
Anche Citigroup è andata: morta, dead, kaputt.
Come al solito molti hanno mostrato un genuino stupore di fronte a questo evento, seppure fosse risaputo da tempo che il colosso bancario navigasse in cattive acque. In un vecchio post del 15 maggio commentavo, citando l'opinione di Meredith Withney, la situazione precaria della Citigroup e il piano da fine del mondo tramite il quale, Citi stessa, si proponeva di vendere 500 miliardi in asset e licenziare 13000 dipendenti.
Questo accadeva nello stesso periodo, in cui l'FMI se andava in giro raccontando che le perdite finali dovute alla crisi si sarebbero aggirate attorno ad una cifra simile (500 miliardi di dollari).
Meredith Whtney, analista bancaria alla Oppenheimer, ha visto crescere la sua notorietà nell'ultimo anno per aver azzeccato gran parte delle sue analisi, prevedendo continue perdite nel settore bancario mentre tutti erano impegnati a gettare acqua sul fuoco, ripetendo che il peggio era passato e che di li a poco il mercato si sarebbe rispreso.
Qualche giorno fa la Withney in un intervista illustrò come Citigroup fosse ormai senza speranze e risploverò una sua vecchia battuta a riguardo: "Citigroup è un tale buco nero che non basterebbe Stephen Hawking a sistemarlo".
La scorsa settimana si è verificato un verò e proprio macello in borsa con il titolo della Citi che ha riportato perdite oscillanti tra il 20% ed il 30% al giorno. La solita pletora di ottusi ottimisti (per essere gentili) andava in giro cantilenando che in fondo, il valore del titolo fosse secondario e non avesse molto a che vedere con la solidità della banca e che a differenza di quel che successe con la Bear e la Lehman, le controparti di Citi non stessero ritirando il loro denaro per metterlo altrove.
Niente di cui preoccuparsi quindi.
Purtroppo come spesso accade, il crollo in borsa non è di per se la causa dei problemi di un azienda, ma il sintomo che altri problemi esistono. La Citigroup negli anni del boom immobiliare e della speculazione finanziaria rampante, si è lanciata in maniera folle nelle medesime operazioni che hanno fatto fallire alcune delle maggiori banche americane. Alla fine dei giochi si è ritrovata ad avere 2200 miliardi dollari di assets in pancia e la metà di quella cifra fuori bilancio.
Il giochino di creare strutture ad hoc in cui parcheggiare le perdite per evitare di doverle registrare sui bilanci della società, fu inventata dalla Enron. Portò così bene all'ex gigante dell'energia che quando le banche si lanciarono in pratiche simili nessuno ebbe nulla da ridire. Se una ditta normale provasse ad addottare simili strategie, i suoi dirigenti rischierebbero l'arresto e 25 anni in galera, ma si sa, le banche non sono aziende normali. Esse sono evidentemente dotate di super poteri e possono quello che nessun altro (o quasi) può.
Tutto filò liscio, finché l'intera economia planetaria non si trasformò in un gigantesco blocco di Kryptonite.
A quel punto gli asset che erano stati parcheggiati in SIV, SPE e simili, per poter aggirare i limiti di esposizione bancaria, si tramutarono in un concentrato di perdite. Tutte perdite che in ultima analisi appartenevano alle stesse banche che aveva creato quelle entità ad hoc, anche se ufficialmente non risultavano nei loro libri contabili. Citigroup e colleghe, dopo aver tentato inizialmente di rivendere a qualcuno altro tutti gli assets svalutati, hanno dovuto rassegnarsi e cominciando pian piano a riportarli in bilancio.
Citigroup è stato di gran lunga la più attiva sul mercato dei CDO arrivando ad avere parcheggiati fuori bilancio 1,1 miliardi di assets. A scatenare il crollo in borsa fu proprio la notizia che Citi aveva rimesso a bilancio 17,4 miliardi in assets, assets che fino al 30 settembre erano valutati 21,5 miliardi di dollari.
