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martedì 10 marzo 2009

Piano B

I clima umido e gelido della scorsa settimana è riuscito a mettermi completamente KO, togliendomi, oltre a quello che potrebbe essere definito un livello accettabile di salute, qualunque spinta ad aggiornare il Blog. Fortunatamente però, da un paio di giorni a questa parte, il sole si è degnato di onorarci nuovamente della sua presenza e con il caldo anche le forze sembrano essermi tornate.

Non che si possa dire altrettanto dell'economia mondiale. Su quel versante il cielo rimane plumbeo e pesante, coperto da nuvoloni neri che non annunciano nulla di positivo. La scorsa settimana è stato il continuo precipitare delle borse mondiali a catturare l'attenzione generale. Sembrava quasi di essere tornati ad Ottobre scorso e sebbene l'entità complessiva del crollo sia stata meno marcata di allora è bastata a scatenare accesi dibattiti. Tutti si domandano quanto ancora manchi alla completa capitolazione e relativa fuga degli investitori dai mercati e quanto i vari listini distino realmente dal fondo.

L'osservato speciale, chiamato S&P 500, ha chiuso venerdì a -24,33% rispetto inizio anno, trovando un valore di supporto a 666 (vi lascio immaginare quante battute siano girate su questo fatto) e recuperando quasi il 2,5% nell'ultima mezz'ora. Dato il pessimo andamento di Wall Street nel corso dell'intera settimana, chiudere positivamente l'ultimo giorno di contrattazione aveva un significato particolare. Diversa gente venerdì, durante le ultime ore di contrattazione, aveva invocato l'intervento del PPT, della divina provvidenza, di Cthulhu o di chiunque altro fosse in grado di invertire la discesa dei listini. A quanto pare le loro preghiere sono state ascoltate e gli indici si sono fatti una bella galoppata finale che li ha portati in territorio positivo.

Uno dei pochi segnali incoraggianti in una lunga settimana di agonia.

Quattro giorni fa, sia la BCE che la BOE (la banca centrale inglese) hanno tagliato di 0,5% il tasso di interesse portandolo rispettivamente all'1,5% e allo 0,5%. La BOE ha anche annunciato l'adozione di misure di "quantitative easing", per un ammontare di 75 miliardi di sterline da usare, nel corso dei prossimi 3 mesi, per acquistare bond governativi. Un estremo tentativo di aumentare la liquidità in circolazione. Molti speravano che queste due interventi avrebbero rincuorato le borse spingendole al rialzo. I mercati invece, non hanno dato segno di essersene minimamente accorti.

Anzi, per quel che riguarda l'Inghilterra, Graham Secker, analista strategico alla Morgan & Stanley, ha prospettato un futuro peggiore di quello della grande depressione, prevedendo un crollo dei profitti del 60% - rispetto al picco - durante il biennio 2008-2009, mentre il dato dei primi anni 30 si assestò ad un più contenuto -57%. La scorsa settimana i profitti dello S&P 500 hanno toccato il -61% dal picco, il peggiore risultato dal 1871. Nefasto precedente, dato che il termine "venerdì nero" fa riferimento al 24 settembre 1869 (un venerdì), quando una folla inferocita dette l'assalto agli istituti bancari, come forma estrema di protesta nei confronti dell'improvviso aumento del prezzo dell'oro causato dalle truffaldine manipolazioni di un gruppo di speculatori e minacciò di prelevare i banchieri dai propri uffici per impiccarli lungo le vie delle città. Un avvenimento che fece da apripista alla successiva depressione diffusasi tra 1870 ed il 1873 dall'Europa agli USA e che terminò ufficialmente nella primavera del 1879.

A produrre i risultati negativi dell'ultima settimana di contrattazione hanno contribuito diversi fattori. Le dichiarazioni fatte dai revisori indipendenti sulla dubbia sostenibilità economica della GM, ad esempio, hanno riscosso una certa attenzione, riaprendo prospettive di bancarotta per il gigante del settore auto e gettando i listini nello scompiglio. Un numero crescente di politici Repubblicani ultimamente ha invocato a gran voce che la si faccia finita permettendo alla General Motors di appellarsi al "chapter 11", una "bancarotta riorganizzativa", da cui essi ritengono, l'azienda potrebbe uscire ridimensionata, ma più solida. I Democratici invece si oppongo a questa linea d'azione, convinti che la GM non abbia le risorse per sopravvivere ad un "chapter 11" e che ciò, potrebbe costringere l'azienda a dichiarare fallimento in maniera definitiva.

La situazione della società di Detroit rimane fluida ed incerta, dopo che i vertici hanno negato con insistenza ogni possibilità di bancarotta.

Un altro brutto colpo per il morale degli investitori è arrivato dai pessimi dati sull'occupazione americana, scesa dell'8,1% a Febbraio, il quattordicesimo mese di contrazione consecutivo, con una perdita complessiva pari a 651000 posti di lavoro.

Anche l'FDIC, l'ente USA che si occupa di liquidare le banche fallite (se conoscete l'inglese qua potete vedere un interessante servizio di 60 minutes su come esso operi), ha scaricato una bella secchiata d'acqua ghiacciata addosso a chi, ancora sperava in un lento miglioramento della situazione, annunciando di essere in mutande. Il fondo privato di garanzia a disposizione dell'ente ed a cui tutte le banche sono obbligate a contribuire, versando una piccola percentuale per ogni dollaro depositato presso di esse, è in via di esaurimento. La responsabilità va attribuita all'ondata di fallimenti che negli ultimi mesi ha investito il settore bancario (17 solo quest'anno, qua trovate l'elenco completo). Per ovviare a questo inconveniente l'FIDC è stato costretto a chiedere ad ogni istituto di aumentare la sua quota di contributi, scatenando una piccola insurrezione: il settore bancario non ha voluto saperne. Il denaro è poco, ed una manovra simile impatterebbe in particolar mondo sulle banche minori, prelevando loro dal 50% al 100% dei ricavi incassati nell'ultimo anno.

L'FDIC ha dovuto arrendersi, rinunciando ai suddetti aumenti e come sempre succede in questi casi, non ha avuto altra scelta che andare a batter cassa presso il governo degli Stati Uniti, il quale, ormai abituato a scucire miliardi come se piovesse, senza pensarci su troppo ha gentilmente acconsentito a stanziare, fino al 2010, 500 miliardi di dollari per il fondo dell'FDIC.

L'evento però, che più di ogni altro ha terrorizzato gli analisti è stata la spirale discendente in cui si è trovata imprigionata la General Elettric. A due giorni di distanza da un taglio dei dividendi senza precedenti, se non durante gli anni della grande depressione, il titolo del colosso industriale è sceso sotto i 6 dollari, 11 in meno rispetto ai 17 a cui veniva scambiato solo un paio di mesi fa. A preoccupare gli osservatori è la condizione del ramo finanziario dell'azienda, la GE Capital, arrivato negli ultimi anni a garantire con regolarità, metà dei ricavi dell'intera società e che secondo molti nasconderebbe tra i suoi bilanci miliardi di perdite non dichiarate: dai 21 ai 54 miliardi secondo Nicholas P. Heymann e Matthew Kelley, due analisti alla Sterne Agee.

Giovedì scorso, Keith Sherin, CFO dell'azienda, ha smentito davanti ai microfoni della CNBC - canale televisivo di proprietà della GE stessa - ogni voce riguardo a possibili problemi economici da parte dell'azienda, dichiarando che il denaro cash che essa ha sottomano, ammonterebbe a 45 miliardi di dollari, sufficienti ad affrontare qualunque traversia i mercati possano gettarle addosso. Il titolo è risalito leggermente nei giorni successivi all'uscita della Sherin, superando venerdì i 7 dollari. Eppure, molti continuano a manifestare un certo scetticismo. Troppe volte hanno ascoltato assicurazioni televisive da parte di CEO e CFO sulla condizione di grandi società, poco prima che queste fallissero. I ricordi della Bear, della Lehman, dell'AIG bruciano ancora, come delle ferite aperte.

Tutti attendono che venga fatta un po' di chiarezza sulla situazione finanziaria della GE e confidano in una presentazione che i vertici dell'azienda hanno promesso di fare la settimana del 16 Marzo, per illustrare agli analisti con dati precisi, lo stato di salute del colosso industriale.

Intanto,secondo Karl Denninger, la GE assieme ad altre società tutto sommato sane, come la Berkshire Hathaway, sarebbero sotto attacco da parte degli speculatori. Questi ultimi, sfrutterebbero i CDS per scommettere al ribasso su determinate azioni, aggirando così, ogni controllo e supervisione esistente - i CDS sono degli strumenti non regolati. Un giochino che permetterebbe di colpire un qualunque titolo, scatenando una spirale discendente sul suo valore.

I CDS sono una forma di assicurazione finanziaria. Ufficialmente dovrebbero essere acquistati da qualcuno che ha intenzione di garantirsi contro la possibilità che una certa azienda (o stato), di cui possiede delle obbligazioni, fallisca, lasciandogli in mano dei pezzi di carta senza valore.

In realtà, non è necessario dimostrare di avere delle obbligazioni per potersi assicurare. In sostanza si può scommettere liberamente sulla possibilità che una qualunque azienda fallisca. Se il fallimento si verifica effettivamente, chi ha acquistato i CDS riceverà in pagamento una somma pari a quella per cui si era assicurato. Un po' come se il vostro vicino fosse in grado di assicurarsi contro l'eventualità che casa vostra vada a fuoco, cosa proibita con le assicurazioni tradizionali dato che, beh, non incita esattamente alla conservazione del patrimonio immobiliare (piuttosto alla piromania).

Chi vende dei CDS - in cambio di un premio mensile che ogni acquirente versa - generalmente, per coprirsi contro il rischio che l'azienda in questione fallisca davvero, gioca al ribasso sul titolo di quest'ultima, in modo da trarne un guadagno nel caso il valore dovesse effettivamente calare. Dato che i CDS sono strumenti non regolati, non esiste nessun organo preposto al controllo della solvibilità delle società che li emettono. In soldoni, tramite essi si può scommettere al ribasso su un qualunque titolo senza dover presentare significative garanzie, correndo dei rischi molto limitati e producendo una perversa spirale fatta da: calo del valore delle azioni, diminuzione del capitale disponibile, declassamento del rating, aumento del valore dei CDS per poi cominciare di nuovo da capo con l'acquisto di altri CDS ecc.

Il costo dei CDS sulla GE e sulla Berkshire Hathaway è salito alle stelle nell'ultima settimana, facendo temere che le due grandi aziende possano perdere la propria immacolata tripla A di rating. (proprio oggi Warren Buffet, leggenda della finanza e capo della Berkshire, ha dichiarato che l'economia è crollata giù da un precipizio, paragonando la crisi economica ad una vera e propria guerra che ogni patriottico cittadino americano dovrebbe combattere).

Come se non bastasse, Bloomberg ha rivelato che anche quegli individui che hanno acquistato i CDS come forma di assicurazione, spesso si trovano a sperare che l'azienda di cui detengono le obbligazioni fallisca. Diverse corporation negli ultimi tempi hanno proposto ai propri obbligazionisti di convertire parte del debito esistente in azioni comuni, nel tentativo di aumentare la propria capitalizzazione, trovandosi spesso di fronte ad un netto rifiuto. Normalmente la sopravvivenza di un azienda dovrebbe essere nel pieno interesse di chi ne detiene i bond. Quando si posseggono anche dei CDS invece, risulta spesso più conveniente lasciare che la società fallisca, per poter incassare in pagamento la somma per cui ci si era assicurati.

