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lunedì 27 ottobre 2008

Effetto Domino

La mappa qua sopra, presa dal Financial Times, illustra in maniera efficace e simpatica la situazione delle economie dei vari stati Europei. L'Italia non è messa per nulla bene, ma ha scatenare i veri problemi saranno probabilmente altri paesi.

Negli ultimi post ho accennato alla situazione di vari stati in giro per il mondo. Quella che si sta verificando è una serie di problemi di natura monetaria su scala globale. Dato che è improvvisamente giunta per molti l'ora di pagare i propri debiti, primi tra tutti gli hedge funds, c'è una grande richiesta di valuta internazionale.

Le monete più richieste sono lo yen e il dollaro.

Nel primo caso, la causa è l'inversione del carry trade, quella pratica per cui si prendeva a prestito denaro in Giappone dove il tasso di interesse era arrivato ad essere prossimo allo zero per poi investirlo in paesi che promettevano alti rendimenti. Si lucrava ovviamente sulla differenza tra il tasso di interesse e l'alto rendimento degli investimenti fatti. Il crollo dell'economia ed il rafforzarsi dello yen stanno costringendo tutti quelli che si erano gettati sul carry trade a ripagare il loro debiti, e dato che erano debiti contratti in yen improvvisamente la domanda della valuta giapponese è cresciuta enormemente. Questo ha rafforzato ulteriormente lo yen constringendo altra gente a ripagare precipitosamente i propri debiti (ogni rafforzamento dello yen rende più costosi i debiti contratti).

Il risultato per il Giappone è devastante.

Il paese del Sol Levante ha un economia largamente basata sulle esportazioni. La recessione globale sta producendo un drastico calo della domanda internazionale ed a questo si va ad aggiungere il progressivo rafforzamento dello yen. Ovviamente ciò è molto male per tutte quelle aziende che di esportazioni vivono, come ad esempio la Sony. Un altro problema è che le banche Giapponesi che venivano ritenute tra le più solide al mondo potrebbero aver bisogno di un aumento generalizzato di capitale a causa delle numerose partecipazioni che hanno in diverse aziende. Queste partecipazioni azionarie venivano conteggiate ai fini dei requisiti minimi di capitale. Se il valore delle azioni cala improvvisamente le banche si ritrovano sotto capitalizzate e nella necessità di trovare denaro da qualche parte. La Mitsubishi UFJ ha aperto le danze emettendo azioni per l'ammontare di 10,7 miliardi di dollari. Con tutta probabilità altre presto ne seguiranno l'esempio.

Se il futuro non è certo roseo per il Giappone, paragonato a quel che sta succedendo nel resto del pianeta la situazione del paese del Sol Levante è robetta.

Il buon vecchio e solare (ironia) Ambrose Evans-Pritchard sul Telegraph fa un buon riassunto della situazione Europea e di un problema a cui accenai in un vecchio post: l'esposizione delle banche Europee nei confronti di paesi traballanti.

Un caso emblematico è quello Austriaco. L'esposizione delle bance austriache nei confronti dei paesi emergenti è pari all'85% del PIL del paese. I paesi nei confronti dei quali l'Austria si trova maggiormente esposta sono quelli dell'Europa dell'est Ucraina, Ungheria e Serbia. Chi segue questo blog sa benissimo come sia la situazione in questi paesi. L'Ucraina ha appena ricevuto un prestito da 16,5 miliardi di dollari dall'FMI altrimenti sarebbe pressoché fallita. L'Ungheria ha ricevuto anch'essa assistenza dall'FMI. I dettagli non sono chiari ma secondo analisti della JP Morgan l'Ungheria potrebbe accedere a prestiti fino a 12 miliardi di dollari che uniti alle attuali riserve monetarie del paese e alla swap line che la BCE ha instituito qualche giorno fa dovrebbero essere sufficienti a sostenere il paese.

Estonia e Lituania sono messe meglio, ma di poco.

Ovviamente una delle fondamentali ragioni per la quale questi paesi dell'est vanno salvati e che anche solo il fallimento di uno di essi potrebbe avere delle ripercussioni abbastanza gravi da mettere in discussione la sopravvivenza economica delle banche austriache. Dall'Austria poi i danni si diffonderebbero a tutti quei paesi Europei esposti nei suoi confronti. Il più classico degli effetti domino.

Quella fu una delle ragioni per cui l'islanda venne salvata. L'FMI concesse al paese nordico 2,1 miliardi in prestito. Anche il tesoro inglese sta studiando un modo per allungare dei prestiti all'Islanda in maniera tale che essa, possa finalmente scongelare i conti correnti di tutti quegli inglesi che avevano dei depositi nella banche islandesi, banche che furono nazionalizzate per impedirne il fallimento.

Oggi però la principale banca islandese, la Kaupthig, attualmente sotto controllo statale, ha dichiarato default su una partita di samurai bond, cioè bond denominati in yen (indovinate che succede a questi bond quando lo yen come sta facendo ora sale?). Visto che è lo stato islandese ormai a garantire il sistema bancario questo default è molto preoccupante e mette a rischio il pagamento dei 26,6 miliardi di dollari di bond in totale che il sistema bancario dell'isoletta del nord dovrebbe onorare in futuro. Le perdite che potrebbe provocare l'intera l'islanda ammontano secondo Pritchard a 74 miliardi di dollari di cui 22 se li sarebbe già ingoiati la Germania.

Naturalmente chiunque abbia comprato dei bond dall'islanda ora ha un grosso problema per le mani.

Un altra paese Europeo nei guai è la Spagna. Le banche spagnole sono terribilmente esposte nei confronti dell'america latina. In totale hanno concesso prestiti per l'ammontare di 316 miliardi di dollari circa il doppio dell'esposizione dell'intero sistema bancario statunitense. Se un qualche grande paese del sud america fallisse ci ritroveremmo direttamente costretti a salvare la Spagna.

La situazione in america latina ricorda da vicino quella dei paesi dell'est. Stretti nella morsa di debiti contratti in mercati internazionali, di capitali che abbandonano il paese e di debiti da ripagare in un dollaro che si fa sempre più forte a causa del deleveraging in atto, molti si sono ritrovati chiusi in un angolo.

L'Argentina è di nuovo ad un passo dal fallimento. Qualche giorno fa nazionalizzò i fondi pensione privati per un ammontare di 30 miliardi. Alcuni dicono che l'abbia fatto per proteggere le pensioni della gente dalle perdite incassate a seguito dei tracolli dei listini. In realtà quei 30 miliardi sono soldi di cui lo stato aveva una necessità spaventosa per restare in piedi e che gli garantiscono un minimo di respiro, ma anche con essi la situazione è migliorata di poco.

Il Brasile si trova nella stessa situazione della Corea del sud. Entrambi i paesi hanno un economia relativamente sana, ma la difficoltà di accesso al dollaro li sta strangolando. La Corea del Sud oggi ha tagliato il tasso di interesse dello 0,75%, un livello record. Nonostante tutto la borsa di Seoul ha chiuso con un misero +0,82%. Anche in questo caso l'FMI si dice pronto ad intervenire per concedere a Brasile e Corea del Sud dei presiti in dollari in modo da soddisfare la crescente richiesta di valuta Statunitense.

La situazione di questi ultimi due paesi esemplifica bene quello che accade in diverse parti del mondo. Molti paesi sulla carta avrebbero un economia sana, ed un surplus nella bilancia commerciale oltre ad aver accumulato ingenti riserve di valuta estera, in particolar modo di dollari. Si pensava che questi fattori sarebbero stati sufficienti per affrontare eventuali problemi economici, nonstante l'indebitamento in valuta estera contratto delle banche di queste nazioni.

Ogni illusione è crollata negli ultimi tempi.

La fuga di capitali, il crollo dell'export e l'indebolimento delle rispettive monete si è rivelato troppo anche per le riserve monetarie che i paesi avevano accumulato. La tabella sotto presa dall'economist riporta la situazione di alcuni dei paesi maggiormente in difficoltà.



Quello che balza subito all'occhio è il tracollo che le valute di paesi come la Corea del Sud, il Brasile e l'Ungheria hanno avuto rispetto al dollaro. Questo ha reso costosissimo comperare dollari per ripagare i debiti internazionali contratti da banche ed aziende.

Anche il Messico è in grossi guai. Il prezzo del petrolio di cui è grande esportatore è crollato, la sua moneta ha perso il 25% del suo valore e la disoccupazione è in aumento dato che la crescita è precipitata dal 4% all'1%.

Il Pakistan è al collasso e sta cercando di assicurarsi anche lui un prestito dall'FMI. La moneta Turca ha perso il 27% del suo valore contro il dollaro ed anche in Turchia si stanno verificando gli eventi che hanno infettato il resto dei paesi emergenti. La situazione Russa si aggrava ogni giorno che passa e i cds che prezzano la possibilità di fallimento del paese entro 5 anni hanno superato i 1000 punti un livello che indica un forte stress anche se siamo ben lontani dal recordo negativo dell'Ucraina, 2800 punti.

La cosa paradossale è che dal dover garantire banche e aziende, stiamo passando al dover garantire interi stati dato che il rischio sistemico del fallimento di uno stato non è meno pericoloso rispetto a quello di una banca. L'effetto domino anche solo del crollo di stati piccoli come Ucraina e Islanda potrebbe essere troppo da sopportare nella situazione attuale.

Questa settimana probabilmente prevarrà il deleveraging sui mercati internazionali e gli avvenimenti ci daranno qualche indicazione più chiara su quanto sia pericolosa la situazione dei paesi emergenti.

Pritchard e altri intanto, ci mettono in guardia, indicando in una crisi monetaria diffusa il vero problema attuale, crisi capace di produrre il fallimento di diverse nazioni e lo scatenarsi di un effetto domino in grado di contagiare l'intera economia mondiale.

Come se non avessimo già abbastanza problemi.

venerdì 24 ottobre 2008

Deleveraging

Questo è uno di quei post insensatamente lunghi che ogni tanto scrivo e che alcuni miei amici odiano tanto. Avevo anche pensato di dividerlo in due separati post, ma ciò avrebbe interrotto il filo del discorso e alla fine ci ho rinunciato.

Siete quindi avvisati: scappate fin che siete in tempo o mettetevi comodi.

Nei commenti all'ultimo post che ho pubblicato Giovanni si chiedeva quanto fosse giusto un intervento statale in materia economica e se il tentativo di impedire il progressivo deleveraging del sistema, cioè una riduzione complessiva del debito, che gli stati stanno promuovendo non andasse nella direzione corretta.

