martedì 21 ottobre 2008

Alla fine della strada

Inanzi tutto se ancora non lo avete fatto andate a vedervi l'ultima puntata di report. Essa ripercorre le origini della crisi economica attuale e riesce in un oretta a riassumere tutto quello che bisognerebbe sapere e capire sugli avvenimenti attuali. Se avete dei dubbi sul casino finanziario in cui ci troviamo e su come ci siamo arrivati è imperativo che vi guardiate quest'episodio di report.

L'unico appunto che mi viene da fare a Gabanelli e colleghi è che sarebbe stato carino se un episodio del genere lo avessero fatto un paio di anni fa.

Un altra fatto che mi ha dato una certa soddisfazione è stato vedere in apertura di puntata un lungo preambolo sul prezzo del petrolio, in cui hanno spiegato a grandi linee come funziona il mercato dei future e come si forma il prezzo a barile. Ho trascorso mesi sgolandomi, nel mio piccolo, nel tentativo di spiegare come quella petrolifera fosse l'ennesima bolla e fosse sostenuta dalle banche, che dopo essersi ritrovate piene di perdite hanno scaricato tutto il denaro che la fed forniva loro con le varie facility per speculare sui future e far pagare a noi tramite gli aumenti del prezzi del petrolio il loro fallimento.

La spinta del sistema era chiaramente deflazionaria, ma la speculazione sulle materie prime creava un inflazione artificiale, inflazione che non poteva che sgonfiarsi quando lo spettro della recessione fosse diventato evidente a tutti, come dimostra il crollo verticale del prezzo negli ultimi mesi. Eppure questa banale realtà sembrava non essere chiara a molti. Da un lato i peak-oilisti dicevano che era colpa del peak oil che ci stava per uccidere tutti, dall'altro esimi economisti come Paul Krugman, che ha appena vinto un nobel ed i banchieri centrali, sembravano non capire come cavolo funzionasse il mercato dei future e continuavano a parlare di domanda e offerta mentre i consumi continuavano a calare.

Detto questo veniamo all'argomento di questo articolo.

Alcuni post fa parlai di come ad un certo punto si arrivi in una situazione in cui l'indebitamento del sistema diventa troppo elevato e non esista più nessun soggetto abbastanza grande o numeroso con le garanzie necessarie per andare in banca, farsi concedere dei prestiti e creare così denaro sufficiente per sostenere il sistema.

Qualche giorno fa ho scoperto una situazione del genere venne chiamata da Paul McCulley, quello che nel 1998 era a capo della PIMCO, un Minsky moment in onore di Hyman Minsky un economista che a quanto pare riusciva ad essere più pessimista di me. La prima crisi in cui fu usato il termine Minsky moment fu quella Russa del 98.

Quello che molti dicono si stia cercando di evitare a tutti i costi è proprio che si verifichi un Minsky Moment, cioè una terribile spirale di liquidazione del debito unità ad una incapacità di generare credito a sufficienza per espandere l'economia.

Ora, tanto per cambiare, parliamo di Stati Uniti. Chi segue il blog riconoscerà il grafico riportato sotto, dato che lo pubblicai già questa estate.


Il grafico come molti capiranno bene mostra l'andamento del rapporto tra debito totale e il PIL degli Stati Uniti. Con debito totale non si intende debito pubblico bensì la somma del debito pubblico, del debito delle aziende e del debito delle famiglie. Quella cifra divisa il PIL ci da un indicatore di quando debito sia necessario a generare un unità di prodotto interno lordo. Ci vogliono quasi 4 dollari di debito per generarne uno di "ricchezza" (per come la ricchezza viene misurata attualmente).

La cosa è arci nota e viene generalmente accettata con una scrollata di spalle da parte degli economisti.

"E' cosi che funziona il mondo" si dice.

Purtroppo quello che il grafico sopra mette in luce è che il mondo non può funzionare così a lungo.

Una delle prime cose che balzano agli occhi è il picco mostruoso toccato dal rapporto debito totale/PIL intorno al 1933. Come si nota, anche dopo il crollo del 29 la curva ha continuato a salire per alcuni anni. Come sanno i visitatori del blog che hanno letto il post in 3 parti The Story so far, durante la crisi del 29 i debiti venivano liquidati o cancellati molto rapidamente a causa della spirale deflazionaria che si venne a creare in seguito al tracollo dei mercati. Anche se i debiti scomparivano in fretta il calo del PIL avveniva ad una velocità ancora maggiore. Il risultato finale fu che il rapporto debito/PIL restò in costante aumento durante gli anni della crisi fino al picco del 1933.