Si sta facendo un gran chiacchierare quindi, di una realtà che è sempre stata sotto il naso di tutti: i CDS sono un mostro lasciato per troppo tempo libero di scorrazzare in maniera incontrollata per i mercati di mezzo mondo. Ed il mostro non sta preannunciando nulla di buono. Se durante il periodo del fallimento della Lehman e dell'AIG erano 75 le compagnie su cui veniva richiesto il pagamento di un anticipo, come condizione all'emissione dei CDS - per la maggior parte compagnie finanziarie - ora il loro numero è salito a 260.

Quando un'azienda è considerata particolarmente pericolante, oltre al premio mensile, chi vende dei CDS normalmente richiede in pagamento, come quota iniziale fissa, una percentuale della somma per cui ci si vuole assicurare. Per la GE, ad esempio, la scorsa settimana veniva richiesto come anticipo il 17,5%.

Nel grafico sotto si può vedere l'aumento che gli anticipi sui CDS hanno subito negli ultimi 6 mesi, separato per i differenti settori:



Per fortuna sembra che si stia cominciando a discutere seriamente su come gestire e regolare il mostro dei CDS. Al momento 4 aziende stanno stilando delle proposte per lo sviluppo di un efficace sistema di controllo dietro richiesta dei regolatori USA. La mia impressione purtroppo, è che tutto sembri muoversi ancora troppo lentamente considerata la gravità della situazione.

Se gli USA hanno attraversato una brutta settimana, nel resto del mondo le cose non stanno andando particolarmente meglio. Per la prima volta dal dopoguerra in avanti, la banca mondiale ha previsto che l'economia planetaria subirà un arretramento. Il maggior contributo alla contrazione dell'economia lo daranno i paesi emergenti: Asia, America Latina ed Europa dell'est. Per ovviare a questo problema, il presidente della banca mondiale Robert Zoellick, sta premendo affinché i paesi più ricchi mettano da parte lo 0,7% del denaro speso per gli stimoli economici e istituiscano un fondo di solidarietà a favore delle nazioni emergenti.

Zoellick dovrebbe spiegare però, come possa lo 0,7% degli stimoli erogati fino a ora, riuscire a compensare la distruzione - secondo l'Asian Development Bank - di 50 trilioni di dollari di valore sugli assets finanziari, quasi pari al PIL dell'intero pianeta (poco più di 65 trilioni nel 2007), distruzione che vedrebbe proprio Asia ed America Latina tra le principali vittime.

E del resto, anche la definizione di paese ricco sta diventando un impresa elusiva.

In Europa continua l'agonia di numerosi stati: la disoccupazione in Spagna ha toccato quasi il 15%, l'Irlanda come ha scritto un giornalista "è ad una testa spaccata di distanza dalla rivolta", lo spread dei CDS sull'Austria ha toccato i 250 punti base, lo stesso livello di quelli sulla pericolante Grecia, in Germania gli ordinativi delle industrie sono crollati del 42% in Gennaio. L'Unione Europea ha annunciato oggi, attraverso il Comitato per l'occupazione e per la protezione sociale che entro il 2010 si rischiano 6,5 milioni di disoccupati all'interno del territorio UE. Per scongiurare questa eventualità ha consigliato una serie di misure che trovo francamente risibili (leggetevi l'articolo se siete curiosi).

Anche in Italia la situazione si sta aggravando. Tremonti ogni tanto, facendo il giocoliere con le parole, prova a farlo presente: da un lato risulta evidente il suo desiderio di rassicurare la popolazione e dall'altro il tentativo di non raccontare panzane troppo clamorose. A quello ci pensa Berlusconi che riprendendo il ministro dell'economia come si fa con gli studenti disobbedenti, se ne va in giro a dichiarare:

La crisi "esiste" ma "è vissuta sui media in maniera più drammatica di quella che è", e il calo delle borse "è dovuto a una manciata di azioni". E la Rai "è l'unica tv di Stato che attacca il governo in carica".

Penso non ci sia bisogno di commentare questo tipo di affermazioni. Oggi Berlusconi ha affermato:

"Non ci saranno situazioni di miseria, di crisi acuta, il Governo è presente per sostenere i cittadini meno fortunati".

"Il mondo ha conosciuto altre crisi ma anche questa come tutte finiscono. Questa crisi sembra particolarmente grave - ha aggiunto - ma la sua profondità e la sua estensione nel tempo dipendono dai nostri comportamenti"

Per una volta sono perfettamente d'accordo con il presidente del consiglio. La profondità e l'estensione della crisi dipende dai nostri comportamenti ed in particolar modo dalle azioni che i governi dell'intero pianeta portano avanti. In Italia oltre a bearci per il fatto che le nostre banche sono meno esposte rispetto a quelle del resto dell'Unione (resta il grosso ? chiamato Unicredit), viene avanzata ancora una volta la mitologica trovata delle grandi opere. Sono stati annunciati stanziamenti per la costruzione del ponte sullo stretto di Messina, opera di cui si parla da che sono al mondo (ed ho la sgradevole sensazione che quando sarò sottoterra saranno ancora li a discuterne) ed è stato promesso il completamento della Salerno Reggio Calabria per il 2012-13 (se ci credete davvero ho una torre pendente da vendervi).

Quest'anno in tutto dovrebbero venir stanziati 10,8 miliardi per le grandi opere. Se siamo fortunati di esse, ne partiranno due o tre.

Le altre saranno rimandate a data da destinarsi, ma anche se per qualche miracolo partissero subito, come ho ripetuto più volte, si tratta in ogni caso di interventi poco efficaci, che muovono grandi capitali, ma poca manodopera. Come dimostra il Giappone, misure del genere non funzionano durante crisi come quella che stiamo attraversando.

Summers, il padrino di Geithner, dal canto suo ha lanciato oggi dalla casa bianca, un appello al G20, perché si impegni nel rilancio della domanda mondiale. Come questa domanda andrebbe rilanciata non è dato sapere con certezza. Summers sembra invocare il solito e generico aumento di spesa pubblica, come motore in grado di produrre il famigerato aumento della domanda aggregata, ma Jean-Claude Juncker a capo del comitato composto dai ministri delle finanze UE, gli ha già risposto con un deciso: no grazie. Sempre oggi, Geithner il figlioccio di Summers e ministro del tesoro USA, quasi si vergognasse a mostrare il suo viso in pubblico, ha posticipato per l'ennesima volta la presentazione dei dettagli sul piano di intervento per il settore finanziario. In particolar modo, sembrerebbe essere ancora in alto mare la parte che prevede l'istituzione di un organo pubblico/privato per l'acquisto degli assets tossici in pancia alle banche.

Sarà senz'altro colpa mia, ma ancora non ho ben capito come dovrebbero funzionare gli interventi in corso e quelli annunciati o meglio, non mi è chiaro un piccolo passaggio. Per riprendere la vignetta all'inizio di questo post, tutti i progetti fin ad ora presentati - chiamiamoli piano A - possono essere riassunti in 3 fasi distinte collegate tra loro:

  1. Garantire la solvibilità delle banche e del sistema finanziario con tutto il denaro necessario (basta evitare il termine nazionalizzazione) e contemporaneamente spendere un sacco di soldi che non si hanno veramente, in opere pubbliche di discutibile utilità o per sostenere aziende decotte. Il tutto ovviamente indebitando gli Stati (tranne in alcuni rari casi, come quello Cinese)
  2. Poi un miracolo si verifica
  3. Come conseguenza la gente riprende a spendere e consumare, il credito a scorrere e le aziende a produrre ed assumere

Penso che qualcuno dovrebbero chiarire meglio il secondo passaggio. Come si riesca a passare dagli interventi attuali, ad una ripresa dell'economia mi sfugge, così come a sfuggirmi è la strategia che si intende adottare nei confronti degli assets tossici in pancia al sistema bancario. Magari a Geithner riuscirà la quadratura del cerchio, grazie ad un magnifico piano ancora sconosciuto e tutta l'Europa gli andrà dietro facendoci uscire da questo buio tunnel, ma dati i precedenti nutro ben poca fiducia a questo riguardo.

Ancora più importante. Quale sarebbe esattamente il piano B?

Se tutte le trovate si rivelassero insufficienti e l'intero pianeta piombasse in una depressione di diversi anni o in una stagnazione decennale simile a quella attraversata dal Giappone (cosa che Roubini sembra ritenere sempre più probabile man mano che il tempo passa) che si fa?

Il Giappone restò a galla a forza di svalutazione ed esportazioni, ma se tutto il mondo è messo nelle medesime condizioni verso chi dovremmo mai esportare?

Se esiste veramente un piano B, temo che esso preveda militari in assetto da combattimento che scorrazzano per le vie delle nostre città (e non mi riferisco alla trovata pubblicitaria dei 3000 uomini messi in campo da questo governo). Nel caso, spero di non essere mai costretto a scoprire per via diretta il contenuto di questo piano (anche se non mi dispiacerebbe mi fosse illustrato a parole).

Nel frattempo, mi limito ad aspettare con pazienza, confidando che esista da qualche parte un ministro del tesoro, un banchiere centrale o un esimio economista che vogliano spiegarmi cosa succede durante il secondo e critico passaggio del piano A, con termini un po' più convincenti rispetto ad un semplice: " e poi un miracolo si verifica".

giovedì 8 gennaio 2009

L'anno del terrore (prima parte)

Il 2008 è finalmente terminato, lasciandosi alle spalle un cumulo di macerie finanziarie ed un numero crescente di cadaveri: diversi illustri personaggi non sopportando il peso del proprio fallimento economico, hanno scelto di farla finita togliendosi la vita (l'ultimo caso è quello dell'ex miliardario tedesco Adolf Merckle ).

Come ogni inizio d'anno due cose sono d'obbligo: i buoni propositi e le previsioni per l'anno appena cominciato.

Nel 2009 mi riprometto, oltre che cercare di arrivare vivo al 2010, di aggiornare il blog con maggiore regolarità. Negli ultimi tempi ho avuto difficoltà a farlo e sebbene sia per me irrealistico arrivare a scrivere un articolo al giorno, 3 alla settimana sono perfettamente alla mia portata.

Per quel che riguarda le previsioni invece, questo sarà ricordato come l'anno del terrore.

Il 2007 è stato l'anno della negazione. Quelli come me, che hanno assistito con orrore per anni alla scientifica costruzione della crisi attuale, quando nell'estate del 2007 videro i due fondi della Bear Sterns fallire e le banche che avevano prestato loro miliardi, dibattersi impotenti, non riuscendo a rivendere i cdo ricevuti come garanzia, capirono immediatamente che era finita. Il giocattolo attorno al quale l'economia di mezzo mondo aveva girato per 4 anni diventandone irreparabilmente dipendente, si era rotto.

I banchieri centrali e gli economisti mainstream impiegarono diverso tempo prima di rendersi pienamente conto di quanto fosse grave la situazione. Abbiamo passato mesi a sentire Bernanke, Paulson ed amici, ripetere frasi come: "non preoccupatevi, i problemi sono contenuti" , "la crisi dei subprime non infetterà il resto dell'economia". Peccato che la crisi non riguardasse semplicemente i subprime, ma coinvolgesse l'intero spettro della finanza. I subprime erano solo l'anello più debole e pertanto furono i primi a cedere. Tutto il resto seguì a breve distanza.