Il dibattito su quanto sia necessario un intervento dello stato e come esso eventualmente si debba configurare in una situazione come quella attuale è annoso e ricorda da vicino certe disquisizioni filosofiche su chi sia esistito per primo se l'uovo o la gallina.

Quelli che vengono definiti Keynesiani ovviamente sono a favore di un diffuso intervento da parte statale. Questo articolo scritto da Paul McCulley, la persona che coniò il termine Minsky moment, rappresenta bene il punto di vista di certi Keynesiani. McCulley reputa obsolete certe logiche di aiuto statale come tagli fiscali o stimoli economici sotto forma, ad esempio, dell'assegno da 600 dollari fatto recapitare a casa di ogni cittadino americano durante la prima metà di quest'anno nella speranza che quel denaro sarebbe poi stato usato per consumare.

Con grande disappunto dei legislatori Statunitensi i cittadini invece utilizzarono il suddetto assegno per ripagare parte dei debiti che avevano contratto.

Secondo McCulley il deleveraging non sarebbe un processo di per se dannoso, se venisse intrapreso da singole aziende o da semplici individui. Quando però l'intero sistema: cioè aziende, banche, fondi di investimento ecc cercano di ridurre il loro leverage allo stesso tempo quella che rischia di crollare è l'intera baracca. Per impedire che questo si verifichi, McCulley afferma sia necessario un intervento della banca centrale attraverso un abbassamento del tasso di interesse che renda disponibile tutta la liquidità necessaria e contemporaneamente un intervento governativo che si traduca nell'acquisito di tutti quegli asset che aziende, fondi e simili svendono nel tentativo di recuperare denaro e diminuire la propria esposizione.

L'acquisto degli asset da parte dello stato, finirebbe col fornire un supporto al valore di questi assets (dato che esisterebbe un compratore di ultima istanza) impedendone una eccessiva svalutazione e bloccando all'origine quella spirale di vendite che il panico scatenato da un prezzo progressivamente calante potrebbe innescare.

Questa in soldoni è la stessa logica che sta dietro la creazione del TARP, il fondo da 700 miliardi che Paulson ha costretto (e se non pensate che il parlamento americano sia stato "costretto" guardatevi questo) il congresso americano ad approvare e che in origine avrebbe dovuto acquistare titoli andati a male dalle banche per ricapitalizzarle.

All'altro estremo ci sono i seguaci della scuola Austriaca di economia che si rifanno alle teorie di Mises e di Rothbard tanto per citare i due rappresentanti più illustri. Secondo la teoria Austriaca ogni intervento statale rappresenta un alterazione del mercato ed è di per se distruttivo, quindi la cosa migliore da fare in una situazione come quella odierna è stare a guardare e lasciare che il mercato corregga se stesso. Un articolo di sul sito del Mises Istitute riassume bene questa visione.

In sostanza Shostak dice che anni di interferenza sul mercato da parte della FED e della sua politica di tassi bassi hanno impoverito la base dei risparmiatori, finanziando invece una serie di bolle basate sui debiti. Non facendo nulla la FED ed il governo consentirebbero a chi ha soldi di prestarli ad un tasso di interesse alto che rifletta in maniera più realistica il rischio attuale del sistema (il rischio che questi prestiti non vengano restituiti). Questo consentirebbe una progressiva ricostruzione del risparmio (dato che con tassi alti risparmiare diventerebbe conveniente) e col tempo questo risparmio si tradurrebbe in denaro rimesso in circolazione sotto forma di prestiti. Ovviamente tutto questo renderebbe sconveniente un economia basata sulle bolle e sulle piramidi finanziarie e produrrebbe il fallimento di diverse aziende, istituti e banche che su queste bolle hanno campato. Un prezzo alto, ma inevitabile da pagare.

Nel mezzo, tra le idee di McCulley e gli Austriaci, si trovano le più svariate posizioni, ma che potremmo riassumere con la visione di Roubini. Salviamo il salvabile del sistema bancario e facciamo i Keynesiani, ma nei confronti della popolazione non delle aziende decotte e dei fondi di investimento, investendo pesantemente in opere di interesse pubblico e tramite sgravi fiscali.

La mia personale posizione si potrebbe riassumere con: "Intanto salviamo il salvabile".

La prima cosa da dire è che il deleveraging che ci piaccia o no è in atto.

Un caso che ha suscitato scalpore è stato quello di Kirk Kerkorian un miliardario che aveva investito pesantemente nel titolo della Ford. La crisi economica ha colpito duramente il settore dell'auto ed ha prodotto perdite pari a due terzi dei 995 miliardi di dollari che Kerkorian aveva investito. Anche gli altri due principali titoli posseduti dal miliardario, MGM e Delta Petroleum sono stati colpiti dalla crisi. In totale le azioni che possedeva sono passate da un valore di 16,6 miliardi alla miseria di 3,1 miliardi di dollari. Trovatosi alle corde a causa di una serie di margin call da parte delle banche, Krekorian ha dovuto vendere buona parte delle azioni Ford in suo possesso e ha minacciato di liberarsi delle rimanenti gettando lo scompiglio tra i dirigenti della casa automobilistica che stanno ora valutando la possibilità di liberarsi della partecipazione Ford nella Mazda.

Più in generale però, è l'intero settore degli Hedge Fund in settembre ad aver riportato un livello di perdite record secondo l'Eurekahedge Hedge Fund Index. L'arrestarsi del mercato del credito, unito al vertiginoso aumento del ritiro dei soldi dati in gestione ai fondi da parte degli investitori e al blocco delle short (che ha distrutto alcune delle più normali strategie d'investimento) avrebbero prodotto una perdita media del 4,7%, il maggior calo mensile da quando l'indice fu creato nel 2000. Le perdite e il ritiro degli investimenti hanno costretto molti di questi fondi a vendere i loro assets e ad accumulare denaro liquido per poter mantenere i propri impegni.

Questo accumulo di denaro si è tradotto in una vera corsa al dollaro. Non solo i fondi, ma anche aziende e banche si sono unite alla caccia al biglietto verde, dato che si erano indebitate tutte sul mercato internazionale (quindi principalmente in dollari). Questo ha prodotto un pressione spropositata sulle banche centrali e sulle swap line aperte con la FED americana. Le swap line permettono alle banche centrali di alcuni paesi, come Europa e Giappone di emettere direttamente dollari in un quantitativo limitato. Data l'enorme domanda delle ultime settimane ogni limite è stato rimosso. Le banche centrali di Europa, Giappone, Svizzera e Inghilterra possono emettere tutti i dollari che ritengo necessari.

Il problema sorge per tutte quelle nazioni che non hanno swap line attive con la FED come Bred Setser mette in evidenza sul suo blog. Il caso della Corea del sud è emblematico. Anche se dopo la crisi "delle piccole tigri" del 97, i governi dell'area asiatica si ripromisero di non diventare mai più dipendenti dagli investimenti esteri, che così come erano arrivati altrettanto velocemente potevano andarsene lasciandosi dietro solo macerie, le banche coreane non si sono dimostrate altrettanto risolute. Si sono indebitate pesantemente in dollari. Non avendo la banca centrale coreana swap line con la FED, tutto quello che può fare per soddisfare la crescente domanda di dollari è usare la sua moneta per comprarli sul mercato o utilizzare direttamente quelli che ha accumulato come riserva.

Il risultato è un progressivo indebolimento del Won coreano, che spinge gli investitori ad abbandonarlo per lidi più sicuri aggravando ancora di più la situazione.

Come la Corea anche altri paesi si ritrovano con un bisogno disperato di valuta estera. L'Ungheria ha un grande bisogno di euro. L'Ucraina sia di dollari che di euro. La Russia di dollari, così come il Pakistan che non essendo riuscito ad elemosinare un prestito dai cinesi si è dovuto rivolgere all'FMI e cosa molto preoccupante la Svizzera ha un grande bisogno di euro tanto che la BCE ha dovuto allestire un apposita swap line.

Questa corsa alle principali valute internazionali ed in particolar modo al dollaro è dovuta al massiccio deleveraging in atto nel sistema.

Tutti si trovano costretti a pagare i loro debiti e tutti hanno bisogno di valuta americana.

I soggetti che scommisero in un indebolimento progressivo del dollaro nei confronti delle altre valute utilizzando strumenti derivati, stanno incassando pesanti perdite ed anche queste perdite, ironia della sorte, dovranno essere ripagate in dollari. I più invischiati in questo problema sono i paesi sud Americani in particolar modo il Brasile e il Messico.

Di fronte all'enorme pressione esercitata da questo fenomeno c'è poco da fare. E' naturale che prima o poi il debito vada pagato.

La proposta di McCulley è un assurdità. Usare lo stato per comperare roba andata a male a dei prezzi fuori mercato non servirebbe a granché, anche se di certo farebbe comodo alla PIMCO (l'azienda di McCulley) che è esposta nei confronti di certi strumenti. Qualunque fondo, come il TARP, messo in piedi a questo scopo verrebbe letteralmente assaltato da bande di disperati ansiosi di liberarsi di cartaccia senza valore ed esaurirebbe le sue risorse in breve tempo. Gli investitori non si metterebbero di certo a comperare ed a vendere certa roba solo perché all'improvviso e comparso un compratore di ultima istanza. Anche se il governo comprasse ad 80 degli assets che nella realtà valgono 10 il mercato, non dimenticherebbe d'un tratto quale sia il loro vero valore. Nessuno si sognerebbe di comprarli ad 80, mentre tutti quelli che ne sono in possesso cercherebbero di scaricarli sulle spalle del governo.

Shostak ha senz'altro ragione a dire che la responsabilità principale per la crisi attuale ricade sulla FED e sulla sua politica dei tassi bassi e sono completamente d'accordo anche con la definizione che fece Mises di crack up boom:

Il boom può durare solo finché il credito si espande a un tasso sempre più rapido. Il boom si interrompe quando ulteriori quantità di beni di fiducia smettono di essere immessi sul mercato dei prestiti. Ma esso non può comunque durare in eterno anche se l'inflazione e l'espansione del credito aumentassero costantemente. Ad un certo punto verrebbero raggiunte le barriere che impediscono l'espansione senza confini del credito circolante. Ciò porterebbe al "crack up boom" e alla distruzione dell'intero sistema monetario.

L'espansione del credito è costruita su fondamenta di sabbia, costituite dalle banconote e dai depositi. Essa dovrà collassare. Se l'espansione del credito non si ferma in tempo, il boom si trasformerà in un "crack up boom"; allora la fuga verso beni reali comincerà e l'intero sistema monetario si squaglierà. La continua inflazione finalmente terminerà con un "crack up boom" e la distruzione dell'intero sistema monetario.