Non era che l'inizio.
Si dice che altri 122 miliardi in debito sulle carte di credito debbano presto essere rimessi a bilancio e che un altro numero imprecisato di assets per il valore di svariati miliardi li seguirà.
Ovviamente nessuno ha la più pallida idea di quante perdite possano esservi nascoste in mezzo.
Nel clima di sfiducia e incertezza attuale queste notizie erano più che sufficienti a far crollare il titolo di quella che fino a qualche mese fa veniva considerata la più grande banca americana.
E' divertente notare, come ancora qualche giorno fa, il CEO della Citi, affermasse che non ci fossero problemi e che la banca fosse adeguatamente capitalizzata, evocando anche i 25 miliardi che il ministro del tesoro le elargì, quando in una riunione a porte chiuse, forzò coattamente la ricapitalizzazione di 9 dei maggiori istituti del paese.
Allora Citi, JP Morgan e le altre, piagnucolarono sul fatto di essere state forzate ad accettare il denaro del governo, affermando di non averne nessuna reale necessità e di aver piegato il capo unicamente per dare il buon esempio alle banche minori. Il fatto che i CEO dei 9 istituti uscirono ridacchiando da quella famosa riunione fece capire a molti che le cose non stessero esattamente come raccontavano.
Domenica, prima dell'apertura delle borse asiatiche (come sempre accade), il ministro del tesoro Paulson ha annunciato un piano di salvataggio per Citigroup.
Che il governo sarebbe intervenuto non era in discussione.
Se apriste il vocabolario alla voce "troppo grande per fallire" trovereste l'insegna della Citigroup. Ancora più preoccupante, se apriste lo stesso vocabolario alla voce "troppo grande per poter essere salvata" trovereste la medesima insegna.
Non esiste nessun banca, istituto, azienda o altro che siano in grado di comprare Citigroup. Non senza un ingente assistenza governativa per lo meno. La possibilità che Citi fallisca non è neppure da prendere in considerazione. Se pensate che il fallimento della General Motors sia un grosso problema, considerate che esso al confronto di quello della Citi svanisce come una formica di fronte a una montagna.
Se saltasse Citi, l'onda d'urto si materializzarebbe fisicamente, scavalcando l'oceano atlantico e travolgendo tutto lungo il suo cammino: case, città, stati.
Sarebbe di nuovo Il 10 Ottobre, solo un ordine di grandezza peggiore.
Il piano di salvataggio illustrato da Paulson prevede una garanzia statale fino a 306 miliardi per tutti gli assets pericolanti in possesso di Citigroup. I primi 29 miliardi di perdite li dovrebbe assorbire l'istituto dopo di chè finirebbe tutto nella pancia dello stato. Inoltre 20 miliardi vengono iniettati come ricapitalizzazione (se volete farmi del male qua trovate il riassunto delle condizioni dell'accordo).
Sembra chiaro che il governo USA abbia cercato di non intraprendere una nazionalizzazione troppo esplicita come nel caso dell'AIG. L'intenzione pare essere quella di prendere tempo, individuare un modo di fare a pezzi Citigroup e venderne le spoglie, dato che come già detto, nessuno è in grado di ingoiare l'intero boccone.
Tra i pretendendi designati a spartirsi la carcassa i fondi sovrani d'investimento arabi, data anche l'esposizione del principe saudita Alwaleed bin Talal che proprio qualche giorno fa nel tentativo di ripristinare un po' di fiducia sui mercati annunciò l'aumento della sua partecipazione in Citigroup.
Di certo nessuno sarà disposto a farsi avanti se si tratterà di farsi carico di significative perdite. La maggior parte di esse in qualche maniera resterà, per la loro gioia, a carico dei contribuenti americani.
E' inevitabile.
Salutiamo quindi, la nascita di questo nuovo buco nero e ringraziamo il cielo che non ci abbia ancora ingoiati tutti.