Il 2008 è stato l'anno del riconoscimento.

Un periodo durante il quale, perfino gli economisti più ottusamente ottimisti hanno dovuto rassegnarsi, riconoscere che una crisi esisteva e che essa coinvolgeva l'intera economia. Ad inizio 2008 gli analisti ancora vaneggiavano di una probabile ripresa del mercato nella seconda metà dell'anno. Poi arrivò il fallimento della Bear Sterns a smorzare gli entusiasmi e la nazionalizzazione della Fannie Mae e della Freddie Mac a gelare le aspettative. Il colpo di grazia fu inferto dal fallimento della Lehman. Il 10 Ottobre scorso ci ritrovammo letteralmente a qualche giorno di distanza dal collasso dell'intero sistema finanziario internazionale.

Il terrore avvolse i mercati. I banchieri centrali ed i governi intervennero arrivando progressivamente a farsi garanti dell'intero sistema finanziario. Gli stenti delle borse però, dovevano ancora riversarsi sull'economia reale. Il travaso è cominciato da appena qualche mese, ma già la paura si sta facendo strada mentre i settori industriale, quello pubblico e dei servizi entrano in sofferenza.

Il 2009 sarà l'anno del terrore.

Il pieno impatto della crisi colpirà l'economia reale. Le grandi aziende ridurranno drasticamente gli investimenti e licenzieranno personale, mentre un gran numero di piccole e medie aziende falliranno seguite a ruota dai grandi magazzini e dalle catene di distribuzione. Quella che per ora può essere classificata come una sensazione di paura serpeggiante si trasformerà in un ondata di puro terrore che avvolgerà gran parte della popolazione. Anche i soliti analisti che sperano in un accenno di ripresa nella seconda metà dell'anno (tanto per cambiare) dovranno arrendersi all'evidenza e rassegnarsi di fronte ad un fondo che sembrerà non arrivare mai.

Il 2010 con tutta probabilità sarà l'anno della rabbia.

Una rabbia partorita dal terrore e dalla sensazione di impotenza che dilagherà quest'anno. A seconda di come gli stati decideranno di gestire questa rabbia e la frustrazione della popolazione, il finale del 2010 potrà alternativamente offrire uno spiraglio di speranza o un biglietto di sola andata per un caos le cui ultime conseguenze, al momento, sono difficilmente prevedibili.

Non è il caso però, di spingersi troppo in là con la sfera di cristallo. Per ora mi limiterò a illustrare cosa potrebbe riservare il 2009 ai principali attori della scena economica internazionale, cominciando dal protagonista indiscusso.

Stati Uniti

Obama ha pre annunciato spese folli per il 2009. Il piano di intervento economico che il neo presidente varerà a breve è di puro stampo Keynesiano: prevede ingenti spese in infrastrutture, investimenti per lo sviluppo delle energie rinnovabili, aiuti economici ai singoli stati, sgravi fiscali di 500 dollari ad individuo e di 1000 dollari per famiglia. Il tutto per il modico importo di 775 miliardi di dollari, con l'esplicita speranza da parte della nuova amministrazione di arrivare a creare 3 milioni di posti di lavoro.

Nessuno sembra mettere in discussione la correttezza di questa linea di azione. Se la gente non è più in grado di indebitarsi per tenere in piedi la baracca che lo faccia lo stato, dicono gli economisti. Quasi tutti almeno. Uno dei pochi economisti mainstream che ha criticato apertamente la strategia di Obama è Willem Buiter. Ex membro della banca centrale inglese, attualmente docente alla London School of Economics, Buiter in un recente articolo ha detto che gli Stati Uniti non si possono più permettere certe spese e che dovrebbero andarci piano con i pacchetti di stimolo finanziati a suon di debito.

Buiter prevede che il deficit USA nel 2009 e nel 2010 si avvicinerà ai 2 trilioni di dollari (l'anno) ed afferma che quella che può apparire come l'unica soluzione nel breve termine, potrebbe avere conseguenze terribili nel lungo termine. Con lungo intende un massimo di 5 anni, il limite di tempo entro il quale Buiter prevede che quegli stati che storicamente hanno sempre sostenuto l'America comprandone il debito, si daranno alla macchia scaricando asset denominati in dollari sul mercato.

Buiter descrive la linea di pensiero che sembra imperare dicendo:

Molti cattivi consigli riguardo la politica da adottare derivano dalla non comprensione dell'impatto a breve termine e lungo termine degli eventi e delle scelte politiche. Troppo spesso ho sentito varianti della seguente questa frase: "Il lungo termine è solo una sequenza di brevi termini, quindi se ci assicuriamo che le cose abbiano sempre senso nel breve termine, il lungo termine si occuperà da solo di se stesso". Questa fallacia, che io, ingiustamente, etichetterò come fallacia Keynesiana, combina tre errori.

Buiter si lancia poi ad illustrare i tre errori in questione. Il primo dovrebbe essere ovvio. Non abbiamo nessuna prova che sistemando le cose a breve termine anche il lungo termine si sistemi. Anzi, è quasi dimostrabile il contrario (se per sistemare le cose a breve termine si intende: "indebitarsi fino alla radice dei capelli", nel lungo termine arriverà il momento in cui questo debito dovrà essere ripagato con gli interessi). Il secondo errore è l'incapacità dei modelli economici esistenti, a cui politici ed economisti si affidano, di prevedere con accuratezza le conseguenze future che gli interventi attuali potrebbero produrre. Il terzo problema nasce dal fatto che molti dei soggetti che operano ed investono sul mercato lo fanno in base a personali valutazioni sul futuro andamento del mercato stesso. Per essi il lungo termine è ora e chi ha il compito di decidere della politica economica di interi paesi dovrebbe tenerne conto.

I giapponesi più di dieci anni fa, percorsero la stessa strada che gli USA sembrano intenzionati ad imboccare, senza ricavarne particolari benefici. Il governo giapponese riempì il paese di cattedrali nel deserto, cementando il cementabile, mentre contemporaneamente la banca centrale abbassava il tasso di interesse a zero e si lanciava in misure di quantitative easing. Non servì a nulla. Il paese del Sol Levante si trovò impantanato in una deflazione decennale con l'aggravante di trasformarsi, nel giro di pochi anni, da uno degli stati creditori per eccellenza in uno degli stati con il più elevato rapporto debito/pil al mondo (quasi il 180%).

Un articolo del Wall Street Journal riassume per tappe gli infruttuosi tentativi giapponesi di rimettere in moto un economia dal motore rotto, durante tutti gli anni 90. Chiunque provasse a mostrare agli economisti mainstream il caso giapponese come dimostrazione della natura fallimentare di un certo tipo di interventi si sentirebbe rispondere: "I giapponesi non sono intervenuti tempestivamente e quando finalmente si sono decisi non lo hanno fatto in maniera sufficientemente massiccia". Non fu quindi la medicina ad essere sbagliata, bensì la dose somministrata. Un argomentazione che non mai trovato convincente.

Ciò che salvò il paese del Sol Levante da un destino ben peggiore fu l'alto tasso di risparmio dei suoi cittadini che permise a questi ultimi di continuare a mantenere un livello accettabile di consumi. Gli USA purtroppo, non hanno la stessa fortuna. I cittadini americani sono in mutande è si vedono costretti a limitare le proprie spese. L'emblema di questa situazione è rappresentato dal mercato dell'auto uno dei settori maggiormente colpiti dal calo dei consumi.

Il filmato qua sotto anche se non comprendete l'inglese, mostra brutalmente quanto sia aumentato l'invenduto nel settore automobilistico. Si parla di mercedes, bmw e toyota. Auto di fascia alta o tecnologicamente all'avanguardia.



Non potendo contare sui risparmi interni da parte dello stato o dei privati e neppure su una bilancia commerciale in attivo a chi si rivolgeranno gli USA alla ricerca di denaro?

Lo spiega Brad Setser in un recente articolo: gli Stati Uniti per finanziare i propri interventi dovranno rivolgersi alle banche centrali degli altri paesi, in particolare quella cinese, quella giapponese e quelle degli stati del golfo.

Vi chiederete dove sia la novità.

La novità sta nella conclusione a cui giunge Setser dopo aver analizzato l'andamento dei capitali in entrata ed in uscita dagli USA. Nel grafico sotto si può notare che essi hanno un andamento pressoché identico.


Dice Setser:

Notate come i totali dei flussi in entrata ed in uscita si muovano insieme nel grafico - a parte le entrate che furono attratte dagli alti tassi di interesse USA negli anni ottanta e nel periodo di fine anni novanta quando gli investitori esteri si accalcavano per comprare azioni americane. La maggior parte dell'aumento del flusso totale riflette un aumento dei flussi a breve termine ed i flussi bancari a breve termine tra diverse nazioni, spesso sembrano compensarsi tra loro. O per metterla in altro modo, il deficit USA non è stato finanziato tramite indebitamento a breve termine nei confronti delle banche private del mondo.

Immaginate il processo in questo maniera. Supponete che una banca USA presti un miliardo di dollari ad una banca londinese e che questa presti a sua volta quel denaro ad un Hedge Fund domiciliato nei Caraibi il quale lo usi infine per acquistare un miliardo in securities americane. Questa catena comporta un flusso in uscita e uno in entrata, ma quello in uscita ha finanziato quello in entrata - esso non contribuisce a finanziare il deficit corrente. Come contrasto, l'acquisto da parte della Cina di securities del Tesoro (buoni del tesoro ndr) o delle Agenzie (titoli delle GSEs ndr) riflettono in gran parte il surplus finanziario cinese - non si tratta di banche cinesi che si indebitano con banche americane. Questo certamente aiuta a finanziare il debito corrente USA.

Setser conclude la sua analisi (che vi consiglio di leggere interamente) dicendo:

Le banche centrali sono state per tutto il tempo, la principale fonte di finanziamento per il deficit USA. Mettendo da parte il Giappone, le nazioni con grandi surplus finanziari stavano costruendo le proprie riserve ufficiali ed i propri fondi sovrani - ed entrambi sono stati il vettore chiave nel fornire finanziamenti alle nazioni con dei deficit.

E quando la domanda (netta) da parte dei privati per assets USA è crollata essa è stata rimpiazzata da quella delle entità ufficiali (banche centrali ndr).

In sostanza il finanziamento che le banche centrali del mondo concedono agli USA acquistando buoni del tesoro non sarebbe semplicemente fondamentale. Sarebbe TUTTO.

Questo rende qualsiasi previsione sul futuro imprescindibilmente dipendente da considerazioni di natura politica. Fino a quando Cina, Giappone e stati del Golfo decideranno di continuare a sostenere gli Stati Uniti la baracca starà in piedi. Se anche uno dei maggiori finanziatori del deficit USA dovesse dileguarsi non esisterebbe nessun capitale privato in grado di prenderne il posto.

Giappone e stati del Golfo sono legati con il cordone ombelicale alle sorti degli Stati Uniti e difficilmente cambieranno la propria politica economica. Per la Cina si tratta invece di un matrimonio di puro interesse. Non appena le si dovesse presentare un occasione vantaggiosa per dileguarsi lo farà.

La Cina e gli Stati Uniti, sono i due paesi che reggono tra le mani il destino dell'intera economia mondiale.

