatti languono, mentre frasi ottimiste si rincorrono sulle pagine della stampa economica. Questo perchè le opzioni a disposizione dei banchieri centrali, in primo luogo Bernanke, sono estremamente limitate. Tagliare il tasso di interesse portandolo al 2% non ha aiutato i mercati a riprendersi e adesso il capo della Fed si trova davanti una scelta impervia. Alzare o mantenere al livello attuale il tasso di interesse?

La scorsa settimana Trinchet (il capo della BCE) ha annunciato un prossimo rialzo dei tassi. Sull'onda delle sue affermazioni Paulson il ministro del tesoro americano e Bernanke hanno ricominciato a parlare di un dollaro forte. E' dall'inizio di questa crisi economica che i 2 vanno facendo dichiarazioni in questo senso, ma il mercato e tutti gli analisti non han mai fatto neppure finta di crederci dato che le loro azioni son sempre andate in direzione completamente opposta.

Questa volta complice l'alta inflazione il mercato prevede che la Fed non abbia più spazio per abbassare ulteriormente i tassi, e non possa neppure limitarsi a mantenerli inalterati. Il mercato dei futures ci dice che esiste una possibilità del 100% che entro la riunione di Ottobre i tassi aumentino di 50 punti base (0,5%). Le possibilità che esso aumenti di 75 punti base, sempre entro Ottobre, sono date al 24% ed esiste una possibilità del 98% che esso aumento di 100 punti base entro Gennaio del 2009.

Fino ad ora Bernanke è sempre costantemente stato "dietro la curva" come si dice in gergo. Cioè ha sempre seguito le aspettative del mercato senza mai deluderle. Probabilmente continuerà ancora su questa strada. Ovviamente un aumento dei tassi verrà visto come un colpo mortale dagli immobiliaristi. Realtytrac un sito che monitora l'andamento del settore edilizio riporta che le case ritornate in possesso delle banche sono aumentate del 48% in Maggio rispetto all'anno precedente. Ennesimo record da quando vengono raccolti dati a riguardo.

La situazione sul versante case e mutui è ben lontana dallo stabilizzarsi. Finché questo non succederà il mercato dei consumi americano che rappresenta il 70% del PIL non potrà riprendersi.

Troppa gente e troppe banche piene di debiti.

Aprendo una breve parentesi sul mercato bancario, parliamo brevemente della Lehman (tanto per cambiare). Il CFO (Chief Financial Officer) e il COO (Chief Operating Officer) della suddetta banca sono stati brutalmente silurati. Dopo che la povera Erin Callan (il CFO) tenne un estenuante incontro con giornalisti ed investitori cercando di chiarificare la situazione economica dell'istituto e di rassicurare il mercato, il valore del titolo perse quasi il 25% in 2 giorni. Ciò che sembra non aver convinto il mercato e l'annuncio che la Callan fece di aver venduto 130 miliardi di titoli riportando una perdita complessiva di 2,8 miliardi.

Le perdite sono sembrate troppo contenute conoscendo il valore effettivo di troppa cartaccia svalutata (essenzialmente securities di vario genere) che ancora rimane nascosta nei bilanci delle banche. Ciò ha generato la convinzione che siano stati venduti i gioielli di famiglia. I titoli di qualità più alta che la Lehman possedeva e che ormai nei libri contabili sia rimasta solo robaccia. La Callan è stata rimpiazzata dal suo vice, rendendo l'avvicendamento più cosmetico che altro. Nel week end si tenuta inoltre, una riunione straordinaria tra i vertici della banca, fa sapere la CNBC, in vista della presentazione di lunedì in cui l'istituto comunicherà i risultati del secondo quarto. L'appuntamento sarà di importanza vitale per la Lehman e la CNBC lascia intendere che in molti speculano su un possibile annuncio di vendita della banca ad una sua più solida collega.

Vedremo.

Un altro CEO ad essere silurato è stato quello dell'AIG. Una delle famose Monoline, le emettitrici di swap la cui funzione era assicurare tutta una vasta gamma di securities. A seguito dei pessimi risultati riportati dall'azienda negli ultimi due quarti la sua sostituzione si è resa necessaria per tentare, quanto meno, di ripristinare un minimo di fiducia nel managment.

Chi segue il blog sa che in realtà c'è poco da ripristinare, le Monoline sono cotte, ma tutti questi siluramenti ai vertici preannunciano nuove turbolenze sui mercati. Sarà probabilmente un altra settimana densa di avvenimenti sui mercati finanziari.

Tornando ai prossimi rialzi dei tassi, il nemico sembra essere di nuovo la stagflazione (di cui ho gia discusso qui) . Una parola che non si sentiva pronunciare con terrore, dai lontani anni 70. Con quel termine ci si riferisce ad una congiuntura economica di stagnazione e di contemporaneo aumento dei prezzi. Una morsa terribile per la gente comune, che vede il suo potere di acquisto ridursi progressivamente senza avere nessuna prospettiva seria di miglioramento economico.

