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lunedì 24 novembre 2008

Singolarità Quantistiche


Anche Citigroup è andata: morta, dead, kaputt.

Come al solito molti hanno mostrato un genuino stupore di fronte a questo evento, seppure fosse risaputo da tempo che il colosso bancario navigasse in cattive acque. In un vecchio post del 15 maggio commentavo, citando l'opinione di Meredith Withney, la situazione precaria della Citigroup e il piano da fine del mondo tramite il quale, Citi stessa, si proponeva di vendere 500 miliardi in asset e licenziare 13000 dipendenti.

Questo accadeva nello stesso periodo, in cui l'FMI se andava in giro raccontando che le perdite finali dovute alla crisi si sarebbero aggirate attorno ad una cifra simile (500 miliardi di dollari).

Meredith Whtney, analista bancaria alla Oppenheimer, ha visto crescere la sua notorietà nell'ultimo anno per aver azzeccato gran parte delle sue analisi, prevedendo continue perdite nel settore bancario mentre tutti erano impegnati a gettare acqua sul fuoco, ripetendo che il peggio era passato e che di li a poco il mercato si sarebbe rispreso.

Qualche giorno fa la Withney in un intervista illustrò come Citigroup fosse ormai senza speranze e risploverò una sua vecchia battuta a riguardo: "Citigroup è un tale buco nero che non basterebbe Stephen Hawking a sistemarlo".

La scorsa settimana si è verificato un verò e proprio macello in borsa con il titolo della Citi che ha riportato perdite oscillanti tra il 20% ed il 30% al giorno. La solita pletora di ottusi ottimisti (per essere gentili) andava in giro cantilenando che in fondo, il valore del titolo fosse secondario e non avesse molto a che vedere con la solidità della banca e che a differenza di quel che successe con la Bear e la Lehman, le controparti di Citi non stessero ritirando il loro denaro per metterlo altrove.

Niente di cui preoccuparsi quindi.

Purtroppo come spesso accade, il crollo in borsa non è di per se la causa dei problemi di un azienda, ma il sintomo che altri problemi esistono. La Citigroup negli anni del boom immobiliare e della speculazione finanziaria rampante, si è lanciata in maniera folle nelle medesime operazioni che hanno fatto fallire alcune delle maggiori banche americane. Alla fine dei giochi si è ritrovata ad avere 2200 miliardi dollari di assets in pancia e la metà di quella cifra fuori bilancio.

Il giochino di creare strutture ad hoc in cui parcheggiare le perdite per evitare di doverle registrare sui bilanci della società, fu inventata dalla Enron. Portò così bene all'ex gigante dell'energia che quando le banche si lanciarono in pratiche simili nessuno ebbe nulla da ridire. Se una ditta normale provasse ad addottare simili strategie, i suoi dirigenti rischierebbero l'arresto e 25 anni in galera, ma si sa, le banche non sono aziende normali. Esse sono evidentemente dotate di super poteri e possono quello che nessun altro (o quasi) può.

Tutto filò liscio, finché l'intera economia planetaria non si trasformò in un gigantesco blocco di Kryptonite.

A quel punto gli asset che erano stati parcheggiati in SIV, SPE e simili, per poter aggirare i limiti di esposizione bancaria, si tramutarono in un concentrato di perdite. Tutte perdite che in ultima analisi appartenevano alle stesse banche che aveva creato quelle entità ad hoc, anche se ufficialmente non risultavano nei loro libri contabili. Citigroup e colleghe, dopo aver tentato inizialmente di rivendere a qualcuno altro tutti gli assets svalutati, hanno dovuto rassegnarsi e cominciando pian piano a riportarli in bilancio.

Citigroup è stato di gran lunga la più attiva sul mercato dei CDO arrivando ad avere parcheggiati fuori bilancio 1,1 miliardi di assets. A scatenare il crollo in borsa fu proprio la notizia che Citi aveva rimesso a bilancio 17,4 miliardi in assets, assets che fino al 30 settembre erano valutati 21,5 miliardi di dollari.

Non era che l'inizio.

Si dice che altri 122 miliardi in debito sulle carte di credito debbano presto essere rimessi a bilancio e che un altro numero imprecisato di assets per il valore di svariati miliardi li seguirà.

Ovviamente nessuno ha la più pallida idea di quante perdite possano esservi nascoste in mezzo.

Nel clima di sfiducia e incertezza attuale queste notizie erano più che sufficienti a far crollare il titolo di quella che fino a qualche mese fa veniva considerata la più grande banca americana.

E' divertente notare, come ancora qualche giorno fa, il CEO della Citi, affermasse che non ci fossero problemi e che la banca fosse adeguatamente capitalizzata, evocando anche i 25 miliardi che il ministro del tesoro le elargì, quando in una riunione a porte chiuse, forzò coattamente la ricapitalizzazione di 9 dei maggiori istituti del paese.

Allora Citi, JP Morgan e le altre, piagnucolarono sul fatto di essere state forzate ad accettare il denaro del governo, affermando di non averne nessuna reale necessità e di aver piegato il capo unicamente per dare il buon esempio alle banche minori. Il fatto che i CEO dei 9 istituti uscirono ridacchiando da quella famosa riunione fece capire a molti che le cose non stessero esattamente come raccontavano.

Domenica, prima dell'apertura delle borse asiatiche (come sempre accade), il ministro del tesoro Paulson ha annunciato un piano di salvataggio per Citigroup.

Che il governo sarebbe intervenuto non era in discussione.

Se apriste il vocabolario alla voce "troppo grande per fallire" trovereste l'insegna della Citigroup. Ancora più preoccupante, se apriste lo stesso vocabolario alla voce "troppo grande per poter essere salvata" trovereste la medesima insegna.

Non esiste nessun banca, istituto, azienda o altro che siano in grado di comprare Citigroup. Non senza un ingente assistenza governativa per lo meno. La possibilità che Citi fallisca non è neppure da prendere in considerazione. Se pensate che il fallimento della General Motors sia un grosso problema, considerate che esso al confronto di quello della Citi svanisce come una formica di fronte a una montagna.

Se saltasse Citi, l'onda d'urto si materializzarebbe fisicamente, scavalcando l'oceano atlantico e travolgendo tutto lungo il suo cammino: case, città, stati.

Sarebbe di nuovo Il 10 Ottobre, solo un ordine di grandezza peggiore.

Il piano di salvataggio illustrato da Paulson prevede una garanzia statale fino a 306 miliardi per tutti gli assets pericolanti in possesso di Citigroup. I primi 29 miliardi di perdite li dovrebbe assorbire l'istituto dopo di chè finirebbe tutto nella pancia dello stato. Inoltre 20 miliardi vengono iniettati come ricapitalizzazione (se volete farmi del male qua trovate il riassunto delle condizioni dell'accordo).

Sembra chiaro che il governo USA abbia cercato di non intraprendere una nazionalizzazione troppo esplicita come nel caso dell'AIG. L'intenzione pare essere quella di prendere tempo, individuare un modo di fare a pezzi Citigroup e venderne le spoglie, dato che come già detto, nessuno è in grado di ingoiare l'intero boccone.

Tra i pretendendi designati a spartirsi la carcassa i fondi sovrani d'investimento arabi, data anche l'esposizione del principe saudita Alwaleed bin Talal che proprio qualche giorno fa nel tentativo di ripristinare un po' di fiducia sui mercati annunciò l'aumento della sua partecipazione in Citigroup.

Di certo nessuno sarà disposto a farsi avanti se si tratterà di farsi carico di significative perdite. La maggior parte di esse in qualche maniera resterà, per la loro gioia, a carico dei contribuenti americani.

E' inevitabile.

Salutiamo quindi, la nascita di questo nuovo buco nero e ringraziamo il cielo che non ci abbia ancora ingoiati tutti.

giovedì 20 novembre 2008

La Grande Craxata

Anche la settimana passata purtroppo sono stato sommerso da diversi impegni, buona parte dei quali francamente fastidiosi ed ho finito col pubblicare un unico post. Se Dio vuole, nel prossimo futuro dovrei avere un po' più di tempo a disposizione e riuscire ad aggiornare il blog con maggiore frequenza. Di fatti ne stanno accadendo talmente tanti, nel panorama economico, che probabilmente persino un aggiornamento orario si rivelerebbe insufficiente, ma prima di lanciarmi a discutere degli ultimi avvenimenti, vorrei che guardaste il video sotto. Mi raccomando, tenete dei fazzoletti a portata di mano.



Se dopo la visione vi ritrovate commossi o debitamente spaventati il video ha ottenuto l'effetto voluto.

Sono attualmente in corso frenetiche discussioni tra membri democratici e repubblicani del parlamento statunitense per far si che il pacchetto di aiuti ai 3 ex giganti dell'auto di Detroit arrivi prima della fine dell'anno. Si tratta di stanziare in fretta e furia i già promessi 25 miliardi in finanziamenti per l'innovazione tecnologica e di recuperarne altri 25 da concedere sotto forma di prestiti agevolati. Da questa corsa contro il tempo, Bush sembra volersi chiamare fuori lasciando gentilmente la patata bollente ad Obama, forse come ironizzano alcuni, perché Ford,GM e Chrysler non sono banche.

Il problema a cui Bush non sembra interessarsi è che le 3 aziende data la loro pericolante situazione, potrebbero non sopravvivere fino a Gennaio, quando Obama si insedierà alla casa bianca.

Lo stesso Paulson ha fatto eco al suo presidente, dichiarando che il denaro del TARP, non dovrebbe essere usato per aiutare i costruttori di automobili, respingendo con forza le pressioni democratiche in questo senso. Ha però auspicato, che il congresso tiri fuori i famosi 25 miliardi in aiuti diretti prelevandoli da qualche altra parte, senza preoccuparsi di specificare quale dovrebbe essere questa "altra parte" (del resto è solo il ministro del tesoro).

Un altro piccolissimo problema in tutto questo dibattito è che consultando gli ultimi dati disponibili si scopre che la sola GM avrebbe un valore netto di -60 miliardi di dollari. Come possono 50 miliardi divisi in 3 riempire un buco da 60?

Ovviamente la risposta è che non possono.

La domanda basilare che nessun politico però, sembra avere il coraggio di porre è: "ma servirà veramente a qualcosa regalare denaro ai 3 (ex) colossi dell'auto?"

Gran parte delle cose che il video "terrorista" della GM dice sono vere. Si stima che il suo fallimento produrrebbe una perdita netta di 200 miliardi di dollari, senza contare tutti i posti di lavoro dell'indotto. In linea teorica salvare GM e le altre in un momento in cui l'economia si sta sfaldando e sempre più gente rimane senza lavoro finirebbe con l'avere un effetto contro ciclico, riducendo un minimo l'impatto della crisi attuale. In un mondo perfetto e se questa fosse una semplice recessione, potrebbe anche essere una strada ragionevole da percorrere.

In pratica mi trovo invece d'accordo con il senatore repubblicano Shelby. Le aziende falliscono ogni giorno ed altre arrivano a prenderne il posto. E' meglio lasciare che la "natura" segua il suo corso, sopratutto ora.

La crisi attuale non è come le altre. Oltre ad aver messo a nudo la menzogna su cui si basava il sistema economico occidentale e cioè, che si potesse compensare la perdita di potere di acquisto della gente facendola semplicemente indebitare, essa ha riportato brutalmente il livello dei consumi della popolazione in linea con gli stipendi reali. Con gli stipendi medi e senza continui finanziamenti da parte di banche ed affini non si può cambiare auto una volta ogni 3-4 anni. Un tempo era normale che un auto arrivasse a durarne tranquillamente una decina. Quello che si è verificato negli ultimi 15-20 anni è stato un profondo cambiamento di attitudine (specialmente negli USA). La necessità di dover cambiare un automobile è passata in secondo piano, l'importante è diventato dimostrare che si poteva cambiarla.