Quella che ci troviamo ad affrontare a causa delle attuali manovre della FED e dei vari governi è la concreta possibilità di un crack up boom. Per non voler accettare una correzione naturale del mercato stiamo rischiando l'esplosione del sistema. L'unico vantaggio di un crack up boom rispetto ad una depressione è che ti ammazza più lentamente.

Non sono completamente d'accordo con gli austriaci quando dicono che lo stato dovrebbe tenersi sempre e comunque fuori dal mercato e che in una situazione come quella attuale dovrebbe stare ai margini a guardare mentre riguardo alla posizione di Roubini mi verrebbe invece da dire: tanti buoni propositi, ma con che soldi di grazia?

La cosa più straordinaria però è che banchieri centrali e i governi stanno facendo praticamente tutto.

Di sicuro sono lontani anni luce dalla posizione Austriaca e non potrebbe essere altrimenti del resto, dato che essa non prevederebbe neppure l'esistenza di un banca centrale tanto per cominciare. Non stanno però adottando nemmeno la via di Roubini o quella di Culley.

Le stanno adottando entrambe!

Stanno cercando di salvare tutti e tutto a cominciare da Wall Street. Hanno ricapitalizzato le banche nella maniera peggiore possibile, senza eliminare il managment od ottenere garanzie di qualche tipo sull'uso che esso avrebbe fatto del denaro elargito. Hanno dovuto aumentare i tetti della garanzia sui depositi bancari quando non li hanno garantiti per intero. Poi dato che le banche non fidandosi più una dell'altra avevano smesso di prestarsi denaro hanno dovuto garantire i prestiti interbancari. Poi i Money Market Fund hanno cominciato a perdere fondi perché la gente ritirava il denaro depositato per investirlo in buoni del tesoro o semplicemente per depositarlo in banca dove era protetto dalla garanzia statale. A quel punto lo stato ha deciso di garantire anche i depositi dei Money Market Fund. Poi ha garantito i depositi bancari delle aziende. Poi, dato che la commercial paper (debito a breve termine delle aziende) rimaneva fuori dagli strumenti garantiti ed essa è fondamentale per il funzionamento del mercato, il governo americano ha deciso di acquistarla direttamente.

La prossima gamba a traballare saranno i "corporate bond", le obbligazioni delle aziende. Ovviamente esse non sono (ancora) garantite e come avrete già capito la gente le sta abbandonando per investire in strumenti garantiti dallo stato. Il rendimento dei corporate bond sta salendo alle stelle e per le aziende sarà sempre più difficile e costoso finanziarsi sul mercato. Un articolo di bloomberg di qualche giorno fa titolava: "Prezzo da Armageddon fallisce nell'attirare compratori nel mezzo di pesanti vendite". Il titolo si commenta da solo. Sotto potete vedere come sia schizzato in alto il rendimento che i bond emessi dalle aziende devono promettere agli acquirenti.



Che si fa? Garantiamo pure le obbligazioni o ci mettiamo a comprarle direttamente come abbiamo fatto con la commercial paper?

Ogni intervento lascia scoperta una parte che viene immediatamente abbandonata da gente ormai incapace di fidarsi e credere nel sistema ed ogni volta lo stato deve intervenire per garantire anche quella parte. Gli stati a partire dagli USA stanno diventando l'intero sistema ed il rischio di tutto il debito irripagabile si sta scaricando su di essi.

E come se non bastasse il sostegno all'intero sistema finanziario, contemporaneamente si pensa di adottare anche politiche Keynesiane più classiche come quelle proposte da Roubini. Bernanke in questi ultimi giorni ha cominciato a parlare di stimoli sotto forma di sgravi fiscali e di facilitazioni nell'accesso al credito da parte dei cittadini. Ha lamentato che le spese in infrastrutture avrebbero un effetto a breve termine pressoché insignificante sull'economia, dando ad intendere che non esistono seri progetti in quel senso. Al capo della FED si è poi unita Sheila Bair, capo dell'FDIC, che davanti al comitato bancario del senato ha dichiarato che è allo studio insieme all'amministrazione bush, un piano per un sistema di garanzia dei prestiti che preveda da parte del governo l'impegno ad accollarsi una fetta del rischio. Secondo la Bair tale sistema dovrebbe stabilire degli standard per la modifica dei prestiti erogati dalle banche. La garanzia statale dovrebbe invogliare le banche medesime ad applicare queste modifiche, rendendo i prestiti esistenti più economici e quindi più facilmente ripagabili.

In definitiva però, tutto questo rischio non scomparirebbe, si trasferirebbe semplicemente. Se tutto è traballante e pretendi di garantire tutto prima o poi, tu stato, dovrai incassare delle perdite. Se le perdite diventano troppo ingenti le alternative non restano che due. Farla finita e dichiarare la bancarotta o come è più probabile succeda, dire semplicemente: "abbiamo scherzato! La garanzia statale da oggi non vale più."

A quel punto una liquidazione frenetica del debito ed un Minsky moment non te lo leva nessuno. La differenza rispetto anche ai peggiori scenari attuali è che gli stati in quel caso si ritroverebbero ad aver consumato gran parte delle loro risorse nel tentativo di garantire tutti e tutto e rischierebbero di non averne più a sufficienza per salvare il salvabile.

Il deleveraging come già detto è inevitabile. Sta già succedendo. Roubini che dopo il rilassarsi del mercato del credito ed il lento sgonfiarsi di indicatori come il Libor ed il TED, aveva allentato un po' il suo pessimismo è tornato a parlare di possibile rischio sistemico a causa di una vera e propria corsa agli Hedge Funds da parte degli investitori. Come precedentemente detto, il ritiro di denaro dai fondi sta progressivamente accelerando in velocità, costringendo questi ultimi a vendere assets per soddisfare tutte le richieste che giungono loro. Se questo processo non si arresta, Roubini reputa possibile l'intero blocco dei mercati per una o due settimane.

Già un paio di settimane fa durante l'ondata di vendite in borsa l'ipotesi aveva cominciato a circolare e fu annunciata ad alta voce da Silvio Berlusconi che affermò di averla discussa assieme agli altri capi di governo (quando c'è da dire o fare una cazzata nel momento sbagliato possiamo sempre contare sul nostro presidente del consiglio).

In questa situazione gettare denaro nel sistema non serve. Intanto non c'è più gente in grado di ingoiarselo dato che sono tutti troppo indebitati e secondo come scrissi nell'ultimo post, più denaro crei e più ti avvicini al punto in cui il debito generato in questa maniera non produce più crescita economica. Si tratta di quelle "barriere che impediscono l'espansione senza confini del credito circolante" di cui Mises parla nella sua definizione di crack up boom.

Bisogna arrendersi all'evidenza. Il sistema è saltato ed è necessario che gli assurdi squilibri che ha generato in questi anni vengano corretti. I valori dei beni follemente inflazionati devono tornare in linea con la realtà e tutti quelli che hanno investito male devono essere lasciati fallire, non possiamo salvare tutto e tutti. Lo stato può intervenire cercando di salvare il salvabile, occupandosi ad esempio di nazionalizzare quella parte del sistema bancario indispensabile al mantenimento della struttura economica. Nazionalizzare significa cacciare via tutto il managment, azzerare il valore di tutte le azioni e lasciar a bocca asciutta anche gli obbligazionisti. Al massimo si potrebbero convertire le obbligazioni in nuove azioni, fermo restando che la quota di maggioranza resti in mano allo stato.

Fatto ciò, lo stato può farsi i conti in tasca e nel caso ne avesse le risorse pensare di stimolare l'economia con interventi diretti come sgravi fiscali o spesa pubblica.

Il punto di partenza di tutto però deve essere il ripristino della verità.

Bisogna fare chiarezza sui bilanci delle banche e delle aziende. Nessuno si fida più del sistema, perché nessuno è in grado di sapere chi sia di fatto fallito e chi invece sia in salute. Anna Schwartz che insieme a Friedman scrisse quella che dallo stesso Bernanke viene considerata la Bibbia sulla grande depressione (un libro intitolato "A Monetary History of the United States") ha affermato precisamente questo.

Dal Wall Street Journal:

"La FED" lei dice "si è comportata come se il problema fosse una mancanza di liquidità". Quello non è il problema fondamentale. Il problema fondamentale per i mercati è l'incertezza che i bilanci degli istituti finanziari siano credibili."

Mrs Schwarz fa poi il paragone tra la situazione odierna e la grande depressione, affermando che all'epoca le banche fossero relativamente in buona salute e che sarebbero soppravissute se fosse intervenuta la banca centrale fornendo la liquidità necessaria a sostenerle durante la fase dei ritiri frenetici dei depositi da parte della gente. Oggi invece le banche non sono in buona salute, hanno dei crateri nei bilanci e continuare a fornire loro linee di credito non serve a risolvere il vero problema.

Insomma è il discorso che molta gente compreso il sottoscritto fa dall'inizio di questa crisi: esiste un grave problema di insolvenza e non di liquidità.

La signora Schwarz continua affermando che le aziende e le banche vanno lasciate fallire e che non si può finire col restare ostaggi di quella sempre più spesso evocata minaccia chiamata:"rischio sistemico". L'economista 92 enne infine, chiude il suo discorso con una stoccata personale a Bernanke, rievocando quello che l'attuale capo della FED disse nel 2002 durante un discorso tenuto in onore del novantesimo compleanno di Milton Friedman:
"Vorrei dire a Milton e ad Anna: riguardo la Grande Depressione. Avete ragione voi, è stata colpa nostra. Ci dispiace molto. Ma grazie a voi, non lo rifaremo di nuovo."
E per non ricascarci cosa hanno pensato bene di fare Bernanke e gli stati?

Ovviamente tutto il contrario di quello che sarebbe necessario.

Europa e Canada si sono unite agli Stati Uniti nel "rilassare" le regole di bilancio in modo di non applicare il mark to market, andando quindi entrambe in direzione completamente opposta a quella della chiarezza. Un classico "uccidere il messaggero perché non ci piace il messaggio".

Per quel che riguarda la liquidità tutti danno per scontato che alla prossima riunione del 28-29 Ottobre, la FED taglierà il tasso di interesse all'1% e secondo un articolo di Bloomberg se anche ciò non dovesse migliorare la situazione, nel 2009 Bernanke, tanto per non smentire il suo sopranome (Helicopter Ben) potrebbe portare il tasso di interesse ad un valore prossimo allo 0%. Nel caso poi che fosse necessario un ulteriore stimolo all'economia - dice Adam Polse direttore del Peterson Institute for International Economics e co-autore assieme a Bernanke - la FED potrebbe sempre comperare direttamente i buoni del tesoro americano per tenerne bassi rendimenti.