Come al solito molti hanno mostrato un genuino stupore di fronte a questo evento, seppure fosse risaputo da tempo che il colosso bancario navigasse in cattive acque. In un vecchio post del 15 maggio commentavo, citando l'opinione di Meredith Withney, la situazione precaria della Citigroup e il piano da fine del mondo tramite il quale, Citi stessa, si proponeva di vendere 500 miliardi in asset e licenziare 13000 dipendenti.
Questo accadeva nello stesso periodo, in cui l'FMI se andava in giro raccontando che le perdite finali dovute alla crisi si sarebbero aggirate attorno ad una cifra simile (500 miliardi di dollari).
Meredith Whtney, analista bancaria alla Oppenheimer, ha visto crescere la sua notorietà nell'ultimo anno per aver azzeccato gran parte delle sue analisi, prevedendo continue perdite nel settore bancario mentre tutti erano impegnati a gettare acqua sul fuoco, ripetendo che il peggio era passato e che di li a poco il mercato si sarebbe rispreso.
Qualche giorno fa la Withney in un intervista illustrò come Citigroup fosse ormai senza speranze e risploverò una sua vecchia battuta a riguardo: "Citigroup è un tale buco nero che non basterebbe Stephen Hawking a sistemarlo".
La scorsa settimana si è verificato un verò e proprio macello in borsa con il titolo della Citi che ha riportato perdite oscillanti tra il 20% ed il 30% al giorno. La solita pletora di ottusi ottimisti (per essere gentili) andava in giro cantilenando che in fondo, il valore del titolo fosse secondario e non avesse molto a che vedere con la solidità della banca e che a differenza di quel che successe con la Bear e la Lehman, le controparti di Citi non stessero ritirando il loro denaro per metterlo altrove.
Niente di cui preoccuparsi quindi.
Purtroppo come spesso accade, il crollo in borsa non è di per se la causa dei problemi di un azienda, ma il sintomo che altri problemi esistono. La Citigroup negli anni del boom immobiliare e della speculazione finanziaria rampante, si è lanciata in maniera folle nelle medesime operazioni che hanno fatto fallire alcune delle maggiori banche americane. Alla fine dei giochi si è ritrovata ad avere 2200 miliardi dollari di assets in pancia e la metà di quella cifra fuori bilancio.
Il giochino di creare strutture ad hoc in cui parcheggiare le perdite per evitare di doverle registrare sui bilanci della società, fu inventata dalla Enron. Portò così bene all'ex gigante dell'energia che quando le banche si lanciarono in pratiche simili nessuno ebbe nulla da ridire. Se una ditta normale provasse ad addottare simili strategie, i suoi dirigenti rischierebbero l'arresto e 25 anni in galera, ma si sa, le banche non sono aziende normali. Esse sono evidentemente dotate di super poteri e possono quello che nessun altro (o quasi) può.
Tutto filò liscio, finché l'intera economia planetaria non si trasformò in un gigantesco blocco di Kryptonite.
A quel punto gli asset che erano stati parcheggiati in SIV, SPE e simili, per poter aggirare i limiti di esposizione bancaria, si tramutarono in un concentrato di perdite. Tutte perdite che in ultima analisi appartenevano alle stesse banche che aveva creato quelle entità ad hoc, anche se ufficialmente non risultavano nei loro libri contabili. Citigroup e colleghe, dopo aver tentato inizialmente di rivendere a qualcuno altro tutti gli assets svalutati, hanno dovuto rassegnarsi e cominciando pian piano a riportarli in bilancio.
Citigroup è stato di gran lunga la più attiva sul mercato dei CDO arrivando ad avere parcheggiati fuori bilancio 1,1 miliardi di assets. A scatenare il crollo in borsa fu proprio la notizia che Citi aveva rimesso a bilancio 17,4 miliardi in assets, assets che fino al 30 settembre erano valutati 21,5 miliardi di dollari.