Adesso improvvisamente, mettersi in mostra è diventato di cattivo gusto. Anche chi potrebbe farlo evita accuratamente per paura di proiettare l'immagine sbagliata. Il risultato è stato un crollo verticale nelle vendite di autoveicoli. Si è di colpo scoperto che non avevamo bisogno di tutte quelle auto. Che la capacità produttiva del settore, nel suo complesso, è largamente superiore alla domanda. In uno scenario simile anche quegli individui che non possono fare a meno di comprare un automobile la scelgono in base ad elementi come affidabilità, efficenza, costo, mentre una volta erano più orientati a scegliere macchine grandi, dagli alti consumi su cui potevano però ottenere dei finanziamenti convenienti (anche se magari il prezzo finale del veicolo era elevato).

Aziende come GM che se ne sono fregate altamente dell'efficienza dei loro veicoli sbeffeggiando la toyota e le sue macchine ibride, affermando che tanto, avrebbero impiegato circa un annetto a recuperare il gap tecnologico con essa una volta che avessero deciso di provarci, stanno raccogliendo quello che hanno seminato. Quando la GM provò realmente a progettare delle ibride si rese improvvisamente conto che le sarebbero occorsi 10 anni per recuperare il gap tecnologico nei confronti della toyota e disperata, insieme a Ford e Chrysler, corse in lacrime a chiedere soldi per ricerche tecnologiche in questo senso al governo americano.

Dare soldi alla GM ora come ora, equivarrebbe a gettarli in un pozzo senza fondo, specialmente considerati gli obblighi che essa deve onorare in assicurazioni mediche ed in pensioni ai suoi ex dipendenti.

Che la scommessa è a perdere lo hanno capito diversi. Si sta infatti valutando una bancarotta pre organizzata della GM con l'assistenza governativa, il che abbasserebbe i tempi tecnici per portare la bancarotta a compimento, da 6 mesi a 45 giorni. In questa maniera l'azienda si potrebbe liberare di gran parte dei propri obblighi. Ovviamente per i dipendenti rimasti ciò significherebbe minori garanzie e un peggioramento delle condizioni lavorative e pensionistiche. Il tutto condito dallo spettro incombente della delocalizzazione.

A naso mi sento di poter affermare che la GM sia condannata. Almeno nella forma attuale. Forse se il congresso le getterà addosso abbastanza denaro (e potete scommettere che ci proverà) potrà diventare un azienda più piccola e snella liberandosi di gran parte del personale americano. Il vantaggio netto per l'economia USA alla fine sarà estremamente contenuto mentre i costi di entità indefinita.

Agli Stati Uniti converrebbe di gran lunga lasciar morire dolcemente la GM e le altre ed usare i soldi risparmiati in aiuti inutili per qualcosa di più costruttivo.

Oppure potrebbero decidere di vendere le 3 aziende decotte, ai costruttori di auto cinesi che si sono fatti avanti, ansiosi di cogliere l'occasione per entrare con forza nel mercato occidentale, in cambio dei pochi spiccoli (debiti a parte) necessari a rilevare la GM e le altre due sue colleghe.

Putroppo ho l'impressione che il parlamento americano in qualche maniera interverrà con dei finanziamenti. Quando vedono un buco nero i politici americani non sembrano in grado resistere: devono cercare di tapparlo a suon di denaro.

Nel caso poi, la GM dovesse essere posta in una qualche forma di bancarotta, mi metterò in attesa con lo sguardo rivolto al di là dell'atlantico e un paio di quegli occhiali scuri che venivano usati per osservare il bagliore prodotto da un esplosione nucleare sul naso, aspettando che i 1000 miliardi di cds emessi su di essa deflagrino.

Intanto, il solito Roubini, forse spaventato dall'eventualità che un po' di ottimismo potesse farsi strada nel mondo ha pubblicato un articolo per ricordarci che siamo ancora nella puzzolente materia marrone fin sopra le orecchie, intitolandolo: "Why things are hopeless" (perché la situazione è senza speranza). Roubini, afferma in maniera più articolata, quel che ho detto poco sopra riferendomi alla GM: la gente non ha abbastanza soldi per sostenere i consumi attuali ed è troppo indebitata. Un mondo che era strutturato per soddisfare una irrealistica domanda adesso si trova a dover fare i conti con la realtà e a dover ridurre la sua capacità produttiva. Quindi licenziamenti, riduzione di investimenti, cali dei valori di borsa, riduzione dei consumi ed un inevitabile aumento del risparmio.

Un dato interessante che fornisce Roubini riguarda proprio il risparmio delle famiglie americane. Se si tornasse a livelli storicamente normali di risparmio, cioè intorno a un 6% del PIL, questo comporterebbe una riduzione dei consumi pari ad un trilione di dollari. Se questo aggiustamento si verificasse nel giro di 12 mesi il PIL americano subirebbe una contrazione diretta del 7% e indiretta del 10%. Se si verificasse nel corso di 2 anni la contrazione sarebbe del 5% l'anno cioè una contrazione combinata del PIL del 10%. Anche nel caso ci volessero 4 anni, la perdita combinata sarebbe dell'ordine del 4,5%-5%. La peggiore recessione che gli Stati Uniti abbiano attraversato dalla seconda guerra mondiale in avanti fu quella del 1957-58 in cui la perdita combinata del PIL fu del 3,7%.

Nulla di buono all'orizzonte.

A Roubini sembra far eco la confcommercio, che come riporta un articolo di repubblica prevede consumi in calo nei prossimi 3 anni:

I consumi delle famiglie italiane diminuiranno per tre anni consecutivi, segnando un calo dello 0,5% quest'anno, dello 0,5% nel 2009 e dello 0,4% nel 2010. E' la previsione di Confcommercio secondo la quale "non ci saranno dei crolli, ma l'Italia patirà una crisi più lunga"

"La crisi italiana - commenta Confcommercio - non è come le altre; semplicemente perché c'era prima e non ha quindi nulla, o quasi, a che vedere con la congiuntura dei mercati internazionali. Certo, gli eventi di questi mesi enfatizzano le nostre strutturali debolezze, tutte ma proprio tutte italiane". Secondo l'associazione c'è poco da essere ottimisti per il futuro: "quando gli altri ricominceranno a crescere noi continueremo a barcamenarci con le variazioni decimali di prodotto interno lordo e consumi, come accade da 20 anni a questa parte e in particolare dagli anni 2000".

A giudicare dalle dichiarazioni della Confcommercio ho l'impressione che essa non abbiano ben chiara la portata della crisi che l'intero pianeta sta attraversando. Il problema dell'Italia è che si trova sprofondata nel peggior periodo economico da 50 anni a questa parte, ed è costretta ad affrontarlo senza avere nessuno spazio di manovra a disposizione grazie ai suoi disastrati conti pubblici, senza contare tutti gli altri problemi che piagano il paese. Se ci dovremo preoccupare solo per 3 anni di consumi in calo sarà un miracolo.

Alla confcommercio risponde il Codacons dicendo:

Polemico il commento della Codacons rispetto a questi dati. "Quello che però la Confcommercio non è in grado di spiegare è perché i suoi iscritti, invece di ridurre i prezzi, continuano ad aumentarli, nonostante il calo della domanda da loro stessi evidenziato - è il commento. "Per il Codacons i commercianti, dopo l'allarme lanciato da questo loro studio, dovrebbero coerentemente abbassare i prezzi degli alimentari di almeno il 20%, considerato che dall'introduzione dell'euro ad oggi li hanno raddoppiati, contribuendo a mandare sul lastrico le famiglie italiane. Invitiamo pertanto la Confcommercio ad inviare ai suoi iscritti una circolare per invitarli ad abbassare i prezzi, unico modo per rilanciare i consumi ed evitare la crisi in atto. Inoltre dovrebbe unirsi alla richiesta del Codacons di anticipare i saldi al 15 dicembre, se non vogliono avere un Natale magro".

Abbassare i prezzi???

Non sia mai! Quella la chiamano deflazione. I prezzi dovrebbero sempre salire, se calano poi diventa un problema, perché un sacco di gente ha scommesso sul fatto che i prezzi salissero o che nel peggiore dei casi restassero costanti. Se i prezzi scendono tutta quella gente perderà denaro e non è carino che la gente, specialmente banchieri e finanzieri, perda denaro a causa di scelte erronee.

Bisogna perciò fare di tutto per mantenere i valori inflazionati.

Questa estate mentre continuavo a blaterare come un pazzo ai miei pochi lettori su come l'andamento generale fosse chiaramente deflazionario, tutti gridavano al pericolo inflazione.

Ora la deflazione è diventata il nemico numero uno.

Il Codacons nella sua ingenuità ha detto una sacrosanta realtà. Se i prezzi sono troppo alti per permettere alla gente di consumare le possibilità non sono che due: o i prezzi calano o i soldi a disposizione della gente aumentano.

Nessuno vuol far calare i prezzi perché l'intera economia mondiale negli ultimi anni si era trasformata in un gigantesco Hedge Fund che faceva soldi scommettendo sull'aumento continuo del valore di certi assets. Se questi assets perdono di valore cala anche il valore di tutto quello che vi è stato costruito sopra, quindi dell'intera sovrastruttura finanziaria. La borsa crolla, le banche falliscono ecc ecc.

Il calo in realtà si sta già verificando da tempo, nonstante i disperati tentativi di impedirlo. Basta dare un occhiata agli indici delle borse di tutto il mondo.

Per cercare di impedire il crollo dei prezzi e una spirale deflazionaria i governi possono provare percorre due strade che sono poi due facce della stessa medaglia. Una potremmo chiamarla "La Grande Craxata", l'altra viene definita "Quantitative easing".

La prima possiamo immaginarla come una gigantesca torta di denaro messa a disposizione dagli stati. Il compito della Craxata è, oltre che di regalare soldi a destra e a manca a banche ed aziende, di trovare un qualche modo per mettere del denaro in mano alla gente. Arrivare a produrre un aumento reale degli stipendi in questo contesto è pressoché irrealistico. Richiederebbe un economia più robusta, serie politiche a favore del lavoro (più che a favore della finanza) e sopratutto tempo, tanto tempo.

Gli Stati hanno quindi deciso di lanciarsi nelle più bizzarre iniziative a breve termine.

Gordon Brown in Inghilterra ha promesso di tagliare le tasse diffusamente, come misura per cercare di contrastare lo spettro della deflazione. Inanzitutto, come in simili interventi di stimolo, bisogna dire che non basta mettere i soldi in mano alla gente. Bisogna anche convincerla che è il caso di spenderli questi soldi. Arrivare a convincere una popolazione come quella inglese, indebitata per il 179% del reddito disponibile (record tra le economie sviluppate), nel bel mezzo di questa crisi, sarà una bella impresa. Secondo: l'intervento di Brown sarà temporaneo. Come ha fatto ben presente il capo del partito conservatore, Cameron, a questo taglio fiscale che andrà ad incidere pesantemente sul deficit statale, farà presto seguito un aumento delle tasse. Il ministro delle business, Madelson, ha dovuto confermare le dichiarazioni di Cameron.

Sono forse pazzi gli inglesi?

Abbassano le tasse per poi riaumentarle tra un po'?

A parte la guida a sinistra e l'antipatia per il sistema metrico decimale non li potrei certo definire pazzi. Il problema è di altra natura ed è un qualcosa che sta spaventando a morte i politici di mezzo mondo.

Il problema si chiama Natale.