Come dire che il governo USA comincerebbe a far girare le presse a tutto spiano e senza bisogno di finanziamenti dall'estero si autofinanzierebbe nella stessa maniera che adottò la repubblica di Weimar e più recentemente lo Zimbawe: stampando direttamente tutta la moneta necessaria.

Questa è la cosa che più si avvicina a una ricetta per l'Armageddon.

I casini attuali sono stati creati dal non aver voluto accettare una correzione nel 2001 quando scoppiò la bolla della New Economy, ed aver invece cercato di sostenere il sistema re-inflazionandolo follemente grazie un tasso portato ad un minimo dell'1%.

E adesso Ben ci viene a raccontare che la soluzione sarebbe riportare il tasso di interesse allo stesso valore di allora, magari minacciando addirittura lo zirp (zero interest rate point) e di stampare dollari in quantità pressoché illimitata???

Questo è un suicidio puro e semplice. Non può funzionare. Non ha mai funzionato.

Pregate che non funzioni.

Perchè se anche funzionasse, potrebbe al massimo rimandare la resa dei conti di 3-4 anni creando nel frattempo una bolla ancora più grande di quella appena scoppiata.

Uno dei principali ostacoli alla linea che sta adottando Helicopter Ben è il prossimo crollo di Bretton Woods 2.

Bretton Woods 2 è l'informale nome che venne dato al quel sistema basato sul riciclo da parte della Cina dei dollari ottenuti in cambio delle proprie merci, con l'acquisto di debito pubblico americano. In questo modo la Cina finanziava ulteriormente i consumi dei cittadini statunitensi, consumi che in gran parte si riversavano nuovamente su merci cinesi, fornendo altri dollari alla Cina con cui acquistare debito pubblico americano e cosi via.

Alla fine dei giochi gli USA si sono ritrovati ad aver bisogno di più di 2,5 miliardi di dollari al giorno di finanziamenti dall'estero per restare in piedi. Come disse Herbert Stein, famoso economista: "ciò che non puo durare, non durerà". Secondo Bred Setser il momento del crollo di Bretton Woods 2 è ormai prossimo e non come Setser stesso ed altri economisti pensavano a causa di una crescente preoccupazione cinese nei confronti dell'aumentare del debito pubblico americano.

Quello che sta venendo meno piuttosto è un adeguato ritorno per gli investimenti operati dai Cinesi sul territorio statunitense. Gran parte del ritorno economico la Cina lo traeva dagli acquisti che i consumatori americani facevano delle merci prodotte dalle aziende cinesi. Questi continui acquisti garantivano l'espansione dell'economia cinese e finanziavano la modernizzazione del paese.

A causa del congelamento del mercato del credito, dell'alto indebitamento delle famiglie e della diffidenza che hanno le banche nei confronti di chiunque chieda loro un prestito, si è rotto quel meccanismo che trasformava i soldi ottenuti tramite la vendita dei buoni del tesoro in credito individuale concesso ai cittadini americani. Quello stesso credito che li metteva in grado di consumare quasi compulsivamente le merci prodotte dalla Cina.

Con la rottura di questo processo di trasformazione, il ritorno in termini economici degli investimenti cinesi in debito pubblico americano si sta riducendo progressivamente ed arriverà il punto in cui esso perderà completamente qualunque convenienza. Sarà la fine di ciò che Setser ha sempre definito il "quiet bailout" (il salvataggio silenzioso) che i cinesi hanno operato nei confronti dell'economia USA.

La conseguenza ovvia è che il tesoro americano per finanziarsi e sostenere la sua demente pretesa di garantire tutto quanto, dovrà promettere rendimenti sempre più alti sul proprio debito.

Dovranno aumentare per forza i rendimenti sui buoni del tesoro a breve o a lungo termine.

Nel primo caso il rischio è quello di un inversione dei rendimenti in cui finanziarsi a breve termine divenga più costoso che finanziarsi a lungo termine facendo saltare la funzione principale delle banche che dovrebbe essere proprio quella di finanziarsi a breve per investire a lungo termine.

Nel secondo caso si finirebbe col distruggere quel po' che rimane del mercato immobiliare dato che l'importo delle rate dei mutui viene agganciato ai rendimenti dei buoni del tesoro di relativa durata, facendo così fallire i disperati tentativi di Bernanke e Paulson fatti per sostenere il valore degli immobili. (Nessuno può obbligare una banca a concedere un mutuo. Se il rendimento dei buoni del tesoro a 10 anni è del 5% la banca per un mutuo di uguale durata chiederà ad esempio un interesse del 6% perché altrimenti tanto varebbe per lei comprare direttamente i buoni stessi che almeno sono garantiti dallo stato).

In entrambi i casi le strategie di Ben si frantumerebbero miseramente.

Per impedire l'aumentare dei rendimenti sui buoni del tesoro, come disse Adam Polse, la FED può sempre decidere di stampare dollari e usarli per comprare direttamente buoni del tesoro. Ben e Polse possono anche andare in giro a dire che un operazione del genere avrebbe un effetto neutro sull'economia, ma in realtà sarebbe lo stesso giochino del TARP.

L'effetto sarebbe neutro se ad ogni dollaro usato per comperare un buono del tesoro corrispondesse un dollaro di controvalore, ma se invece il valore dei buoni del tesoro fosse ad esempio pari a 50 centesimi per ogni dollaro che la fed spende per i suddetti buoni, quei 50 centesimi di differenza messi in circolazione dalla FED sarebbero pura e semplice inflazione.

Questa strada porta direttamente al crack up boom e alla completa distruzione del dollaro, nel qual caso come dice sempre un mio amico: "spero abbiate un astronave parcheggiata in garage".

Dobbiamo rassegnarci al deleveraging in atto e alla sequenza di fallimenti che produrrà. L'alternativa è mille volte peggiore. Una crisi economica per quanto dura, si può anche sopportare fin tanto che il prezzo da pagare è ripartito ugualmente su tutti quanti, sono le ingiustificate differenze ad essere intollerabili.

Un crack up boom invece aprirebbe scenari molto peggiori.

Come Yves Smith sul suo blog va ripetendo da tempo, gli Stati Uniti sono ormai una Repubblica delle banane con la sola differenza che hanno il dollaro e le testate nucleari.

Ma se anche il dollaro grazie alle manovre di Ben & Co dovesse crollare cosa resterebbe agli USA?

martedì 21 ottobre 2008

Alla fine della strada

Inanzi tutto se ancora non lo avete fatto andate a vedervi l'ultima puntata di report. Essa ripercorre le origini della crisi economica attuale e riesce in un oretta a riassumere tutto quello che bisognerebbe sapere e capire sugli avvenimenti attuali. Se avete dei dubbi sul casino finanziario in cui ci troviamo e su come ci siamo arrivati è imperativo che vi guardiate quest'episodio di report.

L'unico appunto che mi viene da fare a Gabanelli e colleghi è che sarebbe stato carino se un episodio del genere lo avessero fatto un paio di anni fa.

Un altra fatto che mi ha dato una certa soddisfazione è stato vedere in apertura di puntata un lungo preambolo sul prezzo del petrolio, in cui hanno spiegato a grandi linee come funziona il mercato dei future e come si forma il prezzo a barile. Ho trascorso mesi sgolandomi, nel mio piccolo, nel tentativo di spiegare come quella petrolifera fosse l'ennesima bolla e fosse sostenuta dalle banche, che dopo essersi ritrovate piene di perdite hanno scaricato tutto il denaro che la fed forniva loro con le varie facility per speculare sui future e far pagare a noi tramite gli aumenti del prezzi del petrolio il loro fallimento.

La spinta del sistema era chiaramente deflazionaria, ma la speculazione sulle materie prime creava un inflazione artificiale, inflazione che non poteva che sgonfiarsi quando lo spettro della recessione fosse diventato evidente a tutti, come dimostra il crollo verticale del prezzo negli ultimi mesi. Eppure questa banale realtà sembrava non essere chiara a molti. Da un lato i peak-oilisti dicevano che era colpa del peak oil che ci stava per uccidere tutti, dall'altro esimi economisti come Paul Krugman, che ha appena vinto un nobel ed i banchieri centrali, sembravano non capire come cavolo funzionasse il mercato dei future e continuavano a parlare di domanda e offerta mentre i consumi continuavano a calare.

Detto questo veniamo all'argomento di questo articolo.

Alcuni post fa parlai di come ad un certo punto si arrivi in una situazione in cui l'indebitamento del sistema diventa troppo elevato e non esista più nessun soggetto abbastanza grande o numeroso con le garanzie necessarie per andare in banca, farsi concedere dei prestiti e creare così denaro sufficiente per sostenere il sistema.

Qualche giorno fa ho scoperto una situazione del genere venne chiamata da Paul McCulley, quello che nel 1998 era a capo della PIMCO, un Minsky moment in onore di Hyman Minsky un economista che a quanto pare riusciva ad essere più pessimista di me. La prima crisi in cui fu usato il termine Minsky moment fu quella Russa del 98.

Quello che molti dicono si stia cercando di evitare a tutti i costi è proprio che si verifichi un Minsky Moment, cioè una terribile spirale di liquidazione del debito unità ad una incapacità di generare credito a sufficienza per espandere l'economia.

Ora, tanto per cambiare, parliamo di Stati Uniti. Chi segue il blog riconoscerà il grafico riportato sotto, dato che lo pubblicai già questa estate.


Il grafico come molti capiranno bene mostra l'andamento del rapporto tra debito totale e il PIL degli Stati Uniti. Con debito totale non si intende debito pubblico bensì la somma del debito pubblico, del debito delle aziende e del debito delle famiglie. Quella cifra divisa il PIL ci da un indicatore di quando debito sia necessario a generare un unità di prodotto interno lordo. Ci vogliono quasi 4 dollari di debito per generarne uno di "ricchezza" (per come la ricchezza viene misurata attualmente).

La cosa è arci nota e viene generalmente accettata con una scrollata di spalle da parte degli economisti.

"E' cosi che funziona il mondo" si dice.

Purtroppo quello che il grafico sopra mette in luce è che il mondo non può funzionare così a lungo.