Il titolo di un intervista a Gao Xiqing, un signore che gestisce 200 dei 2000 miliardi di dollari in mano al governo cinese sintetizza bene la posizione cinese: "Siate carini con i paesi che vi hanno prestato denaro". Gao racconta come i cittadini cinesi odino il fatto che il loro governo investa un enorme quantità di denaro in securities ed asset statunitensi invece di utilizzarlo internamente a beneficio della popolazione.

Dice Gao:

Ma penso che in definitiva, il governo americano debba parlare con la gente e dire: "Perché non ci riuniamo insieme e non ragioniamo sulla situazione? Se la Cina ha 2 trilioni, il Giappone ha quasi 2 trilioni, e la Russia ne ha diverse (riserve monetarie ndr), e tutti gli altri, poi - gettiamo via le differenze ideologiche e pensiamo a cosa sia meglio per tutti quanti." Possiamo riunire insieme tutte le persone rilevanti e pensare a un sistema, quello che la gente chiama una seconda Bretton Woods che faccia quello fece la prima Bretton Woods.

Sono sempre stato scettico sull'eventualità di una seconda Bretton Woods. A chi invoca un evento del genere mi sembra sfugga il contesto in cui gli accordi di Bretton Woods furono siglati. La seconda guerra mondiale stava terminando. L'Europa era un cumulo di macerie. La vecchia potenza imperiale, l'Inghilterra, pur non avendo perso la sua rilevanza non poteva vantare alcun primato e si ritrovava con una sfera di influenza ridotta all'osso. Gli Stati Uniti invece uscivano dal conflitto come la nuova super potenza, sia dal punto di vista militare che economico. Questo realtà non era in discussione e non era contrattabile, come dimostrò il fatto che tra i due piani presentati a Bretton Woods: quello inglese di Keynes teso ad avvantaggiare le nazioni debitrici e quello di Barry White che avvantaggiava principalmente gli USA, allora il maggiore creditore mondiale, venne "imposto" quest'ultimo.

Oggi è tutto più torbido e confuso. Gli USA non sono ancora ridotti così male da dovere accettare di scendere a patti sottoscrivendo pesanti concessioni, tra cui la più ovvia, sarebbe l'istituzione di un paniere di valute di riferimento mondiale, togliendo al dollaro la sua posizione di privilegio. Ne d'altra parte, la Cina può vantare quella posizione di impareggiabile potenza nella quale si ritrovarono gli USA nel 1944. Pur essendo essa il maggiore creditore mondiale, si trova a dipendere eccessivamente dalle esportazioni in un momento in cui la domanda mondiale di merci si sta azzerando.

Una seconda e credibile Bretton Woods si potrà verificare solo quando i maggiori paesi del mondo si ritroveranno con le spalle al muro o in seguito ad un evento traumatico (una guerra mondiale ad esempio). Ora è ancora presto.

Anche quest'anno, ritengo che la Cina continuerà a sostenere le spese degli USA acquistandone costantemente il debito. Contemporaneamente sperimenterà soluzioni alternative per sfuggire alla crisi, come la creazione di un area di scambio asiatico e cercherà diplomaticamente di contenere gli interventi economici di Obama (dato che non si traducono in maggiore domanda per merci cinesi).

Gli USA riusciranno quindi a finanziare il proprio deficit nel 2009. Il pacchetto di stimolo economico da quasi 800 miliardi di dollari non otterrà però i risultati sperati. L'economia Statunitense continuerà a deteriorarsi. Il mercato immobiliare commerciale crollerà replicando l'andamento tenuto nell'ultimo anno da quello residenziale. Anche la condizione di quest'ultimo continueranno ad aggravarsi, arriverà l'ondata di reset tra gli option arms (mutui esotici) portandone alle stelle le rate mensili.

I consumi non si riprenderanno. La gente aumenterà il proprio tasso di risparmio e continuerà a diminuire le spese. Anche quelli che potrebbero ottenere del credito dopo aver assistito alle conseguenze a cui può portare un eccessivo indebitamento saranno molto prudenti nelle loro scelte finanziarie. Continuerà quel processo di modifica generazionale nell'attitudine con cui la gente si avvicina al consumo/risparmio. Un cambiamento che rimarrà con noi a lungo. Le manovre della FED per iniettare liquidità nel sistema falliranno miseramente. Questo perché ancora una volta il problema non è di liquidità, ma di insolvenza. Insolvenza sia a livello di sistema finanziario sia a livello individuale, causata dal peso dell'indebitamento. La FED sta combattendo la battaglia sbagliata.

Assisteremo ad un aumento spaventoso dei default nel mercato dei corporate bond, pur offrendo dei rendimenti stellari pochissimi correranno il rischio di acquistarli. Delle tre grandi case automobilistiche americane ne rimarrà con tutta probabilità una sola. Il tasso di disoccupazione salirà fino a raggiungere la doppia cifra. Si moltiplicheranno le richieste per la creazione di barriere commerciali nei confronti dei grandi paesi esportatori e le proteste nei confronti dell'outsourcing, della delocalizzazione e dell'ingresso di stranieri nel territorio americano grazie a permessi di lavoro. Il PIL USA continuerà a calare per l'intero anno.

La borsa dopo una breve cavalcata al rialzo nei primi mesi dell'anno precipiterà nell'abisso. Nuovi sostegni degli indici verranno testati e via, via infranti. La volatilità regnerà sovrana e da più parti verranno invocati interventi diretti del governo a sostegno dei listini. A fine anno lo S&P e il Dow potrebbero tranquillamente arrivare a valere un 40- 50% in meno rispetto al valore odierno. Gli Hedge Fund continueranno a percorrere la strada del suicidio collettivo impedendo ai loro partecipanti di ritirare il denaro investito. I fondi che il prossimo dicembre potranno vantare risultati positivi si conteranno sulle dita della mani (addirittura quelli ancora in circolazione potrebbero finire col contarsi sulle dita di una mano).

Diversi stati e città rischieranno la bancarotta. Il Center on Budget and Policy Priorities ha illustrato in un suo rapporto come 44 degli stati americani abbiano seri problemi di finanziamento. Essi chiuderanno l'anno fiscale del 2009 (si chiude il primo luglio del 2009) con un pesante deficit, defict che si trascinerà aggravandosi nel 2010-2011, arrivando a superare i 350 miliardi di dollari complessivi. L'emblema di questa situazione rimane la California che nel disperato tentativo di ridurre il proprio deficit, oltre a studiare il taglio di vari servizi, a forzare i dipendenti statali a stare a casa alcuni giorni al mese (non retribuiti ovviamente), a pensare di diminuire di 5 i giorni di scuola (per risparmiare 1,1 miliardi di dollari) sta valutando la possibilità di pagare i rimborsi fiscali con delle cambiali.

Alla fine, come sempre, dovrà intervenire il governo federale a salvare i singoli stati.

Prestate però molta attenzione a quel che accade in California, perché secondo il mio modesto parere, quel che sta succedendo in quello stato che per inciso è anche quello che maggiormente contribuisce al PIL USA, ci fornirà una visione sul futuro che attende gli Stati Uniti nel loro complesso.

Il dollaro nel 2009 probabilmente non crollerà. Nonostante la disastrosa situazione americana, il resto del mondo non è certamente in migliore salute. Negli ultimi anni le economie degli altri grandi paesi sono andate tutte sbilanciandosi in un determinato settore: chi nell'export di prodotti industriali come Cina e Giappone, chi in quello della materie prime come Russia e numerosi paesi emergenti e chi come l'Inghilterra nel settore finanziario. Tutte dipendevano dai continui consumi dei cittadini USA che si trattasse di consumi di beni o di credito e tutte attraverseranno un anno terribile.

Sul mercato valutario quindi, penso che il dollaro e lo yen resisteranno, mentre la sterlina e l'euro caleranno ulteriormente.

In definitiva, anche se un qualche equilibrio tra i diversi attori della scena economica mondiale verrà mantenuto, si tratterà di un equilibrio precario dettato dalla paura e dall'incertezza. Un "equilibrio del terrore" se così vogliamo dire. Di questo terrore si avvantaggeranno ancora una volta gli Stati Uniti, sebbene anch'essi vadano incontro ad anno terribile.

PS:
Nei prossimi articoli proverò a fare qualche previsione per i paesi del BRIC (Brasile,Russia,India,Cina), per l'Europa e per l'Asia.

martedì 25 novembre 2008

Verso l'infinito e oltre!

C'è un articolo di bloomberg che negli ultimi due giorni ha fatto il giro della rete. Ha rimbalzato tra i più famosi blog economici, è stato ripreso da diversi quotidiani ed è perfino riuscito a finire sulla prima pagina di digg, tra un lol cat e l'ennesima gaffe di Sarah Palin.

L'articolista di bloomberg ha semplicemente preso tutti gli interventi economici operati dal tesoro degli Stati Uniti, dalla Fed e da vari enti governativi come l'FDIC, li ha messi in fila ed ha fatto la somma. Il risultato rappresenta l'ammontare complessivo del denaro che gli USA, nell'ultimo anno, si sono impegnati ad utilizzare nel tentativo di sconfiggere la crisi che divora le nostre economie.

Contando anche l'ultimo intervento nei confronti di Citigroup il conto finale ammonta a 7,76 trilioni di dollari (7760 miliardi).

Più della metà dell'intero PIL che gli Stati Uniti producono in un anno.

Ammetto che l'entità complessiva della cifra ha stupito perfino un pessimista come me. Si sta parlando di denaro che il governo americano ha promesso di impiegare, quindi solo una parte di quella somma è stata materialmente sborsata. Per fortuna Bloomberg è stato così gentile da aggiungere una colonna in cui ha sommato il denaro effettivamente usato (qui trovate la tabella riassuntiva con le varie voci).

Si tratta di appena 2836 miliardi di dollari.

Adesso si che mi sento meglio.

Buon parte di quei soldi sono stati emessi sotto forma di prestiti a banche ed aziende e si suppone che un giorno o l'altro verranno restituiti, ma anche a voler essere generosi il bilancio degli USA è potenzialmente esposto a trilioni di perdite.

Spulciando poi tra le varie voci salta agli occhi come Bloomberg consideri 200 miliardi la cifra massima che verrà sborsata per sostenere Fannie e Freddie. Non è in senso stretto un errore dato che quella è la somma che il tesoro ha ufficialmente promesso di stanziare, ma se credete davvero che le perdite dei due colossi dei mutui si limiteranno a 200 miliardi ho una bellissima torre pendente in pieno centro a Bologna da vendervi.

Anche considerando il caso migliore le perdite delle due GSE si aggireranno intorno ai 500 miliardi.

Inoltre, per ovvie ragioni, non viene considerato nei calcoli il già annunciato pacchetto di stimolo economico che Obama ha promesso di lanciare non appena varcherà la soglia dello studio ovale. Obama si è rifiutato di indicare l'entità precisa di questo ennesimo intervento evitando di illustrarne i dettagli, salvo poi dichiarare la ferma intenzione di creare 2,5 milioni di nuovi posti di lavoro. A sparare cifre ci ha pensato uno stuolo di illustri politici e economisti. Tutti sembrano concordare su una somma che oscilli tra i 500 e i 700 miliardi di dollari.

Lo so, sono ripetitivo, ma ancora una volta non posso evitare di chiedermi: "dove cavolo andranno a prendere tutti questi soldi gli Stati Uniti?"