Sono tutti terrorizzati dalla possibilità che le vendite natalizie possano essere disastrose perché ciò verrebbe interpretato come il segnale di altre, profonde sofferenze per l'economia durante il 2009. Barrosso il presidente della commissione Europea di ritorno dal G20 ("la riunione che stabilì un altra riunione"), invitò, proprio da Londra, i paesi dell'Unione a coordinare una serie di tagli fiscali in modo da sostenere i consumi ed evitare la deflazione.

La Gran Bretagna è stata tra le prime a rispondere all'appello, ma anche l'Italia non è rimasta in disparte.

Tremonti ha presentato un piano anti-crisi da 80 miliardi di cui una metà proveniente da fondi europei. I soldi erano già stati allocati in precedenza per cui a sentire il nostro ministro dell'economia l'impatto sul deficit dovrebbe essere nullo:

Nel dettaglio i fondi per le infrastrutture saranno reperiti nel modo seguente: nell’immediato «saranno mobilitati 16 miliardi (12 per infrastrutture e 4 da project financing). Subito dopo il Cipe pianificherà l’utilizzo di fondi Ue che proiettano su tre anni una cifra stimabile in 40 miliardi per ambiente e ricerca e sviluppo. Pensiamo di ristrutturare le tariffe autostradali in modo da modificare in meglio il sistema che c’è stato finora per cui aumentavano le tariffe anche se non si facevano gli investimenti. E poi magari le aziende facevano i dividendi», ha proseguito Tremonti. «Stimiamo che con questo accordo con le compagnie autostradali si mobilitino almeno 10 miliardi di euro, ma pensiamo di più».

Tra le altre misure che formano il piano complessivo Tremonti ha poi citato «interventi per la fiscalità delle imprese», come la possibilità di pagare l’Iva per cassa, cioè al momento dell’effettivo incasso dei pagamenti, e non quando si stacca la fattura. «Saranno prorogati dal primo gennaio 2009 gli sgravi sui premi di produttività per fare dell’Italia un sistema più competitivo e una somma non piccola che non abbiamo ancora definito andrà alle famiglie».
Sembra persistere, intanto, l'idea che le grandi opere muovano molto lavoro, quando invece quello che muovono sono pricipalmente grandi macchinari. Di certo muovono tanto denaro che finisce nelle tasche degli amichetti dei politici, che poi contraccambiano generosamente. Basta dare un occhiata ai cantieri dell'alta velocità qua a Bologna per rendersi conto del limitato impatto che una grande opera ha sull'occupazione.

I 40 miliardi per ricerca e sviluppo suonano poi come una soave presa per il culo proprio mentre la ricerca viene tagliata ad ogni piè sospinto. Almeno si decidessero: o la tagliano o la finanziano.

Alla manovra sulle autostrade crederò quando la vedrò messa in pratica. A parte la breve parentesi di Di Pietro, mi pare che ai Benetton siano sempre stati concessi aumenti di tariffe a prescindere dagli investimenti realmente fatti sulla rete autostradale. Dire che essi investiranno 10 miliardi suona tanto di deliberata menzogna.

La possibilità di pagare l’Iva per cassa invece, si rivelerebbe un ottima operazione e dal forte impatto. Sarebbe davvero carino in italia per chi ha un attività, soprattutto una piccola, iniziare a pagare le tasse dopo aver incassato il denaro. Non mi dilungherò troppo su come funziona il sistema fiscale italiano perché pensarci su troppo avrebbe lo stesso effetto di leggere il Necronomicon: potrebbe condurre alla follia. In linea di massima, in Italia, chi ha un attività propria, le tasse le anticipa. Alla fine dell'anno ad esempio deve pagare le tasse per l'anno prossimo su denaro si suppone incasserà, ma che non ha ancora incassato. Il tutto calcolato sulla base delle tasse pagate l'anno precedente. Se una piccola azienda poi, prova ad esempio a raddoppiare il proprio fatturato, dovrà pagare la differenza sull'anticipo pagato l'anno precedente (che si è rivelato troppo basso dato che nessuno ha la sfera di cristallo e gli anticipi si basano sul fatturato dell'anno prima) e dovrà anticipare tasse doppie rispetto all'anno corrente, per l'anno successivo.

Il risultato è che un piccola attività, legalmente, non ha quasi strumenti per risparmiare o per investire. Se vuole farlo deve chiedere dei soldi in prestito ad una banca. Ancora peggio, data la perversione del meccanismo degli anticipi, spesso sono addirittura costrette a chiedere denaro in prestito per poter pagare le tasse.

Il problema non è tanto di redittività dell'azienda in questione, quanto di flusso di cassa. Se si chiedono sia i soldi per le tasse dell'anno corrente sia di anticipare anche quelle del prossimo anno, si crea un collo di bottiglia, un periodo in cui un piccola azienda rischia spesso di trovarsi senza i soldi necessari a tirare avanti.

Le banche ovviamente ringraziano.

Riuscire a spezzare questo ciclo perverso sarebbe importantissimo. Purtroppo però, anche per lo stato è ormai diventata un questione di flusso di cassa. Esso fa affidamento sul fatto che gli arrivi il denaro degli anticipi e senza non saprebbe dove trovare i soldi necessari per tirare avanti.

Tremonti ha promesso che rimanderà il pagamento di una parte degli anticipi per i soggetti più esposti. Sarebbe ottimo, se non fosse un intervento una tantum. Non paghi a fine anno, ma paghi a Maggio e da lì in poi si ricomincia con il gioco degli anticipi. Sempre meglio di niente, ma anche in questo caso sembra trattarsi dell'ennesima trovata per cercare di sostenere i consumi Natalizi.

Il premio per l'intervento più assurdo però, lo vince Taiwan. Il governo dell'isola orientale ha deciso di elargire ad ogni cittadino un buono spesa di circa 100 dollari valido nei ristoranti e negli esercizi commerciali, per un costo complessivo dell'operazione che si aggira sugli 80 miliardi di dollari. Il piano è basato su una simile operazione tentata nel 1999 dal Giappone, ma ha lasciato scettici diversi economisti:

"Penso che il governo si dovrebbe concentrare su piani di lungo termine per aumentare la fiducia dei consumatori, come abbassare il costo delle materie prime, aumentare l'occupazione e rivitalizzare l'economia" ha detto Jonnie Lee un analista alla President Securities

"Non riesco a credere che questo programma avrà un grande impatto sul PIL. Se le persone non riescono ad arrivare alla fine del mese, non saranno certo incoraggiate a spendere di più solo perché ricevono il buono spesa"
Lee ha senz'altro ragione nell'affermare che servono interventi di lungo periodo, ma le feste sono dietro l'angolo e i governi devono intervenire. Un periodo festivo con basse vendite è super deprimente specialmente per gli gli operatori di borsa che si attaccano ad ogni segnale positivo come dei naufragi ad un pezzo di legno galleggiante, il solo rottame rimasto di un nave affondata da tempo. E proprio poco prima delle feste per l'anno nuovo Taiwanese, il buono dovrebbe essere recapitato a casa di ogni cittadino.

Anche gli USA, come scrissi negli ultimi post, stanno studiando un nuovo piano di stimolo economico. Impazienti i CEO di alcune delle più importanti corporation, non hanno voluto aspettare l'insediamento di Obama e sono già partiti all'attacco, pressando il neo eletto presidente perché approvi una nuovo pacchetto di entità superiore ai 300 miliardi di dollari. Un paio di settimane fa a questa ipotesi, Nancy Pelosi, presidente della camera USA e democratica, aveva già opposto il suo netto rifiuto. Un intervento anche secondo la Pelosi sarebbe necessario, ma a quanto pare gli Stati Uniti non si possono più permettere una spesa simile. I democratici sembrano orientati su un intervento il cui costo complessivo si aggiri sui 100 miliardi di dollari.

La verità è che "La Grande Craxata" non funziona. Continuare ad elargire soldi di qua e di là, non risolve il problema di fondo che resta l'eccessivo indebitamento della popolazione. Il denaro in eccesso che dovesse arrivare in mano alla gente, verrebbe semplicemente messo da parte sotto forma di risparmio (anche ripagare i propri debiti è una forma di risparmio) invece di essere impiegato per spese superflue. L'effetto sui consumi sarebbe estremamente ridotto. Per rilanciare l'economia è indispensabile la cancellazione del debito che la sta schiacciando. Ed il debito si può cancellare solo lasciando fallire chi ha concesso prestiti a soggetti che non erano in grado di restituire il denaro così ottenuto oppure facendo in modo che chi ha contratto i suddetti debiti riesca a ripagarli.

La prima strada porta al fallimento di diverse aziende, di banche, al crollo di alcuni settori inflazionati come quello immobiliare, ma rimane la strada più veloce e pulita per uscire dalla crisi attuale.

La seconda porta al "Quantitative easing": l'opzione nucleare, l'impensabile, la creazione diretta ed inflazionaria di denaro.

In sostanza la monetizzazione del debito (di solito si traduce nello stampare denaro con cui comprare direttamente i propri buoni del tesoro autofinanziando così il proprio deficit).

Ciò che veniva un tempo ritenuto impensabile sta diventando sempre più reale.

Negli ultimi giorni è girata con insistenza la voce che la Cina starebbe seriamente valutando di diversificare le proprie riserve monetarie comprando dell'oro (e non poco, si parla di 4000 tonnellate). Secondo il Gulf News, l'Arabia Saudita avrebbe comprato nelle ultime due settimane oro per 3,5 miliardi di dollari, mentre l'Iran sta da tempo facendo incetta del metallo giallo per liberarsi di dollari e in parte di euro.

Molti sembrano mettere le mani avanti in preparazione di un crollo del dollaro.

A dimostrazione di come sempre più gente nutra il timore che gli USA ricorreranno al "Quantitative easing" nel tentativo di monetizzare il proprio debito (svalutando quindi il valore del dollaro), diversi economisti giapponesi hanno avanzato la possibilità che gli Stati Uniti saranno costretti ad emettere debito in valuta straniera:

"Non vi è dubbio che il dollaro si indebolirà" ha detto Eisuke Sakakibara, ex alto ufficiale per il governo in materia monetaria, attualmente professore alla Waseda University. "Il dollaro ora sembra forte per ragioni tecniche. Il denaro che le aziende americane hanno investito nel resto del mondo sta venendo re-impatriato negli Stati Uniti causando un ondata di acquisti di dollari. Ma una volta che questa conversione in dollari terminerà, il valore del biglietto verde precipiterà" ha detto Sakakibara.

A causa della crescita senza precedenti del deficit americano e della prospettiva di un dollaro indebolito rispetto allo yen che ridurrebbe il valore dei buoni del tesoro detenuti dal Giappone, diversi economisti a Tokyo stanno chiedendo che l'amministrazione del nuovo presidente Barack Obama emetta dei buoni del tesoro denominati in yen e in altre valute estere.

"Gli Stati Uniti saranno costretti ad emettere buoni denominati in valuta estera se questa sarà la nostra necessità" ha detto Mizuno (capo economista alla Mitsubishi UFJ Securities Co). "Gli USA non possono finanziare il proprio deficit da soli. Il loro sistema finanziario non può sopravvivere senza investitori esteri. In futuro vedremo degli 'Obama Bonds'."
Buoni del tesoro americani in valuta estera? Ve lo immaginate?

Significherebbe il fallimento degli USA.

Non penso che il governo Giapponese arriverà davvero a realizzare questa proposta, ma il solo fatto che l'ipotesi venga avanzata con una certa forza da un nutrito stuolo di economisti, rende evidente come il sospetto che gli USA ricorreranno alla monetizzazione stia serpeggiando.

Anche perchè ormai le cartucce a disposizione di Bernanke sono pochissime. Secondo la JP Morgan entro Gennaio la FED porterà il tasso di interesse allo 0%. Mossa in realtà inutile, dato che il tasso effettivo di interesse è gia vicino allo 0.