Una delle prime cose che balzano agli occhi è il picco mostruoso toccato dal rapporto debito totale/PIL intorno al 1933. Come si nota, anche dopo il crollo del 29 la curva ha continuato a salire per alcuni anni. Come sanno i visitatori del blog che hanno letto il post in 3 parti The Story so far, durante la crisi del 29 i debiti venivano liquidati o cancellati molto rapidamente a causa della spirale deflazionaria che si venne a creare in seguito al tracollo dei mercati. Anche se i debiti scomparivano in fretta il calo del PIL avveniva ad una velocità ancora maggiore. Il risultato finale fu che il rapporto debito/PIL restò in costante aumento durante gli anni della crisi fino al picco del 1933.

La grande depressione è un classico esempio di Minsky Moment. Il debito era cresciuto troppo rispetto al PIL e ad un certo punto il sistema scoppiò quando le banche smisero di erogare nuovi prestiti a gente già indebitata fino al collo ed anzi iniziarono a chiedere il saldo dei debiti esistenti.

Nel 1933 il picco venne toccato intorno ad un rapporto debito totale/PIL di 270% mentre alla primavera di quest'anno gli USA avevano un rapporto di 350%. Il giappone durante la crisi del 1990, che diede vita al "decennio perso" (che dura da 18 anni), di economia stagante, arrivò a toccare il picco del 250%, ma come dissi più volte, le famiglie Giapponesi avevano un alto livello di risparmio che permette presumibilmente di ritenere che l'entità del debito giapponese fosse inferiore in termini reali e quindi il rapporto fosse piu basso.

Gli americani invece hanno un tasso di risparmio negativo.

Possiamo quindi direttamente spararci e farla finita in maniera pulita?

In realtà quel 350% di rapporto debito totale/PIL è una cifra inferiore, come disse in un intervista su Financial Sense Barry Bannister, dato che buona parte del debito esistente a causa di tutti i giri che gli ha fatto fare la finanza è stato contato due volte. Viene generalmente ritenuto che il valore attuale sia dalle parti di quello toccato nel 33. Non certo un idea rassicurante, ma sempre meglio che un 350%.

Il rapporto debito/PIL come indicatore macroeconomico, rivela che storicamente la curva non può crescere all'infinito. Dopo il 33 si verificò il collasso quando il debito cominciò a sparire più velocemente di quanto il PIL riuscisse a calare. Anche se in quegli anni le aziende che al picco della curva avevano smesso di indebitarsi, per necessità, cercarono di invertire l'andamento non trovarono nessuno disposto a prestrargli denaro.

Ci volle la seconda guerra mondiale perché la tendenza si invertisse, tra alti e bassi e finisse per assestarsi all'incirca alla fine degli anni 70, quando saltarono, sotto Nixon, gli accordi di Bretton Woods. Fino ad allora il dollaro, moneta di riferimento mondiale era garantita dall'oro che gli americani dicevano di custodire nei loro forzieri. Quando si scoprì che l'oro a garanzia non esisteva il sistema saltò e la moneta divenne un semplice pezzo di carta senza supporto reale. Si nota bene come da quel punto in avanti il rapporto non fa che salire per poi bloccarsi nei primi anni 90 in seguito ai vari fallimenti bancari dovuti alla crisi delle Saving & Loans americane.

Dalla seconda metà degli anni 90 in avanti la crescita è vertiginosa e la cosa come si vede dal grafico è continuata fino a Marzo del 2008. Quelli sono gli anni in cui abbiamo avuto due mostruose bolle in successione: la new economy e la bolla immobiliare.

Quello che stanno di fatto cercando di impedire Bernanke, Paulson e metà dei governanti del pianeta è che quella curva segua l'andamento degli anni 30, cioè evitare che essa cali in maniera precipitosa. I modi per ottenere questo risultato in teoria sarebbero due. Aumentare ancora di più il debito (ricordate sempre che debito e denaro sono la stessa cosa) o diminuire il PIL. Ovviamente la seconda opzione è completamente insensata. Non gli resta altra strada che aumentare il debito, quindi il denaro in circolazione, nel tentativo di tenere in piedi il sistema. Dato che ormai sono in pochi a potere ottenere denaro dalle banche indebitandosi, il governo stesso e la FED hanno dovuto aumentare i soldi in circolazione indebitando lo stato.

Il limite del gioco che stanno conducendo Ben e soci diventa più chiaro osservando un grafico che di fatto è simmetrico di quello precedente.


Il grafico indica la diminuzione del ritorno in termine di PIL di ogni dollaro di debito.

I conti ad occhio sono differenti rispetto all'altro grafico, in esso eravamo a 3,5-4 dollari di debito per 1 di PIL in questo siamo a 5 dollari di debito per 1 di PIL. Senza stare troppo a disquisire su quale dei due riporti i numeri corretti quello che mi interessa è far notare l'andamento.

Ogni dollaro di debito creato produce progressivamente sempre meno in termini di PIL. La parità gli Stati Uniti la persero alla fine degli anni 60. Quando superi la parità, quindi un dollaro di debito comincia a produrre ad esempio 90 centesimi di PIL, stai smettendo di finanziare la crescita attraverso un debito e stai cominciando a finanziare un debito con altro debito.

Nel 1971 gli USA dichiararono fallimento. Non avevano oro nei loro forzieri a garanzia della loro moneta ed avevano sempre bisogno di maggiore moneta, cioè di maggiore debito per finanziare il loro PIL. Finché c'era l'oro come base monetaria era difficile per gli Stati Uniti stampare moneta in libertà dato che avrebbero dovuto allo stesso tempo aumentare le loro riserve auree e l'oro ancora non si stampa e non si crea dal nulla.

Quello che l'ultimo grafico mette in luce è che l'andamento è stato costantemente in discesa. Più il tempo passa e meno ogni dollaro di debito rende in termini di PIL, fino al livello attuale in cui ogni dollaro rende solo il 20%. Continuando così nel 2015 si arriverebbe all'orizzonte degli eventi, il punto in cui ogni dollaro di debito produrrebbe 0 in termini di PIL. Oltre quel punto si trova un gigantesco buco nero in cui ad ogni dollaro di debito conseguirebbe una diminuzione del PIL.

Questo spiega anche perchè hedge fund e compagnia, avevano bisogno di invischiarsi in effetti leva di 30x per avere degli alti ritorni, ritorni che normalmente il sistema non era in grado di produrre.

Il limite di Ben e soci è li. L'orizzonte degli eventi. Più denaro e più debito getteranno alla crisi attuale e più vicino si farà l'orizzonte degli eventi. Una volta arrivati a quel punto è finita. Anche creare debito aggiuntivo non servirebbe a nulla perché non produrrebbe nessuna crescita. L'unica cosa da fare è cancellare il debito ed esso si cancella ripagandolo o facendo fallire chi non può ripagarlo. Non ci sono altri modi.

Anche comprendendo il desiderio di evitare un Minsky moment, cioè una liquidazione frenetica del debito come avvenne negli anni 30, non si può pretendere di salvare e sostenere tutti a forza di denaro gettato al sistema, perchè agire così serve solo a peggiorare la situazione. Bisogna lasciare che fallisca chi se lo merita e che il relativo debito venga cancellato.

Non c'è altra via d'uscita.

L'unica cosa che si può provare a fare è cercare di ridurre il debito nella maniera meno traumatica.

Invece ancora una volta si preferisce rimandare e sperare che la gestione della crisi divenga il problema di qualcun altro in futuro. Il quantitativo di denaro impegnato da FED e Tesoro americano nel tentativo di sostenere l'economia è terrificante. Il New York Times ha riassunto tutti gli interventi in un unico diagramma. Anche se non son tutti soldi materialmente sborsati, si tratta comunque di denaro che gli USA si sono impegnati a impiegare.

Ogni intervento di questo genere non fa che anticipare il momento in cui i debiti serviranno solo a pagare se stessi senza arrivare a generare crescita economica. Quello che ci attende alla fine della strada che il mondo sembra aver deciso di percorrere è il collasso del sistema. L'alternativa è un rallentamento doloroso, con aumento di disoccupazione, riduzione del superfluo, ricostruzione del risparmio e abbandono dell'idea che investire in borsa possa offrire dei ritorni irrealistici.

Un alternativa estremamente antipatica, ma resta il minore dei due mali.

mercoledì 15 ottobre 2008

No grazie!

L'acronimo TARP sta per "Troubled Asset Rescue Plan" e identifica il piano di 400 pagine ideato da quella mente eccelsa del ministro del tesoro americano Henry Paulson (Hank per gli amici). Attraverso il TARP il tesoro statunitense ha ottenuto il potere di istituire un fondo da 700 miliardi di dollari, fondo che in origine doveva essere utilizzato per comprare dalle banche, in modo da ricapitalizzarle, tutta una serie di titoli di cui sono imbottite e che hanno perso quasi completamente ogni valore. La bellezza del TARP però, sta in alcune righe del suo testo le quali dicono in sostanza che il buon Hank, è in grado di acquistare "ogni altro asset che il tesoro ritenga necessario per assicurare la stabilità economica".

Hank non ha certo atteso molto per mettersi ad utilizzarle questo assoluto potere che il congresso americano gli ha gentilmente concesso.

Ieri, come scrissi nell'articolo precedente, il tesoro USA ha "forzato" le 9 maggiori banche del paese ad ingoiarsi 125 miliardi di ricapitalizzazione (altri 125 saranno ripartiti tra banche minori). In cambio ha ottenuto delle preferred stock (azioni privilegiate) con un dividendo sopra del 5% per i primi 5 anni e di 9% per quelli successivi (se sarà ancora in possesso delle azioni ovviamente). Se considerate che il rendimento sulle preferred che Warren Buffet ottenne un paio di settimane fa per l'investimento che fece nella Goldman Sachs, fu del 10%, risulta chiaro l'affarone che le povere banche, ricapitalizzate controvoglia, hanno fatto.

Il tesoro ha giustificato questa mossa affermando che andando a risanare la situazione finanziaria dei 9 istituti li si metterebbe finalmente in condizione di tornare a prestare denaro in giro. In sostanza, Hank ha raccontato che i famosi 125 miliardi di rifinanziamento sarebbero poi stati presi dalle banche ed usati per garantire dei prestiti. I banchieri interpellati sulla cosa hanno sostanzialmente risposto: "con i soldi dei contribuenti ci facciamo un po' quel cavolo che ci pare". Al povero ministro del tesoro non è rimasto che ribattere: "e mica le si può costringere a prestarli quei soldi .... però sarebbe carino che lo facessero".

In sostanza sono stati regalati dei soldi alla stessa banda di gente che ha prodotto la crisi attuale senza imporre loro nessuna condizione, nessun blocco delle stock option e senza ovviamente ottenere nessun potere di voto da parte del governo, dato che le preferred non garantiscono questa possibilità. Tutto con la speranza che i suddetti omini comincino a prestarsi tra loro il denaro ricevuto, incuranti del terrificante livello del tasso interbancario ed in barba alla linea di credito sempre aperta che le banche che presiedono hanno a condizioni vantaggiose con la banca centrale.