Non era che l'inizio.
Si dice che altri 122 miliardi in debito sulle carte di credito debbano presto essere rimessi a bilancio e che un altro numero imprecisato di assets per il valore di svariati miliardi li seguirà.
Ovviamente nessuno ha la più pallida idea di quante perdite possano esservi nascoste in mezzo.
Nel clima di sfiducia e incertezza attuale queste notizie erano più che sufficienti a far crollare il titolo di quella che fino a qualche mese fa veniva considerata la più grande banca americana.
E' divertente notare, come ancora qualche giorno fa, il CEO della Citi, affermasse che non ci fossero problemi e che la banca fosse adeguatamente capitalizzata, evocando anche i 25 miliardi che il ministro del tesoro le elargì, quando in una riunione a porte chiuse, forzò coattamente la ricapitalizzazione di 9 dei maggiori istituti del paese.
Allora Citi, JP Morgan e le altre, piagnucolarono sul fatto di essere state forzate ad accettare il denaro del governo, affermando di non averne nessuna reale necessità e di aver piegato il capo unicamente per dare il buon esempio alle banche minori. Il fatto che i CEO dei 9 istituti uscirono ridacchiando da quella famosa riunione fece capire a molti che le cose non stessero esattamente come raccontavano.
Domenica, prima dell'apertura delle borse asiatiche (come sempre accade), il ministro del tesoro Paulson ha annunciato un piano di salvataggio per Citigroup.
Che il governo sarebbe intervenuto non era in discussione.
Se apriste il vocabolario alla voce "troppo grande per fallire" trovereste l'insegna della Citigroup. Ancora più preoccupante, se apriste lo stesso vocabolario alla voce "troppo grande per poter essere salvata" trovereste la medesima insegna.
Non esiste nessun banca, istituto, azienda o altro che siano in grado di comprare Citigroup. Non senza un ingente assistenza governativa per lo meno. La possibilità che Citi fallisca non è neppure da prendere in considerazione. Se pensate che il fallimento della General Motors sia un grosso problema, considerate che esso al confronto di quello della Citi svanisce come una formica di fronte a una montagna.
Se saltasse Citi, l'onda d'urto si materializzarebbe fisicamente, scavalcando l'oceano atlantico e travolgendo tutto lungo il suo cammino: case, città, stati.
Sarebbe di nuovo Il 10 Ottobre, solo un ordine di grandezza peggiore.
Il piano di salvataggio illustrato da Paulson prevede una garanzia statale fino a 306 miliardi per tutti gli assets pericolanti in possesso di Citigroup. I primi 29 miliardi di perdite li dovrebbe assorbire l'istituto dopo di chè finirebbe tutto nella pancia dello stato. Inoltre 20 miliardi vengono iniettati come ricapitalizzazione (se volete farmi del male qua trovate il riassunto delle condizioni dell'accordo).
Sembra chiaro che il governo USA abbia cercato di non intraprendere una nazionalizzazione troppo esplicita come nel caso dell'AIG. L'intenzione pare essere quella di prendere tempo, individuare un modo di fare a pezzi Citigroup e venderne le spoglie, dato che come già detto, nessuno è in grado di ingoiare l'intero boccone.
Tra i pretendendi designati a spartirsi la carcassa i fondi sovrani d'investimento arabi, data anche l'esposizione del principe saudita Alwaleed bin Talal che proprio qualche giorno fa nel tentativo di ripristinare un po' di fiducia sui mercati annunciò l'aumento della sua partecipazione in Citigroup.
Di certo nessuno sarà disposto a farsi avanti se si tratterà di farsi carico di significative perdite. La maggior parte di esse in qualche maniera resterà, per la loro gioia, a carico dei contribuenti americani.
E' inevitabile.
Salutiamo quindi, la nascita di questo nuovo buco nero e ringraziamo il cielo che non ci abbia ancora ingoiati tutti.