Il tasso di interesse che la banca centrale fissa in realtà è solo un obbiettivo. Ogni giorno essa compie delle OMO, delle operazioni dirette sul mercato (Open Market Operation) comprando e vendendo securities, generalmente buoni del tesoro, in modo da influenzare il tasso di interesse reale nel tentativo di portare il suo valore vicino all'obbiettivo fissato ufficialmente (nel caso attuale l'1%). Normalmente la FED non sbaglia di molto. Anche se spesso si verificano degli scostamenti, essi sono di entità ridotta.

Da quando il tasso di interesse è stato abbassato all'1%, il tasso effettivo è oscillato tra lo 0,23% e lo 0,35%, il che equivale a cercare di centrare un bersaglio distante 50 metri con un fucile e riuscire a spararsi su un piede. Le ragioni di ciò sono troppo lunghe e complicate per essere raccontate in questo post. La sostanza però, è che il tasso reale di interesse è gia prossimo allo 0.

Ogni ulteriore taglio avrà un effetto puramente cosmetico.

Il momento in cui gli USA dovranno decidere se arrendersi o ricorrere al "Quantitative easing" si avvicina sempre più.

Un altra cosa che i giapponesi sembrano straordinariamente aver capito, è l'inutilità di un certo tipo di interventi (forse perché hanno già attraversato una crisi simile). Intervistata a riguardo la popolazione giapponese ha deciso di non volere partecipare alla Grande Craxata, opponendo un netto rifiuto all'assegno da 600 dollari a famiglia che il governo aveva deciso di stanziare.

Nel loro piccolo i giapponesi non hanno accettato di diventare come tutti quei banchieri, finanzieri e anche cittadini comuni, che magari, senza rendersene conto, approvando certi pacchetti di stimolo si trasformano in tanti maiali che si ingozzano in quella sempre più striminzita mangiatoia che sono diventati gli stati.



Magari un giorno, ci arriveremo anche noi.

martedì 11 novembre 2008

Salva le Banche, Salva il mondo

All'inizio ci raccontarono che era indispensabile salvare le banche per salvare il sistema e che dovevamo tutti rassegnarci ed aprire il portafoglio a questo scopo. Adesso, invece, sembra essere diventato improvvisamente chiaro che occuparsi solo del sistema bancario sia utile quanto salvare una cheerleader qualsiasi: può andare bene per un po' di tempo (magari una stagione) dopo di ché si è costretti a rivolgere la propria attenzione altrove.

Così il detto, con cui ho intitolato il post, si è trasformato diventando: "Salva il mondo e Salverai il mondo".

Non fa una grinza.

Il mondo lo ha capito in fretta e si è accalcato rapidamente alla rubiconda mammella degli stati e delle banche centrali per succhiare tutto il latte che attraverso di essi, i contribuenti sono stati costretti a mettere a disposizione.

L'ultima azienda a reclamare la sua ciucciata è stata ieri l'American Express. Nell'ultimo post raccontai di come le vendite di obbligazioni costruite sul debito delle carte di credito si fosse azzerata e aziende come l'American Express si fossero improvvisamente trovate in una posizione estremamente scomoda. Tenersi quei debiti in bilancio, come dovrebbe accadere in teoria, è ormai fuori moda, perciò ieri l'American Express, ha impugnato una bacchetta magica, l'ha agitata in maniera buffa avanti e indietro ed ha esclamato: "abracadabra!". Magicamente, al posto della piccola cenerentola che si occupava solo di carte di credito, si è di colpo stagliata fiera e possente (si fa per dire) una holding bancaria.

In sostanza American Express con il bene placido della FED che ha approvato la trasformazione "alla luce delle inusuali e pressanti circostanze che influenzano il mercato finanziario", è diventanta una normale banca commerciale, seguendo i passi percorsi qualche mese prima dalle due superstiti banche di investimento, Goldman Sachs e Morgan Stanley. Ora che è una banca come tutte quante, potrà prendere le famose obbligazioni invendibili e scaricarle come garanzia sul davanzale della (finestra di sconto) Federal Reserve in cambio di denaro vero.

Ooooh! Federal Reserve! ... c'è qualcosa che non accetti come garanzia? (avrei giusto qualche scorza di parmigiano andata a male da buttar via)

Anche se lo sembra, la domanda non è retorica, tanto che Bloomberg News ha intentato causa alla FED, chiedendo che una corte degli Stati Uniti la forzi a rivelare che tipo di garanzie abbia ottenuto in cambio dei 1,5 trilioni di dollari prestati alle banche attraverso la miriade di facility e di programmi attivati da un anno a questa parte. Bloomberg argomenta l'operazione dicendo che: "i contribuenti americani hanno diritto di sapere i rischi i costi e la metodologia associata con il salvataggio senza precedenti del sistema finanziario americano".

Proprio ingenui i signori di Bloomberg News. I contribuenti avrebbero ancora dei diritti? (se mai li hanno avuti)

I contribuenti dovrebbero piantarla di rompere. Che si rassegnino e si fidino dei banchieri. Di sicuro la FED avrà accettato solo asset di provata qualità dalle banche moribonde come garanzia per il denaro fresco e i buoni del tesoro che concedeva loro. Se non ci vuole dire che tipo di asset abbia in bilancio è per non rovinarci la sorpresa il giorno in cui questa crisi finirà (o il governo USA dichiarerà fallimento) e tutto verrà reso pubblico. Del resto perché dubitare di questi individui? Neanche fosse stato il sistema bancario, sotto la supervisione compiacente dei banchieri centrali e dei politici a produrre la crisi economica attuale.

Molti politici, poverini, si difendono da certe accuse dicendo: "noi non sapevamo", "noi non capivamo", "noi non credevamo". Provate con un: "noi non pensavamo". Di solito pensare è alla base delle più elementari attività umane, figuriamoci al legiferare. Purtroppo pensare e leggere sono pratiche ormai cadute in disuso tra i politici. In caso contrario non avrebbero approvato il TARP. All'inizio il piano da 700 miliardi del ministro del tesoro americano, Paulson, sarebbe dovuto servire a comprare asset andati male dalle banche per ricapitalizzarle. Un piano demente e dalla difficile attuazione. Talmente difficile, da non essere mai stato veramente messo in pratica, almeno nella sua forma originale. La legge che istituiva il famoso fondo da 700 miliardi di dollari però conferisce, tra le sue pieghe, potere pressoché assoluto al ministro del tesoro. Potere che Paulson sta usando a suo piacimento per regalare buona parte dei 700 miliardi ai suo vecchi amici banchieri.

I politici si sentono truffati come quei pensionati che acquistarono bond parmalat o argentini. "Ci avevano detto che avrebbero usato quei soldi in un altra maniera" si lamentano.

Bravi fessi!

Nel caso del TARP però, almeno il congresso (in cambio di 150 miliardi di fondi per le cose più bizzarre) l'approvazione la dette.

Nel caso eclatante messo in luce dal Washington Post invece non vi è stata nessuna autorizzazione. Si tratta di un piccolo cambiamento che il ministero del tesoro fece alle leggi che regolano l'imposizione fiscale in caso di fusioni tra aziende, proprio mentre il parlamento americano era impegnato ad approvare il TARP e a rubare 150 miliardi per spese assurde ai contribuenti americani. Grazie a questa modifica le banche possono scaricare interamente dalle tasse le perdite derivanti dall'acquisizione di una loro concorrente. Una pratica che prima dell'86 era la norma e che venne considerata un abuso del sistema fiscale, tanto da spingere i legislatori a porvi rimedio modificando le apposite leggi.

Ora siamo tornati ad una situazione pre 1986. Fu proprio in virtù di questa modifica che la Wells Fargo poté comperare la Wachovia strappandola di soppiatto a Citigroup. L'acquisto di Wachovia fu un affarone dato che la Wells ha potuto scaricare dalle tasse una cifra addirittura superiore a quella pagata per assorbire la suddetta banca. Ora, a quanto pare (con estrema calma) i politici si sono accorti del cambiamento apportato alla legislazione fiscale. Il bello è che tali modifiche sono completamente illegali dato che l'unico organo preposto a legiferare in questo senso è il congresso americano. Il ministero del tesoro non ha poteri di questo tipo.

In un modo normale i politici si incazzerebbero e le modifiche illegali verrebbero cancellate. Nel mondo attuale però è proprio grazie a questi vantaggi in materia di tasse che tutta una serie di acquisizioni bancarie sono avvenute. Non sarebbe certo carino rovinare la festa alle banche facendo saltar tutto. Rischierebbero di esserci pesanti ripercussioni e ai politici non piacciono le ripercussioni. Quindi, sembra che anche questo ennesimo regalo che Paulson ha fatto a suoi vecchi amici, a capo della maggiori banche del paese perchè possano assorbire agevolmente le banche minori, diventerà permanente.

Come dicevo all'inizio però non è più questione di banche.

Mentre tutto il pianeta trattiene il fiato in attesa che gli USA annuncino un nuovo pacchetto di stimolo all'economia, la Cina ha preso l'iniziativa presentando al mondo un intervento di sostegno economico per l'ammontare di 585 miliardi di dollari, più di un quarto delle riserve monetarie che il paese ha accumulato negli ultimi anni. Il denaro verrà speso nel corso dei prossimi due anni, anche se non è stato ben specificato per cosa. Si parla di infrastrutture per il trasporto, energia innovazione tecnologica e tante altre belle cose generiche. A questo pacchetto poi si dovrebbero aggiungere sgravi fiscali per le aziende e future riduzioni del costo del denaro.

I mercati asiatici ieri, hanno salutato con rialzi generalizzati l'annuncio cinese.

Anche l'Europa sembra non essere da meno. Tremonti ha anticipato che entro Natale tutti i paesi Europei vareranno degli interventi anticrisi.

Da Repubblica:

"Da qui a Natale tutti i paesi europei prenderanno i loro provvedimenti contro la crisi". E' quanto ha annunciato il ministro dell'Economia Giulio Tremonti intervenendo a un convegno promosso dalla fondazione Italia-Cina. "Vedrete - ha spiegato - che tutti i Paesi faranno i piani di intervento a sostegno dell'economia". "Abbiamo avuto i numeri solo di recente" ha precisato, "e su quella base ogni paese prenderà decisioni compatibili con la sua situazione".

Sembra che il mondo si sta preparando ad un tracollo delle vendite natalizie, fatto che quando si verificherà sarà interpretato come un pessimo segnale e potrebbe produrre nuovi crolli in borsa, spegnendo quella tenue fiducia che molti operatori sembrano nutrire nei confronti dei tagli generalizzati dei tassi di interesse e dei vari interventi di tipo keynesiano.

In quest'ottica, di sostegno all'economia reale, si inserisce l'appello di Gordon Brown, il primo ministro inglese, per un taglio mondiale e coordinato delle tasse. In Inghliterra il fronte di chi preme per sgravi fiscali si rafforza. Il capo della prima catena di rivenditori Inglese, Sir Terry Leahy, preoccupato per l'andamento negativo che si prospetta per la prossima stagione natalizia, ha accusato il governo di non fare abbastanza per proteggere le aziende, invocando riduzioni fiscali e agevolazioni.

Se in Inghilterra pretendono, in USA siamo arrivati alle suppliche. La GM è ufficialmente andata. Dopo il taglio del rating avvenuto ieri e la dichiarazione della Deutsche Bank sul fatto che consideri 0 il giusto valore delle azioni GM, la casa automobilistica di Detroit ha intensificato le pressioni per avere un aiuto di stato. Data la situazione i 50 miliardi che il governo americano sembrava intenzionato a spartire tra GM, Ford e Chrysler prelevandoli dal famoso TARP, potrebbero non essere più sufficienti. Il tempo stringe e il giorno del fallimento per la GM si avvicina velocemente. Preoccupato, Obama sta insistendo perché un pacchetto di aiuto sia approvato prima di Gennaio, quando a tutti gli effetti sostituirà Bush alla presidenza.