Se questo articolo racconta il vero gli USA hanno già iniziato a supplicare altre nazioni per ricevere assistenza economica:

Gli Stati Uniti hanno chiesto a quattro ricchi stati petroliferi del Golfo una cifra vicina ai 300 miliardi di dollari come aiuto per affrontare la crisi finanziaria globale, ha riportato il quotidiano Kuwaitiano Al-Seyassah, Giovedì.

Citando "ben informate" fonti, il giornale ha detto che Washington avrebbe chiesto 120 miliardi di dollari all'Arabia Saudita, 70 miliardi di dollari agli Emirati Arabi, 60 miliardi di dollari al Qatar e cerchi di ottenere 40 miliardi di dollari dal Kuwait.


Che io sappia questa notizia non è stata ne smentita ne confermata. Di certo se confermata sarebbe esplosiva. Gli USA ufficialmente ridotti allo stato di pezzenti globali. Per ora la cosa non sembra preoccupare poi molti. Un trilione qua, un trilione la, cosa volete che sia.

A dimostrazione che sembra di essere ai confini della realtà, mentre stavo scrivendo questo post la FED se ne uscita con un ennesimo intervento, per la cifretta di 800 miliardi di dollari. L'obbiettivo dovrebbe essere quello di sbloccare il mercato dei prestiti ai consumatori.

Innanzi tutto la FED ha deciso che era il caso di creare un altra facility: il TALF.

Do quindi il mio benvenuto alla neonata Term Asset-Backed Securities Loan Facility, di sicuro non si sentirà sola circondata da così tanti fratelli, la cui madre è sempre la Federal Reserve ed il cui padre il problema della settimana. Il compito del TALF sarà di prestare, tramite la Federal Reserve di New York, 200 miliardi di dollari ai possessori di ABS (asset backed securities) con un rating AAA che siano basate su prestiti nuovi o concessi da poco a singoli consumatori e piccole aziende. Gli ABS sono solo l'ennesima sigla alfabetica che sta ad indicare un debito tagliuzzato e re-impachettato come strumento finanziario (si tratta ad esempio di debiti sulle carte di credito, finanziamenti per studiare all'università o per comprare un auto). In sostanza chi farà dei nuovi prestiti in giro li potrà cartolarizzare e scaricare alla FED in cambio di 200 miliardi di denaro frusciante.

Tra l'altro i prestiti emessi dal TALF sono "non recourse loan", in sostanza prestiti a fondo perduto. Chi si indebita col TALF potrebbe anche decidere di non onorare il suo debito e la FED non potrebbe farci nulla salvo provare a rivendere tutti i bellissimi ABS ottenuti come garanzia.

Con altri 500 miliardi la FED intende comperare MBS (mortage backed securities) dalle GSE, Fannie Mae, Freddie Mac e Ginnie Mae (quest'ultima è sempre stata di proprietà governativa) mentre con i restanti 100 comprerà sempre da Fannie, Freddie e l'FHLB (Federal Home Loan Banks) una serie di obblighi diretti.

Oggi ovviamente il titolo di Fannie e Freddie è letteralmente volato in borsa.

La FED si fa carico di un sacco di obblighi e titoli spazzatura in pancia alle due agenzie: WOW! Cosa si diceva poca sopra sul costo totale che avrebbe avuto il salvataggio dei due giganti dei mutui?

Degli ufficiali economici americani, sotto anonimato, hanno detto a bloomberg di non ritenere l'acquisto di queste obbligazioni basate sui mutui come una forma di "quantitative easing" o come il tentativo di aggiungere denaro alle riserve delle banche in periodo in cui il tasso di interesse è bassissimo, seppure ammettano che alla fine l'effetto sarà quello.

Non chiamiamolo "quantitative easing" quindi, che quella sembra ormai chiaro essere considerata una parolaccia.

Chiamiamolo stampare denaro, così almeno tutti capiscono.

E come se non bastasse un intervento da 300-800 miliardi al giorno sembra che il tesoro abbia anche intenzione di lanciarsi nel mercato dei DIP. I DIP sono una forma di prestito concessa alle aziende che ricorrono al chapter 11, una forma di bancarotta che può condurre ad un riorganizzazione o alla liquidazione definitiva della azienda (chapter 7). Quando una azienda finisce in chapter 11 ha comunque la necessità di fondi per le spese legali e per l'eventuale ristrutturazione. Questi fondi quando l'economia ancora funzionava venivano prestati da privati in cambio di junk bonds, la cui massima priorità di pagamento veniva garantita da una corte giudiziaria degli Stati Uniti.

Alti ritorni e basso rischio quindi.

Quando l'intero mercato del credito si è congelato, i privati sono scappati a gambe levate anche dal mercato dei DIP. Il problema si è manifestato in tutta la sua drammaticità nel caso della GM. Molti avrebbero voluto mettere la GM in bancarotta (chapter 11) facendo saltare i vecchi accordi in materia pensionistica e retributiva e ristrutturando così l'azienda, fino a renderla più snella e flessibile. Peccato non sia stato possibile trovare sul mercato il denaro necessario a condurre questa operazione. Allora diversi politici avanzarono l'ipotesi di un assistenza governativa che accompagnasse finanziariamente la GM alla bancarotta.

Adesso sembra che l'idea sia stata estesa e vada a coprire l'intero mercato dei DIP.

Dovremmo francamente chiederci se esista ancora un qualche angolo del mercato finanziario che non sia gestito, garantito, finanziato dal governo statunitense. Il costo che avrà la manovra sul DIP non è possibile conoscerlo al momento.

Quello che risulta però evidente è che il calcolo fatto da Bloomberg dovrà presto essere rivisto in eccesso per oltre 1,5 trilioni di dollari (800 miliardi dell'ultimo intervento della FED + circa 700 del piano di Obama + DIP + ?).

Einstein affermava che le sole cose infinite fossero la stupidità umana e l'universo (e sulla seconda non era sicuro).

Molti, sembrano invece ritenere che all'elenco delle cose infinite vada aggiunto anche il bilancio degli Stati Uniti e con noncuranza continuano ad espanderlo facendosi carico di debiti e di rischi.

Magari Einstein sbagliava.

Magari ha ragione Bernanke che con le sue manovre sembra gridare entusiasta: "verso l'infinito e oltre!".

Ma se proprio devo scegliere, alle teorie economiche del secondo continuo a preferire quella della relatività.

giovedì 20 novembre 2008

La Grande Craxata

Anche la settimana passata purtroppo sono stato sommerso da diversi impegni, buona parte dei quali francamente fastidiosi ed ho finito col pubblicare un unico post. Se Dio vuole, nel prossimo futuro dovrei avere un po' più di tempo a disposizione e riuscire ad aggiornare il blog con maggiore frequenza. Di fatti ne stanno accadendo talmente tanti, nel panorama economico, che probabilmente persino un aggiornamento orario si rivelerebbe insufficiente, ma prima di lanciarmi a discutere degli ultimi avvenimenti, vorrei che guardaste il video sotto. Mi raccomando, tenete dei fazzoletti a portata di mano.



Se dopo la visione vi ritrovate commossi o debitamente spaventati il video ha ottenuto l'effetto voluto.

Sono attualmente in corso frenetiche discussioni tra membri democratici e repubblicani del parlamento statunitense per far si che il pacchetto di aiuti ai 3 ex giganti dell'auto di Detroit arrivi prima della fine dell'anno. Si tratta di stanziare in fretta e furia i già promessi 25 miliardi in finanziamenti per l'innovazione tecnologica e di recuperarne altri 25 da concedere sotto forma di prestiti agevolati. Da questa corsa contro il tempo, Bush sembra volersi chiamare fuori lasciando gentilmente la patata bollente ad Obama, forse come ironizzano alcuni, perché Ford,GM e Chrysler non sono banche.

Il problema a cui Bush non sembra interessarsi è che le 3 aziende data la loro pericolante situazione, potrebbero non sopravvivere fino a Gennaio, quando Obama si insedierà alla casa bianca.

Lo stesso Paulson ha fatto eco al suo presidente, dichiarando che il denaro del TARP, non dovrebbe essere usato per aiutare i costruttori di automobili, respingendo con forza le pressioni democratiche in questo senso. Ha però auspicato, che il congresso tiri fuori i famosi 25 miliardi in aiuti diretti prelevandoli da qualche altra parte, senza preoccuparsi di specificare quale dovrebbe essere questa "altra parte" (del resto è solo il ministro del tesoro).

Un altro piccolissimo problema in tutto questo dibattito è che consultando gli ultimi dati disponibili si scopre che la sola GM avrebbe un valore netto di -60 miliardi di dollari. Come possono 50 miliardi divisi in 3 riempire un buco da 60?

Ovviamente la risposta è che non possono.

La domanda basilare che nessun politico però, sembra avere il coraggio di porre è: "ma servirà veramente a qualcosa regalare denaro ai 3 (ex) colossi dell'auto?"

Gran parte delle cose che il video "terrorista" della GM dice sono vere. Si stima che il suo fallimento produrrebbe una perdita netta di 200 miliardi di dollari, senza contare tutti i posti di lavoro dell'indotto. In linea teorica salvare GM e le altre in un momento in cui l'economia si sta sfaldando e sempre più gente rimane senza lavoro finirebbe con l'avere un effetto contro ciclico, riducendo un minimo l'impatto della crisi attuale. In un mondo perfetto e se questa fosse una semplice recessione, potrebbe anche essere una strada ragionevole da percorrere.

In pratica mi trovo invece d'accordo con il senatore repubblicano Shelby. Le aziende falliscono ogni giorno ed altre arrivano a prenderne il posto. E' meglio lasciare che la "natura" segua il suo corso, sopratutto ora.

La crisi attuale non è come le altre. Oltre ad aver messo a nudo la menzogna su cui si basava il sistema economico occidentale e cioè, che si potesse compensare la perdita di potere di acquisto della gente facendola semplicemente indebitare, essa ha riportato brutalmente il livello dei consumi della popolazione in linea con gli stipendi reali. Con gli stipendi medi e senza continui finanziamenti da parte di banche ed affini non si può cambiare auto una volta ogni 3-4 anni. Un tempo era normale che un auto arrivasse a durarne tranquillamente una decina. Quello che si è verificato negli ultimi 15-20 anni è stato un profondo cambiamento di attitudine (specialmente negli USA). La necessità di dover cambiare un automobile è passata in secondo piano, l'importante è diventato dimostrare che si poteva cambiarla.

Adesso improvvisamente, mettersi in mostra è diventato di cattivo gusto. Anche chi potrebbe farlo evita accuratamente per paura di proiettare l'immagine sbagliata. Il risultato è stato un crollo verticale nelle vendite di autoveicoli. Si è di colpo scoperto che non avevamo bisogno di tutte quelle auto. Che la capacità produttiva del settore, nel suo complesso, è largamente superiore alla domanda. In uno scenario simile anche quegli individui che non possono fare a meno di comprare un automobile la scelgono in base ad elementi come affidabilità, efficenza, costo, mentre una volta erano più orientati a scegliere macchine grandi, dagli alti consumi su cui potevano però ottenere dei finanziamenti convenienti (anche se magari il prezzo finale del veicolo era elevato).