Il problema allora venne individuato nella piena occupazione (prevista dal ciclo economico di Keynes) che portava i lavoratori ad avere troppo potere contrattuale e a far si che il loro stipendi si adeguassero automaticamente all'inflazione. Ciò finiva col produrre una spirale inflazionistica, in cui i prezzi aumentavano, gli stipendi aumentavano di conseguenza e questo produceva un aumento ulteriore dei prezzi e così via. Si decise allora di combattere la piena occupazione e di distruggere il potere dei sindacati, per cercare di limitare il potere dei lavoratori e quindi l'inflazione. La precarietà (o flessibilità se preferite chiamarla così) nasce in quegli anni. Si può dire che la precarietà sia espressamente prevista dal ciclo economico attuale, quindi chiunque racconti in giro di volerla combattere o eliminare sta mentendo (a meno che non presenti una teoria su un ciclo economico differente, cosa che non mi pare abbia fatto nessun politico).

Stephan Roach è il capo del reparto asiatico della Morgan Stanley. Uno dei pochi economisti che da anni va in giro a predicare il pericolo insito nell'attuale sistema economico. Nel 2005 se non ricordo male coniò in una riunione davanti a pezzi grossi della finanza e della politica, il termine "armageddon finanziario", mettendo in guardia dal fatto che secondo le sue stime gli USA avevano circa il 10% di possibilità di evitare la catastrofe economica.

Ovviamente nessuno se lo fumò, anche se ad un ballarò ricordo Fassino (incredibile!!!) citare il termine usato da Roach (peccato che probabilmente quel termine sia tutto ciò che si è ricordato delle affermazioni di Roach).

Dalle pagine del Financial Times Roach parla della stagflazione e di come sia cambiato dagli anni 70 il fenomeno:

La paura di una stagflazione come quella degli anni 70 aleggia nuovamente. Il mercato globale dei bonds si fa sempre più nervoso nei confronti di questa possibilità, ed i banchieri centrali di Europa e Stati Uniti parlano sempre più spesso degli aumentati rischi di una crescente inflazione.

Eppure oggi i rischi di una stagflazione sono molto differenti da quella che scatenò la sua furia 35 anni fa. A differenza di quel periodo, gli stipendi, nelle economie avanzate si sono scollegati dall'andamento dei prezzi. Ciò ha eliminato completamente la caratteristica dell'adeguamento automatico (all'inflazione) che creò la spirale stipendi-prezzi, probabilmente l'aspetto più nefasto della "grande inflazione" degli anni 70. Oltretutto, come lo shoccante aumento della disoccupazione negli stati Uniti a Maggio suggerisce, una ridotta crescita economica nelle economie industriali probabilmente porterà ad un rallentamento nella domanda sul mercato del lavoro, esercitando un pressione ciclica al ribasso sugli stipendi nei prossimi 2 anni.

Esiste però una nuova minaccia che non era presente negli anni 70. Essa arriva dai paesi in via di sviluppo, specialmente in Asia, dove la pressione sui prezzi (al rialzo) sta sfuggendo ad ogni controllo. Per i paesi asiatici in via di sviluppo presi nell'insieme, l'indice dell'inflazione ha toccato il 7,5% in Aprile il valore massimo negli ultimi 9 anni e mezzo e più del doppio rispetto al 3,6% di un anno fa. Naturalmente una consistente parte dell'aumento è dovuta all'accelerazione del rialzo dei prezzi di cibo ed energia - componenti critiche nel budget familiare nei paesi in via di sviluppo, ma che alcuni analisti economici si ostinano a rimuovere per avere una misura più chiara dell'inflazione sottostante (è esattamente quello che fa la Fed con i dati della "core inflation", l'inflazione depurata del cibo e dell'energia ndr). Ma anche l'inflazione che resta dopo questa operazione, quella detta "core", è salita in Asia al 3,8% in Aprile, raddoppiando il tasso dell'anno prima assestatosi all'1,8%.

Dopo gli anni 70 in soldoni i lavoratori cominciarono a diventare sempre più precari e ad avere sempre meno potere contrattuale. Questo limitò il denaro a loro disposizione ed insieme ad una serie di altre misure contribuì a limitare l'aumento dell'inflazione. Contemporaneamente la globalizzazione avanzava, l'unione sovietica cadde e i paesi in via di sviluppo divennero una grandissima fonte di lavoro a basso costo. La combinazione precarietà e globalizzazione diminuì terribilmente il potere di acquisto dei lavoratori nel così detto primo mondo.I prodotti a basso costo prodotti in Cina ed in altri paesi asiatici diminuì il costo di numerose merci abbassando il tasso di inflazione e limitando l'impatto delle retribuzioni calanti.