Roubini saluta con approvazione un eventuale salvataggio della General Motors.

E non ha neppure tutti i torti. Se bisogna salvare le banche, perchè non anche le case automobilistiche?

I democratici stanno anche facendo finta di imporre delle condizioni ad un eventuale piano di salvataggio: l'obbligo di produrre veicoli energeticamente più efficenti ad esempio. Come se il mercato non stesse già andando in quella direzione, imposizioni o meno.

Tra dibattiti su futuri aiuti governativi a questo a quello, succede che a volte tornino a riaffacciarsi anche gli interventi passati.

Di solito sotto forma di buchi neri.

L'AIG ha finito di nuovo i soldi. La casa di assicurazione che venne salvata dal governo USA, principalmente per impedire il collasso del sistema bancario Europeo, ha evidentemente volatilizzato gli 85 miliardi messi inizialmente a sua disposizione ed anche i successivi 37,8 miliardi che il tesoro le elargì. Ora è nuovamente tornata a batter cassa da mamma stato.

Il governo ha risposto prontamente facendo coriandoli del piano precedente da 122 miliardi e ripiazzandolo con uno nuovo di zecca da 150 miliardi. Di questi 60 miliardi verranno concessi come prestito da ripagare in 5 anni a tassi molti inferiori rispetto a quelli del piano precedente (libor+3% invece che libor+8,5%), 40 miliardi verranno prelevati dal TARP e iniettati per ricapitalizzare l'AIG in cambio di "preferred stock" e con i restanti 50 miliardi il tesoro comprerà tanti begli asset spazzatura togliendoli dai bilanci dell'agenzia di assicurazione.

Un altro buco nero che ha rifatto capolino negli ultimi giorni si chiama Fannie Mae.

Herbert Allison CEO della Fannie, ha tagliato il valore degli asset finanziari basati sui mutui in possesso dell'agenzia di 21,4 miliardi facendo riportare all'azienda una perdita netta totale nell'ultimo quarto di 29 miliardi. A quanto pare da quando la Fannie è stata nazionalizzata e la dirigenza silurata, hanno smesso di operare certi aggiustamenti di bilancio e come per magia, ora si scopre con preoccupazione, che entro la fine del prossimo quarto la Fannie potrebbe avere un valore netto negativo. In altri termini sarebbe in mutande. I 100 miliardi che vennero inizialmente inizialmente messi a garanzia dallo stato non sono più sufficienti. Si renderebbere quindi necessario un ulteriore intervento economico.

Buco più, buco meno, tanto vale tappare quelli vecchi e crearne qualcun altro nuovo salvando anche GM, Ford e Chrysler.

Tanto, penso che ormai non basterebbero i fisici del LHC per far scomparire tutti i buchi neri esistenti.

Non che le cose in Europa vadano particolarmente meglio.

Austria, Irlanda, Grecia, Spagna. Si accettano scommesse su quale di questi 4 paesi che usano l'euro collasserà per primo. Se ne riparlerà in un prossimo post della loro situazione, nel frattempo sentitevi liberi di fare la vostra puntata.

Mentre i paesi dell'est Europa per ora sopravvivono solo grazie agli aiuti dell'FMI, la Russia si è scoperta essere a grave rischio di svalutazione del rublo, dopo che è risultato evidente come le terze riserve di valuta internazionale del mondo non siano abbastanza per controbilanciare la massa di capitali stranieri in fuga, il crollo del prezzo del petrolio e la crisi finanziaria internazionale. Il governo Russo ha bruciato il 19% delle sue riserve monetarie nel tentativo di difendere il valore del rublo, senza grande successo. Ora le agenzie di rating preoccupate dallo svilupparsi degli eventi parlano di un possibile downgrading del paese.

Rifutando le pressioni di Chavez, il presidente Venezuelano, Medved ha deciso di non tagliare la produzione di petrolio. Questa scelta segnala con chiarezza il disperato bisogno di valuta estera Russo. Non è tanto che Medved non voglia tagliare, semplicemente non può. Deve vendere più petrolio possibile anche ai (relativamente) bassi prezzi attuali. Il cartello internazionale che fissa il prezzo del petrolio è di fatto saltato. L'OPEC può tagliare quanto vuole, ma così facendo regalerà solo soldi ai Russi.

Per un po' probabilmente il prezzo del petrolio non salirà in maniera brusca (salvo imprevisti).

La borsa Russa intanto ha accolto la notizia di un eventuale taglio del rating del paese con un crollo del 10%.

Se le vendite natalizie saranno davvero quel massacro che si preannunciano, a Gennaio vedremo un po' di fuochi d'artificio. Circuit City la seconda catena di grandi magazzini di elettronica americana, non ha aspettato ed ha invocato ieri il chapter 11 (una specie di bancarotta in vista di una possibile ristrutturazione).

Non vi preoccupate però, in caso di problemi interverranno i governi.

La stretegia come già detto è molto semplice: "Salva il mondo e Salverai il mondo". L'avrà sicuramente ideata un genio, anzi di più, un banchiere centrale.

venerdì 24 ottobre 2008

Deleveraging

Questo è uno di quei post insensatamente lunghi che ogni tanto scrivo e che alcuni miei amici odiano tanto. Avevo anche pensato di dividerlo in due separati post, ma ciò avrebbe interrotto il filo del discorso e alla fine ci ho rinunciato.

Siete quindi avvisati: scappate fin che siete in tempo o mettetevi comodi.

Nei commenti all'ultimo post che ho pubblicato Giovanni si chiedeva quanto fosse giusto un intervento statale in materia economica e se il tentativo di impedire il progressivo deleveraging del sistema, cioè una riduzione complessiva del debito, che gli stati stanno promuovendo non andasse nella direzione corretta.

Il dibattito su quanto sia necessario un intervento dello stato e come esso eventualmente si debba configurare in una situazione come quella attuale è annoso e ricorda da vicino certe disquisizioni filosofiche su chi sia esistito per primo se l'uovo o la gallina.

Quelli che vengono definiti Keynesiani ovviamente sono a favore di un diffuso intervento da parte statale. Questo articolo scritto da Paul McCulley, la persona che coniò il termine Minsky moment, rappresenta bene il punto di vista di certi Keynesiani. McCulley reputa obsolete certe logiche di aiuto statale come tagli fiscali o stimoli economici sotto forma, ad esempio, dell'assegno da 600 dollari fatto recapitare a casa di ogni cittadino americano durante la prima metà di quest'anno nella speranza che quel denaro sarebbe poi stato usato per consumare.

Con grande disappunto dei legislatori Statunitensi i cittadini invece utilizzarono il suddetto assegno per ripagare parte dei debiti che avevano contratto.

Secondo McCulley il deleveraging non sarebbe un processo di per se dannoso, se venisse intrapreso da singole aziende o da semplici individui. Quando però l'intero sistema: cioè aziende, banche, fondi di investimento ecc cercano di ridurre il loro leverage allo stesso tempo quella che rischia di crollare è l'intera baracca. Per impedire che questo si verifichi, McCulley afferma sia necessario un intervento della banca centrale attraverso un abbassamento del tasso di interesse che renda disponibile tutta la liquidità necessaria e contemporaneamente un intervento governativo che si traduca nell'acquisito di tutti quegli asset che aziende, fondi e simili svendono nel tentativo di recuperare denaro e diminuire la propria esposizione.

L'acquisto degli asset da parte dello stato, finirebbe col fornire un supporto al valore di questi assets (dato che esisterebbe un compratore di ultima istanza) impedendone una eccessiva svalutazione e bloccando all'origine quella spirale di vendite che il panico scatenato da un prezzo progressivamente calante potrebbe innescare.

Questa in soldoni è la stessa logica che sta dietro la creazione del TARP, il fondo da 700 miliardi che Paulson ha costretto (e se non pensate che il parlamento americano sia stato "costretto" guardatevi questo) il congresso americano ad approvare e che in origine avrebbe dovuto acquistare titoli andati a male dalle banche per ricapitalizzarle.

All'altro estremo ci sono i seguaci della scuola Austriaca di economia che si rifanno alle teorie di Mises e di Rothbard tanto per citare i due rappresentanti più illustri. Secondo la teoria Austriaca ogni intervento statale rappresenta un alterazione del mercato ed è di per se distruttivo, quindi la cosa migliore da fare in una situazione come quella odierna è stare a guardare e lasciare che il mercato corregga se stesso. Un articolo di sul sito del Mises Istitute riassume bene questa visione.

In sostanza Shostak dice che anni di interferenza sul mercato da parte della FED e della sua politica di tassi bassi hanno impoverito la base dei risparmiatori, finanziando invece una serie di bolle basate sui debiti. Non facendo nulla la FED ed il governo consentirebbero a chi ha soldi di prestarli ad un tasso di interesse alto che rifletta in maniera più realistica il rischio attuale del sistema (il rischio che questi prestiti non vengano restituiti). Questo consentirebbe una progressiva ricostruzione del risparmio (dato che con tassi alti risparmiare diventerebbe conveniente) e col tempo questo risparmio si tradurrebbe in denaro rimesso in circolazione sotto forma di prestiti. Ovviamente tutto questo renderebbe sconveniente un economia basata sulle bolle e sulle piramidi finanziarie e produrrebbe il fallimento di diverse aziende, istituti e banche che su queste bolle hanno campato. Un prezzo alto, ma inevitabile da pagare.

Nel mezzo, tra le idee di McCulley e gli Austriaci, si trovano le più svariate posizioni, ma che potremmo riassumere con la visione di Roubini. Salviamo il salvabile del sistema bancario e facciamo i Keynesiani, ma nei confronti della popolazione non delle aziende decotte e dei fondi di investimento, investendo pesantemente in opere di interesse pubblico e tramite sgravi fiscali.

La mia personale posizione si potrebbe riassumere con: "Intanto salviamo il salvabile".

La prima cosa da dire è che il deleveraging che ci piaccia o no è in atto.

Un caso che ha suscitato scalpore è stato quello di Kirk Kerkorian un miliardario che aveva investito pesantemente nel titolo della Ford. La crisi economica ha colpito duramente il settore dell'auto ed ha prodotto perdite pari a due terzi dei 995 miliardi di dollari che Kerkorian aveva investito. Anche gli altri due principali titoli posseduti dal miliardario, MGM e Delta Petroleum sono stati colpiti dalla crisi. In totale le azioni che possedeva sono passate da un valore di 16,6 miliardi alla miseria di 3,1 miliardi di dollari. Trovatosi alle corde a causa di una serie di margin call da parte delle banche, Krekorian ha dovuto vendere buona parte delle azioni Ford in suo possesso e ha minacciato di liberarsi delle rimanenti gettando lo scompiglio tra i dirigenti della casa automobilistica che stanno ora valutando la possibilità di liberarsi della partecipazione Ford nella Mazda.

Più in generale però, è l'intero settore degli Hedge Fund in settembre ad aver riportato un livello di perdite record secondo l'Eurekahedge Hedge Fund Index. L'arrestarsi del mercato del credito, unito al vertiginoso aumento del ritiro dei soldi dati in gestione ai fondi da parte degli investitori e al blocco delle short (che ha distrutto alcune delle più normali strategie d'investimento) avrebbero prodotto una perdita media del 4,7%, il maggior calo mensile da quando l'indice fu creato nel 2000. Le perdite e il ritiro degli investimenti hanno costretto molti di questi fondi a vendere i loro assets e ad accumulare denaro liquido per poter mantenere i propri impegni.