La grande depressione è un classico esempio di Minsky Moment. Il debito era cresciuto troppo rispetto al PIL e ad un certo punto il sistema scoppiò quando le banche smisero di erogare nuovi prestiti a gente già indebitata fino al collo ed anzi iniziarono a chiedere il saldo dei debiti esistenti.

Nel 1933 il picco venne toccato intorno ad un rapporto debito totale/PIL di 270% mentre alla primavera di quest'anno gli USA avevano un rapporto di 350%. Il giappone durante la crisi del 1990, che diede vita al "decennio perso" (che dura da 18 anni), di economia stagante, arrivò a toccare il picco del 250%, ma come dissi più volte, le famiglie Giapponesi avevano un alto livello di risparmio che permette presumibilmente di ritenere che l'entità del debito giapponese fosse inferiore in termini reali e quindi il rapporto fosse piu basso.

Gli americani invece hanno un tasso di risparmio negativo.

Possiamo quindi direttamente spararci e farla finita in maniera pulita?

In realtà quel 350% di rapporto debito totale/PIL è una cifra inferiore, come disse in un intervista su Financial Sense Barry Bannister, dato che buona parte del debito esistente a causa di tutti i giri che gli ha fatto fare la finanza è stato contato due volte. Viene generalmente ritenuto che il valore attuale sia dalle parti di quello toccato nel 33. Non certo un idea rassicurante, ma sempre meglio che un 350%.

Il rapporto debito/PIL come indicatore macroeconomico, rivela che storicamente la curva non può crescere all'infinito. Dopo il 33 si verificò il collasso quando il debito cominciò a sparire più velocemente di quanto il PIL riuscisse a calare. Anche se in quegli anni le aziende che al picco della curva avevano smesso di indebitarsi, per necessità, cercarono di invertire l'andamento non trovarono nessuno disposto a prestrargli denaro.

Ci volle la seconda guerra mondiale perché la tendenza si invertisse, tra alti e bassi e finisse per assestarsi all'incirca alla fine degli anni 70, quando saltarono, sotto Nixon, gli accordi di Bretton Woods. Fino ad allora il dollaro, moneta di riferimento mondiale era garantita dall'oro che gli americani dicevano di custodire nei loro forzieri. Quando si scoprì che l'oro a garanzia non esisteva il sistema saltò e la moneta divenne un semplice pezzo di carta senza supporto reale. Si nota bene come da quel punto in avanti il rapporto non fa che salire per poi bloccarsi nei primi anni 90 in seguito ai vari fallimenti bancari dovuti alla crisi delle Saving & Loans americane.

Dalla seconda metà degli anni 90 in avanti la crescita è vertiginosa e la cosa come si vede dal grafico è continuata fino a Marzo del 2008. Quelli sono gli anni in cui abbiamo avuto due mostruose bolle in successione: la new economy e la bolla immobiliare.

Quello che stanno di fatto cercando di impedire Bernanke, Paulson e metà dei governanti del pianeta è che quella curva segua l'andamento degli anni 30, cioè evitare che essa cali in maniera precipitosa. I modi per ottenere questo risultato in teoria sarebbero due. Aumentare ancora di più il debito (ricordate sempre che debito e denaro sono la stessa cosa) o diminuire il PIL. Ovviamente la seconda opzione è completamente insensata. Non gli resta altra strada che aumentare il debito, quindi il denaro in circolazione, nel tentativo di tenere in piedi il sistema. Dato che ormai sono in pochi a potere ottenere denaro dalle banche indebitandosi, il governo stesso e la FED hanno dovuto aumentare i soldi in circolazione indebitando lo stato.

Il limite del gioco che stanno conducendo Ben e soci diventa più chiaro osservando un grafico che di fatto è simmetrico di quello precedente.


Il grafico indica la diminuzione del ritorno in termine di PIL di ogni dollaro di debito.

I conti ad occhio sono differenti rispetto all'altro grafico, in esso eravamo a 3,5-4 dollari di debito per 1 di PIL in questo siamo a 5 dollari di debito per 1 di PIL. Senza stare troppo a disquisire su quale dei due riporti i numeri corretti quello che mi interessa è far notare l'andamento.

Ogni dollaro di debito creato produce progressivamente sempre meno in termini di PIL. La parità gli Stati Uniti la persero alla fine degli anni 60. Quando superi la parità, quindi un dollaro di debito comincia a produrre ad esempio 90 centesimi di PIL, stai smettendo di finanziare la crescita attraverso un debito e stai cominciando a finanziare un debito con altro debito.