Aziende come GM che se ne sono fregate altamente dell'efficienza dei loro veicoli sbeffeggiando la toyota e le sue macchine ibride, affermando che tanto, avrebbero impiegato circa un annetto a recuperare il gap tecnologico con essa una volta che avessero deciso di provarci, stanno raccogliendo quello che hanno seminato. Quando la GM provò realmente a progettare delle ibride si rese improvvisamente conto che le sarebbero occorsi 10 anni per recuperare il gap tecnologico nei confronti della toyota e disperata, insieme a Ford e Chrysler, corse in lacrime a chiedere soldi per ricerche tecnologiche in questo senso al governo americano.

Dare soldi alla GM ora come ora, equivarrebbe a gettarli in un pozzo senza fondo, specialmente considerati gli obblighi che essa deve onorare in assicurazioni mediche ed in pensioni ai suoi ex dipendenti.

Che la scommessa è a perdere lo hanno capito diversi. Si sta infatti valutando una bancarotta pre organizzata della GM con l'assistenza governativa, il che abbasserebbe i tempi tecnici per portare la bancarotta a compimento, da 6 mesi a 45 giorni. In questa maniera l'azienda si potrebbe liberare di gran parte dei propri obblighi. Ovviamente per i dipendenti rimasti ciò significherebbe minori garanzie e un peggioramento delle condizioni lavorative e pensionistiche. Il tutto condito dallo spettro incombente della delocalizzazione.

A naso mi sento di poter affermare che la GM sia condannata. Almeno nella forma attuale. Forse se il congresso le getterà addosso abbastanza denaro (e potete scommettere che ci proverà) potrà diventare un azienda più piccola e snella liberandosi di gran parte del personale americano. Il vantaggio netto per l'economia USA alla fine sarà estremamente contenuto mentre i costi di entità indefinita.

Agli Stati Uniti converrebbe di gran lunga lasciar morire dolcemente la GM e le altre ed usare i soldi risparmiati in aiuti inutili per qualcosa di più costruttivo.

Oppure potrebbero decidere di vendere le 3 aziende decotte, ai costruttori di auto cinesi che si sono fatti avanti, ansiosi di cogliere l'occasione per entrare con forza nel mercato occidentale, in cambio dei pochi spiccoli (debiti a parte) necessari a rilevare la GM e le altre due sue colleghe.

Putroppo ho l'impressione che il parlamento americano in qualche maniera interverrà con dei finanziamenti. Quando vedono un buco nero i politici americani non sembrano in grado resistere: devono cercare di tapparlo a suon di denaro.

Nel caso poi, la GM dovesse essere posta in una qualche forma di bancarotta, mi metterò in attesa con lo sguardo rivolto al di là dell'atlantico e un paio di quegli occhiali scuri che venivano usati per osservare il bagliore prodotto da un esplosione nucleare sul naso, aspettando che i 1000 miliardi di cds emessi su di essa deflagrino.

Intanto, il solito Roubini, forse spaventato dall'eventualità che un po' di ottimismo potesse farsi strada nel mondo ha pubblicato un articolo per ricordarci che siamo ancora nella puzzolente materia marrone fin sopra le orecchie, intitolandolo: "Why things are hopeless" (perché la situazione è senza speranza). Roubini, afferma in maniera più articolata, quel che ho detto poco sopra riferendomi alla GM: la gente non ha abbastanza soldi per sostenere i consumi attuali ed è troppo indebitata. Un mondo che era strutturato per soddisfare una irrealistica domanda adesso si trova a dover fare i conti con la realtà e a dover ridurre la sua capacità produttiva. Quindi licenziamenti, riduzione di investimenti, cali dei valori di borsa, riduzione dei consumi ed un inevitabile aumento del risparmio.

Un dato interessante che fornisce Roubini riguarda proprio il risparmio delle famiglie americane. Se si tornasse a livelli storicamente normali di risparmio, cioè intorno a un 6% del PIL, questo comporterebbe una riduzione dei consumi pari ad un trilione di dollari. Se questo aggiustamento si verificasse nel giro di 12 mesi il PIL americano subirebbe una contrazione diretta del 7% e indiretta del 10%. Se si verificasse nel corso di 2 anni la contrazione sarebbe del 5% l'anno cioè una contrazione combinata del PIL del 10%. Anche nel caso ci volessero 4 anni, la perdita combinata sarebbe dell'ordine del 4,5%-5%. La peggiore recessione che gli Stati Uniti abbiano attraversato dalla seconda guerra mondiale in avanti fu quella del 1957-58 in cui la perdita combinata del PIL fu del 3,7%.

Nulla di buono all'orizzonte.

A Roubini sembra far eco la confcommercio, che come riporta un articolo di repubblica prevede consumi in calo nei prossimi 3 anni:

I consumi delle famiglie italiane diminuiranno per tre anni consecutivi, segnando un calo dello 0,5% quest'anno, dello 0,5% nel 2009 e dello 0,4% nel 2010. E' la previsione di Confcommercio secondo la quale "non ci saranno dei crolli, ma l'Italia patirà una crisi più lunga"

"La crisi italiana - commenta Confcommercio - non è come le altre; semplicemente perché c'era prima e non ha quindi nulla, o quasi, a che vedere con la congiuntura dei mercati internazionali. Certo, gli eventi di questi mesi enfatizzano le nostre strutturali debolezze, tutte ma proprio tutte italiane". Secondo l'associazione c'è poco da essere ottimisti per il futuro: "quando gli altri ricominceranno a crescere noi continueremo a barcamenarci con le variazioni decimali di prodotto interno lordo e consumi, come accade da 20 anni a questa parte e in particolare dagli anni 2000".

A giudicare dalle dichiarazioni della Confcommercio ho l'impressione che essa non abbiano ben chiara la portata della crisi che l'intero pianeta sta attraversando. Il problema dell'Italia è che si trova sprofondata nel peggior periodo economico da 50 anni a questa parte, ed è costretta ad affrontarlo senza avere nessuno spazio di manovra a disposizione grazie ai suoi disastrati conti pubblici, senza contare tutti gli altri problemi che piagano il paese. Se ci dovremo preoccupare solo per 3 anni di consumi in calo sarà un miracolo.

Alla confcommercio risponde il Codacons dicendo:

Polemico il commento della Codacons rispetto a questi dati. "Quello che però la Confcommercio non è in grado di spiegare è perché i suoi iscritti, invece di ridurre i prezzi, continuano ad aumentarli, nonostante il calo della domanda da loro stessi evidenziato - è il commento. "Per il Codacons i commercianti, dopo l'allarme lanciato da questo loro studio, dovrebbero coerentemente abbassare i prezzi degli alimentari di almeno il 20%, considerato che dall'introduzione dell'euro ad oggi li hanno raddoppiati, contribuendo a mandare sul lastrico le famiglie italiane. Invitiamo pertanto la Confcommercio ad inviare ai suoi iscritti una circolare per invitarli ad abbassare i prezzi, unico modo per rilanciare i consumi ed evitare la crisi in atto. Inoltre dovrebbe unirsi alla richiesta del Codacons di anticipare i saldi al 15 dicembre, se non vogliono avere un Natale magro".

Abbassare i prezzi???

Non sia mai! Quella la chiamano deflazione. I prezzi dovrebbero sempre salire, se calano poi diventa un problema, perché un sacco di gente ha scommesso sul fatto che i prezzi salissero o che nel peggiore dei casi restassero costanti. Se i prezzi scendono tutta quella gente perderà denaro e non è carino che la gente, specialmente banchieri e finanzieri, perda denaro a causa di scelte erronee.

Bisogna perciò fare di tutto per mantenere i valori inflazionati.

Questa estate mentre continuavo a blaterare come un pazzo ai miei pochi lettori su come l'andamento generale fosse chiaramente deflazionario, tutti gridavano al pericolo inflazione.

Ora la deflazione è diventata il nemico numero uno.

Il Codacons nella sua ingenuità ha detto una sacrosanta realtà. Se i prezzi sono troppo alti per permettere alla gente di consumare le possibilità non sono che due: o i prezzi calano o i soldi a disposizione della gente aumentano.

Nessuno vuol far calare i prezzi perché l'intera economia mondiale negli ultimi anni si era trasformata in un gigantesco Hedge Fund che faceva soldi scommettendo sull'aumento continuo del valore di certi assets. Se questi assets perdono di valore cala anche il valore di tutto quello che vi è stato costruito sopra, quindi dell'intera sovrastruttura finanziaria. La borsa crolla, le banche falliscono ecc ecc.

Il calo in realtà si sta già verificando da tempo, nonstante i disperati tentativi di impedirlo. Basta dare un occhiata agli indici delle borse di tutto il mondo.

Per cercare di impedire il crollo dei prezzi e una spirale deflazionaria i governi possono provare percorre due strade che sono poi due facce della stessa medaglia. Una potremmo chiamarla "La Grande Craxata", l'altra viene definita "Quantitative easing".

La prima possiamo immaginarla come una gigantesca torta di denaro messa a disposizione dagli stati. Il compito della Craxata è, oltre che di regalare soldi a destra e a manca a banche ed aziende, di trovare un qualche modo per mettere del denaro in mano alla gente. Arrivare a produrre un aumento reale degli stipendi in questo contesto è pressoché irrealistico. Richiederebbe un economia più robusta, serie politiche a favore del lavoro (più che a favore della finanza) e sopratutto tempo, tanto tempo.

Gli Stati hanno quindi deciso di lanciarsi nelle più bizzarre iniziative a breve termine.

Gordon Brown in Inghilterra ha promesso di tagliare le tasse diffusamente, come misura per cercare di contrastare lo spettro della deflazione. Inanzitutto, come in simili interventi di stimolo, bisogna dire che non basta mettere i soldi in mano alla gente. Bisogna anche convincerla che è il caso di spenderli questi soldi. Arrivare a convincere una popolazione come quella inglese, indebitata per il 179% del reddito disponibile (record tra le economie sviluppate), nel bel mezzo di questa crisi, sarà una bella impresa. Secondo: l'intervento di Brown sarà temporaneo. Come ha fatto ben presente il capo del partito conservatore, Cameron, a questo taglio fiscale che andrà ad incidere pesantemente sul deficit statale, farà presto seguito un aumento delle tasse. Il ministro delle business, Madelson, ha dovuto confermare le dichiarazioni di Cameron.

Sono forse pazzi gli inglesi?

Abbassano le tasse per poi riaumentarle tra un po'?

A parte la guida a sinistra e l'antipatia per il sistema metrico decimale non li potrei certo definire pazzi. Il problema è di altra natura ed è un qualcosa che sta spaventando a morte i politici di mezzo mondo.

Il problema si chiama Natale.

Sono tutti terrorizzati dalla possibilità che le vendite natalizie possano essere disastrose perché ciò verrebbe interpretato come il segnale di altre, profonde sofferenze per l'economia durante il 2009. Barrosso il presidente della commissione Europea di ritorno dal G20 ("la riunione che stabilì un altra riunione"), invitò, proprio da Londra, i paesi dell'Unione a coordinare una serie di tagli fiscali in modo da sostenere i consumi ed evitare la deflazione.

La Gran Bretagna è stata tra le prime a rispondere all'appello, ma anche l'Italia non è rimasta in disparte.