Questo accumulo di denaro si è tradotto in una vera corsa al dollaro. Non solo i fondi, ma anche aziende e banche si sono unite alla caccia al biglietto verde, dato che si erano indebitate tutte sul mercato internazionale (quindi principalmente in dollari). Questo ha prodotto un pressione spropositata sulle banche centrali e sulle swap line aperte con la FED americana. Le swap line permettono alle banche centrali di alcuni paesi, come Europa e Giappone di emettere direttamente dollari in un quantitativo limitato. Data l'enorme domanda delle ultime settimane ogni limite è stato rimosso. Le banche centrali di Europa, Giappone, Svizzera e Inghilterra possono emettere tutti i dollari che ritengo necessari.

Il problema sorge per tutte quelle nazioni che non hanno swap line attive con la FED come Bred Setser mette in evidenza sul suo blog. Il caso della Corea del sud è emblematico. Anche se dopo la crisi "delle piccole tigri" del 97, i governi dell'area asiatica si ripromisero di non diventare mai più dipendenti dagli investimenti esteri, che così come erano arrivati altrettanto velocemente potevano andarsene lasciandosi dietro solo macerie, le banche coreane non si sono dimostrate altrettanto risolute. Si sono indebitate pesantemente in dollari. Non avendo la banca centrale coreana swap line con la FED, tutto quello che può fare per soddisfare la crescente domanda di dollari è usare la sua moneta per comprarli sul mercato o utilizzare direttamente quelli che ha accumulato come riserva.

Il risultato è un progressivo indebolimento del Won coreano, che spinge gli investitori ad abbandonarlo per lidi più sicuri aggravando ancora di più la situazione.

Come la Corea anche altri paesi si ritrovano con un bisogno disperato di valuta estera. L'Ungheria ha un grande bisogno di euro. L'Ucraina sia di dollari che di euro. La Russia di dollari, così come il Pakistan che non essendo riuscito ad elemosinare un prestito dai cinesi si è dovuto rivolgere all'FMI e cosa molto preoccupante la Svizzera ha un grande bisogno di euro tanto che la BCE ha dovuto allestire un apposita swap line.

Questa corsa alle principali valute internazionali ed in particolar modo al dollaro è dovuta al massiccio deleveraging in atto nel sistema.

Tutti si trovano costretti a pagare i loro debiti e tutti hanno bisogno di valuta americana.

I soggetti che scommisero in un indebolimento progressivo del dollaro nei confronti delle altre valute utilizzando strumenti derivati, stanno incassando pesanti perdite ed anche queste perdite, ironia della sorte, dovranno essere ripagate in dollari. I più invischiati in questo problema sono i paesi sud Americani in particolar modo il Brasile e il Messico.

Di fronte all'enorme pressione esercitata da questo fenomeno c'è poco da fare. E' naturale che prima o poi il debito vada pagato.

La proposta di McCulley è un assurdità. Usare lo stato per comperare roba andata a male a dei prezzi fuori mercato non servirebbe a granché, anche se di certo farebbe comodo alla PIMCO (l'azienda di McCulley) che è esposta nei confronti di certi strumenti. Qualunque fondo, come il TARP, messo in piedi a questo scopo verrebbe letteralmente assaltato da bande di disperati ansiosi di liberarsi di cartaccia senza valore ed esaurirebbe le sue risorse in breve tempo. Gli investitori non si metterebbero di certo a comperare ed a vendere certa roba solo perché all'improvviso e comparso un compratore di ultima istanza. Anche se il governo comprasse ad 80 degli assets che nella realtà valgono 10 il mercato, non dimenticherebbe d'un tratto quale sia il loro vero valore. Nessuno si sognerebbe di comprarli ad 80, mentre tutti quelli che ne sono in possesso cercherebbero di scaricarli sulle spalle del governo.

Shostak ha senz'altro ragione a dire che la responsabilità principale per la crisi attuale ricade sulla FED e sulla sua politica dei tassi bassi e sono completamente d'accordo anche con la definizione che fece Mises di crack up boom:

Il boom può durare solo finché il credito si espande a un tasso sempre più rapido. Il boom si interrompe quando ulteriori quantità di beni di fiducia smettono di essere immessi sul mercato dei prestiti. Ma esso non può comunque durare in eterno anche se l'inflazione e l'espansione del credito aumentassero costantemente. Ad un certo punto verrebbero raggiunte le barriere che impediscono l'espansione senza confini del credito circolante. Ciò porterebbe al "crack up boom" e alla distruzione dell'intero sistema monetario.

L'espansione del credito è costruita su fondamenta di sabbia, costituite dalle banconote e dai depositi. Essa dovrà collassare. Se l'espansione del credito non si ferma in tempo, il boom si trasformerà in un "crack up boom"; allora la fuga verso beni reali comincerà e l'intero sistema monetario si squaglierà. La continua inflazione finalmente terminerà con un "crack up boom" e la distruzione dell'intero sistema monetario.

Quella che ci troviamo ad affrontare a causa delle attuali manovre della FED e dei vari governi è la concreta possibilità di un crack up boom. Per non voler accettare una correzione naturale del mercato stiamo rischiando l'esplosione del sistema. L'unico vantaggio di un crack up boom rispetto ad una depressione è che ti ammazza più lentamente.

Non sono completamente d'accordo con gli austriaci quando dicono che lo stato dovrebbe tenersi sempre e comunque fuori dal mercato e che in una situazione come quella attuale dovrebbe stare ai margini a guardare mentre riguardo alla posizione di Roubini mi verrebbe invece da dire: tanti buoni propositi, ma con che soldi di grazia?

La cosa più straordinaria però è che banchieri centrali e i governi stanno facendo praticamente tutto.

Di sicuro sono lontani anni luce dalla posizione Austriaca e non potrebbe essere altrimenti del resto, dato che essa non prevederebbe neppure l'esistenza di un banca centrale tanto per cominciare. Non stanno però adottando nemmeno la via di Roubini o quella di Culley.

Le stanno adottando entrambe!

Stanno cercando di salvare tutti e tutto a cominciare da Wall Street. Hanno ricapitalizzato le banche nella maniera peggiore possibile, senza eliminare il managment od ottenere garanzie di qualche tipo sull'uso che esso avrebbe fatto del denaro elargito. Hanno dovuto aumentare i tetti della garanzia sui depositi bancari quando non li hanno garantiti per intero. Poi dato che le banche non fidandosi più una dell'altra avevano smesso di prestarsi denaro hanno dovuto garantire i prestiti interbancari. Poi i Money Market Fund hanno cominciato a perdere fondi perché la gente ritirava il denaro depositato per investirlo in buoni del tesoro o semplicemente per depositarlo in banca dove era protetto dalla garanzia statale. A quel punto lo stato ha deciso di garantire anche i depositi dei Money Market Fund. Poi ha garantito i depositi bancari delle aziende. Poi, dato che la commercial paper (debito a breve termine delle aziende) rimaneva fuori dagli strumenti garantiti ed essa è fondamentale per il funzionamento del mercato, il governo americano ha deciso di acquistarla direttamente.

La prossima gamba a traballare saranno i "corporate bond", le obbligazioni delle aziende. Ovviamente esse non sono (ancora) garantite e come avrete già capito la gente le sta abbandonando per investire in strumenti garantiti dallo stato. Il rendimento dei corporate bond sta salendo alle stelle e per le aziende sarà sempre più difficile e costoso finanziarsi sul mercato. Un articolo di bloomberg di qualche giorno fa titolava: "Prezzo da Armageddon fallisce nell'attirare compratori nel mezzo di pesanti vendite". Il titolo si commenta da solo. Sotto potete vedere come sia schizzato in alto il rendimento che i bond emessi dalle aziende devono promettere agli acquirenti.



Che si fa? Garantiamo pure le obbligazioni o ci mettiamo a comprarle direttamente come abbiamo fatto con la commercial paper?

Ogni intervento lascia scoperta una parte che viene immediatamente abbandonata da gente ormai incapace di fidarsi e credere nel sistema ed ogni volta lo stato deve intervenire per garantire anche quella parte. Gli stati a partire dagli USA stanno diventando l'intero sistema ed il rischio di tutto il debito irripagabile si sta scaricando su di essi.

E come se non bastasse il sostegno all'intero sistema finanziario, contemporaneamente si pensa di adottare anche politiche Keynesiane più classiche come quelle proposte da Roubini. Bernanke in questi ultimi giorni ha cominciato a parlare di stimoli sotto forma di sgravi fiscali e di facilitazioni nell'accesso al credito da parte dei cittadini. Ha lamentato che le spese in infrastrutture avrebbero un effetto a breve termine pressoché insignificante sull'economia, dando ad intendere che non esistono seri progetti in quel senso. Al capo della FED si è poi unita Sheila Bair, capo dell'FDIC, che davanti al comitato bancario del senato ha dichiarato che è allo studio insieme all'amministrazione bush, un piano per un sistema di garanzia dei prestiti che preveda da parte del governo l'impegno ad accollarsi una fetta del rischio. Secondo la Bair tale sistema dovrebbe stabilire degli standard per la modifica dei prestiti erogati dalle banche. La garanzia statale dovrebbe invogliare le banche medesime ad applicare queste modifiche, rendendo i prestiti esistenti più economici e quindi più facilmente ripagabili.

In definitiva però, tutto questo rischio non scomparirebbe, si trasferirebbe semplicemente. Se tutto è traballante e pretendi di garantire tutto prima o poi, tu stato, dovrai incassare delle perdite. Se le perdite diventano troppo ingenti le alternative non restano che due. Farla finita e dichiarare la bancarotta o come è più probabile succeda, dire semplicemente: "abbiamo scherzato! La garanzia statale da oggi non vale più."

A quel punto una liquidazione frenetica del debito ed un Minsky moment non te lo leva nessuno. La differenza rispetto anche ai peggiori scenari attuali è che gli stati in quel caso si ritroverebbero ad aver consumato gran parte delle loro risorse nel tentativo di garantire tutti e tutto e rischierebbero di non averne più a sufficienza per salvare il salvabile.

Il deleveraging come già detto è inevitabile. Sta già succedendo. Roubini che dopo il rilassarsi del mercato del credito ed il lento sgonfiarsi di indicatori come il Libor ed il TED, aveva allentato un po' il suo pessimismo è tornato a parlare di possibile rischio sistemico a causa di una vera e propria corsa agli Hedge Funds da parte degli investitori. Come precedentemente detto, il ritiro di denaro dai fondi sta progressivamente accelerando in velocità, costringendo questi ultimi a vendere assets per soddisfare tutte le richieste che giungono loro. Se questo processo non si arresta, Roubini reputa possibile l'intero blocco dei mercati per una o due settimane.

Già un paio di settimane fa durante l'ondata di vendite in borsa l'ipotesi aveva cominciato a circolare e fu annunciata ad alta voce da Silvio Berlusconi che affermò di averla discussa assieme agli altri capi di governo (quando c'è da dire o fare una cazzata nel momento sbagliato possiamo sempre contare sul nostro presidente del consiglio).

In questa situazione gettare denaro nel sistema non serve. Intanto non c'è più gente in grado di ingoiarselo dato che sono tutti troppo indebitati e secondo come scrissi nell'ultimo post, più denaro crei e più ti avvicini al punto in cui il debito generato in questa maniera non produce più crescita economica. Si tratta di quelle "barriere che impediscono l'espansione senza confini del credito circolante" di cui Mises parla nella sua definizione di crack up boom.