Logico, no?

Ma ehi, poverini! Sono stati costretti ad accettarli quei soldi, per dare il buon esempio alle banche minori e per sfatare lo stigma della precarietà normalmente associato alle banche che chiedono aiuto al governo.

Guardate nella foto sotto come sono usciti amareggiati due dei poveri banchieri in questione dall'incontro con Hank Paulson.



Che musi lunghi. Non fanno quasi tenerezza?

La cosa fastidiosa in tutta questa manovra è che non c'è lo ha prescritto il medico di salvare alcuni dei maggiori responsabili del terribile casino in cui il mondo è precipitato. Questa è gente che dovrebbe marcire in galera, ma dato che una loro incriminazione tirerebbe in causa la SEC che ha passato 15 anni a girarsi i pollici senza mai intervenire seriamente, il governo che applaudiva e approvava ogni balzana trovata di questi banchieri, le agenzie di rating che partecipavano entusiaste alla bonanza dei titoli spazzatura certificandoli come oro e produrrebbe insomma l'incriminazione dell'intero sistema, questi personaggi vanno lasciati stare.

E facciamo pure finta che con un grande sforzo arrivassimo ad ingoiare questa antipatica realtà, spiegatemi in base a quale ragionamento li dovremmo lasciare sulle loro poltrone dorate, gli dovremmo regalare dei soldi e li dovremmo anche pregare gentilmente, se proprio gli avanza del tempo, di attivarsi per prestare in giro il denaro che gli elargiamo, in modo da sbloccare il mercato del credito che sta strangolando l'economia. La Svezia (lo so ci ritorno sempre) per risolvere una crisi analoga, nazionalizzò le banche, silurò tutto l'incapace managment, azzerò le azioni (ed i poveri dirigenti bancari poterono usare come carta igienica le loro stock option) e rimise in moto forzatamente la liquidità dato che essendo diventata la proprietaria diretta degli istituti non doveva chiedere favori a nessuno.

Che interesse dovrebbero avere queste banche a ricominciare a prestarsi il denaro?

Il tasso interbancario resta estremamente elevato, mentre c'è mamma banca centrale che a tassi bassi continua a concedere tutti i soldi necessari. Meglio prendersi i soldi dalla FED o chi per lei e prestarli direttamente senza passare tramite altre banche, tanto più che il tasso di interesse a cui le banche prestano soldi è legato al tasso interbancario. Se il Libor è al 4,6% ad esempio, le banche presteranno denaro al 6% agli utenti finali, anche se lo prendono in prestito all' 1,5% dalla banca centrale bypassando il sistema interbancario.

Il Telegraph afferma seccato che sarebbe bello se uno di questi banchieri miliardari si scomodasse quanto meno a chiedere scusa per il casino prodotto. Invece fan tutti finta di nulla e Greenspan primo artefice di questa crisi, se ne va in giro fischiettando con nonchalance quasi a dire "Io? Io sono passato per caso dalla Federal Reserve. Per 20 anni. Ogni giorno. E magari mi sarà scappato anche qualche ordine, ma che responsabilità volete che abbia mai se tutti mi chiamavano capo ed eseguivano?".

In ogni caso, vista la terribile rigorosità del tesoro nell'elargire soldi ai soggetti più pericolanti, si è già formata una lunga fila di questuanti fuori dai suoi uffici. Le compagnie finanziarie che si sono sempre occupate di fornire prestiti necessari per l'acquisto di autoveicoli stanno facendo pressione affinché il governo americano, tramite TARP si compri tutti i crediti inesigibili in loro possesso. Si giustificano dicendo che "la carta (debiti e derivati basati sui finanziamenti per acquistare automobili) sulle auto è indispensabile per la stabilità del mercato".

Come no!

Cos'altro poi? Tra un po' chiederanno al governo di comprarsi perfino partite invendute di formaggio.

....Scusate. Quello sta già succedendo. Indovinate un po' in quale paese?

L'Italia ovviamente.

Abbiamo concesso per anni finanziamenti a pioggia alle ditte che producono grana padano, finendo con l'incentivare così il sorgere di aziende casearie, aziende che sono spuntate come i funghi e tutte a produrre il celebre formaggio, attività ben più remunerativa che produrre ad esempio del semplice latte. Adesso si ritrovano tutte nel mezzo di una gravissima crisi dovuta ad un eccesso di produzione. L'enorme offerta esistente è riuscita a deprimere il prezzo del parmigiano, portando diverse aziende vicine alla bancarotta. I produttori se la prendono ovviamente con la cattiva grande distribuzione che non gli paga abbastanza la materia prima, salvo poi puntare il dito contro venditori senza scrupoli che vendono a prezzi bassissimi utilizzando addirittura ebay.

Se la grande distribuzione paga "sotto costo" il parmigiano forse è perché a quei prezzi ne trova quanto ne vuole da acquistare e ne trova così tanto in circolazione perché abbiamo incentivato in maniera insensata la sua produzione.

Non riusciamo a mangiarcelo tutto, questo parmigiano in Italia.

Non temete però. Anche se non vi piace il parmigiano o siete allergici al formaggio vi farà piacere sapere che il governo non si è mostrato insensibile alle grida disperate di aiuto lanciate dai produttori di grana e dietro pagamento di modici 50 milioni di euro siamo tutti diventanti comproprietari di 200000 mila forme. Tanto per non farlo sembrare un aiuto di stato troppo sfacciato il governo ha dichiarato che le forme verranno usate per scopi umanitari: le regaleremo agli indigenti e agli affamati che presumo ringrazieranno per la dieta equilibrata che gli stiamo offrendo.

Francamente che ci si metta a spendere dei soldi per mantenere dei produttori di grana che non dovrebbero esistere in primo luogo, nel bel mezzo della peggiore crisi economica dagli anni 30 mi pare semplicemente assurdo.

Intanto, mentre il nostro paese diventava il più grande proprietario di formaggio padano, l'OMX (la borsa islandese) riapriva i battenti dopo 3 giorni di blocco perdendo un 76% secco. Se continua così saremo costretti a paracadutare il cibo in Islanda direttamente dagli elicotteri. L'Islanda è il tragico esempio di uno stato che ha provato a mantenere in vita tutte le sue banche, mettendo in gioco la sua stessa esistenza. La sfortuna dell'Islanda è stata che le sue banche complessivamente avevano un esposizione pare a 12 volte il PIL dell'intero stato. Erano diventati dei mostri troppo grossi per essere salvati. Il disperato tentativo di farlo ha per ora prodotto il crollo della corona islandese, che la scorsa settimana nel giro di una notte ha perso due terzi del suo valore e l'annullamento dell'economia della piccola isola.

Quello che è successo in Islanda potrebbe succedere anche qua.

Gli stati Europei hanno le spalle più grandi dell'Islanda e per fortuna l'Unione ha una scudo che si chiama euro. Senza l'euro e l'Europa ho paura che l'Italia e diversi altri stati nostri vicini avrebbero già fatto la stessa fine della piccola Islanda. La moneta unica non è però uno scudo impenetrabile.

Durante la grande depressione il sistema finanziario e la borsa saltarono completamente. Il comparto produttivo rimase essenzialmente intatto anche se non produceva per mancanza di domanda. La deflazione allora in atto aveva risucchiato il denaro dall'economia reale lasciando la gente senza soldi in tasca per poter consumare. Quello che non venne sostanzialmente intaccato e che fece la differenza fu lo stato. Lo stato sotto la direzione di Roosevelt decise di adottare le politiche di Keynes e di arrivare a mettere, attraverso la spesa pubblica, del denaro in mano alla popolazione per poter rilanciare consumi e produzione.

Quello che stiamo facendo ora, non si riduce più alla scelta tra sostenere il branco di parassiti che hanno succhiato la linfa vitale al sistema con i loro schemi di ponzi o sostenere le aziende e il lavoro. Stiamo cercando di salvare tutto quanto e per farlo ci stiamo giocando la sopravvivenza degli stati stessi. Se questa scommessa rischiosa fallirà quando tutto ci crollerà in testa non sarà rimasto più niente e nessuno in grado di intervenire.

Nella situazione attuale non abbiamo una capacità produttiva intatta perché abbiamo pensato bene che fosse una furbata spostarla in altri paesi come Cina e India, lasciando che si occupassero loro della produzione mentre noi giocavamo ai piccoli geni della finanza. Se salteranno anche gli stati nel tentativo di salvare un castello di carte troppo grande per essere sostenuto, che cosa ci resterà dopo?

La situazione in giro per il mondo, non sembra essere particolarmente migliorata dopo gli interventi degli stati Europei.

L'indice del baltico che misura l'attività delle spedizioni via mare è crollato del 20% in due giorni, arrivando a perdere in totale l'80% dal livello massimo toccato in luglio. Secondo il Guardian questa caduta è dovuta alla riduzione della domanda di materie prime da parte della Cina e quindi a una caduta generale della produzione e dei consumi. E' probabile che centri qualcosa anche il fatto che le banche abbiano smesso di accettare le lettere di credito. Di certo i consumi sono calati ed anche i giornalai italiani segnalano con stupore sui propri quotidiani il ridursi dell'inflazione.

L'Ungheria ha sospeso ogni prestito in valuta straniera. Pessimo segnale che indica una fuga di capitali stranieri dal paese e l'impossibilità delle banche Ungheresi di coprirsi con delle swap, a causa delle turbolenze sul mercato del credito, dal rischio di fluttuazioni improvvisi dei cambi. Lo spread dei cds sull'Ucraina intanto è ulteriormente aumentato, raggiungendo quota 1596. In sostanza il fallimento del paese viene dato come sempre più probabile. Il mercato delle automobili in Europa è sceso di un altro 8.2% a Settembre. La FED ha annunciato che comprerà debito a breve termine delle aziende ad un 1,1 punti percentuali sotto il tasso di mercato, mettendo di fatto ogni altro compratore fuori gioco e assicurando secondo Robert Eisenbeis, un gestore di Hedge Fund, il blocco dell'intero mercato della commercial paper. La BCE ha deciso che fornirà denaro in cambio di junk, roba tossica che può arrivare fino ad un rating di BBB- (vera e propria cartastraccia), la Fortis ha perso in una sola giornata il 64% del suo valore, la borsa Brasiliana è stata sospesa anche oggi mentre gli altri listini del pianeta cadevano in picchiata e gli operatori che fino a ieri esultavano sulla scia degli ingenti rialzi, oggi sono tornati ad avere lo sguardo perso nel vuoto.