Tremonti ha presentato un piano anti-crisi da 80 miliardi di cui una metà proveniente da fondi europei. I soldi erano già stati allocati in precedenza per cui a sentire il nostro ministro dell'economia l'impatto sul deficit dovrebbe essere nullo:

Nel dettaglio i fondi per le infrastrutture saranno reperiti nel modo seguente: nell’immediato «saranno mobilitati 16 miliardi (12 per infrastrutture e 4 da project financing). Subito dopo il Cipe pianificherà l’utilizzo di fondi Ue che proiettano su tre anni una cifra stimabile in 40 miliardi per ambiente e ricerca e sviluppo. Pensiamo di ristrutturare le tariffe autostradali in modo da modificare in meglio il sistema che c’è stato finora per cui aumentavano le tariffe anche se non si facevano gli investimenti. E poi magari le aziende facevano i dividendi», ha proseguito Tremonti. «Stimiamo che con questo accordo con le compagnie autostradali si mobilitino almeno 10 miliardi di euro, ma pensiamo di più».

Tra le altre misure che formano il piano complessivo Tremonti ha poi citato «interventi per la fiscalità delle imprese», come la possibilità di pagare l’Iva per cassa, cioè al momento dell’effettivo incasso dei pagamenti, e non quando si stacca la fattura. «Saranno prorogati dal primo gennaio 2009 gli sgravi sui premi di produttività per fare dell’Italia un sistema più competitivo e una somma non piccola che non abbiamo ancora definito andrà alle famiglie».
Sembra persistere, intanto, l'idea che le grandi opere muovano molto lavoro, quando invece quello che muovono sono pricipalmente grandi macchinari. Di certo muovono tanto denaro che finisce nelle tasche degli amichetti dei politici, che poi contraccambiano generosamente. Basta dare un occhiata ai cantieri dell'alta velocità qua a Bologna per rendersi conto del limitato impatto che una grande opera ha sull'occupazione.

I 40 miliardi per ricerca e sviluppo suonano poi come una soave presa per il culo proprio mentre la ricerca viene tagliata ad ogni piè sospinto. Almeno si decidessero: o la tagliano o la finanziano.

Alla manovra sulle autostrade crederò quando la vedrò messa in pratica. A parte la breve parentesi di Di Pietro, mi pare che ai Benetton siano sempre stati concessi aumenti di tariffe a prescindere dagli investimenti realmente fatti sulla rete autostradale. Dire che essi investiranno 10 miliardi suona tanto di deliberata menzogna.

La possibilità di pagare l’Iva per cassa invece, si rivelerebbe un ottima operazione e dal forte impatto. Sarebbe davvero carino in italia per chi ha un attività, soprattutto una piccola, iniziare a pagare le tasse dopo aver incassato il denaro. Non mi dilungherò troppo su come funziona il sistema fiscale italiano perché pensarci su troppo avrebbe lo stesso effetto di leggere il Necronomicon: potrebbe condurre alla follia. In linea di massima, in Italia, chi ha un attività propria, le tasse le anticipa. Alla fine dell'anno ad esempio deve pagare le tasse per l'anno prossimo su denaro si suppone incasserà, ma che non ha ancora incassato. Il tutto calcolato sulla base delle tasse pagate l'anno precedente. Se una piccola azienda poi, prova ad esempio a raddoppiare il proprio fatturato, dovrà pagare la differenza sull'anticipo pagato l'anno precedente (che si è rivelato troppo basso dato che nessuno ha la sfera di cristallo e gli anticipi si basano sul fatturato dell'anno prima) e dovrà anticipare tasse doppie rispetto all'anno corrente, per l'anno successivo.

Il risultato è che un piccola attività, legalmente, non ha quasi strumenti per risparmiare o per investire. Se vuole farlo deve chiedere dei soldi in prestito ad una banca. Ancora peggio, data la perversione del meccanismo degli anticipi, spesso sono addirittura costrette a chiedere denaro in prestito per poter pagare le tasse.

Il problema non è tanto di redittività dell'azienda in questione, quanto di flusso di cassa. Se si chiedono sia i soldi per le tasse dell'anno corrente sia di anticipare anche quelle del prossimo anno, si crea un collo di bottiglia, un periodo in cui un piccola azienda rischia spesso di trovarsi senza i soldi necessari a tirare avanti.

Le banche ovviamente ringraziano.

Riuscire a spezzare questo ciclo perverso sarebbe importantissimo. Purtroppo però, anche per lo stato è ormai diventata un questione di flusso di cassa. Esso fa affidamento sul fatto che gli arrivi il denaro degli anticipi e senza non saprebbe dove trovare i soldi necessari per tirare avanti.

Tremonti ha promesso che rimanderà il pagamento di una parte degli anticipi per i soggetti più esposti. Sarebbe ottimo, se non fosse un intervento una tantum. Non paghi a fine anno, ma paghi a Maggio e da lì in poi si ricomincia con il gioco degli anticipi. Sempre meglio di niente, ma anche in questo caso sembra trattarsi dell'ennesima trovata per cercare di sostenere i consumi Natalizi.

Il premio per l'intervento più assurdo però, lo vince Taiwan. Il governo dell'isola orientale ha deciso di elargire ad ogni cittadino un buono spesa di circa 100 dollari valido nei ristoranti e negli esercizi commerciali, per un costo complessivo dell'operazione che si aggira sugli 80 miliardi di dollari. Il piano è basato su una simile operazione tentata nel 1999 dal Giappone, ma ha lasciato scettici diversi economisti:

"Penso che il governo si dovrebbe concentrare su piani di lungo termine per aumentare la fiducia dei consumatori, come abbassare il costo delle materie prime, aumentare l'occupazione e rivitalizzare l'economia" ha detto Jonnie Lee un analista alla President Securities

"Non riesco a credere che questo programma avrà un grande impatto sul PIL. Se le persone non riescono ad arrivare alla fine del mese, non saranno certo incoraggiate a spendere di più solo perché ricevono il buono spesa"
Lee ha senz'altro ragione nell'affermare che servono interventi di lungo periodo, ma le feste sono dietro l'angolo e i governi devono intervenire. Un periodo festivo con basse vendite è super deprimente specialmente per gli gli operatori di borsa che si attaccano ad ogni segnale positivo come dei naufragi ad un pezzo di legno galleggiante, il solo rottame rimasto di un nave affondata da tempo. E proprio poco prima delle feste per l'anno nuovo Taiwanese, il buono dovrebbe essere recapitato a casa di ogni cittadino.

Anche gli USA, come scrissi negli ultimi post, stanno studiando un nuovo piano di stimolo economico. Impazienti i CEO di alcune delle più importanti corporation, non hanno voluto aspettare l'insediamento di Obama e sono già partiti all'attacco, pressando il neo eletto presidente perché approvi una nuovo pacchetto di entità superiore ai 300 miliardi di dollari. Un paio di settimane fa a questa ipotesi, Nancy Pelosi, presidente della camera USA e democratica, aveva già opposto il suo netto rifiuto. Un intervento anche secondo la Pelosi sarebbe necessario, ma a quanto pare gli Stati Uniti non si possono più permettere una spesa simile. I democratici sembrano orientati su un intervento il cui costo complessivo si aggiri sui 100 miliardi di dollari.

La verità è che "La Grande Craxata" non funziona. Continuare ad elargire soldi di qua e di là, non risolve il problema di fondo che resta l'eccessivo indebitamento della popolazione. Il denaro in eccesso che dovesse arrivare in mano alla gente, verrebbe semplicemente messo da parte sotto forma di risparmio (anche ripagare i propri debiti è una forma di risparmio) invece di essere impiegato per spese superflue. L'effetto sui consumi sarebbe estremamente ridotto. Per rilanciare l'economia è indispensabile la cancellazione del debito che la sta schiacciando. Ed il debito si può cancellare solo lasciando fallire chi ha concesso prestiti a soggetti che non erano in grado di restituire il denaro così ottenuto oppure facendo in modo che chi ha contratto i suddetti debiti riesca a ripagarli.

La prima strada porta al fallimento di diverse aziende, di banche, al crollo di alcuni settori inflazionati come quello immobiliare, ma rimane la strada più veloce e pulita per uscire dalla crisi attuale.

La seconda porta al "Quantitative easing": l'opzione nucleare, l'impensabile, la creazione diretta ed inflazionaria di denaro.

In sostanza la monetizzazione del debito (di solito si traduce nello stampare denaro con cui comprare direttamente i propri buoni del tesoro autofinanziando così il proprio deficit).

Ciò che veniva un tempo ritenuto impensabile sta diventando sempre più reale.

Negli ultimi giorni è girata con insistenza la voce che la Cina starebbe seriamente valutando di diversificare le proprie riserve monetarie comprando dell'oro (e non poco, si parla di 4000 tonnellate). Secondo il Gulf News, l'Arabia Saudita avrebbe comprato nelle ultime due settimane oro per 3,5 miliardi di dollari, mentre l'Iran sta da tempo facendo incetta del metallo giallo per liberarsi di dollari e in parte di euro.

Molti sembrano mettere le mani avanti in preparazione di un crollo del dollaro.

A dimostrazione di come sempre più gente nutra il timore che gli USA ricorreranno al "Quantitative easing" nel tentativo di monetizzare il proprio debito (svalutando quindi il valore del dollaro), diversi economisti giapponesi hanno avanzato la possibilità che gli Stati Uniti saranno costretti ad emettere debito in valuta straniera:

"Non vi è dubbio che il dollaro si indebolirà" ha detto Eisuke Sakakibara, ex alto ufficiale per il governo in materia monetaria, attualmente professore alla Waseda University. "Il dollaro ora sembra forte per ragioni tecniche. Il denaro che le aziende americane hanno investito nel resto del mondo sta venendo re-impatriato negli Stati Uniti causando un ondata di acquisti di dollari. Ma una volta che questa conversione in dollari terminerà, il valore del biglietto verde precipiterà" ha detto Sakakibara.

A causa della crescita senza precedenti del deficit americano e della prospettiva di un dollaro indebolito rispetto allo yen che ridurrebbe il valore dei buoni del tesoro detenuti dal Giappone, diversi economisti a Tokyo stanno chiedendo che l'amministrazione del nuovo presidente Barack Obama emetta dei buoni del tesoro denominati in yen e in altre valute estere.

"Gli Stati Uniti saranno costretti ad emettere buoni denominati in valuta estera se questa sarà la nostra necessità" ha detto Mizuno (capo economista alla Mitsubishi UFJ Securities Co). "Gli USA non possono finanziare il proprio deficit da soli. Il loro sistema finanziario non può sopravvivere senza investitori esteri. In futuro vedremo degli 'Obama Bonds'."
Buoni del tesoro americani in valuta estera? Ve lo immaginate?

Significherebbe il fallimento degli USA.

Non penso che il governo Giapponese arriverà davvero a realizzare questa proposta, ma il solo fatto che l'ipotesi venga avanzata con una certa forza da un nutrito stuolo di economisti, rende evidente come il sospetto che gli USA ricorreranno alla monetizzazione stia serpeggiando.

Anche perchè ormai le cartucce a disposizione di Bernanke sono pochissime. Secondo la JP Morgan entro Gennaio la FED porterà il tasso di interesse allo 0%. Mossa in realtà inutile, dato che il tasso effettivo di interesse è gia vicino allo 0.

Il tasso di interesse che la banca centrale fissa in realtà è solo un obbiettivo. Ogni giorno essa compie delle OMO, delle operazioni dirette sul mercato (Open Market Operation) comprando e vendendo securities, generalmente buoni del tesoro, in modo da influenzare il tasso di interesse reale nel tentativo di portare il suo valore vicino all'obbiettivo fissato ufficialmente (nel caso attuale l'1%). Normalmente la FED non sbaglia di molto. Anche se spesso si verificano degli scostamenti, essi sono di entità ridotta.