Bisogna arrendersi all'evidenza. Il sistema è saltato ed è necessario che gli assurdi squilibri che ha generato in questi anni vengano corretti. I valori dei beni follemente inflazionati devono tornare in linea con la realtà e tutti quelli che hanno investito male devono essere lasciati fallire, non possiamo salvare tutto e tutti. Lo stato può intervenire cercando di salvare il salvabile, occupandosi ad esempio di nazionalizzare quella parte del sistema bancario indispensabile al mantenimento della struttura economica. Nazionalizzare significa cacciare via tutto il managment, azzerare il valore di tutte le azioni e lasciar a bocca asciutta anche gli obbligazionisti. Al massimo si potrebbero convertire le obbligazioni in nuove azioni, fermo restando che la quota di maggioranza resti in mano allo stato.

Fatto ciò, lo stato può farsi i conti in tasca e nel caso ne avesse le risorse pensare di stimolare l'economia con interventi diretti come sgravi fiscali o spesa pubblica.

Il punto di partenza di tutto però deve essere il ripristino della verità.

Bisogna fare chiarezza sui bilanci delle banche e delle aziende. Nessuno si fida più del sistema, perché nessuno è in grado di sapere chi sia di fatto fallito e chi invece sia in salute. Anna Schwartz che insieme a Friedman scrisse quella che dallo stesso Bernanke viene considerata la Bibbia sulla grande depressione (un libro intitolato "A Monetary History of the United States") ha affermato precisamente questo.

Dal Wall Street Journal:

"La FED" lei dice "si è comportata come se il problema fosse una mancanza di liquidità". Quello non è il problema fondamentale. Il problema fondamentale per i mercati è l'incertezza che i bilanci degli istituti finanziari siano credibili."

Mrs Schwarz fa poi il paragone tra la situazione odierna e la grande depressione, affermando che all'epoca le banche fossero relativamente in buona salute e che sarebbero soppravissute se fosse intervenuta la banca centrale fornendo la liquidità necessaria a sostenerle durante la fase dei ritiri frenetici dei depositi da parte della gente. Oggi invece le banche non sono in buona salute, hanno dei crateri nei bilanci e continuare a fornire loro linee di credito non serve a risolvere il vero problema.

Insomma è il discorso che molta gente compreso il sottoscritto fa dall'inizio di questa crisi: esiste un grave problema di insolvenza e non di liquidità.

La signora Schwarz continua affermando che le aziende e le banche vanno lasciate fallire e che non si può finire col restare ostaggi di quella sempre più spesso evocata minaccia chiamata:"rischio sistemico". L'economista 92 enne infine, chiude il suo discorso con una stoccata personale a Bernanke, rievocando quello che l'attuale capo della FED disse nel 2002 durante un discorso tenuto in onore del novantesimo compleanno di Milton Friedman:
"Vorrei dire a Milton e ad Anna: riguardo la Grande Depressione. Avete ragione voi, è stata colpa nostra. Ci dispiace molto. Ma grazie a voi, non lo rifaremo di nuovo."
E per non ricascarci cosa hanno pensato bene di fare Bernanke e gli stati?

Ovviamente tutto il contrario di quello che sarebbe necessario.

Europa e Canada si sono unite agli Stati Uniti nel "rilassare" le regole di bilancio in modo di non applicare il mark to market, andando quindi entrambe in direzione completamente opposta a quella della chiarezza. Un classico "uccidere il messaggero perché non ci piace il messaggio".

Per quel che riguarda la liquidità tutti danno per scontato che alla prossima riunione del 28-29 Ottobre, la FED taglierà il tasso di interesse all'1% e secondo un articolo di Bloomberg se anche ciò non dovesse migliorare la situazione, nel 2009 Bernanke, tanto per non smentire il suo sopranome (Helicopter Ben) potrebbe portare il tasso di interesse ad un valore prossimo allo 0%. Nel caso poi che fosse necessario un ulteriore stimolo all'economia - dice Adam Polse direttore del Peterson Institute for International Economics e co-autore assieme a Bernanke - la FED potrebbe sempre comperare direttamente i buoni del tesoro americano per tenerne bassi rendimenti.

Come dire che il governo USA comincerebbe a far girare le presse a tutto spiano e senza bisogno di finanziamenti dall'estero si autofinanzierebbe nella stessa maniera che adottò la repubblica di Weimar e più recentemente lo Zimbawe: stampando direttamente tutta la moneta necessaria.

Questa è la cosa che più si avvicina a una ricetta per l'Armageddon.

I casini attuali sono stati creati dal non aver voluto accettare una correzione nel 2001 quando scoppiò la bolla della New Economy, ed aver invece cercato di sostenere il sistema re-inflazionandolo follemente grazie un tasso portato ad un minimo dell'1%.

E adesso Ben ci viene a raccontare che la soluzione sarebbe riportare il tasso di interesse allo stesso valore di allora, magari minacciando addirittura lo zirp (zero interest rate point) e di stampare dollari in quantità pressoché illimitata???

Questo è un suicidio puro e semplice. Non può funzionare. Non ha mai funzionato.

Pregate che non funzioni.

Perchè se anche funzionasse, potrebbe al massimo rimandare la resa dei conti di 3-4 anni creando nel frattempo una bolla ancora più grande di quella appena scoppiata.

Uno dei principali ostacoli alla linea che sta adottando Helicopter Ben è il prossimo crollo di Bretton Woods 2.

Bretton Woods 2 è l'informale nome che venne dato al quel sistema basato sul riciclo da parte della Cina dei dollari ottenuti in cambio delle proprie merci, con l'acquisto di debito pubblico americano. In questo modo la Cina finanziava ulteriormente i consumi dei cittadini statunitensi, consumi che in gran parte si riversavano nuovamente su merci cinesi, fornendo altri dollari alla Cina con cui acquistare debito pubblico americano e cosi via.

Alla fine dei giochi gli USA si sono ritrovati ad aver bisogno di più di 2,5 miliardi di dollari al giorno di finanziamenti dall'estero per restare in piedi. Come disse Herbert Stein, famoso economista: "ciò che non puo durare, non durerà". Secondo Bred Setser il momento del crollo di Bretton Woods 2 è ormai prossimo e non come Setser stesso ed altri economisti pensavano a causa di una crescente preoccupazione cinese nei confronti dell'aumentare del debito pubblico americano.

Quello che sta venendo meno piuttosto è un adeguato ritorno per gli investimenti operati dai Cinesi sul territorio statunitense. Gran parte del ritorno economico la Cina lo traeva dagli acquisti che i consumatori americani facevano delle merci prodotte dalle aziende cinesi. Questi continui acquisti garantivano l'espansione dell'economia cinese e finanziavano la modernizzazione del paese.

A causa del congelamento del mercato del credito, dell'alto indebitamento delle famiglie e della diffidenza che hanno le banche nei confronti di chiunque chieda loro un prestito, si è rotto quel meccanismo che trasformava i soldi ottenuti tramite la vendita dei buoni del tesoro in credito individuale concesso ai cittadini americani. Quello stesso credito che li metteva in grado di consumare quasi compulsivamente le merci prodotte dalla Cina.

Con la rottura di questo processo di trasformazione, il ritorno in termini economici degli investimenti cinesi in debito pubblico americano si sta riducendo progressivamente ed arriverà il punto in cui esso perderà completamente qualunque convenienza. Sarà la fine di ciò che Setser ha sempre definito il "quiet bailout" (il salvataggio silenzioso) che i cinesi hanno operato nei confronti dell'economia USA.

La conseguenza ovvia è che il tesoro americano per finanziarsi e sostenere la sua demente pretesa di garantire tutto quanto, dovrà promettere rendimenti sempre più alti sul proprio debito.

Dovranno aumentare per forza i rendimenti sui buoni del tesoro a breve o a lungo termine.

Nel primo caso il rischio è quello di un inversione dei rendimenti in cui finanziarsi a breve termine divenga più costoso che finanziarsi a lungo termine facendo saltare la funzione principale delle banche che dovrebbe essere proprio quella di finanziarsi a breve per investire a lungo termine.

Nel secondo caso si finirebbe col distruggere quel po' che rimane del mercato immobiliare dato che l'importo delle rate dei mutui viene agganciato ai rendimenti dei buoni del tesoro di relativa durata, facendo così fallire i disperati tentativi di Bernanke e Paulson fatti per sostenere il valore degli immobili. (Nessuno può obbligare una banca a concedere un mutuo. Se il rendimento dei buoni del tesoro a 10 anni è del 5% la banca per un mutuo di uguale durata chiederà ad esempio un interesse del 6% perché altrimenti tanto varebbe per lei comprare direttamente i buoni stessi che almeno sono garantiti dallo stato).

In entrambi i casi le strategie di Ben si frantumerebbero miseramente.

Per impedire l'aumentare dei rendimenti sui buoni del tesoro, come disse Adam Polse, la FED può sempre decidere di stampare dollari e usarli per comprare direttamente buoni del tesoro. Ben e Polse possono anche andare in giro a dire che un operazione del genere avrebbe un effetto neutro sull'economia, ma in realtà sarebbe lo stesso giochino del TARP.

L'effetto sarebbe neutro se ad ogni dollaro usato per comperare un buono del tesoro corrispondesse un dollaro di controvalore, ma se invece il valore dei buoni del tesoro fosse ad esempio pari a 50 centesimi per ogni dollaro che la fed spende per i suddetti buoni, quei 50 centesimi di differenza messi in circolazione dalla FED sarebbero pura e semplice inflazione.

Questa strada porta direttamente al crack up boom e alla completa distruzione del dollaro, nel qual caso come dice sempre un mio amico: "spero abbiate un astronave parcheggiata in garage".

Dobbiamo rassegnarci al deleveraging in atto e alla sequenza di fallimenti che produrrà. L'alternativa è mille volte peggiore. Una crisi economica per quanto dura, si può anche sopportare fin tanto che il prezzo da pagare è ripartito ugualmente su tutti quanti, sono le ingiustificate differenze ad essere intollerabili.

Un crack up boom invece aprirebbe scenari molto peggiori.

Come Yves Smith sul suo blog va ripetendo da tempo, gli Stati Uniti sono ormai una Repubblica delle banane con la sola differenza che hanno il dollaro e le testate nucleari.

Ma se anche il dollaro grazie alle manovre di Ben & Co dovesse crollare cosa resterebbe agli USA?

venerdì 17 ottobre 2008

Un po' di notizie sparse


Il primo ministro giapponese ieri mattina si è svegliato, ha dato un occhiata all'indice della borsa di Tokyo e di fronte alla linea del Nikkei che precipitava nel vuoto, ha deciso che era il caso di recuperare un microfono e comunicare al mondo intero che la colpa del cattivo andamento in borsa era da attribuire alle inadeguate misure adottate dal governo americano per combattere la crisi economica.

Secondo Taro Aso il piano da 700 miliardi di Paulson è una risposta insufficiente ai problemi del mercato e questo avrebbe finito con l'alimentare il clima di sfiducia presente tra gli operatori aggravando il crollo dei listini. Il New York Times dopo essersi fatto un po' di conti ha dovuto rivedere il costo totale del pacchetto di assistenza all'economia americana il quale sarebbe arrivato a toccare i 2,25 trilioni di dollari. Oltre ai 250 miliardi di dollari usati per ricapitalizzare le banche vanno aggiunti 1,5 miliardi per garantire il nuovo debito emesso dagli istituti e 500 miliardi per garantire i depositi delle aziende.

Il tutto senza contare tutti gli interventi della Federal Reserve: le 4 facility, il prestito per salvare l'AIG, quello per la Bear Sterns ecc.