I banchieri centrali esultarono inneggiando alla sconfitta dell'inflazione e cominciarono progressivamente a tagliare i tassi di interesse, rendendo più conveniente chiedere denaro in prestito e chiudendo tutti e due gli occhi davanti alle varie "innovazioni finanziarie" che le banche usarono per garantire prestiti a cani e porci. La gente specialmente nei paesi anglosassoni fu più che felice di indebitarsi per consumare come se non ci fosse domani.

Purtroppo, in realtà l'inflazione non era stata sconfitta, l'avevamo semplicemente esportata altrove. In Cina, in India e in tutti i paesi che utilizzavamo come fonte economica di manodopera. Ora l'espansione inflattiva sta facendo il suo corso, come previsto secondo il ciclo economico della scuola austriaca. Quello che Von Mises definì "crack up boom":

Il boom può durare solo finché il credito si espande a un tasso sempre più rapido. Il boom si interrompe quando ulteriori quantità di beni di fiducia smettono di essere immessi sul mercato dei prestiti. Ma esso non può comunque durare in eterno anche se l'inflazione e l'espansione del credito aumentassero costantemente. Ad un certo punto verrebbero raggiunte le barriere che impediscono l'espansione senza confini del credito circolante. Ciò porterebbe al "crack up boom" e alla distruzione dell'intero sistema monetario.

L'espansione del credito è costruita su fondamenta di sabbia, costituite dalle banconote e dai depositi. Essa dovrà collassare. Se l'espansione del credito non si ferma in tempo, il boom si trasformerà in un "crack up boom"; allora la fuga verso beni reali comincerà e l'intero sistema monetario si squaglierà. La continua inflazione finalmente terminerà con un "crack up boom" e la distruzione dell'intero sistema monetario.
Mises parla di gente che si rifugia in beni reali. Il continuo aumento delle materie prime è perfettamente in linea con questo scenario. Gran parte dei dollari creati dalla Fed e prelevati dai consumatori americani tramite i debiti contratti sono finiti nei paesi asiatici. Oltre ad aver contribuito allo sviluppo interno di questi paesi tutto questo denaro ha generato pesantissime spinte inflattive. Mentre l'Asia si industrializzava l'occidente invece smantellava fabbriche e industrie pesanti, concentrandosi sul settore finanziario o quelli a contenuti tecnologici più elevati.

Adesso siamo gioco forza dipendenti dall'oriente per i prodotti di uso comune . Ora che l'inflazione ha finalmente colpite quelle, zone l'inflazione che pensavamo di avere esportato e di cui credevamo esserci liberati ci sta tornando indietro senza che esista una maniera efficace per combatterla. Contemporaneamte c'è una fuga generale dai pezzi di carta di varia natura (azioni, bonds, securities) e un rifugiarsi in roba concreta come petrolio, metalli e cibo.

Una doppia morsa.

In questo scenario basterà alzare i tassi di interesse per limitare l'inflazione?

Essa nei paesi asiatici e senz'altro alimentata dal folle taglio operato ai tassi nell'ultimo anno dalla Fed. Tutti i paesi come la Cina che per esportare tengono la loro moneta ancorata al dollaro, sono costretti a comprare dollari (stampando yuan ad esempio) per sostenere il livello del cambio o abbassare anch'essi i tassi. Il tutto si traduce in inflazione che poi viene esportata in occidente. Un aumento dei tassi avrebbe di certo un suo impatto sul livello dei prezzi. Il problema è la montagna di denaro che è stata stampata a tasso sempre più accelerato dall'inizio degli anni 90.

Se essa continuerà a scaricarsi sulle materie prime aumentare i tassi avrà un limitato impatto. Se la Cina che detiene ingenti riserve monetarie in dollari accumulate negli ultimi 10 anni, comincia seriamente ad investirle in occidente o a usarle per aumentare gli stipendi dei lavoratori cinesi per adeguarli al costo della vita (rischiando di generare un spirale inflattiva simile a quella degli anni 70, che verrà poi scaricata sui consumatori finali occidentali) c'e' poco che potranno fare i banchieri centrali.

La verità e che nessuno sembra in grado di prevedere con certezza quello che può succedere in futuro e ancora meno sono quelli che sembrano capire la complessità della situazione mondiale. I banchieri centrali come Bernanke ragionano ancora come se i vari paesi, gli USA in questo caso, fossero entità isolate, un sistema chiuso (come ritenevano nei loro studi gli economisti neoclassici da Smith in avanti) e il resto del mondo un fattore poco rilevante, alle cui variazioni, ci si può adeguare tramite manovre di politica monetarie.

Insomma mentre i banchieri centrali sembrano vivere in un mondo che non esiste più, la maggior parte degli economisti si aggrappa alle teorie economiche di Friedman, continuando a ripetere stantii slogan, che sembrano non funzionare più nel mondo attuale.

Purtroppo finché non arriverà qualcuno in grado di spiegare in maniera convincente l'attuale realtà economica, non usciremo dal tunnel nel qualche ci siamo infilati con spensierato abbandono e corriamo seri rischi di finire tutto con un grande "crack up boom".