Da quando il tasso di interesse è stato abbassato all'1%, il tasso effettivo è oscillato tra lo 0,23% e lo 0,35%, il che equivale a cercare di centrare un bersaglio distante 50 metri con un fucile e riuscire a spararsi su un piede. Le ragioni di ciò sono troppo lunghe e complicate per essere raccontate in questo post. La sostanza però, è che il tasso reale di interesse è gia prossimo allo 0.

Ogni ulteriore taglio avrà un effetto puramente cosmetico.

Il momento in cui gli USA dovranno decidere se arrendersi o ricorrere al "Quantitative easing" si avvicina sempre più.

Un altra cosa che i giapponesi sembrano straordinariamente aver capito, è l'inutilità di un certo tipo di interventi (forse perché hanno già attraversato una crisi simile). Intervistata a riguardo la popolazione giapponese ha deciso di non volere partecipare alla Grande Craxata, opponendo un netto rifiuto all'assegno da 600 dollari a famiglia che il governo aveva deciso di stanziare.

Nel loro piccolo i giapponesi non hanno accettato di diventare come tutti quei banchieri, finanzieri e anche cittadini comuni, che magari, senza rendersene conto, approvando certi pacchetti di stimolo si trasformano in tanti maiali che si ingozzano in quella sempre più striminzita mangiatoia che sono diventati gli stati.



Magari un giorno, ci arriveremo anche noi.

lunedì 27 ottobre 2008

Effetto Domino

La mappa qua sopra, presa dal Financial Times, illustra in maniera efficace e simpatica la situazione delle economie dei vari stati Europei. L'Italia non è messa per nulla bene, ma ha scatenare i veri problemi saranno probabilmente altri paesi.

Negli ultimi post ho accennato alla situazione di vari stati in giro per il mondo. Quella che si sta verificando è una serie di problemi di natura monetaria su scala globale. Dato che è improvvisamente giunta per molti l'ora di pagare i propri debiti, primi tra tutti gli hedge funds, c'è una grande richiesta di valuta internazionale.

Le monete più richieste sono lo yen e il dollaro.

Nel primo caso, la causa è l'inversione del carry trade, quella pratica per cui si prendeva a prestito denaro in Giappone dove il tasso di interesse era arrivato ad essere prossimo allo zero per poi investirlo in paesi che promettevano alti rendimenti. Si lucrava ovviamente sulla differenza tra il tasso di interesse e l'alto rendimento degli investimenti fatti. Il crollo dell'economia ed il rafforzarsi dello yen stanno costringendo tutti quelli che si erano gettati sul carry trade a ripagare il loro debiti, e dato che erano debiti contratti in yen improvvisamente la domanda della valuta giapponese è cresciuta enormemente. Questo ha rafforzato ulteriormente lo yen constringendo altra gente a ripagare precipitosamente i propri debiti (ogni rafforzamento dello yen rende più costosi i debiti contratti).

Il risultato per il Giappone è devastante.

Il paese del Sol Levante ha un economia largamente basata sulle esportazioni. La recessione globale sta producendo un drastico calo della domanda internazionale ed a questo si va ad aggiungere il progressivo rafforzamento dello yen. Ovviamente ciò è molto male per tutte quelle aziende che di esportazioni vivono, come ad esempio la Sony. Un altro problema è che le banche Giapponesi che venivano ritenute tra le più solide al mondo potrebbero aver bisogno di un aumento generalizzato di capitale a causa delle numerose partecipazioni che hanno in diverse aziende. Queste partecipazioni azionarie venivano conteggiate ai fini dei requisiti minimi di capitale. Se il valore delle azioni cala improvvisamente le banche si ritrovano sotto capitalizzate e nella necessità di trovare denaro da qualche parte. La Mitsubishi UFJ ha aperto le danze emettendo azioni per l'ammontare di 10,7 miliardi di dollari. Con tutta probabilità altre presto ne seguiranno l'esempio.

Se il futuro non è certo roseo per il Giappone, paragonato a quel che sta succedendo nel resto del pianeta la situazione del paese del Sol Levante è robetta.

Il buon vecchio e solare (ironia) Ambrose Evans-Pritchard sul Telegraph fa un buon riassunto della situazione Europea e di un problema a cui accenai in un vecchio post: l'esposizione delle banche Europee nei confronti di paesi traballanti.

Un caso emblematico è quello Austriaco. L'esposizione delle bance austriache nei confronti dei paesi emergenti è pari all'85% del PIL del paese. I paesi nei confronti dei quali l'Austria si trova maggiormente esposta sono quelli dell'Europa dell'est Ucraina, Ungheria e Serbia. Chi segue questo blog sa benissimo come sia la situazione in questi paesi. L'Ucraina ha appena ricevuto un prestito da 16,5 miliardi di dollari dall'FMI altrimenti sarebbe pressoché fallita. L'Ungheria ha ricevuto anch'essa assistenza dall'FMI. I dettagli non sono chiari ma secondo analisti della JP Morgan l'Ungheria potrebbe accedere a prestiti fino a 12 miliardi di dollari che uniti alle attuali riserve monetarie del paese e alla swap line che la BCE ha instituito qualche giorno fa dovrebbero essere sufficienti a sostenere il paese.

Estonia e Lituania sono messe meglio, ma di poco.

Ovviamente una delle fondamentali ragioni per la quale questi paesi dell'est vanno salvati e che anche solo il fallimento di uno di essi potrebbe avere delle ripercussioni abbastanza gravi da mettere in discussione la sopravvivenza economica delle banche austriache. Dall'Austria poi i danni si diffonderebbero a tutti quei paesi Europei esposti nei suoi confronti. Il più classico degli effetti domino.

Quella fu una delle ragioni per cui l'islanda venne salvata. L'FMI concesse al paese nordico 2,1 miliardi in prestito. Anche il tesoro inglese sta studiando un modo per allungare dei prestiti all'Islanda in maniera tale che essa, possa finalmente scongelare i conti correnti di tutti quegli inglesi che avevano dei depositi nella banche islandesi, banche che furono nazionalizzate per impedirne il fallimento.

Oggi però la principale banca islandese, la Kaupthig, attualmente sotto controllo statale, ha dichiarato default su una partita di samurai bond, cioè bond denominati in yen (indovinate che succede a questi bond quando lo yen come sta facendo ora sale?). Visto che è lo stato islandese ormai a garantire il sistema bancario questo default è molto preoccupante e mette a rischio il pagamento dei 26,6 miliardi di dollari di bond in totale che il sistema bancario dell'isoletta del nord dovrebbe onorare in futuro. Le perdite che potrebbe provocare l'intera l'islanda ammontano secondo Pritchard a 74 miliardi di dollari di cui 22 se li sarebbe già ingoiati la Germania.

Naturalmente chiunque abbia comprato dei bond dall'islanda ora ha un grosso problema per le mani.

Un altra paese Europeo nei guai è la Spagna. Le banche spagnole sono terribilmente esposte nei confronti dell'america latina. In totale hanno concesso prestiti per l'ammontare di 316 miliardi di dollari circa il doppio dell'esposizione dell'intero sistema bancario statunitense. Se un qualche grande paese del sud america fallisse ci ritroveremmo direttamente costretti a salvare la Spagna.

La situazione in america latina ricorda da vicino quella dei paesi dell'est. Stretti nella morsa di debiti contratti in mercati internazionali, di capitali che abbandonano il paese e di debiti da ripagare in un dollaro che si fa sempre più forte a causa del deleveraging in atto, molti si sono ritrovati chiusi in un angolo.

L'Argentina è di nuovo ad un passo dal fallimento. Qualche giorno fa nazionalizzò i fondi pensione privati per un ammontare di 30 miliardi. Alcuni dicono che l'abbia fatto per proteggere le pensioni della gente dalle perdite incassate a seguito dei tracolli dei listini. In realtà quei 30 miliardi sono soldi di cui lo stato aveva una necessità spaventosa per restare in piedi e che gli garantiscono un minimo di respiro, ma anche con essi la situazione è migliorata di poco.

Il Brasile si trova nella stessa situazione della Corea del sud. Entrambi i paesi hanno un economia relativamente sana, ma la difficoltà di accesso al dollaro li sta strangolando. La Corea del Sud oggi ha tagliato il tasso di interesse dello 0,75%, un livello record. Nonostante tutto la borsa di Seoul ha chiuso con un misero +0,82%. Anche in questo caso l'FMI si dice pronto ad intervenire per concedere a Brasile e Corea del Sud dei presiti in dollari in modo da soddisfare la crescente richiesta di valuta Statunitense.

La situazione di questi ultimi due paesi esemplifica bene quello che accade in diverse parti del mondo. Molti paesi sulla carta avrebbero un economia sana, ed un surplus nella bilancia commerciale oltre ad aver accumulato ingenti riserve di valuta estera, in particolar modo di dollari. Si pensava che questi fattori sarebbero stati sufficienti per affrontare eventuali problemi economici, nonstante l'indebitamento in valuta estera contratto delle banche di queste nazioni.

Ogni illusione è crollata negli ultimi tempi.

La fuga di capitali, il crollo dell'export e l'indebolimento delle rispettive monete si è rivelato troppo anche per le riserve monetarie che i paesi avevano accumulato. La tabella sotto presa dall'economist riporta la situazione di alcuni dei paesi maggiormente in difficoltà.



Quello che balza subito all'occhio è il tracollo che le valute di paesi come la Corea del Sud, il Brasile e l'Ungheria hanno avuto rispetto al dollaro. Questo ha reso costosissimo comperare dollari per ripagare i debiti internazionali contratti da banche ed aziende.

Anche il Messico è in grossi guai. Il prezzo del petrolio di cui è grande esportatore è crollato, la sua moneta ha perso il 25% del suo valore e la disoccupazione è in aumento dato che la crescita è precipitata dal 4% all'1%.

Il Pakistan è al collasso e sta cercando di assicurarsi anche lui un prestito dall'FMI. La moneta Turca ha perso il 27% del suo valore contro il dollaro ed anche in Turchia si stanno verificando gli eventi che hanno infettato il resto dei paesi emergenti. La situazione Russa si aggrava ogni giorno che passa e i cds che prezzano la possibilità di fallimento del paese entro 5 anni hanno superato i 1000 punti un livello che indica un forte stress anche se siamo ben lontani dal recordo negativo dell'Ucraina, 2800 punti.

La cosa paradossale è che dal dover garantire banche e aziende, stiamo passando al dover garantire interi stati dato che il rischio sistemico del fallimento di uno stato non è meno pericoloso rispetto a quello di una banca. L'effetto domino anche solo del crollo di stati piccoli come Ucraina e Islanda potrebbe essere troppo da sopportare nella situazione attuale.

Questa settimana probabilmente prevarrà il deleveraging sui mercati internazionali e gli avvenimenti ci daranno qualche indicazione più chiara su quanto sia pericolosa la situazione dei paesi emergenti.

Pritchard e altri intanto, ci mettono in guardia, indicando in una crisi monetaria diffusa il vero problema attuale, crisi capace di produrre il fallimento di diverse nazioni e lo scatenarsi di un effetto domino in grado di contagiare l'intera economia mondiale.

Come se non avessimo già abbastanza problemi.