Per quanto ingenerosa sia l'accusa del primo ministro giapponese evidentemente la cifra non è sufficiente. Barry Ritholtz, analista e commentatore economico, che fino a qualche giorno fa sul suo blog prevedeva alla fine dei giochi una spesa totale da parte del governo prossima ai 3 miliardi, ha dovuto rivedere le sue stime portandole tra i 4 e i 6 trilioni.

Il Libor oggi è sceso al 4,42% dal 4,5% di ieri ed il TED si è fortunatamente sgonfiato scendendo a 399 punti, ma contemporaneamente il Libor-OIS che viene usato come un indicatore della liquidità del mercato è salito leggermente. La situazione dal punto di vista del credito sebbene stia migliorando rimane ancora precaria. Un articolo su Reuters ci fa sapere che la scorsa settimana le banche hanno preso in prestito 437,53 miliardi al giorno dalla Federal Reserve, una cosa mai vista. Sono sempre di più gli analisti che si lamentano, facendo presente che fino quando la FED continuerà ad elargire tutta quella liquidità i vari istituti non avranno nessun incentivo che li spinga a prestarsi i soldi tra loro, facendo così ripartire il circuito interbancario.

La condizione generale sui mercati resta tesa. Le borse un giorno precipitano all'inferno e quello dopo risalgono timidamente. Gli ultimi dati sull'economia americana sono pessimi. La produzione industriale è crollata del'2,8%, il più ingente calo dal 1974. Quello però che preoccupa maggiormente è l'indice del Baltico che anche ieri ha perso il 10,7%. Nella cartina sotto si nota immediatamente il crollo traumatico che l'indice ha subito da questa estate in avanti


Se andate qui potete trovare tutta una serie di grafici comparativi sull'indice del baltico.

La ragione dell'accelerazione nel crollo verticale dell'indice secondo il Financial Times è da attribuire alla famosa questione delle lettere di credito. Dato che nessuna banca accetta più le lettere di credito emesse da altri istituti, gli spedizionieri si ritrovano senza i soldi necessari ad inviare le merci. Un altro articolo sempre sul Financial Times rivela che interi carichi di grano sono fermi nei porti americani, in attesa di essere acquistati da importatori che non riescono più ad ottenere lettere di credito con cui pagare. Se la situazione non si sblocca in fretta le conseguenze potrebbero diventare estremamente antipatiche.

Sempre il Financial Times dice che l'intera Europa dell'est è in bolletta. Dopo che sono stati congelati i conti correnti in una banca Russa di media grandezza, la Globex, che lo scorso mese si è vista ridurre i depositi del 13%, tutte le banche del paese si sono ritrovate assalite da gente intenzionata a ritirare i proprio soldi. Il governo russo ha messo a punto un piano da 200 miliardi di dollari in aiuti al sistema bancario nel tentativo di calmare la situazione. Anche Lettonia e l'Estonia sono entrate in recessione mentre la crescita in Kazakistan si è fermata quasi completamente a causa del diminuire del prezzo del petrolio di cui è grande esportatore. I cds sull'Ucraina hanno toccato nuovi vertici arrivando a 1900. Solo due giorni fa erano a 1596. Il paese è sull'orlo del fallimento e come nel caso dell'Ungheria, la cui moneta il fiorino ungherese sta agonizzando, sembra che potrebbe intervenire l'FMI tramite un prestito di 14 miliardi di dollari.

Nel frattempo pare che il fallimento delle banche islandesi potrebbe scatenare l'ennesimo casino sul mercato dei derivati. Questa volta il problema sono i cdo sintetici. I cdo (collateral debt obbligation) sono sostanzialmente debiti, in genere mutui, fatti a pezzettini e mischiati assieme ad altri pezzetti di debiti simili. Questi coriandoli di debiti venivano poi presi ed impacchettati in obbligazioni per essere venduti come investimento. Finché la gente, i cui mutui venivano re-impacchettati in questa maniera, continuava a pagare la propria rata i cdo garantivano dei rendimenti.

I cdo come ogni altra obbligazione potevano poi essere assicurati comperando dei cds (credit default swap). I cds sono delle vere e proprie assicurazioni finanziarie. Chi li compra normalmente si assicura per una certa cifra contro la possibilità che le obbligazioni che detiene non gli vengano pagate, cioè dall'eventualità che chi ha emesso quelle obbligazioni fallisca. L'assicurato pagherà un premio mensile all'assicuratore il cui importo dipenderà da quanto viene ritenuto probabile che questo fallimento si verifichi. Per questa loro caratteristica i cds vengono usati come barometro per stabilire la solidità di un soggetto economico (più costano i cds più un dato soggetto è a rischio di fallimento) e possono anche diventare un potente strumento di speculazione. Per ogni obbligazione in circolazione si stima esistano fino a 10 cds, dato che non è obbligatorio presentare fisicamente un obbligazione nel momento in cui si comprano dei cds. In sostanza fino a 9 persone usano questi strumenti per speculare invece che per assicurarsi. In aggiunta a ciò gli assicuratori, hanno emesso cds per delle cifre che non sono minimamente in grado di ripagare. Fino a che la bolla immobiliare si espandeva sembrava che nessuno potesse fallire, quindi perché preoccuparsi? Per queste ragioni i cds vengono considerati una vera e propria bomba ad orologeria.

Questi due tipi di derivati, cdo e cds presentano diversi problemi e sono alla base della crisi attuale. Intanto non sono regolati. Sono quelli che si definiscono otc (over the counter) cioè strumenti scambiati tra le singole parti al di fuori del mercato. Non si sa esattamente quanti ce ne siano (anche se esistono delle stime) o chi li abbia in mano. Un altro grande problema e che rendono complicatissimo stabilire chi si sta accollando per ultimo il rischio. Il rischio alla fin fine è quello che il debito non venga ripagato. Quando una persona va in banca a chiedere dei soldi in prestito, la banca crea il denaro necessario li per li. E' denaro nuovo che prima non esisteva. Contemporaneamente si crea un debito pari allo stesso importo più un certo interesse, che chi prende questo denaro dovrà ripagare.

Il rischio originario del sistema è tutto li.

E' il rischio che alla fine qualcuno non ripaghi quel debito nei confronti della banca e che essa perciò subisca un equivalente perdita.

Una volta era facile sapere che si accollava questo rischio. Erano le banche. Quando un governo doveva intervenire o voleva avere un idea del rischio generale del sistema bastava che si rivolgesse al sistema bancario.

Con i cdo il rischio è stato sparpagliato e rivenduto a degli investitori. Con i cds il rischio venne scaricato invece sugli assicuratori. Quando scoppiò la crisi dei subprime che erano solo l'anello più debole di tutta la catena folle del debito che ha alimentato l'ultima bolla speculativa, si scoprì che era quasi impossibile risalire al rischio. L'identità di chi stringeva tra le dita il cerino spento si poteva scoprire solo quando qualcuno falliva e si era costretti a ripercorrere l'intera catena di debiti rivenduti e assicurati. Diventava quindi difficile capire chi salvare o anche solo intervenire dato che il rischio era finito in mano a soggetti (fondi di investimento, banche di investimento ecc) nei confronti dei quali governo e banca centrale non avevano giurisdizione.

La cosa non era ancora abbastanza folle evidentemente, dato che un bel giorno qualcuno seduto dentro un ufficio di una banca propose con entusiasmo: "Che ne dite se prendiamo dei cds li spezzettiamo e li impacchettiamo sotto forma di cdo? I rendimenti di queste nuove obbligazioni verrebbero sostenuti da tutti quelli che pagano il premio assicurativo".

In un mondo normale a questo punto la neuro, in assetto da combattimento, avrebbe fatto irruzione nella suddetta banca e avrebbe trascinato via questo individuo, mentre esso dibattendosi disperatamente gridava: "Voi non capite! Si chiamano innovazioni finanziarie!"

In quello che era il mondo fino a poco tempo fa invece, l'idea fu ritenuta valida ed i cdo di cds vennero chiamati cdo sintetici. Pensate che cosa straordinaria. Io avrei potuto comprare dei cdo ritenendoli un buon investimento e per sicurezza avrei potuto assicurarli tramite dei cds. Poi con qualche soldo avanzato avrei potuto scegliere di comprare dei cdo sintetici come ulteriore investimento e diventare senza saperlo l'assicuratore di me stesso.

E c'è pure gente che è rimasta genuinamente sorpresa quando tutta questa baracca crollò lo scorso anno.

Secondo Bloomberg il fallimento delle banche islandesi, unito a quello della Lehman e della Washington Mutual rappresenterebbero un "sostanziale" rischio per chi detiene questi cdo sintetici. Quanto sostanziale non lo dice, anche perché come già detto, lo si può scoprire solo quando si arriva all'ultimo anello della catena, quello costretto ad aprire il portafoglio e a pagare, ma la situazione potrebbe rivelarsi estremamente seria.

Sempre a proposito di assicuratori le maggiori aziende del settore stanno lavorando ad un piano da presentare al tesoro americano per poter scaricare tutta una serie di asset nel famoso TARP. In sostanza stan cercando un modo per poter scaricare nel TARP i cdo che hanno assicurato in modo da poter cancellare i relativi cds (cds che tanto non sono realmente in grado di pagare). Dopo le finanziarie che elargivano prestiti per comperare automobili a destra e a manca (come la GMAC il braccio finanziario della GM che si dice sia prossima al fallimento) adesso pure gli assicuratori fanno la fila per poter scaricare spazzatura nel TARP. Mi chiedo quanto potrà durare il TARP una volta aperto prima di esaurire tutti i 450 miliardi a disposizione (250 li hanno usati per ricapitalizzare le banche).

Come se non bastassero gli assicuratori ancora in vita se pur moribondi, anche quelli morti da un po', come l'AIG, non la smettono di ciucciare denaro dal governo. All'inizio la FED nazionalizzò l'AIG al costo di 85 miliardi. Non bastarono. Poco tempo fa ha dovuto allungarle altri 38 miliardi. Adesso l'AIG, dopo aver consumato due terzi dei 122,8 miliardi ottenuti dalla
FED chiede di poter avere accesso anche alla facility messa in piedi da essa per comperare commercial paper.

Tutta questa fame di denaro da parte dell'AIG fa pensare che la situazione sul mercato dei cds a seguito dei vari fallimenti bancari sia tutt'altro che rosea, nel qual caso l'AIG stessa potrebbe rivelarsi un vero e proprio pozzo senza fondo dal costo imprecisato.

Warren Buffet oggi ha dichiarato che è venuto il momento acquistare azioni perché il loro prezzo sarebbe basso. Molti ironicamente, riferendosi all'investimento fatto da Buffet nella Goldman Sachs, ribattono che riuscendo ad ottenere i suoi stessi termini sarebbero ben felici di investire. La mossa di Buffet sembra un insolito (dato il personaggio) tentativo di ripristinare un po' di fiducia sul mercato. Di solito se è venuto veramente il momento di comprare non lo vai a gridare in giro. Se hai il denaro di Buffet (l'uomo più ricco del mondo) cerchi di investirlo il più silenziosamente possibile.

Se la fiducia degli operatore di borsa stenta a tornare anche quella dei consumatori cola a picco. L'indice che la misura si è assestato ad un misero 57,5 contro un valore di 65 che si aspettavano gli analisti. Il dato si riflette nell'inflazione in calo e nell'aumento delle attività commerciali e di vendita che chiudono i battenti scatenando il panico tra gli esportatori indiani.

Oggi le borse Europee sono risalite è si sono riviste foto con trader sorridenti sui quotidiani online. Wall street ha chiuso in negativo anche se di poco. Se lo schema degli ultimi giorni sarà rispettato anche le borse Europee e Asiatiche lunedì perderanno costringendo i giornali a rispolverare le foto di ieri.

Staremo a vedere.