Per rassicurare tutti Bernanke oggi è tornato a parlare dichiarando che "le turbolenze sui mercati rappresentano un significante rischio per un economia americana in rallentamento".

Grazie Ben, per l'informazione.

I soliti sospetti, il Libor (il tasso interbancario) e il Ted (un indicatore della propensione delle banche a prestarsi denaro), pur scendendo sono rimasti su valori storicamente critici. Il Libor è calato assestandosi al 4,55% dal 4,82% toccato la scorsa settimana, ma se considerate che poco più di un mese fa era a 2,82% siam ben lontani da valori normali. A riprova che la situazione resta allarmante lo spread sul TED dopo aver oscillato tra il 4,09% e 4,30% ieri, oggi è risalito al 4,37%.

Incuranti dei disperati tentativi di Ben, Hank e dei paesi dell'Unione Europea di garantire l'intero pianeta gettando loro addosso montagne di denaro al grido di "Sgonfiatevi! Sgonfiatevi!" sia il Libor che il TED sembrano, per ora, aver risposto seccati:

No, Grazie!

martedì 14 ottobre 2008

Happy days are here again!

Da due giorni i listini sono impegnati in una frenetica cavalcata al rialzo. Bottiglie di champagne vengono stappate negli uffici dei trader e finalmente si rivedono facce sorridenti e rilassate tra gli operatori di borsa.

Tutto bene, sono tornati i giorni felici.

Purtroppo non riesco ad unirmi al coro di voci festanti. Non tanto perchè titoli di giornale come: "il maggior rialzo a Wall Street dagli anni 30" mi portino istintivamente a fare gli scongiuri, quanto per una personale disapprovazione nei confronti delle misure di emergenza adottate dagli stati.

Dissi nell'ultimo articolo che sarebbero state usate armi da fantascienza fino eventualmente a giungere alla nazionalizzazione coatta del sistema bancario. E' evidente che gli stati abbiano cercato in ogni maniera di evitare di nazionalizzare le banche. Sembra che preferiscano di gran lunga garantire tutto! Depositi, obbligazioni, prestiti interbancari. Quello che mi disturba di questa linea d'azione è la sua estrema pericolosità. Gli stati stanno letteralmente giocando col fuoco. Se tutto va bene e la gente torna a fidarsi del sistema, bene. Se qualche parte della baracca cede si rischia una reazione a catena in grado di travolgere gli stati stessi.

Il problema è che non abbiamo le spalle abbastanza grosse per proteggere tutti.

La sola Europa si è impegnata, in una serie di piani di aiuto che coinvolgono alcune delle nazioni maggiori e che costeranno in totale 2,3 trilioni di dollari. Considerando che ci sono circa 500 milioni di cittadini nell'Unione Europea, si parla approssivamente di 4600 dollari a testa (3370 euro), bimbi compresi.

L'Inghilterra ha deciso di nazionalizzare alcune delle sue maggiori banche, la Royal Bank of Scotland e l'HBOS sborsando 88 miliardi di dollari ed ha promesso di garantire i prestiti interbancari per 438 miliardi di euro. Dietro alla nazionalizzazione delle due banche inglesi sembra esserci l'intenzione di riportare il livello dei prestiti per mutui e alle piccole aziende emessi dalle banche, a quello del 2007. Il governo inglese sta quindi cercando di reinflazionare il mercato immobiliare usando i soldi del contribuente. La Germania, che fino a poco più di una settimana rassicurava tutti sulla propria salute affermando che ad essere in condizione precaria fossero solo le banche americane, ha annunciato un piano da 681 miliardi di dollari: 400 miliardi di euro per garantire i prestiti delle banche, 80 per ricapitalizzare le banche stesse e 20 per coprire eventuali perdite. La Francia sborserà 491 miliardi di dollari quasi tutti a garanzia dei prestiti interbancari, il Portogallo 27 (il 12% del PIL), l'Olanda 273, la Spagna 135 e l'Austria 116.

Noi in Italia abbiamo partecipato mettendoci tante paroline rassicuranti del tipo: "non permetteremo che nessuna banca fallisca". Soldi zero per ora.

Alla fine dei conti l'intero sistema dei prestiti interbancari è stato nazional.... pardon, garantito.

La Fed, nel frattempo ha deciso di permettere alle banche centrali Europee di emettere un illimitato ammontare di dollari. Esistono normalmente delle swap line, cioè dei canali tramite i quali le banche centrali in Europa ed in altri paesi del mondo possono emettere e prestare dollari alle proprie banche. La quantità di dollari che possono mettere in circolazione in questo modo è normalmente limitata. Il fatto che la FED abbia rimosso qualunque limite oltre ad essere senza precedenti è il chiaro sintomo di una corsa al dollaro. Di fatto i grandi soggetti del mercato Europeo stanno facendo incetta di valuta americana per ripagare i propri debiti denominati in dollari.

Per dimostrare poi che ormai gli USA andrebbero chiamati USSA (United Socialist States of America) il tesoro americano ha imposto la ricapitalizzazione coatta di 9 tra le maggiori banche del paese. Queste ultime non hanno avuto voce in capitolo riguardo all'operazione. In sostanza non potuto rifiutare di essere ricapitalizzate. E' l'ennesimo trucchetto: dato che sarebbe stata un ammissione di debolezza se le banche fossero andate in ordine sparso a chiedere soldi al governo, Hank Paulson ha deciso di portare il governo dalle banche le quali hanno accettato ben volentieri i soldi che Hank offriva loro. Citigroup e JP Morgan si beccheranno 25 miliardi, la stessa cifra andrà anche a Bank of America e Merrill Lynch, la Goldman Sachs e la Morgan Stanley si dovranno accontentare di 10 miliardi a testa, mentre a Bank of New York e State Street andranno solo 6 miliardi. Quanti soldi prenderà la Wells Fargo non è ancora chiaro. In cambio di tutto questo denaro il tesoro USA riceverà delle azioni privilegiate.

Di certo è meglio usare i 700 miliardi messi gentilmente a disposizione con il TARP, dal congresso americano in questa maniera, piuttosto che utilizzarli per comprare della cartaccia senza valore. Purtroppo al contrario di quel che fece negli anni 90 la Svezia per uscire da una crisi scatenatasi a seguito dello scoppio di una bolla immobiliare, una ricapitalizzazione del genere appare come un tentativo indiscriminato di salvare tutti, senza nessuna punizione per il managment che ha prodotto questa situazione o per i proprietari (gli azionisti) delle banche in questione.

Anche l'Australia e la Nuova Zelanda si sono unite alle varie manovre di salvataggio arrivando a garantire per intero i depositi delle rispettive banche e nel caso dell'Australia garantendo anche i prestiti degli istituti che operano sul mercato internazionale.

I mercati hanno reagito positivamente di fronte alla sbarramento di fuoco messo in piedi dai maggiori paesi del pianeta. In tutto il mondo si sono avuti rialzi percentuali in doppia cifra. La cosa era prevedibile. L'Euforia sui listini durerà ancora per un po', poi probabilmente gli indici scenderanno sotto ai livelli toccati nell'ultima settimana. Questo per una ragione molto banale: i profitti.

Anche se il sistema finanziario globale riuscirà a sopravvivere resta sempre il problema degli individui. La gente è povera, indebitata e sempre meno incline a consumare. Gli stati che non sono pozzi senza fondo dovranno inevitabilmente tagliare servizi e programmi sociali per finanziare il salvataggio delle banche. I cittadini si ritroveranno stretti in una morsa fatta da stipendi stagnati, aumento della disoccupazione, riduzione del credito a disposizione e tagli dei servizi statali. Riduranno quindi i loro consumi andando ad incidere pesantemente sui profitti delle aziende e un azienda che non fa profitti è un azienda in cui non vale la pena investire.

E' proprio nei confronti di questo problema che il solito Roubini mette in guardia nel suo ultimo articolo. Afferma inanzi tutto che non siamo ancora usciti dal tunnel e argomenta riassumendo in sostanza quello che ho già scritto in questo articolo: il mercato scenderà ancora prima di tornare a stabilizzarsi, i profitti delle aziende caleranno nettamente, è in atto un grande corsa alla riduzione del proprio debito da parte delle aziende (di qua l'incetta di dollari che sta avvenendo) ed i cds sono ancora lì a minacciare una possibile esplosione sistemica che potrebbe verificarsi come conseguenza del fallimento di qualche grande soggetto finanziario (un fondo d'investimento o un assicuratore).

Per ovviare al rischio di una perdurante stagnazione economica e per sostenere i profitti delle aziende, Roubini suggerisce una massiccia dose di intervento pubblico. Sconti fiscali alle famiglie, pacchetti di stimolo sotto forma di assegni individuali da recapitare ad ogni cittadino (come il piano da 150 miliardi adottato nella prima metà di quest'anno negli USA) e un aumento consistente di spesa pubblica per opere infrastrutturali.

Keynesismo all'ennesima potenza.

E dire che fino ad un anno fa Keynes era solo una parolaccia in america.

Il problema in tutto ciò rimane il denaro. Abbiamo abbastanza soldi per salvare l'intero sistema bancario e contemporaneamente stimolare i consumi interni a suon di riduzioni fiscali e maggiore spesa pubblica?

In Italia sicuramente no, anche se ci può rassicurare il fatto che il leverage medio delle banche italiane sia di 1:12, quindi entro paramentri storici di relativa stabilità. Lo stato difficilmente sarà costretto ad intervenire in maniera pesante sul mercato bancario.

Dubito però che anche gli USSA o la Gran Bretagna abbiano il denaro sufficiente a sobbarcarsi gli oneri indicati da Roubini.

Facendo un veloce giro del pianeta si scopre che il Pakistan è vicino al fallimento. Il suo debito pubblico ha un rating pari a CCC+ più o meno equivalente a quello della cartaigenica del vostro bagno (e non voglio neppure provare ad infilarmi nei problemi di carattere politico). L'Argentina e l'Ucraina e il Kazakistan rischiano la medesima sorte. I cds a 5 anni "prezzano" un 80% di probabilità che l'Ucraina fallisca. Una crisi in Ucraina un paese diviso in due, con una parte filo americana e l'altra filo Russa potrebbe avere ripercussioni drammatiche. Le economie dei paesi del BRIC (Brasile, Russia, India, Cina) sono in violenta contrazione e cosa che mi preoccupa maggiormente l'Ungheria, la Bulgaria e la Romania sono mezze fallite.