Nel 1971 gli USA dichiararono fallimento. Non avevano oro nei loro forzieri a garanzia della loro moneta ed avevano sempre bisogno di maggiore moneta, cioè di maggiore debito per finanziare il loro PIL. Finché c'era l'oro come base monetaria era difficile per gli Stati Uniti stampare moneta in libertà dato che avrebbero dovuto allo stesso tempo aumentare le loro riserve auree e l'oro ancora non si stampa e non si crea dal nulla.

Quello che l'ultimo grafico mette in luce è che l'andamento è stato costantemente in discesa. Più il tempo passa e meno ogni dollaro di debito rende in termini di PIL, fino al livello attuale in cui ogni dollaro rende solo il 20%. Continuando così nel 2015 si arriverebbe all'orizzonte degli eventi, il punto in cui ogni dollaro di debito produrrebbe 0 in termini di PIL. Oltre quel punto si trova un gigantesco buco nero in cui ad ogni dollaro di debito conseguirebbe una diminuzione del PIL.

Questo spiega anche perchè hedge fund e compagnia, avevano bisogno di invischiarsi in effetti leva di 30x per avere degli alti ritorni, ritorni che normalmente il sistema non era in grado di produrre.

Il limite di Ben e soci è li. L'orizzonte degli eventi. Più denaro e più debito getteranno alla crisi attuale e più vicino si farà l'orizzonte degli eventi. Una volta arrivati a quel punto è finita. Anche creare debito aggiuntivo non servirebbe a nulla perché non produrrebbe nessuna crescita. L'unica cosa da fare è cancellare il debito ed esso si cancella ripagandolo o facendo fallire chi non può ripagarlo. Non ci sono altri modi.

Anche comprendendo il desiderio di evitare un Minsky moment, cioè una liquidazione frenetica del debito come avvenne negli anni 30, non si può pretendere di salvare e sostenere tutti a forza di denaro gettato al sistema, perchè agire così serve solo a peggiorare la situazione. Bisogna lasciare che fallisca chi se lo merita e che il relativo debito venga cancellato.

Non c'è altra via d'uscita.

L'unica cosa che si può provare a fare è cercare di ridurre il debito nella maniera meno traumatica.

Invece ancora una volta si preferisce rimandare e sperare che la gestione della crisi divenga il problema di qualcun altro in futuro. Il quantitativo di denaro impegnato da FED e Tesoro americano nel tentativo di sostenere l'economia è terrificante. Il New York Times ha riassunto tutti gli interventi in un unico diagramma. Anche se non son tutti soldi materialmente sborsati, si tratta comunque di denaro che gli USA si sono impegnati a impiegare.

Ogni intervento di questo genere non fa che anticipare il momento in cui i debiti serviranno solo a pagare se stessi senza arrivare a generare crescita economica. Quello che ci attende alla fine della strada che il mondo sembra aver deciso di percorrere è il collasso del sistema. L'alternativa è un rallentamento doloroso, con aumento di disoccupazione, riduzione del superfluo, ricostruzione del risparmio e abbandono dell'idea che investire in borsa possa offrire dei ritorni irrealistici.

Un alternativa estremamente antipatica, ma resta il minore dei due mali.

4 commenti:

Matt3o ha detto...

grazie mille.

Unknown ha detto...

Mi associo ai ringraziamenti per la qualità dei posts.

Da ignorante di scienze economiche, mi chiedo però perchè è considerato sbagliato l'intervento statale degli ultimi tempi.

Si dice che è in atto nel sistema finanziario mondiale il deleverage, amplificato dal credit crunch, e si teme il contagio al sistema economico produttivo.
Questo meccanismo non è contrazione del debito che se si avvitasse nella sua dinamica porterebbe alla deflazione stile anni '30?

In sostanza, è scontata la responsabilità delle autorità di controllo e regolamentazione, nel prevenire questa situazione all'origine.
Allo stato attuale però, gli ultimi interventi, non vanno nella direzione giusta? Impedire cioè che la liquidazione forzata del debito specie con fallimento di banche porti a una depressione?

A ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
A ha detto...

Giovanni,

alcune idee:

1. le stesse persone che hanno creato il problema e che, fino a due mesi fa, hanno minimizzato la dimensione del problema, sono quelle che ora propugnano l'apocalisse in modo da far passare le loro "soluzioni". È l'equivalente di dare pieni poteri a Totò Riina per risolvere il problema della criminalità organizzata.

2. la deflazione di per se non è un problema, al contrario è una parte della soluzione. La depressione economica è il problema, e tassare a morte cittadini e aziende per dare sussidi ad un sistema bancario insolvente è la ricetta sicura per la depressione.

Ho un paio di post sull'argomento sul mio blog:

http://castellidicarte.blogspot.com/2008/08/la-seconda-grande-depressione.html
http://castellidicarte.blogspot.com/2008/08/london-banker-olio-di-serpente-e.html