Anche se si tratta di stati piccoli che succede esattamente se un paese Europeo fallisce? Lo salviamo? Lo facciamo uscire dall'Europa?

La scorsa settimana girava insistente la voce che l'Ungheria fosse sul punto di dichiarare default su alcuni buoni del tesoro, dato che il mercato per i bot Ungheresi arrivò praticamente ad azzerarsi: nessuno li voleva più acquistare. A salvare l'Ungheria non è intervenuta l'Europa è dovuto intervenire l'FMI. Quando c'è da salvare uno dei suoi membri o anche un suo vicino, come nel caso dell'Islanda, l'Europa non sembra essere particolarmente zelante nell'intervenire. Il problema è che se cede un paese dell'Unione, ancorché piccolo, è la stessa integrità dell'Unione Europea a venire intaccata.

Ci troviamo quindi nell'assurda posizione di dover garantire l'intero sistema bancario, gli stati più pericolanti e se dobbiamo dare retta a Roubini anche l'economia reale a suon di spesa pubblica. Il gioco è estremamente rischioso. Non abbiamo le risorse per farlo. Il crollo dello stato sbagliato potrebbe innescare una reazione a catena in grado di far saltare tutta la baracca. Il default dell'Ungheria avrebbe potuto scatenare il fallimento della Bulgaria e della Romania. A quel punto il problema sarebbe diventata l'Austria, le cui banche sono pesantemente esposte nei confronti dei 3 paesi dell'est Europa, e da li l'infezione si sarebbe diffusa in tutti i paesi esposti nei confronti di quest'ultima.

Se abbiamo a disposizione risorse limitate invece che sparpagliarle ai quattro venti per salvare tutti e tutto sarebbe meglio concentrarle dove sono realmente necessarie. Sostenere le banche indispensabili, operare con la spesa pubblica, ma in maniera limitata e tenerci da parte abbastanza denaro per poter eventualmente aiutare gli altri paesi dell'Unione Europea dato che se salta l'Unione saltiamo tutti.

La strada che abbiamo scelto di percorrere invece è differente: o tutto o niente.

Con il rischio concreto che sia niente.

venerdì 10 ottobre 2008

Il cielo sta crollando


Contemplate il grafico qua sopra e abbiate paura. Abbiate tanta, tanta paura. Quella linea che schizza in alto con una rapidità spaventosa rappresenta il TED. Per chi non lo sapesse il TED misura la differenza tra il tasso interbancario a 3 mesi ed i buoni del tesoro sempre a 3 mesi. Più questa differenza è elevata più la situazione è critica. Il fatto che quella linea blu abbia un andamento parabolico verso l'alto è male, molto molto male. Significa che le banche non si prestano più denaro. Se ieri avevo detto che l'economia era come intrappolata in un blocco di ghiaccio oggi mi devo ricredere. Sono stato troppo ottimista.

Il mercato interbancario non è semplicemente bloccato. Si sta disintegrando. Il libor è salito ancora, oggi ha toccato il 4,82%. Le banche stanno erigendo dei firewall attorno a loro. Si dice che le banche Giapponesi abbiano del tutto smesso di prestare soldi a quelle Europee ed Americane e corre voce che la Goldman Sachs e/o la Morgan Stanley verranno nazionalizzate nel week end. Il panico si respira a pieni polmoni e ci sono tutte le ragioni per abbandonarsi ad esso.

Se per caso pensate ancora che la situazione non sia critica sentite questa: le banche non accettano più le lettere di credito. Molti di voi si staranno chiedendo di che cavolo parlo. Per farla breve le lettere di credito sono delle assicurazioni di pagamento emesse da un banca. Se io voglio fare affari e spedire per esempio, un carico di roba ad un cinese posso chiedere che mi venga presentata da esso una lettera di credito emessa da una banca. Questa lettera mi assicura che il pagamento del carico verrà effettuato. Se le banche non accettano più come valide le lettere di credito emesse dalle loro colleghe tutto si blocca, e con tutto intendo robetta tipo spedizioni di navi cariche di grano. Sul blog di Yves Smith un investitore ben addentro al sistema dice:

In definitiva, se ogni controparte non è affidabile allora non esiste più un mercato e non esiste più un economia. Ho parlato con mio amico questo pomeriggio, il cui padre è nel campo del business delle spedizioni da sempre. Rating immaccolato e bilancio solido come una roccia. Ha detto che se prendesse la sua lettera di credito della PNB Paribas e la portasse alla Citi (Citigroup) oggi, per avere del fondi a breve termine per la sua nave, non gli verrebbero concessi. Questo significa che non è in grado di spedire la merce, quindi entro due settimane, la mancanza fisica delle merci salirà alle stelle. LE BANCHE CENTRALI NON POSSONO PERMETTERE CHE CIÒ ACCADA O NON AVREMMO PIÙ UN ECONOMIA, OLTRE CHE UN MERCATO DEL CREDITO.
Il maiuscolo non è mio era nel messaggio originale. E' ovvio che le banche centrali non possono permettere che avvenga una cosa del genere. Faranno di tutto per impedirlo, ma attenzione: questa settimana son già state usate le armi nucleari. Han fatto di tutto: tagli folli dei tassi, mostruose iniezioni di liquidità nel sistema, semi-nazionalizzazioni di intere banche e non è servito a niente. Quello che il mercato sta capendo perfettamente è che le banche centrali ed i governi sembrano non avere le spalle abbastanza grosse per risolvere questa situazione. Il libor non si è abbassato in seguito ai tagli. Bernanke aveva una paura folle che i mutui e i debiti delle aziende che sono in gran parte agganciati al suo valore salissero (molti debiti resetteranno tra breve) strangolando ancora di più il sistema. Questa è stata una delle ragioni dietro al taglio di massa degli ultimi due giorni.

Non è servito. La prossima mossa che sta contemplando la FED è di garantire i debiti delle banche. In sostanza le obbligazioni. La paura è che il fallimento di una banca inneschi la miccia dei cds. Tenete conto che per ogni obbligazione in circolazione sono stati emessi fino a 10 cds, dato che fino a che la bolla tirava e nessuno falliva, sembrava brutto rifiutare la vendita di cds a chi non possedeva fisicamente un obbligazione (in sostanza uno che speculava piuttosto che assicurarsi veramente). La Lehman con un capitale di 128 miliardi si stima abbia sulla testa almeno 400 miliardi di cds il cui valore sarà stabilito oggi alle 10 (ora americana), ma che già si preannuncia come un vero e proprio massacro. Negli ultimi giorni tutta una serie di grossi soggetti hanno dovuto accumulare ingenti quantità di denaro prevedendo di dover pagare grosse cifre per i cds emessi sulla Lehman. Anzi, si mormormora che il crollo a Wall Street di ieri sia stato innescato da un fondo di investimento che per recuperare capitali ha dovuto svendere a dei prezzi da film horror. Meglio quindi garantire le obbligazioni bancarie che stare ad aspettare che le banche falliscano e che cifre 10 volte superiori al valore delle suddette obbligazioni non vengano pagate.

Rimane però il problema delle aziende. La General Motors ad esempio è sull'orlo della bancarotta. Il titolo vale meno di 5 dollari ad azione e sul suo fallimento sono stati emessi cds per il valore di 1 trilione. Pensate che chi ha emesso questi cds abbia una cifra del genere o che sia in grado di recuperarla in un mercato simile? Cosa vogliamo fare? Garantire anche il debito della GM?

E con la Ford che non sta certo in condizioni migliori che si fa? Dove ci fermiamo e fin dove siamo in grado di arrivare?

Non so cosa proveranno a fare gli omini del G7. Il primo ministro inglese suggerisce di arrivare a garantire i prestiti interbancari. A questo punto facciamo probabilmente prima a nazionalizzare l'intero sistema bancario internazionale. Paulson ha detto che valuterà l'idea di Brown, anche se è evidente che non gli piaccia affatto. Qualunque cosa si inventino tenete però conto che sarà l'ultima spiaggia. Se non funzionerà non rimarrà che la nazionalizzazione coatta del sistema bancario o il collasso completo e dato che le armi nucleari le hanno già usate senza successo non resta loro che provare quelle da film fantascienza, l'equivalente delle nova bomb, dei missili gravitazionali, dei siluri fotonici.

Fate quindi molta attenzione a come reagirà al mercato e considerate che in caso di reazione negativa quella sarà l'ultima occassione che avrete per fari prendere dal panico. Io ho già cominciato da un po'. E se qualcuno nonostante tutto ancora non è spaventato si vada a leggere l'ultimo post di Roubini. Usando il suo tono asciutto e accademico tipico del professore universitario dice cose ancora più terribili di quelle che potrei dire io. Correttamente avverte che siamo sull'orlo di una Depressione mondiale, al contrario del buffone a capo dell'FMI che parla di rischio di recessione mondiale.

Cu Cu! C'è nessuno in casa? Siamo in recessione dal quarto quarto dello scorso anno, se non da prima. La vogliamo smettere di usare degli eufemismi?

Il rischio qua è quello del collasso completo. Roubini fornisce anche una serie di passi da intraprendere per impedire che si verifichi. Essi di fatto sono le armi da telefilm di fantascienza di cui parlavo prima:

Un taglio dei tassi di un punto e mezzo

Un aumento della spesa pubblica in infrastrutture e un altro pacchetto di stimolo sotto forma di assegno da consegnare ad ogni cittadino

Il blocco degli sfratti e una rapida riduzione dell'indebitamento delle famiglie (come non lo dice esattamente)

Una completa garanzia dei depositi ed una nazionalizzazione degli istituti indispensabili

La fornitura di una continua linea di credito aperta agli istituti solventi

La continua fornitura di credito alle aziende in buona salute in modo da tenere in moto il comparto produttivo

Un accordo tra le nazioni debitrici e quelle con un surplus in modo che queste ultime continuino a comperare debito dalle prime ed si impegnino a non chiederene la liquidazione

Questo è un veloce riassunto, ma vi consiglio di leggervi l'intero articolo. Non son convinto che i passi suggeriti da Roubini potrebbero funzionare realmente, specialmente l'ultimo. Non mi sembra affatto facile nella situazione attuale, convincere ad esempio la Cina che sia nel suo interesse non vendere il debito pubblico americano e anzi continuare a fornire soldi agli Stati Uniti.

In ogni caso, quello che vi consiglio ancora una volta è di tenere gli occhi ben aperti. Se la prossima settimana la situazione non comincerà a stabilizzarsi rischieremo il collasso completo, nel qual caso vi auguro di avere una bella scorta di cibo in casa.

Vi servirà.